Bennet Pimpinella. Eccentrico e graffiante sperimentatore

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articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero21 (gennaio 2010), pp.36-42.

 

BENNET PIMPINELLA
Eccentrico e graffiante sperimentatore

di Alessio Galbiati

La rete è la nuova frontiera del cinema contemporaneo, attraverso la telematica e la digitalizzazione delle informazioni corre, non tanto il futuro della settima arte, ma il suo presente. Dalla nascita nel 2005 di youtube tutto è cambiato, speriamo per sempre, nelle modalità di fruizione e creazione delle immagini in movimento. Bennet Pimpinella è un artista geniale, classe 1977, ha studiato cinema all’Accademia dell’immagine de L’Aquila e lavora stabilmente nel cinema e nella televisione, è fra le altre cose assistente di Vittorio Storaro. Bennet è un eccentrico sperimentatore di immagini in movimento, il suo cinema, integralmente visibile dal suo sito, è pura gioia per gli occhi e lo spirito. In equilibrio perfetto fra il paradigma analogico e quello digitale è un perfetto esempio delle potenzialità messe a disposizione dalla rete per l’espressione del proprio talento creativo.
Più che fare congetture, interpretazioni critiche fini a sé stesse, ho voluto dialogare con lui per indagare e dare conto di un talento cristallino ed ancora poco conosciuto.
Una sola avvertenza. L’oggetto di questa intervista sono i film di Bennet Pimpinella, è necessario dunque che il lettore li veda, ed è per questo motivo che, accanto ai titoli citati, sono presenti i link che rimandono a streaming audiovideo di ottima fattura. L’obiettivo principale di questa intervista è infatti proprio quello di offrire ai lettori di Rapporto Confidenziale le visioni eccentriche e graffianti di Bennet Pimpinella.


BENNET PIMPINELLA link: bennetpimpinella.com myspace.com/bennetpimpinella vimeo.com/bennetpimpinella myspace.com/bennetpimp imdb.com/name/nm2895305 burningemina.com
mammam.org

 

 

ALESSIO GALBIATI: Partiamo da Romborama [guarda il video], il videoclip che hai realizzato per il duo elettronico The Bloody Beetroots… ovviamente quel che mi ha colpito è la tecnica utilizzata, il metodo di lavoro artigianale praticato col tuo cinema… vorrei sapere che genere di strumenti ti sei auto costruito per giungere a quel risultato….
Insomma qual è il tuo metodo di lavoro, partendo proprio da Romborama?

