America, oggi

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

America, oggi
di Costanza Baldini

Articolo pubblicato in RC12 (febbraio 2009)

 

Il documentario è un genere che ha sempre più successo negli ultimi anni, dovuto forse al bisogno di ‘verità’ che esprime la società contemporanea. Ecco due documentari per raccontare l’America di oggi.

Man on Wire
regia di James Marsh (USA/2008)

«There is no why». Questa la storica frase pronunciata nel 1974 dal funambolo Philippe Petit prima di essere arrestato subito dopo aver camminato su un filo metallico tra le due torri del World Trade Center a New York. In queste poche parole c’è tutto il senso di una performance compiuta per la semplice bellezza e immensità dell’atto in sé. Petit dichiarò che accingendosi a compiere la traversata era quasi certo di morire, subito dopo tutta la sua vita era destinata a cambiare a causa dell’enorme successo che lo investì.
Il sogno di Petit cominciò da adolescente in uno studio dentistico, dove vide su un giornale il progetto delle due torri ancora da costruire e tracciò con una penna una piccola linea che le univa. Quel sogno avrebbe dovuto accompagnarlo durante tutta la sua vita.
Petit mi ricorda il cineasta Werner Herzogh che nel suo stupendo libro La conquista dell’inutile, racconta il delirio di due anni e mezzo di lavorazione per suo film Fitzcarraldo nella giungla amazzonica, tra il giugno 1979 e il novembre 1981. La storia del barone irlandese che voleva trasportare una nave attraverso le montagne, un film in cui credeva solo Herzog, una visione che riuscì nonostante tutto a realizzare senza l’uso di effetti speciali. Quando l’uomo ha il coraggio di tentare l’impossibile spesso raggiunge il sublime.

«It’s impossibile, that’s true so let’s start working» questa frase fa capire la chiarezza mentale del funambolo parigino, come anche Herzog, Petit sa esattamente cosa vuole e come ottenerlo.
Petit studia scrupolosamente le due torri arrivando persino a fingersi un giornalista francese per intervistare gli operai al lavoro. Potrebbe essere un perfetto terrorista se non fosse che la sua performance rovescia completamente il concetto di terrorismo. La vera arte è sempre in un certo senso illegale, ma è anche il dono squisitamente gratuito di un singolo uomo a tutta l’umanità.
Man on Wire è uno dei più ambigui e affascinanti film della cinematografia post 11 settembre ed è stato consacrato con il terzo posto dei migliori film del 2008 nella classifica del Times e con una nomination agli Oscar come miglior documentario nel 2009 (Oscar peraltro vinto).
È come se in questo film gli americani ci vedano Barack Obama, tutti con lo sguardo rivolto verso l’alto, nella speranza che un solo uomo compia l’impossibile. Così l’America grazie al gioco sublime di un funambolo francese esorcizza l’incubo delle due torri in un film che è soprattutto una grande catarsi collettiva.

manonwire.com

 

Who the #$&% is Jackson Pollock?
regia di Harry Moses (USA/2006)

Il documentario diretto da Harry Moses parla del curioso caso di Teri Horton una camionista 73enne americana che ha acquistato per 5 dollari, ad un mercatino delle pulci in California, quello che potrebbe essere in realtà un dipinto di Jackson Pollock il più famoso pittore americano, del valore di svariati milioni. Il film narra con la giusta miscela di curiosità e divertimento la sfida di Teri che ha quella testardaggine tipica degli americani doc, che quando si convincono di una cosa niente e nessuno li può fermare, contro il “sistema” dell’arte contemporanea per dimostrare l’autenticità del “suo” Pollock. Dopo la prima expertise negativa di Thomas Hoving, il Direttore del Metropolitan Museum of Art di New York, altri personaggi tentano di convalidare o smentire l’attribuzione a Pollock, tra cui Nick Carone, una pittore grande amico di Pollock. Il documentario si trasforma a poco a poco in un giallo, infatti, per provare l’autenticità del quadro Teri si rivolge a Peter Paul Biro, uno specialista forense “alla CSI” che analizza il quadro come se si trovasse di fronte ad un caso di omicidio. Biro dopo aver pazientemente fotografato tutto lo studio di Pollock palmo a palmo riesce a trovare una corrispondenza tra un’impronta digitale su un barattolo di vernice e un’impronta parziale lasciata sul retro della tela della Horton. Se questa prova sembra tuttavia poco certa Paul Biro prova a rovesciare la questione ponendo l’interessante domanda: chi avrebbe mai potuto imitare Pollock? In altre parole è possibile imitare la pittura di Jackson Pollock? È no la risposta secondo uno dei più noti falsari americani. Priva di nuove opportunità Teri Horton decide infine di chiedere l’aiuto di Tod Volpe un mercante d’arte, il quale cerca di sfruttare il lato “marketing” della vicenda dandole la massima visibilità possibile sui media, ma ancora una volta la tattica fallisce. Il finale è amaro Teri non vincerà la sua lotta contro l’establishment dell’arte contemporanea. Il problema è che trattandosi di cifre con molti zeri, l’opera non potrà mai essere considerata autentica se non si può in alcun modo certificare la sua provenienza e questo per quanto riguarda il mercato dell’arte è tutto. Sui titoli di coda scopriamo che Teri Horton, che nel frattempo ha partecipato al The Tonight Show di Jay Leno e al David Letterman Show, ha rifiutato un’offerta di 9 milioni di dollari per l’acquisto del quadro, chissà forse alla fine si è affezionata al “suo” splendido Pollock e ha capito che la vera arte non ha davvero prezzo.

 

Costanza Baldini

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+