Pulgasari > Shin Sang-ok

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale numero18 (ottobre 2009), pp.27-28

Pulgasari
L’incredibile storia di un film assurdo
di Alessio Galbiati

«Riteniamo che neanche la Corea del Nord possa sottrarsi ancora per molto a questo vento di apertura e siamo molto curiosi di vedere come questo paese e come i registi più attivi reagiranno a tali mutamenti e faranno proprie le nuove tematiche che verranno immancabilmente introdotte in seguito all’apertura del paese al mondo esterno». Così si concludeva un saggio (1) dedicato al cinema della Corea del Nord scritto a pochi anni dalla caduta del muro di Berlino ed a pochi mesi dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, un testo che condensava l’opinione diffusa di un rapido squagliarsi al sol del cambiamento della tirannia nordcoreana, ma la storia – con buona pace dello studioso Francis Fukuyama – non ha arrestato il suo corso ed alla fine del primo decennio del nuovo millennio la famiglia Kim è ancora arroccata nella sua torre d’avorio con 22 milioni di persone in ostaggio. La Repubblica Democratica Popolare di Corea, più comunemente nota come Corea del Nord, è forse il regime totalitario più assurdo presente sul nostro pianeta. Isolata dal resto del mondo a partire dal 1948 è attualmente governata da Kim Jong-Il, figlio del “Presidente Eterno” Kim Sung-Il che rimase al timone ininterrottamente dal 1948 al 1994, data della sua morte. Tutto è orwelliano in Nord Corea, fuori dal tempo e surreale, l’architettura di Pyongyang (la capitale) è li a dimostrarlo, con le sue strade immense dove le automobili sono fantasmi, con edifici lisergici come l’Hotel Ryugyŏng, una piramide incompiuta che dovrebbe ospitare turisti e gente di passaggio a fronte di un paese che regola questi flussi in due sessioni da trecento persone. C’è pure la questione dell’atomica, unico motivo di interesse della comunità internazionale, una corsa infinita che ha prosciugato gran parte delle risorse di un popolo che vive fra gli stenti e soggetto a frequenti carestie che provocano decine di migliaia di morti. Insomma un deliro.
Questo delirio affonda le sue radici nella politica isolazionista ed autarchica (2) intrapresa dalla dirigenza comunista dalla fine della guerra di Corea (1953) ed ha avuto nel cinema una delle sue più bizzarre concretizzazioni. Kim Jong-il, l’attuale capo del governo e come già scritto figlio del Presidente Eterno Kim Sung-Il, è un grande appassionato di cinema (3), nonché teorico di infimo livello (4); la sua mano è attiva nel cinema fin dagli anni settanta, epoca in cui ricopriva il ruolo di Ministro della Propaganda e durante la quale decise che proprio il linguaggio cinematografico sarebbe stato al centro della sua azione. Il paese non era però attrezzato a produrre opere cinematografiche, mancavano le strutture ma soprattutto mancavano i registi, categoria che invece nel sud della penisola coreana era più che fiorente. Cosa decise di fare allora il leader che sembra una installazione pop? La cosa più semplice del mondo se il tuo cervello presenta qualche squilibrio, cioè rapire alcuni registi.

La vicende più nota e che face un enorme scalpore internazionale fu quella del regista Shin Sang-ok (1926-2006) rapito insieme alla ex moglie ad Hong Kong nel 1978 e trattenuto contro la sua volontà fino al 1986. Shing era senz’altro il più popolare autore del cinema sud coreano, regista e produttore attivo sin dal 1946, epoca della prima produzione nazionale coreana (Viva Freedom! di Choi In-kyu), una personalità attivissima e prolifica che, fino all’epoca del suo rapimento, contribuì in prima persona ad edificare una delle cinematografie più interessanti del pianeta. La sua prigionia fu decisamente atipica, perché venne isolato nel palazzo del governo immerso in ogni confort ma impossibilitato a muoversi liberamente e quando provò a fuggire venne catturato ed imprigionato a Pyongyang e “rieducato” all’ideologia nord coreana (gli venne addirittura imposto di sposare nuovamente l’ex moglie). Nel 1983 viene rimesso in libertà (se così si può dire) ed a questo punto incominciò a dirigere film per il regime, confezionando tre fra le opere migliori di una cinematografia anemica: Sarang sarang nae sarang (Oh My Love, 1984), Pulgasari (1985) e Sogum (Salt, 1985). È Pulgasari (5) senz’altro il capolavoro: un film folle, e non poteva essere altrimenti, che pure a distanza di anni mantiene intatta la propria forza e la sua assurda bellezza. Shin Sang-ok, riuscirà a fuggire solo nel 1986, chiedendo asilo all’ambasciata americana durante un soggiorno a Vienna, ma a distanza di anni ricorderà Pulgasari come una fra le sue opere più riuscite.