BENNET PIMPINELLA: Romborama è la sintesi di dieci anni di studio. Tutti i miei precedenti lavori si chiamavano appunto STUDIEN, erano esercizi di stile che nascevano dalla mia esperienza presso l’Accademia dell’immagine de L’Aquila, una scuola di cinema prettamente votata alla pratica cinematografica che scelsi in alternativa al DAMS proprio perché già dal primo anno ti mette in mano una telecamera. Già al primo anno siamo stati chiamati a realizzare un cortometraggio e, confrontandomi con i 30 colleghi, mi sono accorto di possedere un’attitudine ironica, eccentrica. Tutti avevano realizzato storie d’amore, horror, dialoghi su dialoghi, cose a mio modo di vedere piuttosto prevedibili… io invece mi sono messo ad animare oggetti, ed ho trovato immediatamente una delle fissazioni che continuo ad avere a distanza di anni e che trova sempre in qualche modo la strada per infilarsi nei miei lavori: i cessi, il bagno. Ho sempre voluto far muovere oggetti, ad esempio in Strange pots [2001 – guarda il video], che è stato uno dei miei primi video con i cessi, ho iniziato a fare stop motion a passo uno… l’ho fatto in una maniera follemente inconsapevole, spontanea. All’epoca non conoscevo nulla, non aveva mai visto niente; gli Autori li ho studiati dopo, verso il terzo e quarto anno. Succedeva che i miei compagni di corso ed amici vedendo i miei lavori mi dicevano che quel tipo di cose era molto simile al cinema sperimentale degli anni dieci… a L’Aquila non avevo un computer ed ovviamente non utilizzavo internet.
Poi ho iniziato a studiare, ed ho scoperto autori come Oskar Fischinger e Hans Richter.
La cosa per me sconvolgente è stata quando mi sono trasferito a Roma ed ho avuto per la prima volta internet: ho scoperto autori che cent’anni fa facevano della roba “della Madonna” con pochissimi mezzi. Per me è stata come una rivelazione, uno stimolo per iniziare a sperimentare davvero.
La mia prima fase è stata tutta dedicata alla stop motion: facevo muovere qualsiasi cosa. La statuetta di Padre Pio, ed un sacco di cose così; tutto con una estetica piuttosto trash.
Poi ho scoperto i filmini amatoriali in Super8, mi sono innamorato dei mercatini ed ho incominciato a vagare in qualsiasi bazar a cielo aperto a comprare proiettori Super8, pellicole e telecamere.
Qui a Roma ci sono gli zingari, tempo fa molti più che oggi, che recuperano dai secchi dell’immondizia qualsiasi cosa e molte volte mi è capitato di ritrovare, tramite loro, buste intere di pellicole, con tutti i classici filmini amatoriali di una famiglia; cioè la gente butta via interi archivi di immagini della propria famiglia senza nemmeno badarci. Insomma mi compravo questi filmini e me li portavo a casa per farci tutte le mie prove. Questi filmini non li guardavo nemmeno, iniziavo subito a lavorarli senza sapere cosa contenessero di preciso, sceglievo istintivamente una pizza di tre minuti e incominciavo a graffiare. Dopo due mesi di graffio passavo la pellicola al telecinema fatto in casa. Ovviamente all’epoca il tutto era limitato, nel senso che ogni pellicola aveva una sola tecnica, a differenza di Romborama che sullo stesso fotogramma ne contiene parecchie. In un fotogramma di Romborama c’è il colore, il graffio e quattro o cinque elementi di elettraset, che sono praticamente i trasferelli utilizzati dai geometri negli anni settanta e ottanta per piantine e progetti architettonici.
Utilizzavo insomma su ogni pellicola una tecnica diversa, tecniche che sono confluite in Romborama, che a tutti gli effetti è la somma di questo mio personalissimo percorso. È stato talmente difficile lavorare sul Super8 che quando con Romborama mi sono trovato a maneggiare della pellicola 35mm mi è sembrato tutto relativamente semplice, bello e stimolante. Lavorando il 35mm potevo immaginare con chiarezza il risultato in proiezione, cosa impossibile con il microscopico formato Super8, e questo fatto mi ha aperto possibilità narrative praticamente impossibili nella logica astratta del piccolo formato.

 



 

ALESSIO GALBIATI: Con il Super8 eri costretto ad una logica astratta proprio per via delle dimensioni ridotte della pellicola.

BENNET PIMPINELLA: Oramai il mio occhio si è abituato a capire le immagini della pellicola in Super8, ma un occhio non allenato fa una fatica dannata a provare ad indovinare cosa darà in proiezione quel briciolo di pellicola impressa. Con il Super8 seguivo il contorno delle figure, a volte seguivo un braccio che alla fine scoprivo essere un’ombra.

ALESSIO GALBIATI: Ad esempio però in Sarajevo some other city [guarda il video], lavoro che mi è piaciuto davvero molto [presente nella CINETECA di RC – link], hai creato un primo blocco di immagini composte da graffi su Super8 che seguono la composizione dell’immagine in maniera assai più “narrativa” di altre tue realizzazioni. Mi racconti un po’ la storia di questo lavoro, che di tutta evidenza è fra i più complessi fin qui da te realizzati?

