Lasciandosi la paura alle spalle

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articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero21, gennaio 2010, pp.24-25.

 

Lasciandosi la paura alla spalle.
Un documentario del popolo tibetano sulla condizione del popolo tibetano.
di Alessio Galbiati

Il 28 dicembre 2009, al termine di un processo celebrato in assoluta segretezza, è stata emessa dal tribunale cinese della città di Xining (capitale della provincia di Qinghai) la sentenza di condanna a sei anni di reclusione per i reati di “incitazione al separatismo” e “spionaggio a favore di un’organizzazione o di individui residenti all’estero” nei confronti del filmmaker tibetano Dhondup Wangchen, autore del documentario Jigdrel (Leaving fear Behind, in italiano Lasciandosi la paura alle spalle). Dhondup Wangchen e Golog Jigme (un monaco tibetano suo collaboratore nella realizzazione delle riprese) furono arrestati il 10 marzo del 2008 per aver realizzato riprese ed interviste non autorizzate dal Partito Comunista cinese; fortunatamente le oltre 35 ore di girato, frutto di oltre cento interviste, furono fatte uscire clandestinamente dal paese.
Da prima detenuto in una delle famigerate “celle nere”, secondo la definizione di Amnesty International, prigioni non ufficiali gestite al di là del bene e del male dalla polizia cinese, e poi trasferito nel carcere n. 1 di Xining, Wangchen ha subito gli effetti della sospensione dei diritti fondamentali dell’uomo, in primis quello alla libertà d’espressione. Afflitto da epatite B, in carcere non ha ricevuto alcun tipo di cura ed è stato oggetto di pestaggi frequenti e soprusi d’ogni genere, fatti che ha potuto comunicare per la prima ed unica volta al proprio avvocato nella luglio del 2009, oltre due anni dopo l’arresto. Il monaco Golog Jigme è invece stato rilasciato, grazie anche alle pressioni internazionali, il 20 aprile 2009 dopo più di un anno di carcere.

Il materiale venne montato in Svizzera da un cugino di Wangchen, Gyaljong Tsetrin, per una durata complessiva di 25 minuti e mostrato in anteprima, in un hotel di Pechino, ad un gruppo di giornalisti stranieri il 6 agosto 2008, alla vigilia delle Olimpiadi – nel momento di massima esposizione mediatica del regime comunista cinese. L’anteprima non venne mai conclusa, causa irruzione da parte della polizia e susseguente soppressione della proiezione.

Questa è la storia di una condanna alla libertà di espressione, un atto inaudito di una violenza inaccettabile, da condannare fermamente e che produce nuova indignazione nei confronti delle nostre assai poco degne istituzioni democratiche, inette nel porre nelle sedi deputate al consesso internazionale i necessari veti nei confronti del mancato rispetto dei diritti umani da parte del governo cinese, del quale, a tutti gli effetti, siamo silenti complici nell’esercizio della tirannia (in Italia solo i Radicali provano a fare qualcosa).

Dhondup Wangchen (un contadino nato nel 1974) e l’amico Golog Jigme (monaco buddista anch’egli tibetano nato nel 1969) muniti di una telecamera da 300 dollari e privi di alcuna esperienza cinematografica, hanno viaggiato a bordo di una motocicletta per cinque mesi percorrendo l’intero altopiano del Tibet e parte del Tibet orientale (dall’ottobre 2007 al marzo 2008), raccogliendo in totale clandestinità circa un centinaio di interviste, tutte focalizzate attorno a tre temi: le Olimpiadi, le condizioni di vita del popolo tibetano ed il ritorno del Dalai Lama nella sua terra.

L’idea cardine dell’intera operazione è stata quella di creare per i giochi Olimpici di Pechino uno strumento che potesse veicolare la voce del popolo tibetano, un popolo ridotto al silenzio dal genocidio culturale imposto dal Partito Comunista Cinese. «È molto difficile per i tibetani andare a Pechino e far sentire la propria voce», dice Wangchen nel documentario, «ecco perché abbiamo deciso di mostrare gli autentici sentimenti dei tibetani in Tibet attraverso questo film».

Le immagini di Lasciandosi la paura alle spalle sono di una bellezza sconvolgente e la forza del popolo tibetano che emana da ogni frase, da ogni sorriso, da ogni scorcio di quella terra isolata dal mondo, è una rivelazione.