Pulgasari è un film alla Godzilla, della serie pupazzone antropomorfo incazzato col mondo (per essere più precisi, Kaiju Movie), realizzato in co-produzione con i giapponesi della Toho Company Ltd. (casa di produzione giapponese celebre per i leggendari Godzilla, Mothra, King Ghidorah, Mechagodzilla e Rodan) che qui mette in pratica (ed al meglio) la propria bizzarra effettistica, dando vita ad un mostro in tutto e per tutto figlio delle precedenti produzioni made in Japan (tant’è che gli attori che “impersonano” il bestione coreano sono proprio gli stessi dei film giapponesi: “Little Man” Machan e Kenpachiro Satsuma). Il film si svolge nel XIV secolo, all’epoca della dinastia Koryo, è la storia di un governatore-tiranno, che affama il suo popolo e spadroneggia nei propri possedimenti con la benedizione del proprio Re. Quando i giovani di un piccolo villaggio contadino, capeggiati dal furente Inde, paiono ormai decisi a fuggire sulle montagne per organizzare la resistenza alla tirannia, il governatore emanerà un editto che prevede l’esproprio di ogni oggetto di metallo presente nelle sue terre. La sua intenzione è di produrre un gran numero di armi per sedare ogni possibile rivolta ed al contempo disarmare ogni speranza di lotta. Incaricherà di forgiare le nuove armi il vecchio fabbro del villaggio, ma questi, vedendo che il metallo requisito priva i suoi concittadini degli strumenti per coltivare la terra, si opporrà fermamente alla decisone del Governo. Scatta quindi la repressione ed i giovani e il vecchio verranno imprigionati. Nella cella in cui è stato isolato l’anziano fabbro si lascerà morire, rifiutando di toccare quei pochi pugni di riso che i suoi carcerieri gli gettano, non prima però di aver plasmato con le proprie mani un piccolo pupazzetto al quale, invocando verso il cielo, darà tutta la propria speranza per un futuro migliore della sua famiglia e del suo popolo.
La morte dell’uomo getta nello sconforto l’intera comunità ma soprattutto la sua giovane figlia Ami, che guardando il cupo cielo di una notte senza stelle piangerà lacrime di disperazione. Una di queste finirà sul piccolo pupazzetto ed una scossa illuminerà i suoi minuscoli occhi. Da questo momento Pulgasari, questo il nome che gli affibbieranno, non smetterà più di crescere e di mangiare metallo, di ciò infatti si ciba – assai voracemente – l’essere creato dal fabbro. Sarà l’alleato decisivo, la forza inarrestabile, che aiuterà i contadini a spazzare via il governatore ed a distruggere il Re con tutto il suo esercito.
La parte più interessante del film è proprio la conclusione; il popolo, guidato da Pulgasari, sconfigge la tirannia, ma la fame del mostro non accenna a placarsi e ciò ben presto diviene un problema. Cioè la forza che ha prodotto la vittoria sull’esercito del Re, che ha prodotto insomma la Rivoluzione è divenuta ingombrante, distruttiva e pericolosa per la rivoluzione stessa; sarà Ami a chiedere a Pulgasari di lasciare il paese, di andarsene da un’altra parte, e lui, mansueto, ubbidirà.
Quel che è sorprendente, data la committenza (il produttore era addirittura l’attuale tiranno della Repubblica Democratica Popolare di Corea in persona: Kim Jong-il), è la consapevolezza dimostrata dalla sceneggiatura del potere distruttivo insito in ogni rivoluzione. Se per tutto il film Pulgasari rappresenta allegoricamente la forza muscolare della rivoluzione con la quale l’Esercito rivoluzionario popolare coreano prese il potere alla conclusione dell’occupazione giapponese del 1945, nel finale si compie questo incredibile corto-circuito della propaganda di regime. L’allontanamento del mostro amico della rivoluzione, che se rimanesse priverebbe di ogni risorsa il suo stesso popolo, è un inaspettato miracolo che stupisce vedere concretizzato. Senz’altro questo finale potrebbe essere stato escogitato come una sorta di catarsi: nella finzione (almeno) il potenziale distruttivo del Comunismo di guerra viene rimosso alla conclusione delle ostilità. La realtà nel nord della penisola coreana è assai differente, quello stesso mostro famelico di metallo ancora si annida nei palazzi del potere di Pyongyang ed ha le fattezze di un piccolo uomo vorace di denaro e potere.

