Gomorra > Matteo Garrone

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CRITICA, SPECIALI • June 30th, 2008

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speciale pubblicato su Rapporto Confidenziale – numero6, giugno 2008 (pagg. 11-17) download | anteprima

 

Gomorra è tante cose contemporaneamente, fra le altre un film corale. Rapporto Confidenziale sceglie allora la strada della sommatoria delle visioni, una lettura polifonica che vuole essere invito e manifesto allo/dello scompaginamento del testo, all’esplosione d’ogni possibile interpretazione nella convinzione che non può esistere alcuna univocità per un’arte che ha forma nel molteplice.

 

Recensioni a cura di: Alessandra Cavisi, Ciro Monacella, Emanuele Palomba, Matteo Contin, Roberto Bernabò.

 

GOMORRA

REGIA: Matteo Garrone; CAST: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster; ANNO: 2008.

 

TRAMA: Scampia. Cinque storie di piccola criminalità si intrecciano mostrando la crudele e spietata logica della camorra che miete vittime su vittime e nella quale non si salva nessuno.

 

 

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Gomorra

di Alessandra Cavisi

 

“La tua vita non te la posso regalare! La devi pagare!”, urla così l’appartenente ad un clan camorrista al porta-soldi che decide di affiliarsi pur di salvarsi la pelle. E questa minaccia martella forte nella testa dello spettatore, perché è forse il fulcro della pellicola, quello che ci fa capire cosa realmente voglia dire trovarsi in un ambiente corrotto fino al midollo, dove le cose vanno così perché devono andare così e non può essere altrimenti, dove non si è padroni della propria vita e di come condurla, dove tutti, chi più chi meno, sono costretti a >piegarsi alle logiche del gioco.
Cinque sono le storie che si intrecciano in maniera impeccabile a dimostrazione di questa cruda realtà, diversi sono i personaggi che interpretano i vari modi di farsi risucchiare in un meccanismo di corruzione e delinquenza senza fine e soprattutto senza limiti. Dal ragazzino cresciuto troppo in fretta che non ha paura di indossare un giubbotto antiproiettile per farsi sparare e dimostrare di essere pronto ad entrare nel clan per poi arrivare a separarsi dall’amico di sempre perché passato dalla parte opposta e vedersi costretto a tradirlo nella maniera più brutale; al sarto Pasquale che lavora e viene sfruttato da vent’anni e al quale viene proposto dai cinesi di fare loro delle lezioni per imitare i modelli griffati per poi finire a fare tutt’altro lavoro perché spaventato e indignato dalle conseguenze di questa sua scelta; ai due ragazzi un po’ tonti cresciuti col mito di Scarface e Tony Montana e per questo del tutto decisi a non affiliarsi a nessun clan e fare tutto di testa loro; a Don Ciro (Gianfelice Imparato) colui che distribuisce la mesata alle famiglie dei carcerati che tengono la bocca chiusa, che si ritrova a non sapere più che fare quando avviene la scissione del suo gruppo in due clan; a Roberto il neolaureato che si ritrova a lavorare con un uomo, Franco, (lo straordinario Toni Servillo) che ben presto si dimostra un delinquente in giacca e cravatta che lucra sullo smaltimento illegale dei rifiuti che arrivano addirittura non solo al Nord-Italia, ma anche in Africa fatti passare per aiuti umanitari.
Sono storie amare, sicuramente scioccanti che però aprono gli occhi e stringono i cuori in una morsa di ferro che fa fatica a mollare la presa data la forza dirompente delle verità che raccontano. Il merito va principalmente (oltre che al coraggio dello scrittore Saviano che ha portato a galla questa situazione ormai insostenibile), al regista che ha sapientemente e magistralmente utilizzato la mdp in modo tale da trasmettere egregiamente il rapporto di simbiosi di questi personaggi con l’ambiente nel quale vivono. Rapporto reso ancora più vivo e reale dall’alternarsi di primi e primissimi piani che mostrano le singolarità di ciascuna pedina in questo enorme “gioco” che è la camorra (particolarmente efficaci quelli del tredicenne che si fa le sopracciglia o si massaggia il livido creato dal proiettile fermatosi sul giubbotto antiproiettile), contrapposti a campi lunghi e lunghissimi che rendono tristemente e dolorosamente palese la desolazione dei luoghi e dei paesaggi e fanno da sfondo alla delinquenza, che anzi contribuiscono a crearla (straordinaria l’apparizione di Roberto e Franco dai tombini di una pompa di benzina). Particolarmente efficaci anche altre riuscitissime scelte registiche e non, a partire dall’utilizzo del fuori-fuoco simbolo dell’enorme annullamento di sé stessi all’interno di un’organizzazione che prima ti crea e poi ti abbandona a te stesso, fino ad arrivare ad un uso straordinario delle musiche e dei suoni (dalle canzoni napoletane, alla techno music fino ad arrivare ai Massive Attack) perfettamente e indissolubilmente legati alle immagini e rispondenti all’umanità che viene raccontata senza troppi fronzoli, seccamente e crudamente come era giusto che fosse.
Il tutto reso ancora più dannatamente reale grazie all’utilizzo del dialetto napoletano (sottotitolato per chi non riuscisse a coglierne tutte le sfumature) e dalla recitazione-non recitazione di attori non professionisti (fatta qualche dovuta eccezione, come il succitato Toni Servillo), rappresentanti di un mondo (impossibile demonimarlo micro-mondo soprattutto dopo aver letto le didascalie finali) nel quale ogni barlume di speranza è bandito. Dopo aver visto sfilare Scarlett Joahnsson con uno degli abiti creati all’interno del meccanismo-camorra (segno questo che il fenomeno si ramifica ovunque, anche dove meno ce lo aspettiamo), l’unico che riesce a darci l’illusione che non tutto è perduto, che ancora qualcosa di può fare, è proprio Roberto che si ribella a Franco e lo abbandona sulla strada dopo aver buttato delle pesche marce regalategli con affetto da una vecchina un po’ rimbambita.
Gomorra è un film che si apre e si chiude allo stesso modo, con delle fredde e calcolate esecuzioni di uomini o ragazzi i cui corpi ormai privi di vita vengono abbandonati in un centro benessere o lasciati naufragare nel sereno e dolce mare.

