Avere una coscienza e nessuna memoria: “The Putin Interviews” di Oliver Stone

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« Forse non vi rendete conto di cosa significhi avere una coscienza e nessuna memoria. »
da Mr. Arkadin (Rapporto confidenziale); regia di Orson Welles, 1955

A seguito d’un recente viaggio negli States o forse attraverso canali clandestini, non ricordo con esattezza, sono infine giunto alle quattro parti di The Putin Interviews. La curiosità era stata creata, inevitabilmente dal nulla, a partire da articoli vari che mi era capitato di leggere sulla stampa, da tempo si parlava di questa lunga intervista realizzata da Oliver Stone a nientepopodimeno che Vladimir Putin; ovviamente, e come ognuno, mi sono dovuto fare largo tra la fitta selva di commenti e opinioni che infesta il web e le giornate – ai quali il qui presente testo non potrà far altro che sommarsi –, condivisi sulle pagine virtuali da psichi ipertrofiche o titillati dai corsivisti di una tal quantità di siti web di informazione, più che altro d’opinione, cresciuti a dismisura nell’ultimo decennio. È divenuto ormai esercizio quotidiano provare a schivare questa enorme massa senza forma che fluttua tra il ciberspazio e la “realtà”: anticipatrice di ogni fatto, incasellatrice di ogni evento, accadimento o opera con il fine, a volte addirittura inconsapevole, del suo (pre)confezionamento.

Del resto: per quale motivo stai leggendo questo articolo?

E così succede che l’oggetto si trasforma in un corpo inerte, mummificato, pronto allo scambio e alla condivisione. Ogni fatto sociale, culturale e storico si tramuta in merce e ciò accade attraverso un continuo processo di annichilimento dei prerequisiti fondamentali della vitalità: la sorpresa e il dubbio.

The Putin Interviews parla del mondo degli uomini, quello dei governanti, dei gruppi terroristici, parla di stati e di presidenti, parla di morti, parla di arsenali atomici, parla di guerre, parla del futuro e di quell’incerto lacerto di spaziotempo che siamo soliti chiamare ‘presente’.

Ciò che attraverso il bombardamento di informazioni ci infliggiamo è la rarefazione della capacità di sorprenderci e l’abolizione dei dubbi che, diradandosi, lasciano spazio a superficiali convinzioni ed a pre-giudizi esterni al nostro senso critico. L’opinione pubblica è come la sabbia sospinta dal vento, come creta da modellare. A questo, come colpo di grazia e per sovrapprezzo, si aggiunga l’assuefazione alla quale siamo esposti di fronte all’ininterrotto flusso informativo.

Con questo voglio dire che guardando The Putin Interviews l’interesse intellettuale non dovrebbe cadere sulle scelte compiute da Stone e nemmeno sulle bugie e il cinismo di Putin, la nostra curiosità dovrebbe rivolgersi a ciò che c’è, a quel che viene detto – e in questo caso potete starne certi, non è poco. L’attenzione alle omissioni è esercizio critico al quale lo spettatore dovrebbe giungere autonomamente e non sospinto dalle opinioni di chi ha fruito il testo in precedenza. Perché qui più che altrove, nella geopolitica e nella Storia, ciò che è omesso o mistificato è rintracciabile a patto d’una notevole conoscenza dei fatti e delle vicende storiche, che non sono semplicisticamente un “qualcosa” che possa risolversi con brutali fact checking – il punto di vista con il quale si osserva la storia, piaccia o meno, relativizza e rende molteplice qualsiasi fatto. Pertanto la qui presente non intende offrirsi al lettore quale riflessione critica, ma come semplice (forse un po’ arzigogolato, astruso, bizantino, capzioso, cervellotico, contorto, tortuoso…) strumento che possa permettergli di fruire l’intervista scevra da pre-giudizi. Essenzialmente il mio intento è quello di segnalare che l’intervista di Oliver Stone a Vladimir Putin è un’opera dannatamente interessante. E che, come ogni testo realmente interessante, si offre a plurime letture – diffidate e diffidate e diffidate dalla critica, specie quella pessima.

E ciò accade con le medesime modalità per una battaglia tra eserciti in una nazione lontana o per l’uscita di un nuovo romanzo o film. Poco importa che un fatto stia accadendo: già nel suo svolgersi esso ci appare alienato da sé, distante come una stella lontana e scarnificato nella sua sostanza in una riduzione semplificata e semplicistica ma comoda. Compulsare distratti un social network, il sito web di un quotidiano o le notizie di un’agenzia di stampa si traduce in un costante déjà vu – e ciò che dovremmo “sentire” con l’urgenza del tempo presente diviene sfasato, già accaduto, istantaneamente (tra)passato.