BENNET PIMPINELLA: Sono stato invitato da un’Università di Sarajevo, che ora proprio non ricordo, ad un workshop dedicato alle arti (fotografia, pittura, video, architettura) in cui mi è stato richiesto di raccontare Sarajevo con i miei occhi. A differenza di tutti gli altri lavori con Sarajevo ho fatto un qualcosa a 360 gradi. Sono partito dall’Italia con il mio proiettore Super8, mi sono portato i miei attrezzi, il tavolo luminoso e mi sono chiuso nell’albergo ed ho subito capito cosa dovevo fare. Giravo per la città insieme ad un mio amico fotografo (Alessandro Chiodo) e fermavo la gente con la scusa di volergli fare delle foto, a quel punto posizionavo una telecamera con cavalletto in asse alla persona che si era fermata immobile di fronte alla macchina fotografica; rubavo insomma queste pose statiche ed attraverso questi ritratti in video ho raccontato la città; questo perché credo che un volto silenzioso possa raccontare una terra assai meglio di molte immagini ad effetto. Intanto per Sarajevo avevo recuperato un home movies di una vacanza jugoslava del 1972 di una famiglia italiana. In questo caso ho visionato la pellicola con attenzione, questo per via dei tempi strettissimi della mia permanenza lì, dovevo sapere cosa graffiare, non potevo permettermi passi falsi.

ALESSIO GALBIATI: Volevo proprio dire che in Sarajevo some other city si nota proprio questo tuo seguire l’immagine; come a dire che il lavoro in questione è decisamente “maturo”…

BENNET PIMPINELLA: Come si dice a Roma “me la sono sentita galla”, sono andato lì con le idee chiarissime su quel che avrei fatto.

 


ALESSIO GALBIATI: In questo lavoro ricorri pure ad una narrazione, fai uscire i personaggi dell’home movies nella Sarajevo degli anni duemila. Sei tu stesso che con indosso una tutina rossa, che ricorda l’abito d’una donna dell’home movies, passeggi nella città contemporanea (ripreso sempre in Super8) che dialoga in montaggio alternato con la Sarajevo degli anni settanta del filmino amatoriale.

BENNET PIMPINELLA: Ho continuato il viaggio di quella signora degli anni settanta nel 2008, facendo una performance artistica – chiamiamola così – nelle stessa piazza del filmino… trent’anni dopo. Quando l’ho proiettato nella sala dell’università la gente stava a piàgne.

ALESSIO GALBIATI: È un lavoro completo.

BENNET PIMPINELLA: Non ho voluto usare solo la pellicola, ma tutto. Dal suono alla performance, il montaggio e la fotografia, i graffi ed il Super8, e tanto tantissimo ancora… con spirito artigianale e giocoso.

ALESSIO GALBIATI: La domanda più banale ed alla fine inevitabile: come mai questa scelta di utilizzare la pellicola in piena epoca digitale? Ti faccio questa domanda rendendomi comunque chiaramente conto che nei tuoi lavori digitale ed analogico tendono a dialogare senza alcun imbarazzo, frutto d’una qualche ortodossia analogica… quando il digitale ti serve lo utilizzi.

BENNET PIMPINELLA: All’Accademia tutti erano intrippatissimi con l’elaborazione digitale dell’immagine: modelli 3D e grafica vettoriale; io invece ho voluto fare un percorso inverso, ho voluto studiare il cinema delle origini, in particolare del primo decennio del ‘900. Il digitale lo uso quando mi serve, ho bisogno del mio film in digitale per poterlo mettere su internet, quindi mi faccio il telecinema per poter far vedere i miei lavori. Le pellicole in Super8 che trasformo in digitale non le monto, cioè non faccio un montaggio dopo averle digitalizzate, le organizzo con della musica ma senza fare montaggio. Stan Brakhage non ci metteva neanche il valore aggiunto della musica…

ALESSIO GALBIATI: Il tuo lavoro esiste in formato digitale. Il tuo lavoro concluso non sta sulla pellicola…