 

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Gomorra

di Ciro Monacella

 

Dietro Sodoma, inequivocabile e limpida nella depravazione delle sue vie, c’è Gomorra. Misteriosa, forse timida, dal peccato ombroso, Gomorra città biblica evoca puzzi e attorcigliamenti bui.
L’assonanza fortunata che Roberto Saviano prende come titolo al suo romanzo, fra Gomorra e camorra, ha il compito di illuminare, di specificare la colpa, di prendere il mito e rovesciarlo e sbatterlo sicché con la polvere dei millenni ne cadano anche i vermi in modo che sia chiaro quanto poco si tratti di rimasuglia organica decomponibile, e quanto invece si tratti di organismo vivente. Così la “Gomorra” di Matteo Garrone. Le analogie fra romanzo e film devono fermarsi qua, poiché lo strumento richiede distinti linguaggi e quindi distinti approcci, né mai gioverà spizzicare a mo’ di topo fra concetti quali somiglianza o scarsa fedeltà. Si può solo dire che è un film necessario almeno quanto necessario era stato il romanzo, e che i due si traineranno a vicenda – chi ha letto il romanzo senz’altro vedrà il film, e chi ha visto il film senza leggere il romanzo andrà a leggerselo. Garrone, infine, è il migliore se non l’unico che potesse affrontare il progetto non già, superficialmente, perché capace di rendere nel documento (come in “Terra Di Mezzo” e “Ospiti”). Piuttosto perché il suo filmare è intensamente civico, e sa trarre dalle vite un pretesto di crescita civile (“Terra Di Mezzo”, con la solitudine degli immigrati d’oggi quali un tempo furono i nostri padri; e anche “Primo Amore”, così drastico nell’imboccare lo schifo per l’anoressia che tutte le -enni d’oggi dovrebbero imparare a memoria). Garrone quindi. Perché il suo non è un cinema farmacologico, ma è al contrario lacerante: egli apre tagli sul corpo e ci scava a mani nude.
Dal buio nasce l’immagine: l’incipit è la sezione più dichiaratamente espressiva del film. La realtà si trasfigura alla luce azzurra della lampada alogena, mentre il suono delle ventole richiama i gorgheggi delle navicelle spaziali. La funzione dell’incipit è qui acutamente metateatrale, serve a tradire i personaggi in scena per comunicare in segreto con lo spettatore, per dirgli della dimensione reale ma alterata, spietata e bicefala, nella quale si accede. E in più, nell’economia della trama, serve a costituire il nucleo di passato storico dal quale certi movimenti si diramano. Gomorra è già tutta in quell’incipit, condensata. Essiccata. Tutto ciò che accade in seguito è aggiunta di vita, di liquido, e allora il film si fa di singole vicende (il titolo originario concepito da Garrone era “Sei Brevi Storie”) accomunate solo dalla materia di cui esse si nutrono: lo spazio. Avremo spazi interni al sistema della camorra e spazi esterni, in uno schematismo che ha l’onere, quasi giornalisticamente, di favorire la comprensione. L’interno è le due storie che si ambientano nelle “vele” di Scampia (un ragazzino che vuole entrare nel sistema, e il tecnico della mala il portasoldi), e la storia di due adolescenti invasati che si sgrana nella piana di Casal di Principe. L’esterno invece, che sintetizza la laboriosità dell’impero economico camorrista, è illustrato dalla vicenda di un sarto e da quella dello smaltimento dei rifiuti.
Tale mole di narrabile viene tracciata dal regista con neutralità. La sua presenza è discreta quanto sa esserlo un occhio staccato dal corpo: egli osserva, non commenta, non anticipa, non sospende, ma si limita a pedinare i personaggi senza ossessività, a seguirli negli angusti spazi del degrado come un assetato. Il suo accesso nella città-Gomorra avviene grazie all’ingresso del ragazzino di Scampia nei ranghi della camorra, ed è lì, nell’addestramento del giovane, che lo spettatore inizia l’apprendimento. E proprio in virtù di questa posizione simmetrica rispetto alla scena, la regia accresce il dramma dell’inatteso: gli agguati, tutti gli agguati meno l’ultimo, sono vissuti dall’interno, dall’ottica di chi l’agguato lo subisce.
