Moolaadé > Ousmane Sembene

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Moolaadé

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale n°6, giugno 08, p.52.

Moolaadé
di Alessio Galbiati

Collé Ardo vive in un villaggio africano. Sette anni fa, si è rifiutata di sottoporre sua figlia alla pratica dell’escissione, una pratica che considera barbara. Ora, quattro ragazzine scappano per sottrarsi a questo rito purificatorio, e chiedono protezione a Collé. Da qui lo scontro tra due valori: il rispetto del diritto d’asilo (il Moolaadé) e l’antica tradizione dell’escissione (la Salindé).

Moolaadé è un film di denuncia, o come ha magistralmente chiosato dalle colonne del CorSera Maurizio Porro, un “bellissimo e poetico film corale di antropologia culturale”. Perchè l’ultima opera del maestro del cinema africano Ousmane Sembene (1923-2007) – sua la regia del primo lungometraggio “nero-africano” del continente, La noire de (Black Girl) del 1966 – non si limita a stigmatizzare la pratica delle mutilazioni genitali femminili alle quali sono sottoposte le bambine nel Burkina Faso, ma costruisce un vero e proprio congegno atto alla comprensione delle profonde radici culturali della questione e di come queste siano completamente irrazionali e distruttive. Non solo per i danni permanenti arrecati alle donne che vi sono sottoposte, ma per l’oscurantista socialità che impongono all’intera comunità. Una sequenza su tutte, mi ha profondamente impressionato per la semplicità con la quale attraverso le immagini riesce a trasmetterci la follia della questione, è quella della decisione presa da parte degli uomini di ricoprire il pozzo dopo il suicidio al suo interno di due bambine fuggite dal rituale dell’escissione (Salindé). Questi uomini del villaggio, detentori del potere all’interno della piccola comunità che ci viene mostrata, compiono un gesto incredibilmente perverso per un paese sub-sahariano: chiudere un pozzo dal quale sgorga l’acqua per la cieca adesione a tradizioni e credenze che impongono comportamenti (mi ripeto) irrazionali e distruttivi.

E’ bene però chiarire che il film in questione, pur parlando di un argomento che potrebbe mettere in agitazione lo spettatore “medio”, riesce ad eludere ogni sensazionalismo come pure ad ogni tentazione “documentaristica” dell’atto della mutilazione, non una goccia di sangue è legata al rituale, poche pochissime le sequenze di sofferenza fisica (e mai ripeto banali e sensazionalistiche), molti invece i momenti in cui si sorride e si rimane incantati dei colori e dagli abitanti della troppo dimenticata Africa. La prima parte della pellicola è eccezionale da questo punto di vista perché riesce a trasportarci in quella piccola comunità strabordante di colori e voci e musica. Il dolore è tutto mentale, culturale.

Opera maiuscola dunque che giustamente ottenne il premio “Un Certain Regardes” a Cannes nel 2003, ma che da noi è approdata nelle sale solamente nel 2006 grazie a Lucky Red ed al patrocinio di Amnesty International Italia (Amnesty negli ultimi anni ha intrapreso una interessantissima politica sinergica con il mondo del cinema, finalizzata alla ricerca d’una maggiore visibilità per le proprie campagne). Il film, distribuito in lingua originale e garbatamente sottotitolato ci permette di godere appieno d’una lingua “lontana”, come pure delle ottime prove recitative d’un cast di attori in stato di grazia, talmente plausibili da sembrare “veri”. Segnalo per chi se lo volesse vedere comodamente nella propria casetta, edito dall’ottima collana “Feltrinelli Real Cinema”, il DVD con annesso libro “Moolaadé – la forza delle donne” (a cura di Daniela Colombo e Cristina Scoppa).

ps. Dimenticavo di segnalare la cosa più bella del film, ovvero la Moschea del villaggio, un qualcosa di meravigliosamente incredibile, d’una bellezza semplice che toglie il fiato.

 

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Moolaadé
Senegal-Francia-Burkina Faso-Marocco-Tunisia-Camerun, 2003, col., 114’
Regia, Soggetto e Dialoghi: Ousmane Sembene; Fotografia: Dominique Gentil; Suono: Denis Guilhem; Musiche: Boncana Maïga; Montaggio: Abdellatif Raïss; Scenografie: Joseph Kpolby.

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