ANTI AUGURI

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articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale n°20, dicembre 09, pp.34-36, come seconda puntata della serie (a cura di Gregory Arkadin) L’elenco di n cose. Classificazione enciclopedica del nulla.

 


ANTI AUGURI.
9 film necessari per uscire mentalmente indenni dal Natale.

a cura di Gregory Arkadin

Compendio di sopravvivenza cinematografica dedicato a tutti coloro che i classicissimi film natalizi regolarmente programmati dalle reti televisive in questa stagione – da Il miracolo della 34a strada (Miracle on 34th Street, 1947, George Seaton) a Scrivimi fermo posta (The Shop Around the Corner, 1940) del grande Ernst Lubitsch, da Bianco Natale (White Christmas, 1954, Michael Curtiz, con Bing Crosby) all’onnipresente capolavoro La vita è meravigliosa (It’s a Wonderful Life, 1946, Frank Capra) – preferiscono vederli a Ferragosto per evitare una crisi di iperglicemia e a coloro che stanno alla larga dall’occupazione militare delle sale da parte del consueto film italiano che ricicla ormai da decenni la stessa battuta.

Black Christmas
Un Natale rosso sangue
di Bob Clark (Canada/1974)

>>> È il 1974 quando un piccolo film canadese (ma solo per motivi di facilitazioni fiscali) girato letteralmente con due lire appare sugli schermi statunitensi a pochi giorni dal Natale. A dirigerlo, un regista trentacinquenne che lo stesso anno, appena pochi mesi prima, è uscito con uno zombie-horror dal titolo Dead of Night e che negli anni ’80 si cimenterà nella commedia con i primi due capitoli della saga Porky’s.
Black Christmas verrà considerato il precursore del sottogenere dell’horror e del thriller denominato Slasher, contraddistinto da un maniaco che uccide utilizzando armi da taglio. Effettivamente, il film presenta molti degli immarcescebili tòpoi che contraddistingueranno questo sottogenere negli anni a venire (va notato che Halloween di John Carpenter e il primo capitolo di Friday the 13th – Venerdì 13 di Sean S. Cunningham risalgono a, rispettivamente, 4 e 6 anni dopo, ma anche che, appena 3 anni prima prima c’è stato Reazione a catena – noto anche come Ecologia del delitto – di Mario Bava, ossia il vero capostipite) senza però indugiare negli effetti sanguinolenti.
In un dormitorio per studentesse, un misterioso maniaco ossessiona le ospiti con telefonate oscene e minacciose. Non si rovinerà alcuna sorpresa, dal momento che si vede il maniaco entrare nell’edificio a inizio film, scrivendo che le telefonate minatorie partono dall’interno della casa stessa. Alle minacce seguiranno i fatti. Clark lavora di fino sulle atmosfere (cui le luci natalizie contribuiscono notevolmente) e sulla costruzione dei personaggi, non mancando di iniettare una buona dose di ironia nella storia. Crea anche un maniaco inusuale: non mero mezzo per una serie di omicidi efferati bensì – privato di una personalità definita e grazie a un’identità fisica mantenuta in gran parte nascosta – contenitore/proiezione ideale delle nostre paure.
Il film presenta anche un’ulteriore caratteristica degna di nota: mentre il genere, negli Stati Uniti, è sempre invariabilmente intriso di moralismo (i ragazzini ai primi pruriti sessuali sono i primi a essere assassinati dal maniaco di turno), qui – dove addirittura c’è una ragazza incinta che medita di abortire – è la vergine del gruppo a fare per prima una brutta fine.
Ottimi gli interpreti, al tempo prossimi a diventare famosi: Margot Kidder, che aveva girato appena l’anno prima Sisters di Brian De Palma e che quattro anni dopo sarà la Lois Lane del Superman di Richard Donner, è affiancata da Olivia Hussey, tre anni dopo la Maria del Gesù di Nazareth televisivo di Zeffirelli, mentre Leslie Carlson sarà in Videodrome di Cronenberg nel 1983. A completare, Keir Dullea, il dottor Dave Bowman di 2001: A Space Odissey e John Saxon, attivissimo anche nel cinema italiano, nel ruolo del poliziotto.
Il tema del maniaco che telefona dall’interno della casa delle vittime verrà ripreso interamente in When a Stranger Calls (Quando chiama uno sconosciuto, 1979) di Fred Walton e parodiato parzialmente da Wes Craven nel prologo del suo Scream (1996).
Di Black Christmas è uscito nel 2006 un rifacimento che però, giungendo a 32 anni dall’originale, quando ormai il genere ha prodotto decine e decine di opere nella stessa scia, appare sfiatato e comunque privo della forza che il film di Clark continua ad avere.