Il realismo della narrazione si evince dalla presenza costante del denaro, torrente a ribadire l’essenza della camorra che non è princìpi ma economia. Al limite princìpi economici. Ma che si forma di esseri umani arruolati volontari e non di leva come si potrebbe immaginare, le cui promozioni di carriera sono prestabilite (servizio vedetta, corriere, etc). Proprio la volontarietà dell’associazione è la questione sociale principale. I ragazzi subiscono il fascino di coloro che nel microcosmo, nel cerchio chiuso del loro piccolo e fetente mondo, hanno ciò che vogliono. Ogni piaga umana nasce dai limiti mentali, che qui coincidono tragicamente con limiti geografici e fisici. Per cui basterebbe, forse, aprire il microcosmo per destabilizzare quel fascino. Perché di deterrente al suo interno ce n’è, come in ogni viscera. Su tutto la guerra, una ferocia disordinata in cui il nemico ha il tuo stesso volto. Ma anche l’avvelenamento dell’uomo, efficacemente fatto argilla dalla vicenda dell’avvelenamento della terra campana con i rifiuti tossici del nord-est (Toni Servillo, il faccendiere della camorra addetto allo smaltimento, compare sulla scena uomotalpa, emergendo dal sottosuolo, ma in giacca). E c’è poi il tumore del male, la storia di due ragazzi che, invasati dalla violenza del contesto, prendono ad emulare il Toni Montana di “Scarface” e a fare i cani sciolti dando noie al sistema-camorra. Sono il tumore del male appunto, forse il bene paradossalmente, e per l’ordine e la salute del male vanno estirpati.
Si tratta di un film in cui ogni voce canta la stessa farsa. Corale, si direbbe. Un “Magnolia” secco. Secco perché assetato ma ancor più perché reale, con il dialetto e le espressioni gergali tradotte a senso nei sottotitoli, con i volti dei non professionisti che recitano a livello dei professionisti. Sono volti a loro agio nel posto e nelle espressioni, ed è questa la forza realistica dell’opera, questo neo-pasolinismo che ha concorso a dare la forma guappo a coloro che in questi posti hanno esattamente, e riconoscibilmente, quella forma, quel viso, quella corporatura, quell’abbigliamento, quella tonalità di voce, quella gestualità. Quindi le musiche che ascolteremo saranno le stesse che ascolteranno i personaggi, ovvero non c’è decorazione superflua. C’è secchezza. Ciò tuttavia non esclude la buona resa di attimi poetici, e qui risalta la raffinatezza visiva di Garrone (come nella scena della danza dei tir resa esclusivamente attraverso l’immagine). Ed è con queste parole non parlate che talvolta, come solo nella realtà talvolta, emerge una parvenza di umanità. Ma è un’umanità rarefatta, fatta rara, è un complesso frangente di debolezza che non può esistere perché equivale alla sopraffazione. È animalità, più che umanità. E proprio in difetto materiale di tutti quegli elementi che di solito costituiscono le fondamenta per il finale, bisogna ammettere quanto fosse difficile da chiudere questo film – ancor più, essendo corale, senza poter disporre dell’uso dell’ultimo canto unificatore. Ma Garrone ci riesce con una non-chiusura, con uno spiffero. Gli ultimi cadaveri spariscono pur essendo ancora sulla scena. L’ultimo macabro dettaglio noi non lo conosceremo, ma tutto si equivale, tutto è già, perché l’essere qui è nascosto, solo la morte è manifesta – come la camorra, come un agguato. E alla bulimia di questo organismo sotterraneo non c’è salvezza. Le uniche prospettive offerte dal film sono la fuga, come se – e così in effetti è – il luogo sia la condanna, la terra sia non avvelenata ma veleno stesso. Si salveranno coloro che andranno via, poiché il posto è di Gomorra – si badi che lo Stato, nella persona della polizia, fa una sola timida capatina nella storia: lo Stato lì non è. Di coloro che avranno la forza di ammettere la propria differenza, di coloro che avranno avuto talento (l’arte autentica del sarto) è la salvezza.
Un’ultima considerazione. Non di rado capita che negli ambienti socialmente più a rischio alcuni prodotti cinematografici vadano a eccitare quel certo desiderio di emulazione. In Campania, anche a causa delle vicende di censura cui è stato soggetto, questo è accaduto al film “Il Camorrista” di Tornatore. Non a caso i due ragazzi citano “Scarface”, ma sulla stessa linea è la saga di Mario Puzo coi suoi Padrini. Ebbene, anche qui Garrone riesce bene a scongiurare il rischio che lui stesso aveva esplicitamente denunciato all’inizio – i due ragazzi entrano in scena proprio scimmiottando Al Pacino – attraverso la scarnificazione di tutti gli elementi patetici, mitici, poetici e romantici che avevano fatto la fortuna commerciale dei film citati (a comprensibile eccezione de’ “Il Camorrista”). Ecco perché questo film non piacerà a chi s’attende la solita mala da eroismo tragico. Addirittura questo film non deve piacere affatto, perché non intende rassicurare sulla presenza di forme millimetriche di coscienza nei malavitosi: qui i cattivi sono solo cattivi, e quasi tutti i buoni diventano cattivi: “Gomorra” non è medicinale che acquieti i sogni e disponga al riso. È una rasoiata.

