Alice in Wonderland > Tim Burton

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Alice in Wonderland01

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero23 (marzo 2010), pag. 8

ALICE IN WAL-MART
Tim Burton e il tema negato

Tim Burton è ormai diventato un vecchio dittatore sovietico morto, che continua ad affacciarsi sul balcone per salutare il popolo, mentre qualcuno dietro di lui muove i suoi arti molli e putrefatti. Tim Burton è morto, ma sono in pochi a rendersene conto, così come sono pochi quelli che hanno visto in “Alice in Wonderland” il punto più basso della sua carriera, che finora ci aveva regalato ben pochi scivoloni, magari film non completamente riusciti, ma mai oggetti orrendi e deformi come il suo ultimo lavoro. Anzi, più che orrendo e deforme, “Alice in Wonderland” è banale e ordinario, una sorta di svendita da grande magazzino della sua visionarietà, dato in pasto alla tanta odiata Walt Disney (evidentemente i soldi mettono la pezza anche ai vecchi rancori) e ad un pubblico che si fa affascinare dalle immagini preconfenziate senza capire che, in fondo, il grande talento di Burton non era solo quello visivo, ma soprattutto la sua capacità di creare storie che nessuno aveva ancora raccontato, travestendo la malinconia, il sogno e l’incubo, in favola e racconto per l’infanzia (basti ricordarsi come adattò alla propria sensibilità, le vicende supereroistiche di Batman).
Per questo mi piace pensare che dietro al fallimento di “Alice in Wonderland” e della sua non esaltante filmografia degli ultimi anni, si celi qualcosa di più profondo rispetto al semplice fatto di aver ceduto ai dollari dello zio Walt. È evidente come nei suoi ultimi film, Tim Burton si sia trovato in difficoltà nel gestire con la serietà e l’originalità che lo ha sempre contraddistinto, l’elaborazione delle figure paterne. Da sempre punto cardine del suo cinema (dal padre/creatore di “Edward mani di forbici” a quello invisibile del Pinguino di “Batman – Il ritorno”), la figura paterna ha rappresentato per il background dei suoi personaggi, la fonte della loro mutazione in mostri, in freak, in creature incomplete, così com’era incompleto il rapporto con il loro genitore. La paternità quindi genera mostri e crea deformità prostetiche come il costume di Batman, le forbici di Edward o i macchinari assassini di Willy Wonka. È proprio con “Charlie e la fabbrica di cioccolato” che nel cinema di Tim Burton la figura paterna inizia a vacillare: sebbene i flashback di Willy Wonka siano funzionali all’economia del racconto, Burton sembra semplificare sin troppo l’introspezione del personaggio, ma in fondo la scelta è perdonabile dato il target di riferimento. Dopo la parentesi de “La sposa cadavere” dove il tema viene decisamente tralasciato, la figura paterna ritorna prepotentemente con “Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet street”, con una rabbia e un dolore inaspettati. Il punto focale questa volta non è più il figlio, ma il padre privato della paternità che si trasforma, ancora una volta, in un mostro. Qualcosa però nel film non funziona e il tema non è sempre trattato con il giusto spessore, cedendo spesso il passo al solo piacere della vista. Stesso errore in cui cade “Alice in Wonderland”, dove il padre della piccola Alice non solo è una figura marginale al racconto, ma soprattutto è una figura totalmente positiva e incoraggiante. È forse per questo che il personaggio di Alice non è un’eroina fragile e insicura (con incubi veri e occhiaie meritate), ma un cavaliere senza macchia e senza paura che taglia teste ad enormi mostri, forse quegli stessi mostri che nei film precedenti di Burton erano esseri incompresi che nascondevano qualcosa dietro il loro spaventoso aspetto.
Con Alice, Tim Burton sembra voler chiudere per sempre i conti con uno dei temi portanti della sua filmografia. Forse la nascita del suo primo figlio (che non a caso coincide l’uscita nelle sale di “Big fish”) lo ha riappacificato con la paternità, anche se ci saremmo aspettati, dato il mutare di prospettiva, un cambiamento differente, magari capace di arricchire il tema piuttosto che abbandonarlo del tutto. E abbandonare la linfa vitale del proprio cinema è sempre un po’ come morire, soprattutto se lo si fa non perché spinti dalla ricerca di qualcos’altro, ma semplicemente per piacere al grande pubblico e a quella Disney che l’aveva rinchiuso nei suoi studi per disegnare volpi spiaccicate.
Tim Burton è morto, questo è chiaro. Ma lo sappiamo che il cinema è fatto di morti e resurrezioni continue. Ed è quello che ci aspettiamo.

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