BENNET PIMPINELLA: Il lavoro finito è in digitale, ma ho sempre il master in pellicola. Ho il mio archivio, con i lucchetti e tutto.
Guarda… lavorare con la pellicola ha sconvolto la mia vita. Per realizzare Romborama ci ho messo due mesi e mezzo. Due mesi e mezzo vuol dire che in una notte riesco a fare cento fotogrammi e per farlo non devo avere alcuna interferenza con il mondo esterno. Per seguire un filo logico, un segno, devo essere c-o-n-c-e-n-t-r-a-t-o. Lavoro di notte perché non c’è nessuno che mi può interrompere, lavoro dalle tre del pomeriggio fino alle sei di mattina quando faccio questo tipo di lavori sulla pellicola. Voglio continuare a fare artigianato per essere diverso dagli altri.
Quello che fai con un computer in due giorni, io lo faccio in due mesi e mezzo e questa è la cosa che mi fa battere il cuore, che mi fa sentire diverso da tutti gli altri. Con After Effect quello che faccio io lo ottieni semplicemente mettendo tutto in Chroma. Voglio distinguermi perché faccio una cosa che fanno pochissime altre persone.
Quando mi chiedono consigli di fotografia io consiglio sempre di partire con una Reflex in bianco e nero, fare delle prove sulla propria pelle, spendere soldi, aspettare l’emozione di vedere le fotografie. Voglio conoscere quello che c’è prima per poter arrivare ad utilizzare il digitale con una mentalità più aperta e soprattutto con consapevolezza.
Quando arriverà il momento cambierò, perché non posso assolutamente andare avanti tutta la vita a graffiare pellicola.

ALESSIO GALBIATI: Ti sei innamorato di questa tecnica e con essa cerchi la strada per affermare la tua individualità.

BENNET PIMPINELLA: Per cercare un mio segno riconoscibile. Prima di arrivare al graffio ho provate tutte le tecniche di animazione. Ho provato lo schermo di spilli di Alexander Alexeieff (celebre la sequenza da lui realizzata per il film del 1962 diretto da Orson Welles Le Procès, ndr), ho provato i quadri animati, il vetro retro illuminato, la stop motion… ho fatto pure la tesi sulla stop motion! Ho provato un’enormità di tecniche fino a quando non ho trovato il mio segno, e da lì ho incominciato a graffiare le pellicole.

ALESSIO GALBIATI: In questi tuoi graffi c’è tutto il trasporto con il quale vivi la tua arte, i tuoi segni sono davvero pezzi della tua stessa individualità, per te l’arte sembra davvero essere strumento identitario, tant’è che poni proprio il tuo corpo al centro film. Te stesso nei tuoi film.

BENNET PIMPINELLA: Io ci sono nei miei film perché da quando mi sono trovato a fare animazione non ho mai avuto un compare che potesse farmi da attore; tutti i miei cortometraggi li ho fatti da solo. Nessuno ti sta dietro dieci notti a fare il pazzo. Uso la mia figura perché nessuno mi sta dietro.

ALESSIO GALBIATI: Mi aspettavo questa risposta, è chiaro. Un cinema artigiano fa tutto in casa e da solo.

BENNET PIMPINELLA: Ora che un certo riscontro ce l’ho sto trovando persone che mi aiutano, vedo la gente che si sta appassionando. Dato che sono un egocentrico comunque ho iniziato un progetto che si chiama Double Mask [link] in cui mi metto della calze a righe in testa e vago come un pazzo in mezzo alle persone, una cosa fatta per prendere in giro tutto questo filone di dj che suonano mascherati.

ALESSIO GALBIATI: Farai una serie di video con questi due super eroi?

BENNET PIMPINELLA: Senza nulla di prestabilito facciamo delle specie di performance in mezzo alle persone, per giocare un po’ con le nuove telecamere che di continuo vengono messe sul mercato. Quindi è una cosa che non c’entra con i “graffi”, è un gioco.

ALESSIO GALBIATI: Parlami di Burning Emina [link], cos’è?

