Osvaldo Cavandoli

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Osvaldo Cavandoli se n’è andato lo scorso 3 marzo lasciandoci molti personaggi animati indelebili nel ricordo, il più famoso l’omino, La linea, protagonista non solo dei caroselli Lagostina negli anni ’60 ma anche di molti corti animati famosi nel mondo. Un poco isolato in Italia, forse proprio per la forte identificazione tra il suo personaggio e il prodotto che pubblicizzava, che certamente l’ha penalizzato, ma amato nel mondo (tanto che i DVD de La linea, mai pubblicati in Italia, sono facilmente reperibili nel resto dell’Europa), Osvaldo Cavandoli rischia di essere uno tra i tanti artisti italiani dimenticati in patria e celebrati all’estero. Per ricordarlo, e non solo per La linea, abbiamo chiesto a Mario Verger di tracciare un ritratto dell’artista e delle sue creature.

Bye Bye Mr. Linea
di Mario Verger

Osvaldo Cavandoli01

Osvaldo Cavandoli ci ha lasciato: la sua Linea si è staccata da terra per volare in cielo. Iniziò la sua attività giovanissimo partecipando come animatore al lungometraggio di epoca bellica, I fratelli Dinamite di Nino e Toni Pagot, raggiungendo negli Anni ’60 col suo personaggio de La linea una notorietà internazionale.

La linea

La linea

Il personaggio de La linea, il noto protagonista della pentola Lagostina fu protagonista anche di una lunga e fortunata serie di short. Mr. Linea è in realtà un personaggio di sesso maschile, essendo una sagoma in cui non si scorgono occhi né altro, dal grosso nasone tipico del cartoon anni 60 che fuoriesce da una linea d’orizzonte infinita. La linea non si stacca mai da “terra” perché si erge dalla stessa linea orizzontale su cui giace. Interlocutore del personaggio è la mano del suo creatore con la quale ha spesso un turbolento dialogo, poiché ravvisa in essa mancanze ed imperfezioni. Così, quando si trova a camminare su una “strada” che bruscamente si interrompe, o in altre simili situazioni, Cavandoli offre allo spettatore spassosi spunti di divertimento fra “lui” e la sua piccola creatura animata.«A quell’epoca», mi raccontò Cavandoli, «c’erano i grossi studi che ‘occupavano’ quasi tutti gli spazi di Carosello; c’era la Paul Film e la Gamma Film e allora mi sono detto: “bisogna che ci provi anch’io”. Siccome non amavo i personaggi molto complessi perché la tecnica dell’animazione richiede una media di sette disegni al secondo, per cui ho pensato: “prendo un personaggio complesso e lo animo, ora che ho finito il disegno, non mi ricordo più come doveva essere animato…”. E allora ho cercato di semplificare perché amavo molto fare del bel movimento rispetto al disegno fine a se stesso. Per cui ho cominciato a provare un qualcosa che mi permettesse di esprimermi con velocità. Avevo visto un film svedese fatto con un filo di lana che si assottigliava facendo delle figure, e mi sono detto “perché non fare un segno diritto, fisso, ed un personaggio del tipo delle ombre cinesi in cui non c’è dettaglio interno”. Poi il fatto di fare una roba ‘piena’ mi sembrava troppo pesante e ideai Mr. Linea facendo solo il contorno, e allora, carta su carta, provai, dicendomi ”Semplifichiamo … Semplifichiamo … Facciamo … Proviamo a far nascere un personaggio da una linea…”» (1), mi raccontò Cavandoli ospite nella sua villa a Rimini.
Il personaggio di Mr. Linea, creato nel 1969, divenne popolare in tutto il mondo, interpretando anche due serie televisive degli anni 70, realizzate rispettivamente nel 1977 e nel 1979. Una riuscita produzione si ravvisa ne La sexylinea, in cui Cavandoli creò per il suo noto personaggio una “Mrs.” Linea.
Ma l’attività di Cavandoli non si esaurì a questa geniale creazione; egli realizzò negli anni antecedenti alla Lagostina diversi interessanti film a pupazzi animati.

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Nato a Modena, sul lago di Garda, nel 1920, Cavandoli è stato uno dei massimi rappresentanti del nostro cinema d’animazione.
«All’inizio», mi raccontò Cavandoli, «lavoravo come disegnatore tecnico ed avevo un po’ la passione per il disegno, senza però aver fatto alcuna scuola, ed iniziai col disegno industriale. Sono stato all’Alfa Romeo dove ho fatto l’apprendista, poi il disegnatore tecnico e, negli anni di guerra, ero a Saronno in una ditta che costruiva armi. Facevo le caricature dei colleghi e quando arrivava il capoufficio le chiudevo nel cassetto. Avevo la passione per il disegno ma non da ragazzo. Da ragazzo nuotavo, andavo a far sport… Una vera passione per il disegno non l’avevo, facevo la scuola tecnica da cui sono uscito per andare all’Alfa Romeo. Poi trovai su un’inserzione che c’era Nino Pagot che aveva in ballo un lungometraggio a cartoni animati e mi fece fare delle prove di intermedi. Finita la guerra Nino Pagot si era dedicato alle prime pubblicità ed aveva ristretto il personale per cui sono uscito ed ho cominciato a vedere di lavorare da solo» (2).