Silent Night, Deadly Night
Natale di sangue
di Charles E. Sellier Jr. (USA/1984)

>>> Sono trascorsi 10 anni da Black Christmas quando Silent Night, Deadly Night giunge sugli schermi statunitensi, e Halloween e Friday the 13th hanno consolidato le regole del sottogenere cui appartengono. Partendo da un’altra data simbolica rispetto ai due film citati, Charles E. Sellier decide di occupare con sangue e paura una festività abitualmente fatta oggetto di buoni sentimenti dal cinema. Partendo da un soggetto di Paul Caimi sceneggiato da Michael Hickey, il film mette in scena le gesta di Billy, già bambino traumatizzato dall’omicidio dei genitori ad opera di un malfattore travestito da Babbo Natale. Cresciuto in un orfanotrofio gestito da religiose, è fatto vittima di una Madre superiora di severissime punizioni. A 18 anni, Billy pare avere superato i suoi traumi: lavora in un grande magazzino e ha buoni rapporti con colleghi e superiori. Questo fino a quando il suo datore di lavoro gli chiede di impersonare Babbo Natale per i piccoli clienti del negozio. La fino ad allora apparente stabilità del giovane Billy vacillerà fino a sparire del tutto in poco tempo. Travestito da Babbo Natale e armato di un’ascia, e non solo, farà a pezzi tutti coloro che gli capiteranno a tiro. I suoi efferati omicidi sono costantemente contrapposti ai simboli del Natale, che spesso vengono utilizzati per gli omicidi stessi. Non esattamente un esempio di sottigliezza (una ragazza – la Linnea Quigley regina del bis che apparirà in The Return of the Living Dead di Dan O’Bannon – viene trafitta con le corna di un animale impagliato!), il film di Sellier esce nelle sale degli Stati Uniti a inizio novembre scatenando le proteste dell’associazione genitori e insegnanti che ne chiede la rimozione dalle sale a causa dell’immagine di Babbo Natale associata a un assassino mentre associazioni di famiglie formano picchetti di fronte alle sale che lo proiettano. La critica non reagisce meglio: Leonard Maltin arriva a chiedersi se il passo cinematografico successivo sarà un coniglietto pasquale molestatore di bambini. Le proteste causano imbarazzo alla Columbia, che decide di ritirare il film dalle sale. Uscito nuovamente due anni dopo per una distribuzione indipendente, che lo massacra per eliminarne i riferimenti a Babbo Natale, il film sparirà presto dalle sale per circolare unicamente in homevideo. Nonostante questo, il film ha avuto ben quattro seguiti, il secondo tra i quali composto massicciamente da scene estratte dal primo.
Silent Night, Deadly Night è grossolano, superficiale, spesso involontariamente comico e quindi da vedere.