 

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Gomorra

di Emanuele Palomba

 

Purtroppo, subito prima dei titoli di coda, non appare la solita dicitura “ogni riferimento a fatti o persone esistenti è puramente casuale”. Gomorra è un pugno nello stomaco che colpisce con forza: Garrone sceglie di non nascondere nulla allo spettatore, con una camera sempre pronta e in movimento, che segue da vicino lo svolgimento dell’azione.
Prendendo le mosse dall’omonimo libro di Roberto Saviano (ma certo non tentando di esserne una copia su celluloide), il film ci propone diverse storie di ordinario degrado, ambientate nell’hinterland napoletano, che hanno come comune denominatore solo la stretta soffocante della criminalità.
Ci sono le prime “esperienze” di alcuni ragazzini con il sistema – da cani sciolti o da inconsapevoli pedine di una sanguinosa guerriglia – c’è lo spietato camorrista in giacca e cravatta (Toni Servillo), che violenta la sua terra riempiendola di ogni genere di rifiuto tossico (rigorosamente importato dalla legalitaria Padania), c’è il povero sarto (Salvatore Cantalupo) che vede frustrata ogni ambizione e buttato al vento tutto il suo incredibile talento, a causa di un sistema che lo schiavizza. E c’è infine il tapino porta-buste (Gianfelice Imparato), una vita trascorsa al servizio del clan, che si ritrova in mezzo ad una guerra che non vuole – e non ha il coraggio – di combattere, finendo col vendersi a chi può salvargli la vita.
Forse adesso che le Vele di Scampia – gli enormi edifici che sono veri e propri protagonisti di buona parte della narrazione – sono arrivate fino a Cannes, oltre a qualche comparsa in rari programmi di approfondimento tv, la coscienza di qualcuno otrebbe avere un po’ di sano turbamento.
Garrone è abilissimo nel lasciar parlare le immagini e il suono in presa diretta – a farla da padrone canzoni neomelodiche e dialetto partenopeo – senza abusare di facili clichè o di moralismo spiccio.
C’è ben poco di romanzato in ciò che ci viene mostrato, e prendendo spunto da alcune storie riportate da Saviano nel suo romanzo – emblematica quella del sarto – il regista romano riesce a conferire al film una fortissima componente di verosimiglianza, creando una sorta di docu-film.
Tutti gli interpreti sono capacissimi ed in alcuni momenti tolgono il fiato. Su tutti l’ormai prezzemolino Servillo (che interpreta forse il personaggio più disgustoso dell’intero film) e gli ottimi Cantalupo e Imparato.
È proprio dall’episodio che vede come protagonista Servillo che sembra arrivare l’unica apertura verso la speranza di tutta la pellicola, quando il suo “portaborse”, il giovane Roberto (nome probabilmente non casuale) sceglie di abbandonarlo, seppur consapevole di lasciarsi alle spalle un’agiatezza economica che non potrà altrimenti avere. Guardando la sua terra, ben conscio di cosa sta contribuendo a causare, decide di ribellarsi e lasciare da solo Servillo, che gli sputa contro tutto il suo ignobile disprezzo (Non credere di essere meglio di me).
La nostra speranza, invece, è che questo film possa contribuire a mettere sotto la luce dei riflettori tutta una serie di personaggi e contesti che adorano l’ombra dell’indifferenza. E che magari la visione abbia anche fatto vergognare qualche delinquente “insospettabile”.
Ma forse stiamo dando al cinema un potere che, purtroppo, non ha.