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La produzione di Cavandoli nel Dopoguerra si fece intensa, confezionando diversi cortometraggi a pupazzi animati, alcuni dei quali utilizzati per la pubblicità. In quegli anni non era difficile vedere che i nostri autori privilegiavano la marionetta al disegno come mezzo d’espressione. Già Mastrocinque con i Cossio e poi Paul Bianchi, come in seguito Sebesta ed ancora Luciana Pensuti con Vittorio Cossio, proposero diversi eccellenti esempi, che non avevano nulla da invidiare a quelli del noto cineasta olandese Joop Geesinck, che diede vita ad una serie di lavori dagli effetti altamente spettacolari nelle pubblicità da lui realizzate nella sede milanese della Dollywood. Infatti anche Cavandoli restò sensibile a questo fatto e realizzò in anni compresi tra il 1951 ed il 1958 diversi film a pupazzi animati utilizzati per dei Caroselli: Bill il pistoleroBel colpo mister 11, Jack lo sfregiato e il conquistatore; questi ultimi due per il rasoio Gilette.

Bill il pistolero

Bill il pistolero

Per il budino Cameo, Cavandoli pensò ad una bellissima versione di Cappuccetto Rosso che, anziché incamminarsi a piedi nel bosco, circolava fra gli alberi, in scooter assieme ad un lupo elegantemente vestito che sfoggiava in cabriolet. A parte questi rari esempi di cinematografia a passo uno (la tecnica dei pupazzi animati è estremamente laboriosa (3)), vi è un altro filmato realizzato dallo stesso autore, un Pinocchio di cui si diceva fosse rimasto incompiuto.

Cappuccetto rosso

Cappuccetto rosso

«Finita la guerra, ed iniziata la miseria, visto che Pagot aveva ristretto il personale, sono uscito dallo studio ed ho cominciato a vedere di lavorare da solo. Con un amico di infanzia fotografo (Ugo Moroni Gelsi, N.d.A.), molto bravo nella fotografia, per non ‘interferire’ con il ‘Maestro’ – che devo dire è stato il maestro un po’ di tutti – Nino Pagot, ho provato a fare un fantoccio, e facendo delle prove di ripresa, abbiamo visto che funzionava e ci siamo messi ad animare i pupazzi, andando avanti fino al 1960. All’ epoca c’era Geesinck, quello della Philips, che stava invadendo il mercato, ed allora mi sono detto “beh, proviamo”, ed abbiamo fatto una ventina di film di pubblicità cinematografica.

Pinocchio

Pinocchio

Pinocchio era un provino per un lungometraggio dal vero della Imperia Film di Roma. Poi mancarono i quattrini ed allora lo abbiamo usato per la pubblicità dell’olio Dante, in cui il pescatore verde gli dice “ti friggo, ti friggo come un pesce”.
I pupazzi erano anche notevolmente alti – circa un sesto dal vero ed articolati a filo di piombo, coperti con della gomma piuma, mentre le teste, scolpite in legno, erano agganciate con dei magneti permanenti, incastrati nella scultura; gli occhi di metallo si muovevano e le bocche si applicavano… Era un lavoro duro; fotogramma per fotogramma: carrelli, spostamenti di macchine, per cui sposta di qui, gira di là. Per realizzare le pubblicità avevo un piccolo teatro di posa a Milano, e ve ne erano alcune che avevano un taglio cinematografico eccellente. Successivamente uno stile è nato per la necessità di entrare nella ‘zona’ Carosello; lasciati i pupazzi ho cominciato a lavorare per altri»
(4).
Queste rare notizie sui suoi inizi sono tratte dall’intervista registrata che facemmo assieme, una mattina nell’agosto del 1997, quando ero ospite nella sua villetta di Rimini.

Mario Verger

Osvaldo Cavandoli con Mario Verger nel 1997

Osvaldo Cavandoli con Mario Verger nel 1997

Note:

(1)
Mario Verger, Intervista a Osvaldo Cavandoli, Rimini, 1997

(2)
Mario Verger, Ibidem.

(3)
Per approfondire meglio i pupazzi animati si legga: P. Zanotto, Disegni e Pupazzi animati di ieri e di oggi, Ed. Ente dello Spettacolo, Roma 1966; F. Zangrando, Ombre italiane: “Quaderni dell’Osservatore”, Milano 1968

(4)
Intervista registrata di Mario Verger a Osvaldo Cavandoli, agosto 1997, Rimini.

Testo © Mario Verger, 2007. Tutti i diritti riservati

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