Un conte de Noël
Racconto di Natale
di Arnaud Desplechin (Francia/2008)

>>> Una famiglia numerosa e comprensiva di generi e nuore si riunisce per Natale al desco di mamma Catherine Deneuve, malata di cancro e in attesa di un trapianto di midollo osseo.
Basterebbe l’assunto a fare immaginare cosa avrebbero potuto fare di questo materiale a Hollywood. Desplechin invece usa lo spunto per mettere in scena una serie di quadri familiari in cui l’ironia feroce fa spesso capolino e in cui il cinismo (o sarebbe meglio dire il realismo) non manca mai (basti pensare al dialogo tra la madre e il figlio reietto Henri: “Continui a non amarmi?” “Mai riuscito!” “Nemmeno io”, risponde lei con una serena risata, mentre lui si appresta, non senza interesse, a donarle il suo midollo).
La famiglia Vuillard, che si riunisce per Natale sei anni dopo la precedente occasione, è fedele al binomio cinematografico Natale-famiglia disfunzionale ma il regista non scivola mai nel melodramma e utilizza i giusti tempi per presentare allo spettatore ogni singolo personaggio, lasciandolo anche libero di dialogare direttamente con lo spettatore. Mentre il televisore costantemente accesso in casa Vuillard rimanda immagini e suoni di classici del cinema americano, Desplechin si diverte a nascondere citazioni su citazioni e, mescolando visivamente classicità e avanguardia, contrappone mamma Catherine Deneuve e figlia Chiara Mastroianni nei ruoli di suocera e nuora.
Mentre le numerose sottotrame sembrano portare da nessuna parte, il film giunge al suo sorprendente finale lasciandoci capire che era lì che stava puntando sin dall’inizio.

Le père Noël est une ordure
di Jean-Marie Poiré (Francia/1982)

>>> Il Babbo Natale spazzatura del titolo nasce dall’omonima pièce teatrale del 1979 (che avrebbe inizialmente dovuto intitolarsi Le père Noël s’est tiré une balle dans le cul) del gruppo legato al café-théâtre parigino Splendid, di cui facevano parte gli ex compagni di liceo Christian Clavier, Michel Blanc, Gérard Jugnot, Thierry Lhermitte nonché Josiane Balasko, Marie-Anne Chazel, Bruno Moynot e Claire Magnin.
È Jean-Marie Poiré, regista specializzato in commedie, a portarla al cinema con lo stesso cast dello spettacolo teatrale, con Michel Blanc presente solo come voce narrante.
Tutto gira intorno a una delle sedi parigine di “SOS détresse” (un “Telefono amico”) la sera della vigilia, quando una serie di persone benevolenti entra in contatto con una serie di personaggi quantomeno disturbanti, tra cui un Babbo Natale (Gérard Jugnot) che farebbe impallidire quello di Billy Bob Thornton di Bad Santa.
Commedia francese di culto per eccellenza, che trova il suo punto di forza nei suoi interpreti, praticamente il gotha della commedia francese, Le père Noël est une ordure non ottenne alla sua uscita nelle sale il successo che avrebbe poi visto crescere massicciamente sin dal suo primo passaggio televisivo, con tanto di modi di dire entrati nel linguaggio corrente.
A volergli trovare un difetto, il film è troppo breve (per una volta!) e il finale un po’ buttato lì. Il resto è però sublime.

‘R Xmas
Il nostro Natale
di Abel Ferrara (USA/2001)