BENNET PIMPINELLA: È un progetto che non ho ancora finito perché sono milioni di fotogrammi. Mi avevano invitato al Festival Mediterraneo a Bari per presentare Sarajevo, e siccome non sapevo cosa fare mi sono inventato questa cosa per sconvolgere un po’ il festival. Mi sono disegnato una croce sul petto con un pennarello e sono andato in giro, con una Super8 e delle pellicole, a chiedere alle persone di rimanere a petto nudo e di farsi disegnare una croce sul petto… la prima ragazza mi ha detto sì, la seconda pure, la terza anche e così via… alla fine ho raccolto un sacco di materiale. È successo però che nel viaggio di ritorno mi si è rotta la macchina da presa e da qui mi è venuta voglia di completare il lavoro. A Roma allora sono ripartito con la mia coinquilina, poi siamo scesi di sotto, sempre a petto nudo e sempre con la croce sul petto, siamo andati ad un bar ed altre due ragazze si sono aggregate… insomma, te la faccio breve, ci siamo incamminati praticamente in corteo verso il centro e si sono aggregate un sacco di donne: bianche, nere, giovani, anziane… du’ gemelle! Tutte con le tette fuori!
L’idea è che le facevo spogliare, gli mettevo il nastro adesivo sul corpo, e poi con un pennarello nero disegnavo i bordi di questa croce. Ora sulla pellicola, frame by frame, con il mio ago graffio il segno della croce. La pellicola finirà con tutte queste croci su tette di donne. Le tette, le croci…

ALESSIO GALBIATI: …e Roma!

BENNET PIMPINELLA: (ride) Ora mi piacerebbe proporre questo lavoro ai Justice, che hanno nella croce il loro simbolo distintivo. Questo perché mi sono rotto di fare lavori solo per me e i miei amici in rete. Vorrei arrivare a loro per poter avere visibilità internazionale. Sono convinto che Burning Emina sarà un lavoro fortissimo, magari in Italia non se lo cagherà nessuno ma sono sicuro che fuori piacerà.

ALESSIO GALBIATI: Il tuo cinema, o se preferisci i film che hai fatto, li hai condivisi tutti su vimeo e sul tuo sito. Trovo questa cosa molto interessante dato che fino a pochissimi anni fa (youtube ha iniziato le sue “trasmissioni” nell’aprile del 2005) per un filmmaker era difficilissimo riuscire a far vedere i propri lavori quando ancora il suo nome non si era affermato. Che tipo di feedback stai avendo? E soprattutto che tipo di feedback stai avendo ora che una tua creazione è veicolata dalla notorietà dei The Bloody Beetrots?

BENNET PIMPINELLA: Ad inizio 2009 mi sono innamorato delle musica dei The Bloody Beetrots, li ho contattati e fortunatamente Bob Rifo (mente pensante dei Bloody Beetrots, ndr) ha ricambiato questo mio entusiasmo chiedendomi di fare qualcosa insieme a loro. Questa sinergia mi ha fatto capire che la mia tecnica può diventare, all’interno di un determinato circuito, commerciale… cioè appetibile, interessante e funzionale ad un certo tipo di discorso.
Se facevo Romborama da solo avrei avuto duemila visite!
Feci anche due lavori per Bugo, ROMA [guarda il video] e Oggi è morto Spock [guarda il video]… ma questi non ti pagano… io ho accettato lo stesso ma ho chiesto carta bianca. Scusami se parlo di pagare, ma oggi come oggi nessuno vuole più pagare!

 



 

ALESSIO GALBIATI: Faccio questo tipo di interviste perché mi piace conoscere le traiettorie di chi sta cercando di farsi strada. Io ho la tua età e quindi vivo la tua stessa realtà. Quando parliamo di cinema, di immagini in movimento, spesso abbiamo la tendenza ad astrarre questo ambito dal resto del nostro tempo, quando invece il cinema è nella società e nel tempo allo stesso modo di qualsiasi altra cosa della vita. Le professioni del cinema hanno i medesimi problemi di altre professioni… C’è la crisi del cinema italiano?! Direi che c’è la crisi dell’Italia, non tanto del cinema.
Considerazioni a parte, volevo sapere, tenendo conto del fatto che tutto il tuo cinema è visibile online, visibile anche proprio per farti conoscere, vedere, notare… volevo sapere come ti relazioni al giudizio dello spettatore?