 

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Gomorra

di Matteo Contin

 

Cemento armato. Acqua che spruzza da tutte le parti. Mobili di compensato. La muffa sembra colare dalle pareti, lascia i segni del tempo e delle infiltrazioni, si fa termometro e orologio di un tempo e di un luogo che sembra sospeso tra il niente e il tutto. È un film dove l’architettura assume un’importanza quasi vitale questo “Gomorra” che Matteo Garrone ha tratto dal best-seller di Saviano. Dove gli edifici sono sì il sintomo di una decadenza sociale, ma anche l’affermazione ferma e solida di come la decadenza lì comanda e impera, di come il cemento armato diventa simbolo di un potere giocato nelle stanze, negli sgabuzzini, nei bar. Edifici che sembrano non dare spazio ai personaggi, sopraffatti dal cemento e dalle mura, rinchiusi nelle cave, nei serbatoi sotterranei dei benzinai, rinchiusi forse in loro stessi, incapaci di aprirsi anche di fronte all’orizzonte infinito del mare, che sembra farsi spazio solo nel momento della morte, prima qualcosa ostruisce sempre la via di fuga del nostro sguardo. Sotto l’occhio di Garrone, anche la bellezza arcaica di Venezia sprigiona tutto il suo fascino decadente, come se i personaggi influenzassero direttamente il sentire del regista, in un gioco macabro dove lo sgretolarsi degli edifici si contrappone inevitabilmente alla loro stabile durata, senza mai essere attaccati nelle fondamenta. Solo intonaco che viene sbriciolato.
Davanti al romanzo di Saviano, Garrone capisce di non poter raccontare. Bisogna rinunciare alla narrazione, agli stilemi, alle chiavi di lettura, alle emozioni e ai sentimenti.
Garrone documenta, non racconta. Segue i suoi personaggi con attenzione, li scruta da lontano, li analizza da vicino, senza mai giudicarli, ponendosi a una distanza emotiva che gli permette di passare con disinvoltura da un episodio a un altro. Semplicemente Garrone i personaggi ce li mostra, ce li fa conoscere, ma le conclusioni le fa trarre a noi. Non si piange per “Gomorra”, non si prova compassione, non ci si emoziona.
Non che quello di Garrone sia un film freddo ed incolore, tutt’altro, ma il regista riesce ad andare oltre al brivido sulla pelle, alla lacrima per un’Italia in trappola. Garrone scava nel profondo delle anime (già lo aveva dimostrato con i suoi due film precedenti) e non gli interessa l’emozione del momento. Lui punta ad una stretta allo stomaco che, spalmata sui 135 minuti di pellicola, ci stringe dentro, ci angoscia, ci fa sentire intrappolati in una situazione dove non esiste via di scampo, dove l’orizzonte sembra sparire davanti ai nostri occhi e dove lo stile secco e asciutto della sua regia si trasforma non di rado in vera poesia iconica. Il tutto sembra accadere in una situazione sospesa, come se non accadesse nulla, intrisa in una banale normalità che permette, in una delle scene più funzionali della pellicola, l’unione pop-criminale di un assassinio sulle note di una canzone napoletana. Garrone non si ferma alla descrizione della superficie frastagliata di un mare in burrasca ma, come lo stesso Saviano, si immerge nelle profondità degli abissi per documentare ciò che accade nel buio dell’oceano, dove le onde non esistono e anche un omicidio sembra non fare rumore.
Gomorra è un film completamente fuso con il territorio, lo abbiamo già detto. Non è un caso che la scelta di Garrone sia andata verso un realismo non stilistico ma quasi giornalistico.
Il film è quasi interamente in dialetto napoletano e gli attori sono tutti della zona. Tutte grandi performance, che provengono sia da attori alla prima esperienza cinematografica, sia da grandi talenti del nostro cinema. A fianco ad un Toni Servillo sempre più bravo, troviamo anche Gianfelice Imparato, attore poco usato al cinema, ma che in questo caso regala la migliore interpretazione di tutta la pellicola.

 

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Gomorra

di Roberto Bernabò

 

«Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.»
Roberto Saviano, Gomorra

«Comprendere cosa significa l’atroce, non negarne l’esistenza, affrontare spregiudicatamente la realtà.»
Hannah Arendt


 

1. Introduzione – l’importanza di Gomorra indipendentemente dal film

Anche al di là di quello che si sa. Di quello che nel bene o nel male si conosce. Da letture distratte dei giornali, notizie gracchianti di una radio, speciali televisivi, appelli accorati di madri passati in qualche programma di cronaca vera. Noi in realtà non sappiamo. Non conosciamo, non siamo messi in grado di valutare con cognizione di causa.

E questo non per caso, non per distrazione o peggio per colpa nostra. No. Noi non sappiamo perché la verità è spesso assai semplice da capire e proprio per questo fa paura a chi avrebbe il dovere non solo etico ma spesso istituzionale di farcela conoscere. Ma la paura di cui parlo non è quella a cui si pensa normalmente. No la paura è quella di svelare troppo la trama nascosta della connivenza, della collusione.

