Hugó, a víziló > József Gémes

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…Questa è la storia di Hugo l’ippopotamo, familiarmente chiamato Hugo Hippo. Vi sono molte leggende sugli ippopotami ma questa che cambiò la vita di Hugo è una storia che comincia con una leggenda sugli squali…

I Love Hugo

Negli Anni ‘70, nei pressi di Villa Borghese, frequentavo la scuola elementare “Regina Elena” (una scuola borghese e di Sinistra dove, ricordo, studiavano anche i figli del filosofo Massimo Cacciari, allora per la prima volta parlamentare a Roma); istituto che ebbe tra i suoi alunni anche due grandi attori quali Raimondo Vianello e Vittorio Gassman. L’indimenticabile maestra si chiamava Maria Pedrelli alla quale fu affidato il metodo Montessori a tempo pieno. Spesso, uscendo da scuola nel pomeriggio, non vedevo l’ora di farmi accompagnare da mia madre in un negozio fornitissimo di film di ogni genere, la Frollini Cinematografica (poi divenuta Mabj Cinematografia) che si trovava lungo Via Salaria non lontano da la Rinascente di Piazza Fiume. Andavo molto spesso da questa simpatica signora, Maria Bianco Frollini (ex-moglie del produttore Aldo Frollini, il primo che ideò il sistema del Telecinema, il trasferimento da pellicola a video), la quale fu la prima in Italia a vendere televisori e poi film in 8mm ed in seguito in Super8. Entrambi avevano due figli: Goffredo che si occupa di apparecchiature video, e Simonetta la quale lavorò nel cinema come aiuto regista di Lina Wertmuller.
Maria Bianco – detta semplicemente Mabj – era una vera e propria esperta di cinema e vantava celebrità tra i suoi clienti, come Visconti, Rossellini, Pirro e molti altri, fra i quali anche l’attuale Premier della Sinistra, Walter Veltroni, allora bambino.La Signora Mabj mi prese particolarmente in simpatia e nell’arco di diversi anni riuscii ad acquistare da lei tutti i film Disney in Super8, in edizioni rarissime, di qualità assai superiore di quelli prodotti di straforo che si vedevano comunemente in commercio. Ricordo infatti che alcune pellicole si trovavano solo alla “Mabj” ma, essendo un negozio della Roma-bene, aveva dei prezzi piuttosto esosi; in particolar modo rammento un film d’animazione in 6 bobine da 120 mt. dal titolo Hugo l’ippopotamo, esposto in alto nella vetrina di entrata nel negozio, di cui v’era una copia soltanto. Quando lo vidi, nel marzo del 1979, me ne innamorai completamente e ricordo la fatica che facevo per scrutarlo in ogni suo dettaglio, visto che per la mia altezza era ubicato molto in alto. Costava all’epoca ben 120.000 lire. «Se metto da parte 1.000 lire al giorno», pensavo, «in 5 mesi riesco a comprare il film»; proposito che non riuscii a mantenere. Nello stesso periodo una TV privata trasmise Hugo l’ippopotamo ma notai nel film colori smorti ed un segno “spoglio” che ben poco avevano a che fare con quell’accattivante scatola in Super8 in vendita da Mabj.
Da oltre un quarto di secolo mi reco spesso dalla “Signora Mabj” che mi riporta ai miei sogni di infanzia. Alla fine degli Anni 90, le raccontai l’episodio di Hugo l’ippopotamo e di quanto mi dispiacque non averlo potuto acquistare durante l’infanzia. Sepolto nei sotterranei del negozio, assieme a migliaia di altri film, rinvenimmo quella stessa ed unica copia, mai venduta e lì giacente da quasi vent’anni. Mabj, che oltre ad essermi amica, aveva anche uno spiccato senso del commercio, mi propose, «Beh, adesso 120.000 lire te le puoi permettere!». E per lo stesso prezzo comprai, un quarto di secolo dopo, la medesima copia del film che non potei acquistare da bambino. I Love Hugo!