BENNET PIMPINELLA: Di quello che penseranno le persone che vedono il mio lavoro non mi interessa. Non ho mai pensato al pubblico.

ALESSIO GALBIATI: Te lo domando perché i tuoi video sono pieni di provocazioni, volevo comprendere se il gusto della provocazione è in te spontaneo, o comunque ludico, oppure se è una scelta deliberata per catturare l’attenzione?

BENNET PIMPINELLA: Nasce assolutamente spontaneo in me, io sono proprio così! se esco di casa sono così: un ragazzo terribile (ride). Sono una persona egocentrica. In tutti i miei lavori c’è sempre qualcosa di terribile. Pure in Romborama… mi sono messo sul cesso. Ho fatto un videoclip che ad oggi è stato visto da quarantamila persone e quello che si pulisce con la carta igienica sono io! Lo faccio perché quello sono io! Come Hitchcock che nei suoi film compare sempre, anch’io – nel mio piccolo – voglio esserci nei miei lavori. Ci devo essere!

ALESSIO GALBIATI: Quando non fai il tuo cinema, qual è la tua attività, ho visto che lavori nel cinema; me ne vuoi parlare?

BENNET PIMPINELLA: Nella vita reale per trovare i soldi per vivere faccio l’operatore per la televisione e da quando sono uscito dall’Accademia collaboro con Vittorio Storaro… lavoro per lui, faccio l’operatore, carico e scarico i magazzini in 35mm… sto facendo il classico percorso da gavetta: ubbidire, non rispondere… ma quella è tutt’altra cosa.

ALESSIO GALBIATI: Trovo davvero molto interessante che tu faccia sperimentazione, solitamente chi gravita attorno al mondo del cinema difficilmente percorre questa strada…

BENNET PIMPINELLA: Io faccio il mio personalissimo percorso. Questa estate mi hanno proposto una fiction di sei mesi dove mi davano mille euro a settimana per fare questa fiction de mérda, io l’ho rifiutata nonostante il fatto che quei soldi mi avrebbero messo a posto per un sacco di tempo; ho rifiutato per fare Romborama che poi è un lavoro che ho fatto gratis!!! Preferisco fare il mio cinema, la tela, il mio studio. Io me ne sono andato la Lanciano, il posto dove sono nato, perché non volevo un futuro in fabbrica e poi che faccio? vengo a Roma per fare l’operaio nel cinema? Il cinema è una macchina infame perché ti danno sette-ottocento euro a settimana, una cifra che fa gola a tutti, però le persone poi vogliono sempre più soldi. A me è capitato di andare a fare il reality La Talpa… se mi capita un reality che mi permette di viaggiare e fare cose interessanti lo faccio… ma se devo fare l’operaio a Roma io continuerò a graffiare la mia pellicola. Questa è la cosa che mi fa stare bene.

ALESSIO GALBIATI: Quali sono i tuoi artisti di riferimento, del passato come del presente?

BENNET PIMPINELLA: Sono innamorato pazzo del cinema surreale di Stan Brakhage e Zbigniew Rybczyński, mentre sui contemporanei credo che vi sia un solo genio che è Blu. Su internet vedo moltissima roba interessante, ma non mi ricordo i nomi di queste persone. Uno che mi viene in mente è VIDEOGIOCO (loop experiment) di Donato Sansone [guarda il video]. Un altro autore che mi fa impazzire è Jan Svankmajer, quando l’ho visto per la prima volta nel duemila ho avuto chiaro, chiarissimo, che quel tipo di passo uno era quel che avrei voluto fare.

ALESSIO GALBIATI: Fra l’altro lui ha fatto dei lavori per MTV. Per quanto riguarda il tuo stile, hai trovato altre persone che lavorano come te?