Essendo un malato di informazione, più che altro oramai di opinioni, non ho potuto fare a meno (più che altro ormai ameno) di cibarmi di junk food giornalistico concernente l’intervista colossal realizzata da Stone. Sostanzialmente all’unisono, ovvero conformate e conformanti, le varie voci intercettate rimproveravano al cattivo maestro Stone una certa acquiescenza nei confronti dello zar. “Oliver Stone ha scelto di lasciare la parola al presidente russo e di non contraddirlo mai. È una scelta compiacente, per non dire inquietante…”, ha scritto Bernard Guetta su France Inter; “Flattery, but little scepticism”, secondo il New York Times; “Wildly irresponsible love letter”, per il Daily Beast; “It says as much about Oliver Stone as it does Vladimir Putin”, per la CNN.

Dall’altra parte della barricata sono invece udibili gli strepiti dei filo-putiniani, veri e propri figli di Putin, le cui fila crescono giorno dopo giorno, esondati tanto da destra quanto da sinistra, accorsi al capezzale del muscolare statista ex KGB, se non addirittura al capezzolo finanziario della sua politica estera opaca, pur se oramai decisamente palese, pronti a santificare la visione mistica d’una sua apparizione nel piccolo schermo televisivo.

Come a dire che di questi tempi è semplice rintracciare gli estremi – avendo però bene a mente di trovarsi a cospetto degli estremi del nulla. Perché di null’altro che nulla sono in grado di argomentare i tifosi, urlanti attorno a un rigore dato o non dato, a un fallo visto o non visto, invariabilmente ciechi osservatori del dito e mai e poi mai della luna. È oltretutto necessaria una certa scaltrezza nel decriptare la falsità strumentale di troppi editorialisti embedded camuffati dentro a redazioni di testate ancor più consustanziali a un establishment.

È pure difficile evitare di notare la natura profondamente ipocrita, dunque assolutamente comica, delle critiche mosse a Stone. A voi risulta che le testate che lo rimproverano d’acquiescenza siano davvero così prive di peccato da arrogarsi il diritto di scagliare pietre? Figurarsi la prima… Sono tali testate esempi di libera informazione? Sono tali testate esempi di schiena dritta, paladine della libertà di parola o specchiate fonti d’onesta intellettuale? Sono tali testate in grado di fare domande realmente scomode ai propri interlocutori? Se una testata giornalistica o un giornalista che per essa scrive non dovrebbero essere demonizzati aprioristicamente, non vedo per qual motivi un regista come Oliver Stone debba essere considerato aprioristicamente un cattivo maestro, quando in realtà ha saputo confezionare un prodotto giornalistico incommensurabilmente sopra la media ed estremamente interessante. Invidia per l’invasione di campo o malafede? Ah saperlo…

Quel che conta con l’intervista di Stone è che guardandola si ha l’opportunità di trovarsi di fronte a quattro ore di parole dannatamente interessanti, estremamente complesse e luciferine e mai facilmente riconducibili a interpretazioni univoche o semplificate. Il grande merito del regista statunitense e del suo staff – su tutti il produttore Fernando Sulichin, sodale compagno di merende di Stone, un tipo che in carriera è stato in grado di far girare un film, Malcom X di Spike Lee, a La Mecca – è quello di aver confezionato un pezzo di storia del XXI secolo la cui lettura sarà definitiva solo quando l’attuale congiuntura geopolitica avrà concluso il proprio ciclo, lasciando il campo a un nuova epoca della quale oggi è assai arduo profetizzarne anche solo i tratti peculiari. Tutto è in movimento…

Cinematograficamente parlando il Vladimir Putin messo in scena da Oliver Stone ricorda il Gregory Arkadin interpretato da Orson Welles nel film che dà il nome al sito che state leggendo; un personaggio gelido e ambiguo dietro le cui parole si celano misteri e intrighi, un uomo di potere con armadi zeppi di scheletri ma realista, estremamente consapevole d’esercitare un potere tutt’altro che democratico: un potere machiavellico.

