Gummo > Harmony Korine

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gummo

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero22 (febbraio 2010), pp. 38-39.

GUMMO. L’uragano della provincia americana.

di Francesco Bertocco

Al principio non c’è nulla. Una terra desolata, ben lontana dalla metafisica moderna di T.S.Eliot e molto più vicina alla rappresentazione mediatica, dentro il cuore dello schermo televisivo. Messa in luce continuamente, catastrofe su catastrofe, sguardo su sguardo.

Gummo è un uragano. Un’epifania della natura, così comune in certe terre che nella maggior parte dei casi la sua notizia riempie le prime pagine di cronache locali, arginate dall’incessante volontà che questi eventi hanno nel ripetersi. Gummo è ambientato nella provincia americana, a Xenia, in Ohio, zone ai confini dell’immaginario, dove la televisione deforma per apprendere, dove gli spettatori guardano per insegnare l’ironica follia della realtà. In questo mondo tra lo sfacelo e l’ipocrisia, tra il conformismo più resistente e la depravazione degli uomini gli uni contro gi altri, si muovono i personaggi di Harmony Korine. Dai canti di Carver, dagli occhi di Altman in America oggi, risalendo fino ad American Beauty (poi) e alla letteratura di Wallace, esce riverso al suolo un film come Gummo.

Harmony Korine è forse uno dei più importanti registi indipendenti americani degli ultimi anni. La sua carriera è iniziata molto presto, all’età di 21 anni, con la scrittura di un film di Lerry Clarks, Kids, la storia di un gruppo di adolescenti alle prese con droga, Aids, e sesso. L’incredibile visione del mondo adolescenziale di Kids ha reso Korine uno dei più lucidi e visionari autori degli anni novanta, riuscendo a portare allo schermo un nuovo realismo, privo di drammaturgia, feroce e inquietante.

Poi è arrivato Gummo. E l’influenza, forse in principio manifesta, di Larry Clark si è volatilizzata. Sparita.

I personaggi di Gummo sono costruiti intorno ad una depravazione, che ne definisce il carattere. Abbiamo i due ragazzini psicotici, intenti ad uccidere gatti a definire la loro autodistruzione; due ragazze ossessionate dall’apparenza al punto da costringersi a legarsi dei capezzoli con nastro adesivo; un bambino-coniglio immaginario che cerca di obbligarci a vedere la sua realtà, anche dentro la rappresentazione fittizia della sua morte.

È incredibile quanto la decomposizione dello schermo televisivo o cinematografico acceleri il suo decorso, con una lieve leva verso confini dell’immaginazione. La fantasia ci ossessiona in quanto tale, come un albero piantato in un giardino d’inverno, qualcosa che si spera si sviluppi negando la realtà di appartenenza, così immensamente da divenire esso stesso reale. Il cinema è come un organo costretto a rispondere a degli stimoli di contrazione, come esperienze ritmiche. Quel ritmo è la nostra visione, che muta a seconda della pellicola, che si accende e si spegne, che si immerge o rimane in superficie.

Gummo è un’immersione con i piedi oltre il livello dell’acqua, mentre l’occhio svela i fondali del bacino marino e le mani spingono in avanti senza far nulla di significativo. Il mondo after-Gummo, è un mondo distrutto ancora prima di esserlo stato. L’uragano diventa un termine temporale, un escamotage per far iniziare il film, nulla di più. Ciò che Korine ha rappresentano non ha inizio o fine. È sempre stato la fuori. Lì, in un punto dove le nostre braccia arrivano solo a indicare, ma non a stringere.

Il film è girato con massima libertà stilistica, la macchina da presa completamente neutrale, alla stregua del Dogma (lo stesso Korine ne girerà uno [julien donkey-boy nel 1999, ndr] secondo le regole di Lars Von Trier), quasi di intralcio, sorvola queste vite, senza esprimerle ma lasciandole libere di esistere, di fronte a noi, per ciò che sono. In una scena, su tutte, un gruppo di persone si getta violentemente contro una sedia, rompendola, con la violenza del branco, di una rissa, la cui vittima giace a terra, esangue.

Quella violenza dell’abbandono e della vacuità del gesto per se stesso, dell’uccidere per uccidere, senza fine, parte di un animo umano che si fa ancora più bestiale non abbia nessuno scopo, è l’esempio di ciò che Gummo rappresenta. I personaggi sono marginali, nessuno di loro è essenziale, nessuna particolarità del loro animo definisce e determina il film. Tutti insieme sono parte di una voce afona, che si sgretola poco sopra la superficie di quel mondo, di cui noi non riusciamo ad avere traccia o memoria. Un bambino con un cappello con orecchie di coniglio rosa apre il film.

Quel bambino è forse l’anima di Gummo, il suo potere più oscuro e rarefatto. Egli cammina sopra un ponte semi abbandonato, con le reti di protezione divelte, arrugginite, scomposte, il bambino si muove, gioca, sputa alle macchine di sotto. Nulla di così diverso da qualunque altro adolescente in Occidente. Ma quella la sua figura si muove in un universo onirico abominevole, come se le orecchie fossero antenne, come se il cappello fosse parte della testa e di quel corpo rachitico ed esile. Come se fossimo in presenza di un alieno, o un mostro, sebbene piccolo e inoffensivo, ma corrotto e repellente.

Forse quell’inizio è la metafora di un film, che lascia gli abiti anonimi e desueti della provincia americana, per vestire quelli più repellenti e letali dell’abominio umano ai margini del millennio. Gummo è il ritratto di anomalia, che colta con un riflesso flebile ma impassibile, ci mostra integralmente i colori sempre più freddi, della luce del nostro tempo.

 

 

[L’articolo di Francesco Bertocco è stato pubblicato su DIGIMAG 51 / febbraio 2010. DIGIMAG è realizzato da DIGICULT, che è partner di RC. www.digicult.itwww.digicult.it/digimag]
 

Gummo
regia: Harmony Korine; sceneggiatura: Harmony Korine; montaggio: Christopher Tellefsen; fotografia: Jean-Yves Escoffier; art direction: Amy Beth Silver; scenografie: Amy Beth Silver; costumi: Chloë Sevigny; trucco: Mia Thoen; casting: Lyn Richmond; interpreti: Jacob Sewell, Nick Sutton, Lara Tosh, Jacob Reynolds, Darby Dougherty, Chloë Sevigny, Carisa Glucksman, Jason Guzak, Casey Guzak, Wendall Carr, James Lawhorn, James Glass, Ellen M. Smith, Charles Matthew Coatney, Harmony Korine; produttore: Cary Woods; casa di produzione: Fine Line Features, Independent Pictures;
paese: USA; anno: 1997; durata: 89′.

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