BENNET PIMPINELLA: Per fortuna davvero pochissime, nello stesso modo ancora nessuna. Per Romborama ho lavorato su quindicimila frame, come ti ho già detto con una vasta gamma di tecniche: col colore, l’elettraset, con il fuoco, i graffi. Ad oggi su internet non ho trovato nulla di simile al mio lavoro, anche per questo continuo, perché sono uno dei pochi che utilizza questa tecnica, che voglio divenga sempre più riconoscibile.
Prima facevo i festival ma nessuno mi dava importanza, nessuno capiva il mio lavoro, mi si tacciava d’essere intellettuale… che io tutto posso essere tranne che un intellettuale. Ad esempio con STUDIE No°8 [guarda il video] la gente ci vedeva una poesia… ma per me quello era, come tutta le serie STUDIE, solamente una sperimentazione di alcune tecniche. Comunque con i festival non è mai successo niente; prima di aver incominciato ad utilizzare internet e prima di aver realizzato questo video per i Bloody Beetroots nessuno mi aveva (quasi) mai cagato. Ora mi arrivano commenti dall’Australia e da mezzo mondo. Sono tutti feedback che arrivano dall’estero, solo un italiano ha commentato e mi ha detto che è un lavoro pessimo!

ALESSIO GALBIATI: Diciamo che con questa intervista risollevo la media degli italiani!

BENNET PIMPINELLA: Quando ho ricevuto la tua mail, dove mi hai dimostrato interesse e mi hai detto che i miei lavori ti piacevano, ne sono stato molto felice… Sono cose che ti risollevano e ti rendono felice. Perché la maggior parte delle persone vede Romborama, che ha anche una musica un po’ difficile, per “giovani drogati”, non capisce il tipo di lavoro che è stato fatto. Anche per questo motivo ho realizzato un backstage (del quale sto finendo con un amico il montaggio), così da far capire come lavoro, quanto tempo ci vuole per ottenere quei risultati.

ALESSIO GALBIATI: Su quali nuovi progetti stai lavorando?

BENNET PIMPINELLA: Dal 23 di gennaio girerò il nuovo video dei Bloody Beetroots, sarà la storia di un Generale anarchico e per la prima volta mi ritroverò a lavorare con degli attori, con una troupe, elettricista, macchinista, trucco e parrucco. Sarà la mia prima esperienza di regia. Sarà una nuova sfida, sono curioso pur’io di vedere cosa ne verrà fuori.

 




 

ALESSIO GALBIATI: Il mondo dei videoclip è piuttosto complesso, è difficile farsi pagare imponendo un proprio particolarissimo stile, ovviamente prima di essersi affermati ad un certo livello, da quel che hai raccontato, tendono a “tenerti per le palle”… cioè ti fanno fare quello che vuoi ma non pagano. Penso però che la tua tecnica potrebbe essere davvero ideale per la realizzazione dei titoli di testa dei film, troppo spesso anonimi e piatti, che ne pensi?

BENNET PIMPINELLA: In Italia chi ha ben lavorato in questa direzione è stato Gianluigi Toccafondo, per capirci quello della pubblicità della Sambuca piuttosto che la sigla della Fandango… lui, con la tecnica del vetro retroilluminato e dell’animazione su carta, in Italia ha fatto praticamente tutto. Mi è stato proposto di fare cose di questo tipo, ma non si rendono conto del tempo che ci vuole. Tempo fa mi ha contattato un regista che doveva fare un documentario sui Negroamaro e mi ha chiesto di fargli dieci videoclip, praticamente tutto il live, in Super8 e graffiato… Senza rendersi minimamente conto di quanto tempo ci avrei potuto mettere. Io ci metto tre anni, divento cieco e matto per fare uno sforzo del genere!

ALESSIO GALBIATI: Vengono richiesti tempi di produzione su di uno standard digitale, senza comprende la natura della tua tecnica che è assolutamente artigianale.

BENNET PIMPINELLA: Se non sono motivato io non lavoro.

ALESSIO GALBIATI: Hai mai fatto proiezioni direttamente dalla tua pellicola, senza passare per la postproduzione digitale?

