The Bride of Frankenstein > James Whale

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articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero23 (marzo 2010), pag. 53

Poche volte nella storia del cinema il sequel è riuscito a superare nettamente il suo predecessore. E’ questo il caso de “La moglie di Frankenstein”, seguito del Frankenstein datato 1931 e firmato sempre dallo stesso James Whale. La storia riprende direttamente da dove l’avevamo lasciata. Quel mulino abbandonato smette di prendere fuoco. Sia la creatura che il dottor Frankenstein sono riusciti a sopravvivere: l’uno vaga per le campagne, l’altro decide di fuggire da quel luogo maledetto in compagnia della moglie. Ecco però arrivare il dottor Pretorius, scienziato malvagio che, venuto a conoscenza della scoperta di Victor, vuole convincerlo a costruire una compagna per il mostro e creare così una nuova stirpe di uomini. All’inizio il dottor Frankenstein rifiuta l’offerta ma quando la creatura rapisce la sua consorte decide di rimettersi al lavoro.
Se il primo capitolo della saga di Frankenstein aveva meravigliato per la sua bellissima componente gotica, questo colpisce innanzitutto per la sua conversione a commedia nera pur mantenendo tutte le componenti dell’opera precedente. I toni drammatici sono dunque stemperati da un gusto da commedia macabra, senza per questo perdere i suoi caratteri originari di dramma socio-horror. Whale ricostruisce il mito della creatura dandogli il dono della parola e addolcendo i suoi lineamenti (sempre grazie all’ottimo make-up di Jack Pierce). Ne deriva un’inaspettata analisi psicologica del mostro che, grazie alla parola riesce ad esprimere tutti i suoi problemi, tutte le sue paure. Se la Shelley verte il suo romanzo su una lettura filosofico-religiosa della nuova creazione, Whale fonda la sua opera sull’analisi psicologica del mostro, vero protagonista della pellicola. La creatura dunque non è triste perché è brutto, perché si sente diverso, quanto perché è destinato a rimanere solo per tutta la sua esistenza. L’arrivo di una compagna poteva salvarlo ma anche lei è spaventata. Non gli rimarrà che uccidersi e trovare così finalmente la pace. Il dramma della creatura è seguito insistentemente dall’occhio di Whale, che costruisce così una delle figure più complesse del cinema horror degli anni ‘30. La regia di Whale indugia sui particolari, si fa drammatica grazie alle inquadrature espressioniste e alla buona fotografia di John J. Mescall. Da segnalare anche la superba scenografia del laboratorio.
La colonna sonora composta da Franz Waxman venne poi utilizzata nel 1936 per il serial televisivo Flash Gordon. Bravi nei loro ruoli il grande (enorme, immenso) Boris Karloff ancora nei panni della creatura ed Ernest Thesiger in quelli del dottor Pretorius (summa diabolica di tutti i mad scientists anni ‘30). Brava la new entry Elsa Lanchester che nei panni della compagna del mostro (anche se nel prologo interpreta anche Mary Shelley) ci regala un’interpretazione ottima, con un urlo finale, animale e disperato come pochi. Ricordiamo anche la sua capigliatura cult.
La moglie di Frankenstein circola anche in versione ridotta, tronca dell’omicidio del borgomastro da parte del mostro e del prologo in cui la Shelley racconta al marito e a Lord Byron il seguito della storia del barone Frankenstein.

Matteo Contin

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Bride of Frankenstein (La moglie di Frankenstein, 1935)
Regia: James Whale; Soggetto: ispirato al romanzo Frankenstein di Mary Shelley. Storia di Robert Florey; Sceneggiatura: William Hurlbut, Edmund Pearson (non accreditato), Tom Reed (non accreditato). Dall’adattamento di: John L. Balderston, Josef Berne (non accreditato), Lawrence G. Blochman (non accreditato), Morton Covan; Musiche: Franz Waxman; Fotografia: John J. Mescall; Montaggio: Ted J. Kent; Interpreti principali: Boris Karloff (il mostro), Colin Clive (Henry Frankenstein), Valerie Hobson (Elizabeth), Ernest Thesiger (Dottor Pretorius), Elsa Lanchester (Mary Wollstonecraft Shelley / la moglie), Gavin Gordon (Lord Byron), Douglas Walton (Percy Bysshe Shelley), Una O’Connor (Minnie); Paese: USA; Durata: 75’.

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