This Is Spinal Tap > Rob Reiner

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da Rapporto Confidenziale numero14 (maggio 2009)

 

Spinal Tap è il nome di una band metal inglese fittizia – creata proprio per questo film – che viene documentata nel momento in cui il suo successo inizia a dissolversi: un tour negli Stati Uniti ottiene risultati decisamente fiacchi, le tensioni interne si fanno sentire, la copertina del nuovo album viene censurata in quanto offensiva per le donne, la fidanzata di un membro della band mira a seguire le orme di Yoko Ono.

Non che questa fase discendente debba sorprendere: gli Spinal Tap non sono particolarmente bravi né particolarmente brillanti. Al contrario, sono vanesi, ottusi, ovvi musicalmente e troppo propensi a seguire la moda del momento. Una band come molte nella realtà, insomma.

A testimoniare questo particolare momento – celebrativo nelle intenzioni, funereo nella realtà – è il regista Marty DiBergi (in realtà il regista del film Rob Reiner) (1), che segue e commenta le tappe del tour non dimenticando di raccontare i trascorsi della band – che ha abbracciato l’heavy metal dopo un esordio folkhippy (2) – attraverso materiale di repertorio, creato ovviamente anch’esso all’uopo.

Tutti gli stereotipi del genere, sia musicale che cinematografico, sono brillantemente presenti ed è difficile immaginare che tutto ciò esista unicamente come satira sia del mondo del rock che del genere Rockumentary (3). Monumento al culto della personalità, costruito ad arte come praticamente tutti i documentari che testimonino il dietro le quinte di un tour musicale (4), This Is Spinal Tap è un’implosione del genere, uno svelarne il trucco, in quanto filma come fosse reale un evento fasullo, come fasulli sono tutti i personaggi che lo animano.

Risiede qui la forza comica del film, una forza che non solo non accenna a diminuire ma che, al contrario, il passare del tempo sembra enfatizzare, anche perché nel tempo il genere si è affinato solo in quanto a malizia ma non nella sostanza, che mira unicamente alla beatificazione laica di un artista.

A dimostrazione della sua verosimiglianza, leggenda vuole che alla prima inglese gli Iron Maiden lasciarono infuriati la sala convinti che il gruppo del film li citasse apertamente.

Non sorprende sapere che alla sua uscita il film ebbe risultati modesti a causa della convinzione di parte del pubblico che si trattasse di un documentario su una vera band non nota. Si rifarà negli anni grazie alla distribuzione in VHS prima e in DVD poi, trasformandosi in un classico della comicità statunitense.

Ad accrescere la sua credibilità, il fatto che il film, così come i documentari reali, nasce dal lavoro di montaggio di ore e ore di scene girate, qui per permettere agli attori (non a caso accreditati come sceneggiatori) di improvvisare. E la musica è vera, composta per l’occasione, suonata e cantata dagli attori stessi.

Lo sforzo di Reiner e dei suoi attori è quello di non limitarsi a fare satira, una satira benevolente, sempre impietosa ma mai crudele, su una band in difficoltà – esercizio troppo semplice – bensì dell’industria musicale e, in maniera sottile, dei registi che si sono prodotti nella regia di documentari sul mondo del rock.

A dare corpo e voce alla band, l’attore-regista-musicista Christopher Guest, Harry Shearer e Michael McKeen, tutti attori di spessore con alle spalle una partecipazione alla serie televisiva Laverne & Shirley (5) e tutti in seguito al Saturday Night Live proprio come Spinal Tap.

L’evoluzione della storia ha visto Guest, Shearer e McKeen portare il gruppo in concerto, pubblicando anche alcuni dischi. Il paradosso è che This Is Spinal Tap appare come il più reale tra i documentari sul rock in circolazione.
Attenzione ai volti famosi, o divenuti tali in seguito, che vi compaiono! •

Roberto Rippa

 

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Note:

(1) Figlio del regista-attore-autore e produttore Carl Reiner, Rob Reiner debutta sullo schermo quando ancora è bambino. Il suo primo grande successo gli giunge dalla partecipazione nel ruolo di Mike Stivic alla sitcom di Norman Lear All In the Family (in Italia Arcibaldo). Dopo alcune regie televisive negli anni ’70, dirige nel 1984 This Is Spinal Tap, di cui è anche co-autore di soggetto e sceneggiatura. L’anno seguente, The Sure Thing (Sacco a pelo a tre piazze) lo conferma valido regista di commedie. Da allora inanella un successo dopo l’altro: da Stand By Me, tratto da un racconto di Stephen King, passando per il successo clamoroso di When Harry Met Sally (Quando Harry incontra Sally, 1989), Misery (Misery non deve morire, 1990, tratto anchequesto da Stephen King), A Few Good Men (Codice d’onore, 1992), e molti altri. Come attore ha ottenuto due premi Emmy (tutti per All In the Family) e come regista una candidatura all’Oscar (nel 1993 per A Few Good Men). Attualmente sta preparando un film tratto da un romanzo di Wendelin Van Draanen.