>>> A New York, una mattina prossima al Natale, una coppia evidentemente benestante si reca ad assistere alla recita natalizia nella scuola della figlia. Quindi si reca a fare shopping prima di fare ritorno al suo lussuoso appartamento di Manhattan. La notte, marito e moglie si spostano in un misero appartamento situato in una zona malfamata della città e preparano bustine di eroina pronte alla vendita.
La vigilia di Natale, impegnato nel comperare regali, il marito viene rapito. La moglie ha poche ore per raccogliere il denaro richiesto per il riscatto.
Abel Ferrara stupisce tutti coloro che si sarebbero aspettati la sua visione personale del post 11 settembre, ambientando la sua storia nel 1993, ultimo anno di carica per il sindaco David Norman Dinkins, che si appresta a cedere il posto a Rudolph Giuliani, autore di una sorta di pulizia a tappeto nei confronti di criminalità, pornografia e tutto ciò che, secondo lui, poteva macchiare l’immagine della città, o almeno della sua parte più frequentata dai turisti.
La famiglia centro-americana al centro della vicenda sguazza nel benessere in maniera idilliaca tra macchinone e appartamento di lusso. Ma nella New York di Ferrara i soldi sono l’unica unità di misura della felicità. Lo spettatore non tarderà a capire la fonte di tanto benessere quando vediamo la coppia intenta nel preparare dosi di eroina in un misero appartamento di un’ancora più misera zona. In seguito al rapimento dell’uomo, il film si trasforma in una frenetica e claustrofobica ricerca di denaro, da una parte, ed un incubo di violenza per il rapito. La tensione viene amplificata da un montaggio punteggiato da dissolvenze assai frequenti fra temporalità e spazialità non raccordate fra loro, la diegesi è dunque totalmente dilatata quasi a creare l’effetto della complessità a fronte d’uno sviluppo tutto sommato lineare, scarno.
Ferrara vuole raccontarci semplicemente un Natale di una famiglia di spacciatori d’eroina che con questa attività ha fatto un sacco di soldi e che minacciata cerca di fare tutto il possibile per ristabilire l’ordine iniziale. Propperianamente questa è una fiaba, non russa ma newyorkese, firmata dal genio maledetto di Abel Ferrara.

[Articolo completo su RC7 (lug-ago’08) e su rapportoconfidenziale.org]

Monty Python’s Life of Brian
Brian di Nazareth
di Terry Jones (UK/1979)

>>> Brian nasce a Natale in una stalla. Proprio la stalla a fianco di quella che vede la nascita di Gesù. Scambiato presto per il Messia, poco o nulla riesce a fare per convincere tutti coloro che lo circondano del fraintendimento, nemmeno un gruppo di rivoluzionari che intende seguire alla lettera il suo invito ai Romani ad andarsene.
Del film di Terry Jones si dovrebbe scrivere per pagine e pagine o semplicemente consigliare di vederlo o, più probabilmente, rivederlo. Perché si parla di un classico assoluto, di una commedia perfetta, cattiva e gentile al punto giusto, un’opera inglese come di più non si potrebbe immaginare. Si parla dei Monty Python, insomma!

National Lampoon’s Christmas Vacation
Un Natale esplosivo
di Jeremiah S. Chechik (USA/1989)

>>> La famiglia Griswold (già vista in National Lampoon’s Vacation del 1983 e in European Vacation del 1985) nasce dalla penna di John Hughes, sceneggiatore di quel piccolo gioiello che è Planes, Trains & Automobiles (Un biglietto in due, 1987) e di Home Alone (Mamma ho perso l’aereo, fino al terzo seguito) nonché regista di Sixteen Candles e The Breakfast Club.
La famiglia Griswold è scritta per essere la tipica famiglia americana: genitori tradizionalisti e amorevoli, impegnati nel mantenere unito il nucleo, e figli scazzati al massimo livello. A offrire la goffaggine ai genitori, Chevy Chase (in uno dei suoi ultimi ruoli cinematografici decenti) e la sottovalutatissima Beverly D’Angelo (Hair di Milos Forman), mentre nei ruoli dei figli troviamo Juliette Lewis (!!!) e Johnny Galecki (già nelle sitcom Roseanne – Pappa e ciccia e Big Bang Theory). Qui babbo Griswold è impegnato nel garantire alla famiglia un Natale degno e pieno di tutti i suoi elementi più classici: nel suo caso, guai a cascata. Il film comprende un duello all’ultima lampadina natalizia con gli odiati vicini di casa che causerà un black-out in tutto il quartiere. Ovvio, si tratta di un film che non farà venire il mal di testa a nessuno, però è una commedia a base di Slapstick capace di intrattenere e divertire. E vedere Juliette Lewis sedicenne due anni prima di esplodere come disturbata lolita in Cape Fear di Scorsese è impagabile.