Ma, per fortuna, esiste un modo altro per avvicinarsi alla verità o meglio di far si che altri possano avvicinarsi alla verità.

Questo modo di accedere alla gnosi della camorra, della mafia, di tutti quei poteri occulti che pure controllano gran parte dell’economia che deriva dai delitti, è nelle mani dello storico, del documentarista ed un tempo anche del giornalista inviato, categoria in avanzata fase di sparizione, e della quale Roberto Saviano rappresenta un esemplare raro. Tanto di più nell’Italia di oggi.

Chi altri se non questi studiosi meticolosi di ciò che accade, dal loro punto di vista rigoroso, collegano i fatti che fanno la storia, restituendocene la spiegazione spesso contorta?

Il libro di Roberto Saviano è, in quest’accezione, non solo un atto di denuncia ma anche ed al tempo stesso un atto di amore e di speranza.«Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.»

Saviano sa e per questo di quello che sa parla.

Ha deciso di dire no, di ribellarsi non con la violenza. Non con la scissione. Ma con un’arma assai meno violenta, ma, nella storia, sempre molto potente … quella della parola.

E forse, e sottolineo forse, la sua è una ribellione rivolta non solo ai camorristi che combatte nel livello più esteriore, ma anche contro tutti quegli inquietanti tenutari delle verità, quei guardiani della soglia della conoscenza, che la mantengono sotto certi livelli di sicurezza in modo che le masse non riescano ad afferrarne, olisticamente, il senso compiuto.

In un intervista ad Enzo Biagi Roberto ebbe a dire che il modo in cui il suo primo, ed al momento unico libro, Gomorra, si era diffuso ed era diventato un caso letterario era una specie di miracolo … e che lo stesso si era compiuto essenzialmente grazie non agli organi d’informazione istituzionali, ma ai ragazzi.

La prima edizione era di sole 5.000 copie. Oggi a distanza soli due anni dalla sua uscita grazie ai blog, ad internet, ad Anno Zero, ad Enzo Biagi, ma, soprattutto, alla potente crudezza e lucidità della denuncia contenuta nelle sue pagine, Gomorra è diventato un caso letterario, vincendo “Il premio Viareggio 2006 opera prima“, ed il “Premio Siani“.

Saviano in quella intervista a Biagi disse cose che poi gli ho sentito ripetere in tante altre occasioni.

Che il libro ha peggiorato la sua vita, che spesso ha maledetto il giorno in cui ha deciso scriverlo. Ricordo che vive sotto scorta e sotto costante minaccia di morte da parte di coloro i quali denuncia.

Ma credo che anche lui sappia che, in fondo, non è così.

Che ogni scrittore sogni di riuscire a realizzare quello che sta accadendo a lui ed alla sua opera.

Roberto allora non si è fermato. Ha trasposto il suo Gomorra prima in un opera teatrale, e adesso in un film affidato al giovane talento di Renato Garrone, romano, classe 1968: Gomorra (2008); “Primo amore” (2004); “L’imbalsamatore” (2002); “Estate romana” (2000); Ospiti (1998); “Silhouette” (1996); “Terra di mezzo” (1996).

Insomma la sua denuncia si fa multi-mediale e multi-artistica.

Si amplifica attraverso una diversificazione ed una moltiplicazione delle forme di comunicazione.

Per raggiungere masse sempre più rilevanti di persone.

Perché non pochi lettori di una cronaca locale sappiano e comprendano.

Perché le connessioni tracimino verso livelli nazionali e transnazionali di persone in grado di valutarne la gravità.

Perché solo quando un problema diventa così ingombrante non può non essere risolto.

Perché di quello che sta tuttora accadendo a Scampia a Casal di Principe nella lotta di camorra per il governo tutti i racket che in quella zona si controllano non siano più dominio di pochi.

Dei soliti pochi che, pur sapendo, non agiscono.

Il film di Garrone è arrivato a Cannes proprio in questi giorni ed è stato accolto molto bene.

Io lo so, voi lo sapete, non è un Leone d’oro ad un prestigioso Festival di Cinema che potrà cambiare quello che non è esagerato definire urgente cambiare.

Ma disturbare i poteri camorristici di quelle zone … beh questo è proprio quello che Saviano sta riuscendo a fare.

Vivendo sotto scorta, limitando la sua libertà personale come se anche lui fosse un malavitoso bisognoso di protezione.

Ma con rigore e forza ammirevoli porta avanti con tutto il fracasso di cui è capace un uomo mite la sua missione, non saprei come altro definirla.

2. Analisi di eventi esistenti e lo specifico filmico del linguaggio audiovisivo

Nella mai semplice opera di trasposizione dal letterario al filmico il gruppo di sceneggiatori (ben sei compreso lo stesso Roberto Saviano) ha svolto una scelta di campo.

Nell’attuare l’operazione di selezione del materiale ha scelto di non mantenere un’ortodossia assoluta verso il format di denunzia adottato con le parole.

