The Food of the Gods > Bert I. Gordon

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The Food of the Gods01

Articolo pubblicato su RC numero2 | febbraio’08 (pag. 8)
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Trama

Morgan, un giocatore di football, si reca con un gruppo di amici su una sperduta isola canadese per una partita di caccia. Appena giunto a destinazione, il gruppetto viene preso d’assalto da alcune vespe giganti che uccidono uno di loro.
Rifugiatosi in una stalla alla ricerca di aiuto, Morgan viene assalito da alcune galline giganti.
Responsabile di queste trasformazioni pare essere un cibo gelatinoso misteriosamente affiorato dalla terra che la proprietaria di una fattoria, ritenendolo un dono divino, ha usato come nutrimento per i suoi animali. A mangiare il misterioso composto, anche un gruppo di topi che, diventati giganti, contrastano l’uomo.

Commento

Bert I. Gordon torna ad ispirarsi, molto liberamente, al romanzo scritto da H.G. Wells nel 1904 The Food of the Gods and How It Came to Earth. Se nella prima occasione, per Village of the Giants (1965), aveva scelto di basarsi unicamente sulla parte del libro riguardante i bambini che si trasformano in giganti, sostituendoli però nel film con adolescenti ribelli e scegliendo un tono da commedia, da qui prende solo la parte riguardante gli animali, concentrando la sua attenzione sui topi.
Naturalmente il tono e la premessa del romanzo vengono ignorati fungendo solo da canovaccio per la messa in scena di una storia legata al genere tanto caro al regista, aggiornandolo però agli anni ’70 mediante una robusta iniezione di violenza e effetti sanguinolenti. Se le formiche di Empire of the Ants dell’anno successivo saranno animali difficili da gestire a livello di effettistica speciale, i topi sono certamente utilizzabili meglio e quindi Gordon, operando una – chiamiamola così – rivoluzione per quanto riguarda il suo cinema, limita l’utilizzo massiccio di fotogrammi sovrapposti per avvicinare sullo schermo uomini e animali giganti in favore dell’utilizzo di topi veri (quando sono alle prese con modellini in miniatura di case, automobili e di una roulotte).o riprodotti come modelli – creati, si dice, da un non accreditato Rick Baker (in seguito uno dei truccatori più attivi nelle grandi produzioni) – quando direttamente a contatto con gli attori. La sovrapposizione di pellicola, invero piuttosto grossolana, viene usata per le vespe, che appaiono quasi trasparenti, e per i topi nelle scene di massa in campo lungo (e non è raro che si noti un taglio netto delle loro figure a metà schermo). Quando nel film qualcuno spara ai topi appare evidente che non è un proiettile a colpirli bensì uno schizzo di colore rosso a simularne il sangue, meno simulato appare però il loro annegamento. Del resto in quegli anni le associazioni ambientaliste ancora non erano presenti come invece oggi sui set a verificare che agli animali non venisse arrecato alcun danno. Nel romanzo sono due scienziati a creare e testare su animali un cibo chimico (da loro denominato Herakleophorbia IV) in grado di accelerare lo sviluppo. Diventati giganti, gli animali si rivolteranno contro l’uomo che subirà a sua volta la stessa trasformazione in un racconto dal sottotesto politico esplicito. Gordon, invece, nel suo film liquida il discorso in maniera spiccia: gli uomini non possono ingigantirsi assumendo la pappetta che affiora dal terreno perché questa ha effetto solo su esseri di piccole dimensioni e l’origine del cibo non viene spiegata. Alla parte legata agli uomini giganti, del resto, ha già attinto per il citato Village of the Giants. Anche il discorso dell’avidità umana che trasforma la natura per piegarla alla sua sete di denaro rimanendone poi vittima, tema classico del genere, viene liquidato in fretta e furia riassumendolo nel personaggio di Jack Bensington (Ralph Meeker); proprietario di una fabbrica di cibo per cani che tenta di brevettare la formula per arricchirsi, finendo ovviamente male. Il discorso sull’avidità finisce però qui, contrariamente a ciò che accadrà in Empire of the Ants, dove sono esplicitamente la bramosia di denaro e l’assenza di scrupoli a causare il danno.
I topi non fanno paura né provocano disgusto, sono topolini alle prese con modellini in miniatura ma il loro squittio persistente è davvero insinuante.
Come per ogni film catastrofista che si rispetti, anche qui il cast comprende una star in disarmo, nella fattispecie Ida Lupino (1914-1995), attivissima in televisione e al cinema e vista in The Adventures of Sherlock Holmes (1939, Alfred L. Werker), High Sierra (1941, Raoul Walsh) e che fa un po’ impressione vedere qui urlante alle prese con fintissimi vermi giganti che le si arrampicano su un braccio.
Il finale rimane sospeso con l’immagine di alcune mucche che bevono l’acqua di un lago dove si è rovesciata la pappa. Immaginabili le conseguenze dei bambini che ne berranno il latte…
Tredici anni dopo verrà prodotto un seguito, Food of the Gods II (in italiano Denti Assassini), diretto da Damian Lee, che però non riprende la storia dove Gordon l’aveva abbandonata ma la riprende a grandi linee.

Il libro The Golden Turkey Awards scritto nel 1980 dal critico cinematografico Michael Medved con suo fratello Harry, attribuisce il premio fittizio a The Food of the Gods come peggiore film di tutti i tempi avente come protagonisti dei roditori.

Roberto Rippa

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The Food of the Gods (titolo italiano: Il cibo degli dei, USA, 1976)
Regia e sceneggiatura: Bert I. Gordon
Soggetto: H.G. Wells (dal suo romanzo The Food of the Gods and How It Came to Earth)
Musiche: Elliot Kaplan
Fotografia: Reginald H. Morris
Montaggio: Corky Ehlers
Interpreti principali: Marjoe Gortner, Pamela Franklin, Ralph Meeker, Jon Cypher, Ida Lupino
88’

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