(2) Molti i riferimenti, almeno apparenti, a eventi reali della storia del rock: i Pink Floyd avevano una forte componente psichedelica fino a che Syd Barrett ne faceva parte. Quando Roger Waters ne prese il timone, il gruppo abbracciò il genere progressive che ne fece la fortuna. I Black Sabbath, prima di diventare la band metal che conosciamo, si chiamavano Earth e il loro genere era psichedelico con una forte radice blues. I Genesis, con la partenza di Peter Gabriel, si trasformarono da band progressive a pop. E se gli Spinal Tap sono noti per le curiose morti dei suoi batteristi, citate nel film, non sono da meno i Judas Priest, con i sette batteristi cambiati fino all’epoca dell’uscita del film. Se nel film gli Spinal Tap si fanno costruire una scenografia stile Stonehenge che risulta, a causa di un errore di conversione delle misure, di dimensioni molto inferiori al previsto, tanto da essere inutilizzabile, ai Black Sabbath accadde l’opposto: ordinata una scenografia uguale, il risultato fu talmente grande da costringerli a affittare uno spazio più grande del previsto per le prove. Anche qui l’errore è ascrivibile a un’incomprensione riguardante le unità di misura, da piedi a metri.

(3) Il neologismo Rockumentary, che fonde le parole Rock e Documentary, definisce i documentari che trattano di artisti o di un evento musicali.
Molti i registi celebri che si sono cimentati nel genere: da Peter Bogdanovich (Runnin’ Down A Dream su Tom Petty and the Heartbreakers, 2007) a Martin Scorsese (The Last Waltz su The Band, 1976), da Albert e David Maysles con Charlotte Zwerin (Gimme Shelter, sul tragico concerto dei Rolling Stones a Altamont, in California, 1970) a Jonathan Demme (Stop Making Sense sui Talking Heads, 1984). Diverso il discorso fatto da Godard con Sympathy for the Devil (1968) in cui il regista usa come pretesto le sessioni di registrazione del brano citato nel titolo per l’album Beggar’s Banquet, per parlare delle rivoluzioni in atto in quel periodo: dal femminismo, alle Black Panther. Il titolo Sympathy for the Devil si riferisce a una versione rimaneggiata dal produttore del film originale, che Godard aveva intitolato One Plus One. I Rolling Stones sono oggetto di un altro documentario anomalo, il già citato Gimme Shelter di Albert e David Maysles. Il film, che dovrebbe testimoniare fedelmente un concerto tenuto nel 1969 dalla band inglese (con i Jefferson Airplane) nel Nord della California, presso l’autostrada di Altamont, prende improvvisamente un’altra direzione quando gli Hell’s Angels, scelti dagli organizzatori come responsabili del servizio d’ordine, uccidono un ragazzo del pubblico. Il documentario alterna scene del concerto a scene girate tra il pubblico. L’omicidio viene poi mostrato ai Rolling Stones, che commentano l’accaduto in video.

(4) Esempio lampante della falsità dei documentari che offrono la possibilità di assistere al dietro le quinte del tour di un o un’artista musicale è Madonna: Truth or Dare (A letto con Madonna, 1991) di Alek Keshishian. Presentato come (e spesso accolto come) testimonianza fedele, è in realtà un monumento all’artista pop per eccellenza. Un monumento autocostruito, dal momento che il regista pare essere unicamente l’esecutore della volontà dell’artista stessa. Se qualcuno ha mai pensato che si trattasse di un documento verosimile (cosa molto improbabile per un’artista che ha fatto della sua immagine pubblica un vero e proprio capolavoro di comunicazione) sappia che buona parte delle scene realizzate dietro le quinte (riprese in bianco e nero) sono false, recitate ad arte, studiate per alimentare il mito anche attraverso i suoi atteggiamenti meno edificanti, centellinati con grande attenzione. Non sarebbero da meno neppure le riprese delle esibizioni sul palco, probabilmente ricantate in studio per eliminarne le – frequenti – imperfezioni.

(5) Laverne & Shirley, in onda dal 1976 al 1983, è una sitcom derivata da Happy Days. Anche Rob Reiner vi ha partecipato in qualità di ospite in un episodio.

 

 

THIS IS SPINAL TAP (USA/1984)
Regia: Rob Reiner
Sceneggiatura: Christopher Guest, Michael McKean, Harry Shearer, Rob Reiner
Musiche originali: Christopher Guest, Michael McKean, Rob Reiner, Harry Shearer
Fotografia: Peter Smokler
Montaggio: Kent Beyda, Kim Secrist
Interpreti principali: Rob Reiner, Michael McKean, Christopher Guest, Harry Shearer, Fran Drescher, Bruno Kirby, Ed Begley, Jr., Patrick Macnee, Dana Carvey, Billy Crystal, Paul Shortino, Anjelica Huston
Durata: 82′

 

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