BENNET PIMPINELLA: Non lo posso fare perché i Super8 che utilizzo, essendo vecchi, sono tutti rovinati. Quando faccio il telecinema queste pellicole si logorano, e nel momento in cui le faccio passare nel proiettore Super8 le perforazioni a lato dell’immagine tendono a distruggersi. Non mi posso permettere di rovinarle oltremodo. I primi lavori che ho fatto si sono frantumati durante il telecinema, li conservo ma sono tutti spaccati. All’inizio utilizzavo lo spray e mi sono accorto che così facendo la pellicola si irrigidiva, poi ho usato il fuoco e mi sono accorto che la pellicola si deformava ed oltretutto faceva perdere la messa a fuoco in proiezione…

ALESSIO GALBIATI: Insomma il tuo è proprio un gran lavoro, già quel che sei riuscito a realizzare fino ad oggi è assolutamente notevole. Più avrai la possibilità di lavorare con la pellicola 35mm più sarà facile, perché ti sei fatto le ossa con un metodo di lavoro quasi impossibile.

BENNET PIMPINELLA: Con il 35mm ho lavorato solo in Romborama e la storia di questa produzione è incredibile… la pellicola praticamente l’ho recuperata in una maniera non troppo convenzionale che non ti racconto perché credo sia un reato, l’ho recuperata e sono pure riuscito a farmela stampare praticamente a costo zero, altrimenti non ce l’avrei fatta. Grazie ad amici che lavorano come me nel cinema sono riuscito pure ad utilizzare una macchina da presa per 35 ed abbiamo girato tutto in pochissimo tempo, mettendoci delle maschere in testa e facendo tutto veloce… Se ci fai caso noterai che l’abbiamo girato in un magazzino di uno studio cinematografico. Pellicola, stampa, sviluppo e riprese, tutto in 35 e tutto a costo zero! È stato tutto perfetto, altrimenti avrei speso come minimo settemila euro. Ho girato e fatto sviluppare una pizza di pellicola: undici minuti con dodici stacchi!
Quindi le riprese non erano pre-ordinate, ho fatto tutto istintivamente, proprio per questo è stato incredibile scoprire che l’estetica del mio videoclip era davvero così vicina a quella dei Bloody Beetroots, talmente vicina che la copertina del loro disco è un disegno, di Tanino Liberatore, in cui c’è un uomo mascherato seduto sul cesso. La stessa cosa del mio video!
Se poi pensi che il video l’ho fatto senza concordare nulla con loro, direi proprio che la cosa ha del miracoloso. Dopo che Bob Rifo mi aveva detto che da parte loro c’era la voglia di farmi fare un videoclip io sono partito ed ho fatto senza chiedergli nulla, senza che nemmeno sapessero che avevo iniziato. Due mesi dopo il primo contatto lui mi telefona e mi dice che era arrivato il tempo di ragionare su di un videoclip. Io gli ho detto: “Guarda che il vostro video l’ho già fatto, lo finisco e ve lo mando!”. Li ho folgorati!

ALESSIO GALBIATI: Fantastico! Qual è il tuo rapporto con il cinema? intendo come spettatore? E soprattutto qual’era la tua cultura cinematografica prima di incominciare l’Accademia dell’immagine a L’Aquila?

BENNET PIMPINELLA: C’ho messo sette anni a fare il geometra, non mi è mai piaciuto studiare, non mi piaceva fare niente. Quando ho iniziato l’Accademia al cinema avevo visto solamente Rombo 3 e Sliding Doors; io non vado al cinema, non ci sono mai andato e tutt’ora non ci vado. Poi all’Accademia mi sono appassionato al cinema, a questo mezzo, a questo linguaggio. Quando il mio professore ha visto il mio primo cortometraggio, quello di cui dicevo ad inizio intervista, che era una storia d’amore fra un cesso ed un bidet, quando tutti i miei compagni di corso avevano fatto storie assai più classiche, mi ha detto “ma tu sei scemo!”. Questo commento e le reazioni disorientate dei compagni mi hanno fatto capire che questa era la mia strada.

 

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