Il film ha varcato i confini nord coreani per la prima volta quattordici anni dopo la sua realizzazione, sbarcando in Giappone e da lì negli Stati Uniti e nel resto del mondo grazie ad una edizione home-video; nel 2000 è addirittura stato proiettato a Seoul, la capitale della Corea del Sud.

Alessio Galbiati
 

 

Pulgasari
(Corea del Nord-Giappone/1985)
Regia: Shin Sang-ok, Jo Chong Gon; sceneggiatura: Kim Se Ryun; fotografia: Kenichi Egami, Cho Myong Hyon; montaggio: Sang-ok Shin; effetti speciali: Teruyoshi Nakano, Osamu Kume; art direction: Yoshio Suzuki; interpreti: Hui Chang Son (Ami), Sop Ham Gi (Inde), Ri Jong-uk (Ana), Ri Gwon (Fabbro, padre di Ami), Yu Gyong-ae (madre di Inde), Ro Hye-chol (fratello di Inde), Tae Sang-hun (ribelle), Kim Gi-chon (ribelle), Ri In-chol (ribelle), Ri Riyonun (Generale Fuan), Pak Yong-hok (il Re), Pak Pong-ilk (il Governatore), Kenpachiro Satsuma (Pulgasari), “Little Man” Machan (piccolo Pulgasari); produttore esecutivo: Kim Jong-il; anno: 1985; data di uscita (Giappone): 4 luglio 1998; data di uscita (Corea del Sud): 22 luglio 2000; paese: Corea del Nord, Giappone; lingua: coreano; durata: 95’.

GUARDA IL FILM


 




Note:

(1) I Hyo-in, Il cinema nordcoreano e la teoria «juche» in (a cura di) Adriano Aprà, Il cinema sudcoreano, Marsilio Editore, 1992 (pag. 143).

(2) L’autarchia, che mutuata in terra di Corea prende il nome di ideologia Juche (con la nuova costituzione del 2009 essa ha preso il posto del comunismo) è divenuta dall’epoca della sua prima proclamazione (1958) lo strumento ideologico primario della tirannia. E’ una elaborazione dello stalinismo con alcuni principi del confucianesimo, una specie di religione di massa che fa del culto della personalità, concepita come emanazione divina, il suo tassello fondamentale. La famiglia Kim è il popolo Coreano, la guida divina che lo condurrà alla supremazia ed alla distruzione di tutti i suoi nemici (in primis gli Stati Uniti).

(3) Oltre che un fanatico della serie 007 ha dichiarato di amare in particolar modo anche la serie giapponese di film dedicati a Godzilla ma anche quelle di Venerdì 13 e Rambo nonché il cinema d’azione di Hong Kong. Possiede una mastodontica collezione di film, pare in VHS. Si veda Philip Gourevitch , The madness of Kim Jong Il, The Observer (2/10/2003). [http://snipurl.com/s9a6r]

(4) Ha dato alla luce alcuni testi di teoria cinematografica, davvero imbarazzanti per pochezza, costrutto e documentazione: On the Art of the Cinema, Great Man and Cinema, Theory of Cinematic Art e The Cinema and Directing, tutti ovviamente editi dal Foreing Languages Publishing House.

(5) Il film a dire il vero è formalmente realizzato a quattro mani da Shin Sang-ok e Jo Chong Gon; quest’ultimo è in realtà stato imposto dal regime che voleva dare prestigio ad un giovane autoctono, voleva cioè fra crescere un regista nazionale legandolo al suo più grande sforzo produttivo in ambito cinematografico. Il fatto che negli anni a seguire Jo Chong Gon non abbia firmato alcuna pellicola è un ulteriore indice (certo il meno drammatico) della poca lungimiranza della tirannia Kim.

 




 

 

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