Un prophète > Jacques Audiard

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Un prophète, Jacques Audiard

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale n°20, dicembre 09, p.16.

Ci sono film che rimandano inevitabilmente ad altri. Un prophète – gran premio della giuria a Cannes quest’anno – ricorda Brute force (Forza bruta), capolavoro di Jules Dassin del 1947. Non tanto per il tema trattato e nemmeno per l’ambientazione carceraria quanto invece per la forza e la durezza usate nel raccontare la storia.
Se nel film di Dassin un detenuto si ribella al clima di violenza e repressione dettato da un capitano sadico e ambizioso, qui è il potere gerarchico dettato con violenza dagli altri detenuti cui il giovane Malik El Djebena si assoggetta con lo scopo di giungere al vertice della piramide del potere interno una volta acquisita conoscenza e furbizia.
Jacques Audiard sceglie un registro estremamente personale e realistico ed elimina tutto ciò che non è strettamente necessario al racconto, arrivando ad utilizzare numerosi ex carcerati per i ruoli di secondo piano e chiedendo loro di verificare il realismo di alcune scene attraverso la loro stessa esperienza.
Quello di Malik è un personaggio che parte incolore e indifeso, anche per il suo analfabetismo, e costruisce la sua identità attraverso la detenzione. Dapprima vittima di un rigido sistema gerarchico che fa della violenza, anche quella estrema, la sua arma, ne diventa presto parte per poi affrontare una scalata che lo porterà a i suoi vertici, scalzando il boss mafioso corso César Luciani (un ottimo Niel Arestrup). Appoggiandosi a una sceneggiatura di grande ricchezza, scritta da lui con Thomas Bidegain (rielaborazione di quella scritta in origine da Abdel Raouf Dafrie e Nicolas Peufaillit), il regista mette in scena una storia narrata su più piani. Racconta della perdita di umanità in un ambiente nel quale la sopravvivenza può spingere a atti estremi come l’uccisione di un compagno di detenzione, dell’ambiente carcerario come di un luogo di potere, esercitato solo all’apparenza dalle autorità – che infine possono solo stabilire i tempi di permanenza – e insegna come la sia la furbizia l’arma più preziosa per sopravvivere.
Personalissimo a livello stilistico, in parte dramma personale e in parte thriller ineccepibile, il film di Audiard si muove nel terreno cinematografico di Jean-Pierre Melville, del citato Dassin, di Jacques Becker (Le trou, 1960) e di Josè Giovanni (scrittore, sceneggiatore di molto mondo criminale cinematografico francese e regista), discostandosene però decisamente nella descrizione di un mondo in cui l’etica non ha più alcun ruolo.
Mentre racconta di un mondo chiuso, Audiard non manca di suggerire un parallelo con il mondo esterno – le cui regole non sono nemmeno troppo diverse.
Grande raccontatore di storie, tanto da scatenare il desiderio di (ri)vedere i suoi film precedenti (Regarde les hommes tomber, 1994, Un héros très discret, 1996, Sur mes lèvres, 2001, De battre mon coeur s’est arrêté, 2005), Audiard esplora l’universo carcerar io per raccontare di identità e delle tensioni etniche in atto non solo nel suo Paese.

Uno tra i film migliori dell’anno.

Da vedere in versione originale in quanto il miscuglio di linguaggi è fondamentale nello sviluppo della storia.

Roberto Rippa

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Un prophète (Un profeta, Francia-Italia/2009)
Regia: Jacques Audiard
Sceneggiatura: Thomas Bidegain, Jacques Audiard, Abdel Raouf Dafri, Nicolas Peufaillit
Musiche originali: Alexandre Desplat
Fotografia: Stéphane Fontaine
Montaggio: Juliette Welfling
Interpreti principali: Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Hichem Yacoubi, Reda Kateb, Jean-Philippe Ricci, Gilles Cohen, Antoine Basler, Leïla Bekhti
155’

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