Regalo di Natale
di Pupi Avati (Italia/1986)

>>> Vigilia di Natale: quattro amici si trovano in una villa per giocare a poker. Non sono soli e non è una partita qualunque: alla serata è stato invitato a partecipare il ricco industriale Antonio Santelia e l’intento è quello di spennarlo.
Pupi Avati perde l’apparente disincanto dei suoi film precedenti e mette in scena una storia che ha il potere di scatenare la crudeltà e il cinismo dello spettatore mentre assiste a una storia di disfatta umana.
Lo aiutano nell’opera Diego Abatantuono, al suo primo ruolo drammatico, Gianni Cavina, George Estman (alias Luigi Montefiori, l’attore e sceneggiatore di tanti film di Joe D’Amato/Aristide Massaccesi), Alessandro Haber e, soprattutto, Carlo Delle Piane in una grande prestazione giustamente riconosciuta alla Mostra del cinema di Venezia nell’anno di uscita del film.
Avati riesce a tenere alta la tensione per tutta la durata del film quasi fosse un giallo.
Un capolavoro del cinema italiano. Per una volta, riconosciuto.

Avati tornerà nel 2004 sulla vicenda, con gli stessi personaggi, con La rivincita di Natale.

Gremlins
di Joe Dante (USA/1984)

>>> L’inventore Randy Peltzer si trova a New York per lavoro ed è alla ricerca di un regalo per il figlio Billy prima di fare ritorno a casa. Lo trova in una creaturina buffa, pelosa e dai grandi occhi, un Mogwai (nella tradizione cinese, i Mogwai sono demoni pericolosi per l’uomo la cui riproduzione è catalizzata dalla pioggia), acquistato da un riluttante venditore in un piccolo negozio discosto di Chinatown. Regole fondamentali per il suo mantenimento: non esporlo alla luce diretta, non nutrirlo dopo mezzanotte e non bagnarlo. L’inosservanza di una delle regole porterà il piccolo Gizmo a dare vita a un nutrito manipolo di mostricciattoli cattivissimi e sanguinari.
Sono trascorsi 25 anni dall’uscita di Gremlins nelle sale, avvenuta nell’estate del 1984 negli Stati Uniti e a ridosso del Natale in gran parte dei Paesi europei.
Misto di commedia e horror, sulla scia di un film di grande successo della stessa epoca – Ghostbusters di Ivan Reitman – Gremlins è una creatura produttiva di Spielberg, che sceglie come regista Joe Dante grazie alla prova offerta tre anni prima con The Howling (L’ululato, 1981).
Scritto da Chris Columbus, la cui prima versione della sceneggiatura pare fosse molto più cupa di quella poi utilizzata, il film appare come un aggiornamento – molto riveduto e molto corretto – dei film di mostri di qualche decennio prima. Una favola cattiva capace di intrattenere i bambini di tutte le età. I numerosi omaggi – al cinema del passato ma anche ai fumetti – non impediscono al film di stabilire una sua forte identità sin dall’inizio: Dante maneggia con estrema perizia la sceneggiatura stando in perfetto equilibrio tra commedia e autentico horror (sempre da cartone animato, pur cattivo) e le citazioni non prendono mai il sopravvento sulla storia. Spielberg, che in qualità di produttore aveva diritto all’ultima parola sul film, lasciò mano libera a Dante, rinunciando persino al taglio di una scena in cui il personaggio di Phoebe Cates spiega, con dettagli macabri, il motivo per cui odia il Natale.
L’atmosfera natalizia con neve finta da studio, gli esserini, tra i più cattivi apparsi sullo schermo, e l’umorismo nero, ne fanno ancora un piccolo capolavoro, meritevole di essere guardato da coloro che al rosso dei canditi nel panettone preferiscono quello del sangue sullo schermo.

 

 

 

sullo scorso numero [RC19]: I 6 FILM CHE NON POSSONO MANCARE NELLA VIDEOTECA DELL’EX-GOVERNATORE DEL LAZIO, PIERO MARRAZZO. 6 TITOLI PER PROVARE AD ACCETTARE LA PROPRIA REALE NATURA E VIVERE SERENAMENTE.

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