machiavèllico agg. (pl. m. –ci). – Conforme alle dottrine di Niccolò Machiavelli, come sono state spesso interpretate, soprattutto in passato, ossia con enfasi particolare sul cinismo e sulla spregiudicatezza che sarebbero giustificati in un governante il quale persegua il fine della conservazione del proprio potere, concetto talvolta riassunto, piuttosto arbitrariamente, nell’espressione «il fine giustifica i mezzi» (il Machiavelli sosteneva invece che il fine della politica è la promozione della potenza di uno stato e che ogni mezzo utile a tal fine è lecito, anche se immorale, in quanto l’etica è e va tenuta separata dall’azione politica); il termine è riferito in partic. ai comportamenti e alle strategie di chi non rifugge dall’usare l’inganno e la violenza per ottenere vantaggi politici, ed è più in generale usato per connotare modi di pensare e di agire astuti e subdoli, o persone prive di scrupoli: una politica m.; arti m.; un piano m.; un complotto m.; una mente machiavellica. ◆ Avv. machiavellicaménte, con mezzi e comportamenti spregiudicatamente utilitarî, astuti e privi di scrupoli: un piano machiavellicamente congegnato; perseguire machiavellicamente il proprio scopo.
– Vocabolario on line Treccani

Come Mr. Arkadin pure Mr. Putin pare chiedere al proprio interlocutore di investigare su di sé, di svelargli la propria vera essenza che, componendosi ormai d’una miriade di tasselli dispiegati in vent’anni di Potere e Storia, è ormai divenuta una tal summa di polimorfismo e proteiformità da possedere la rarissima facoltà di consustanziale tra loro posizioni, idee e azioni altrimenti apertamente contraddittorie.

Svelare al mondo Putin, farcelo conoscere, vederlo e sentirlo parlare, scoprire come articola il proprio pensiero, come gesticola, come piega il viso, dove vive, dove lavora, chi lo circonda, dentro quali architetture è immerso. Osservarlo mentre guarda in compagnia del regista americano, per la prima volta in vita sua, Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick, vedere la sua postura contratta e sentirlo affermare, alla fine della proiezione, che oggi è tutto molto più pericoloso, mette i brividi. Scoprire le sue pause, intravedere dubbi, scorgere bugie; capire un po’ meglio come articola la propria dialettica, come sviluppa i propri pensieri, quale sia il suo punto di vista sul mondo. Nella lunga intervista si ripercorrono un elevato numero di fatti storici nei quali Putin ha preso parte: dalla caduta del muro di Berlino fino all’annessione della Crimea e alla guerra in Siria. E tra reticenze e molte menzogne a volte se ne ricaverà l’impressione di sentire il mondo raccontato alla rovescia. Ad esempio i fatti dell’Euromaidan, avvenuti nella capitale Ucraina tra il novembre 2013 e il febbraio 2014, che molti cinefili avevano cinematograficamente vissuto con il documentario di Sergei Lozinska, appariranno, dopo l’esposizione del punto di vista putiniano, pacificamente assai più opachi e ambigui di quanto l’improvvido (e per chi scrive immondo) regista ucraino aveva messo in luce.

Dentro a una messa in scena fortemente condizionata dai voleri del capo del Cremlino è pure possibile riuscire a intravedere lampi di sincerità, che a volte giungono in maniera traversa grazie all’abilità di Stone di fare un passo indietro rispetto al proprio interlocutore. Per esempio sui diritti umani, è chiaro, senza bisogno di passaggi troppo articolati, che la visione putiniana è lontana anni luce dalle recenti conquiste occidentali – l’omosessualità e la condizione femminile non sono priorità dello zar e la visione retriva del governo russo in materia è vissuta con assoluta consapevolezza e pragmatico (e disgustosamente cinico) realismo.

È innegabile constatare che Stone non prema sull’acceleratore dello scontro dialettico, e ciò è vero in particolar modo per le prime due parti dell’opera, ma credo possa risultare evidente che si tratti d’una scelta tattica per evitare lo scontro frontale con l’ingombrante interlocutore – portare a casa l’intervista, sempre e comunque, credo sia, con buona pace dei paladini della Verità, una buon principio da seguire. È altresì innegabile constatare che l’obiettivo retorico perseguito da Stone sia (da sempre) quello di mettere a nudo le ipocrisie della nazione che più gli sta a cuore, cioè quella che sempre e da sempre costituisce il suo precipuo core business, ovvero gli Stati Uniti d’America. Stone parla a suocera perché nuora intenda. Così fu con Fidel Castro (Comandante, 2003), così fu con Hugo Chávez (Mi Amigo Hugo, 2014), così fu con tutti i suoi documentari e opere di finzione, da Salvador del 1971 fino al recentissimo Snowden – il prossimo progetto sarà una serie il cui titolo dice già tutto: Guantanamo.