Ha scelto di arrivare emotivamente con la sola potenza delle immagini.

Decadono quindi i nomi ed i cognomi che tanto al cinema verrebbero presto dimenticati e si lasciano le immagini affidate a cinque esistenti, come dire, guida. Cinque storie.

Sotto il profilo della narrazione a me molto caro come ha giustamente sottolineato anche il mio amico Francesco decade il punto di vista narrativo di Roberto Saviano del libro che è un punto di vista interno.

Saviano è il personaggio che nel libro parla descrivendo fatti di cui è testimone partecipe.

Nel film di Garrone questa cosa avrebbe reso la narrazione farraginosa.

Costringendola ad una voce fuori campo che avrebbe restituito un film poco narrativo e molto più documentario.
 


2.1. Specifico della narrazione: dallo spettatore partecipe del libro alla macchina da presa che riprende l’azione nel film

Garrone allora che fa? Semplice, si affida alla macchina da presa.

Sarà lei a raccontare attraverso le cinque storie.

E la macchina da presa ci racconta tutto senza né misericordia, ma anche senza eccessi. Non sempre, proprio come nel libro, riuscendo a farci vedere tutto.

A volte è il buio di certi anfratti, altre la penombra di una zona, altre ancora la velocità dell’azione ad impedire una cattura totale dell’immagine rivelata.

Ma quello che arriva è comunque il senso della denunzia del libro.

Se è vero che Gesù Cristo disse a Tommaso “Beati coloro che crederanno e non vedranno” è come se avesse ammesso che esiste una sorta di potere divinatorio nell’atto della visione.

Come se vedere costituisse una forte semplificazione, una sorta di scorciatoia al raggiungimento ed alla penetrazione della verità.

Ed allora io dico che questo film è un film importante.

Proprio nel momento in cui l’emergenza rifiuti in Campania è così ormai palese ed evidente.

Dovremmo probabilmente tutti essere grati che il Paese esprime persone come Roberto Saviano. Uomini che non hanno vergogna di parlare della propria gente per il come l’hanno conosciuta. Svelandone la claustrofobica condizione di vita.

La mancanza di alternative.
 

 

2.2. Riferimenti neorealisti (l’uso del dialetto e degli attori non professionisti)

Altra scelta formale che ho molto apprezzato è lasciare il dialetto di quelle zone sottotitolato.

Così che anche un campano, come me, possa apprezzare nelle differenze dello slang, quella sorta di progressiva barbarie in cui s’immerge per tutta la durata del film.

Ciò non di meno Garrone usa la sua macchina da presa con un occhio che si attacca alle cose, attenta a non tradire la realtà, ma neanche a volerla a tutti i costi inseguire, come ho già avuto modo di dire nell’introduzione.

1. È vero che i riciclatori di scorie tossiche usano ragazzini rom per spostare i camion con i rifiuti tossici?
2.
È vero che l’iniziazione al coraggio nei clan di Scampia avviene facendosi sparare da pochi metri, con indosso un giubbotto antiproiettile?
3.
È vero che i cinesi nascondono un sarto nel portabagagli per portarlo a dar loro lezioni di cucito?
4.
E’ vero che Scarlett Johansson (nel libro Angelina Jolie) indossa un manufatto realizzato nel casertano in una di quelle aste a cui assistiamo?

Per trasferire un senso che non è esagerato definire neorealista alla pellicola Garrone che non è nuovo a questo espediente usa molti attori non professionisti nelle riprese.

Lo fa a ragion veduta. Nulla di quello a cui assistiamo deve parlarci di cose già viste. L’atmosfera deve evocare un mondo altro che deve necessariamente scioccarci per assolvere alla sua funzione drammaturgica.

In questa accezione la pellicola è un vero gioiello in quanto a:

1. cura dei sopralluoghi per l’individuazione delle location, tutte rigorosamente reali;
2. capacità nel dirigere gli attori non professionisti.

Questi accorgimenti, che da sempre hanno caratterizzato il cinema sia del primo che del secondo neorealismo italiano, amplificano il senso della verità che il libro di Saviano ha tentato di restituirci, e che il film di Garrone descrive con occhio spietato e dolente al tempo stesso.

In realtà, e per la precisione, gli attori sono tutti o quasi tutti professionisti e se non proprio cinematografici sono attori teatrali.

Garrone al riguardo ha dichiarato in una recente intervista:

Voglio precisare che gli attori sono tutti, o quasi tutti, degli attori professionisti, e che il loro percorso si differenzia: da quello che può essere di Tony o di Gianfelice, che è un percorso più tradizionale, ad altri che magari hanno cominciato a fare teatro in carcere come Salvatore Striano, o altri ancora come Totò, Simone che appartengono a una realtà molto importante di teatro che avviene a Scampia e si chiama Revuoto, e che io ho avuto la fortuna di poter vedere recitare proprio in teatro; o Ciro per esempio che ha fatto un film a 14 anni per il cinema; quindi sono tutti attori professionisti e non, come si può pensare, attori presi così, per caso, dalla strada.(Fonte: Cinema del Silenzio).