La decisione del governo cinese di imprigionare e rendere clandestino, la vita ed il documentario di Dhondup Wangchen, ha un senso, una sua logica spietata, non appena si ha modo di vedere qualche minuto di Lasciandosi la paura alle spalle. Il governo centrale di Pechino ha ben chiaro che dal Tibet non deve uscire nulla perché al suo popolo ha imposto una deliberata politica di genocidio, un crimine contro l’uomo che non può essere raccontato in alcun modo, pena l’immediata cessazione della sua logica perversa. Se il mondo vedesse questo documentario, se i network televisivi dei paesi che formalmente si proclamano democratici offrissero ai propri concittadini l’opportunità di vedere i soli 25 minuti di Lasciandosi la paura alle spalle, un moto di indignazione dell’opinione pubblica internazionale porterebbe al centro del dibattito la questione tibetana. Al popolo tibetano sono imposte condizioni di vita impossibili: segregazione razziale, divieto di utilizzare la propria lingua, marginalizzazione demografica (il Governo tibetano in esilio stima che vi siano 7,5 milioni di non tibetani introdotti dal governo cinese per nazionalizzare la regione, contro 6 milioni di tibetani). Grazie al documentario di Dhondup Wangchen e del monaco Golog Jigme lo spettatore può trovare in sé quell’empatia della quale il popolo tibetano necessita per sopravvivere, sono gli occhi e le parole raccolte nelle interviste a parlare senza mediazioni a coloro i quali si trovano a guardarli. Nella sua logica perversa e spietata il governo cinese ha ragione nel reprimere ogni voce non allineata ai suoi fini, ma la Cina non è una democrazia, è una dittatura militare basata sull’oligarchia del partito unico. Non denunciare questa realtà ci rende complici della tirannia.


 

IL REGISTA

 

Dhondup Wangchen è nato il 17 ottobre 1974 a Bayern, piccolo centro della regione Tsoshar, provincia nord-orientale del Tibet (in cinese: Hualong, Haidong, Qinghai). Nato in una famiglia di agricoltori, non ha ricevuto alcuna istruzione formale. Da giovane, si trasferì a Lhasa, dove ha preso coscienza della situazione del proprio popolo.

Nel 1993 Dhondup Wangchen insieme al cugino Gyaljong Tsetrin ha compiuto un arduo viaggio verso l’India, oltre cinque mila chilometri a piedi per incontrare il Dalai Lama. Ritornato in Tibet ha proseguito ad operare per il bene del popolo tibetano. Tsetrin intanto fu costretto a lasciare il paese, accolto come rifugiato politico in Svizzera.

Dall’ottobre 2007 al marzo 2008 ha attraversato la sua terra in compagnia dell’amico Golog Jigme raccogliendo oltre cento interviste per la realizzazione di Jigdrel (Leaving fear Behind, in italiano Lasciandosi la paura alle spalle), un documentario sulla situazione tibetana da presentare a Pechino durante le Olimpiadi del 2008. Poco dopo aver fatto uscire dal paese le 35 ore di materiale, il 10 marzo 2008 i due vennero arrestati con l’accusa di "incitazione al separatismo".

Il 6 agosto 2008, in un hotel di Pechino a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi, è stato presentato il documentario ultimato dalla Svizzera da Gyaljong Tsetrin; la proiezione fu interrotta dall’intervento della polizia.

Il 20 aprile 2009 Golog Jigme verrà rilasciato.

Il 28 dicembre 2009 Dhondup Wangchen viene condannato da un tribunale cinese alla pena di sei anni di reclusione per “incitazione al separatismo” e “spionaggio a favore di un’organizzazione o di individui residenti all’estero”.

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Jigdrel (Leaving fear Behind, Lasciandosi la paura alle spalle)
Regia: Dhondup Wangchen; assistente, operatore: Golog Jigme; montaggio: Gyaljong Tsetrin; produzione: Filming for Tibet; paese: Tibet, Svizzera; anno: 2008; durata: 25′.

 

 

 

Per favore, guardalo.
http://video.google.com/videoplay?docid=6366056144411949913#

Per saperne di più e rimanere aggiornato sull’evoluzione della situazione (che Rapporto Confidenziale seguirà dandone conto sia sul sito che sulla versione pdf), visita LEAVING FEAR BEHIND.
www.leavingfearbehind.com

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