Tra mille possibili interpretazioni, nel gioco delle parti di questo faccia-a-faccia, chi ne esce come sicuro trionfatore è il giovane traduttore simultaneo, Sergei Chudinov. Avvolto in una severa grisaglia pare quasi invisibile nelle inquadrature eppure la sua presenza è costante, anzi fondamentale perché essenziale; egli è sempre reattivo e lucido: sempre sul pezzo. È indubbio, senza scomodare Eco o Schlegel, quanto ogni traduzione sia impossibile, perché tra due lingue esisterà sempre lo scarto del “dire quasi la stessa cosa”, ma il suo sforzo, il suo impegno e la sua grigia professionalità, a cospetto di tali egomaniaci dialoganti, fanno da cerniera di trasmissione perché l’epica possa esistere. (Il giovane traduttore mi ricorda le figure dello schiavo dei tempi delle piramidi egizie e al contempo il Fantozzi Rag. Ugo al cospetto del Megadirettore Galattico Duca Conte – che poi sono la stessa cosa.)

Ma andando oltre i ragionamenti sin qui espressi ho come l’impressione che The Putin Interviews sia un sonoro schiaffo; un poderoso schiaffone potenzialmente in grado di destare lo spettatore dallo stato di intorpidimento celebrale nel quale il sistema dei media e delle opinioni che fluttua attorno e dentro noi ci tiene intellettualmente imprigionati. Quel che Oliver Stone prova a realizzare è lo svelamento della natura orwelliana delle narrazioni mediatiche dell’occidente che, come un guscio, rivestono il nostro tempo e la realtà. In essenza è questo che sbalordisce nel sentire Vladimir Putin parlare in prima persona e senza filtri, ed è questo brivido, orwelliano, la fondamentale attrazione dell’opera in questione. L’agenda setting dei media mainstram, e pure la caotica condivisione social, producono un’assuefazione alla realtà o, per meglio dire, un’assuefazione che produce disinteresse per le reali questioni che affliggono il nostro tempo. E ciò è decisamente preoccupante.

In chiusura mi tornano alla mente le parole pronunciate da Gregory Arkadin a Guy Van Stratten: «Forse non vi rendete conto di cosa significhi avere una coscienza e nessuna memoria.» Ed è forse proprio la memoria, la sua assenza precipitata in un presente immemore, il più insidioso male che affligge il nostro tempo, più terribile e minaccioso di un arsenale atomico. •

Alessio Galbiati

 

 

Di cosa parliamo quando parliamo di The Putin Interviews
L’intervista realizzata da Oliver Stone si compone di oltre venti ore di conversazione intrattenuta con il presidente russo Vladimir Putin ed è stata realizzata in dodici differenti occasioni in un arco di tempo che va dal luglio 2015 al febbraio 2017. L’intervista, suddivisa in quattro parti della durata di 58 minuti, è andata in onda a partire dal 12 giugno 2017 sulla pay TV statunitense Showtime e pochi giorno dopo in Francia, Germania e Paesi Bassi. Sarà trasmessa in Russia in una versione estesa – e lo stesso Putin ha promesso d’essere tra gli spettatori. Per l’Italia, a oggi, non è ancora stata annunciata la messa in onda.

 

 

THE PUTIN INTERVIEWS
Regia, sceneggiatura: Oliver Stone • Fotografia: Anthony Dod Mantle, Rodrigo Prieto • Montaggio: Alex Marquez • Musiche: Jeff Beal • Suono: Dean Hurley, Milos Zivkovic, Frank Heidbrink • Produttori: Oliver Stone, Fernando Sulichin, Robert S. Wilson • Produttori esecutivi: Max Arvelaiz, David Tang • Line producer: Steve Pines • Produttori associati: Valérie Bellavoine, Nikoloz Bezhuashvili, Michael Harkins • Produzione: Showtime Documentary Films, New Element Media, Ixtlan Productions • Anno: 2017 • Durata: 58′ (4 episodi)

 

 

 

Tanto tempo fa, un grande e potente re chiese a un poeta: “cosa posso darti di ciò che posseggo?”, “tutto, tranne il tuo regno, sire…”
da Mr. Arkadin (Rapporto confidenziale); regia di Orson Welles, 1955





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