Quasi sempre la verità è più sconvolgente ancora, mentre altre volte il film diventa il mezzo con cui una realtà irraccontabile prende corpo.

Un punto di vista narrativo che il regista usa con un rigore e una moralità dello sguardo davvero encomiabili. Come solo i veri grandi maestri del cinema sanno fare.
 

 

2.3. Le scelte degli esistenti

In questo specifico argomento Garrone ha il merito di selezionare cinque storie che, come ha giustamente sottolineato Paolo Mereghetti, hanno tutte un qualcosa in comune. Si trovano tutte ad un bivio.

I loro esistenti protagonisti hanno, tutti, la necessità di operare una scelta. E questa scelta ha quasi sempre a che fare con il delitto, con il crimine, con il varcare quella soglia che dalla legalità sposta la narrazione nell’illegalità.

Quasi a suggellare la progressiva perdita di significato che, in quel contesto s’interiorizza rispetto a cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, nonostante le evidenti tragiche conseguenze di quelle scelte.

L’unico esistente che si ribella è proprio Roberto, l’aiutante di Tony Servillo il manager dei rifiuti tossici pulito al Nord e gestore di discariche abusive al SUD, in cui io ho visto un esplicito riferimento a Roberto Saviano.

Vengono in mente nomi del calibro di Pier Paolo Pasolini con i suoi “Ragazzi di vita” ed anche il mai dimenticato “Pater Familas” di Francsco Patierno.

A me personalmente il film ha evocato certe strategie del racconto riconducibili al cinema dei fratelli Joel e Ethan Coen con il loro “Non è un paese per vecchi“, per la tensione che lo stile narrativo filmico impone allo spettatore, uno stile che calibra in bit a volte serratissimi, altre molto dilatati, il mai facile rapporto tra suspance e sorpresa, e che lo costringe a non intuire, quasi mai, cosa aspettarsi nella sequenza che sta vedendo. Pur, magari, avendo letto il libro.

 

 

3. Conclusioni – quanto ci riguarda, personalmente, questo film?

Che dire se non che “Gomorra” è un’opera importantissima sotto molti profili.

Non ultima, ed è di stasera, la scelta di Roberto di non calpestare il red carpet di Cannes.

Qualcuno ha ipotizzato per prudenza, lui ha chiarito anche perché “Non sono una persona di cinema ma di parole.”

Un gesto di grande correttezza verso gli autori e gli attori del film,ed, al tempo stesso, la conferma di una personalità schiva, amante più della sostanza che della forma.

Vorrei dire ancora tante cose. Per ora mi fermo qui perché ho avuto un weekend molto lungo e faticoso.

Tutte e cinque le stelle che ho a disposizione per questo film che travalica i meriti pur notevoli degli aspetti formali, e verso il quale mi corre l’obbligo di ricordare ancora che coinvolge tantissimi attori non professionisti, scelti tra i veri abitanti di quelle zone, perché tra questi ci sono l’amico Ettore Cuocolo (il mitico direttore della nota pizzeria di Roma Pizza Forum, un angolo di vero folklore made in Napoli, alle spalle del Colosseo), a cui va il mio augurio di una pronta e completa guarigione e che ha avuto un ruolo attivo anche nei sopralluoghi per alcune delle location del film, ed il suo collaboratore, da tutti conosciuto come il Barone, che svolgono, soprattutto Ettore, assai bene il loro compito.

Un’ultima considerazione la voglio svolgere ponendomi una domanda che chissà quante volte si sarà posto Roberto Saviano.

Quanto ci riguarda, personalmente, questo film?

Anche aldilà di una facile risposta, che troviamo nelle scritte finali del film che ci restituiscono le impressionati cifre dei danni e del business che la Camorra produce in Campania, credo che quest’opera cinematografica ci riguardi tutti.

Non possiamo più rimanere inermi difronte alla verità, al male che a tutta la società italiana questa gente, priva di scrupoli, fa.

E se non lo vogliamo o possiamo fare per un senso etico o morale, dobbiamo farlo, molto banalmente, per consentire a noi stessi, ed ai nostri figli, di vivere in mondo più sano, più onesto, meno avvelenato in tutte le accezioni possibili del termine.

Non dico migliore.

Ma almeno uguale a quello di tutti gli altri paesi civili, dove la quella parola sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia, come la definiva Giorgio Gaber, assolve, però, ancora, tutto il suo irrinunciabile ruolo.

 

4. Links

Il mio impegno verso Roberto Saviano in tempi non sospetti in un post dell’ottobre 2006:

http://www.cinemavistodame.com/2006/10/16/contro-la-camorra-roberto-saviano


 


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