L’eroe in funzione della fiaba: il ribaltamento dei canoni

L’inizio è eloquente: la cittadina al porto di Zanzibar coi variegati edifici in prospetto, è descritta attraverso semplicissimi ma interessanti effetti multiplane di navi mercantili e barche a vela che scorrono lungo il mare, per alzarsi verticalmente in panoramica, fino a scoprire l’intero paesaggio africano, con i gabbiani che volano in un altura celeste.
I titoli di testa su scena mostrano diversi animali, chiaramente ricavati da foto illustrate e tracciati a segno uniforme e grafico; pochi ed eloquenti i movimenti degli occhi, delle espressioni, ecc, mentre introduce con tono compassato e puramente didattico la voce narrante: «…Tutti conosciamo la differenza tra gli uomini e gli animali. Gli uomini prendono le medicine, fanno le guerre, leggono libri, gli animali no. Gli animali non si servono mai degli uomini per risolvere i loro problemi, invece gli uomini si servono continuamente degli animali, spesso senza curarsi di cosa sia meglio per loro. E questo è l’argomento di questa nostra storia…».
Ad esempio il sole, che irradia i campi nel verde della Tanzania, è ispirato agli effetti «a trucco» dei primissimi film del muto, se pur in apparenza seguendo una texture anni ’70 ma con riferimenti al retrò e al liberty soprattutto quando il disco solare emette raggi costituiti da piccole decorazioni a forma di stelline animate.
Il tutto giocato, sin dalle primissime scene, fra il realistico e il simbolico: il piccolo Hugo si diletta con una simpatica libellula nel laghetto degli ippopotami ma, dove finisce la palude con la terra ferma, la panoramica prosegue risolvendosi in una singolarissima cartina geografica che indica, nella Tanzania, le due principali città vicino l’Oceano Indiano: Dar es Salaam e Zanzibar.
Quest’ultima, nel racconto è definita: «pigra isola nell’Oceano indiano. Qui, da tempo immemorabile, la popolazione coltiva i profumatissimi chiodi di garofano ed è governata da un sonnolento sultano».

L’esposizione della storia è lentissima: la lunga marcia cantata dal buon popolo di Zanzibar il quale imbarca, nel porto della Tanzania, pesanti casse di chiodi di garofano sulle grandi navi per le esportazioni in tutto il mondo. Alle onde destrutturate in armoniche forme rosate in movimento, si passa alle plumbee nuvole disegnate con vari toni di indaco, grigio e blu per dar spazio al branco di terribili teppisti-squali, in uno stile senza tempo fra l’antico e il moderno: a metà fra pirati e nazisti, adornati, in differenti gradi gerarchici, con elmetti da feldmarescialli con tanto di teschi, catene di metallo pesante e simboli da veri teppisti metropolitani: la sequenza, alternata al disegno lineare delle nuvole, è corroborata da realistici effetti subacquei ottenuti con filtri deformanti: ed ecco che il fondale sottomarino appare come una frastornante pop music anni ’70 che dà vita all’incalzante canzone, «Zig-Zag».
La pacifica cittadina è saccheggiata e le esportazioni del Sultano Majid sono in pericolo, per questo gli sovviene l’idea che la cattura di tutti gli ippopotami può fronteggiare l’emergenza squali.


Hugo e Jorma: l’amicizia tra l’uomo e l’animale

Si sa che da sempre i bambini, al contrario degli adulti, hanno particolare predisposizione ad allacciare amicizie con gli animali, fino a farne degli affettuosi e inseparabili compagni di gioco.
Il piccolo Hugo, rimasto solo, cadendo nelle acque della Baia di Kurasami, stringe amicizia con un piccolo amo: non è infatti un pesce quello pescato dal piccolo Jorma, bensì un cucciolo d’ippopotamo… Allietati, nella versione italiana, dal coro dei 4 + 4 di Nora Orlandi, li troviamo entrambi a giocare nella maniera più povera ma divertente: con un semplice foulard colorato, Jorma fa il torero e il piccolo nuovo amico il toro; e corrono, corrono, tanto da contendersi, tirandolo l’uno dalla parte opposta all’altro, quell’unico pezzo di stoffa dal quale hanno entrambi ricavato un gioco d’infanzia, fino a culminare in un tenero abbraccio tra il bambino e il piccolo ippopotamo rosa. Verso sera, dispiaciuto, Jorma dice che deve congedarsi per fare i compiti, ma il piccolo Hugo, rimasto senza famiglia, continua a seguirlo. Al calar del tramonto, il bambino lo informa che a casa sua per gli ippopotami non vi è certo posto, promettendogli che il giorno dopo giocheranno nuovamente assieme.
Simpatica, nella casa del bambino, l’idea di lui e famiglia i quali al mattino fanno colazione coi i corn flakes (una famiglia all’americana per intenderci), nonché curiosa l’idea grafica dei cereali ‘Jungle Pops’…

Alla scuola, vi sono bambini bianchi, biondi e ricchi (che vengono in bici) ed altri neri e meno ricchi, a piedi, i quali, tutti insieme invece, vivono in allegria le lezioni scolastiche di Mr. Bow-wow; un signorile maestro in cappotto a collo di pelliccia e papillon protagonista anche di una simpatica sequenza cantata, attorniato in casa da gufi, struzzi e serpenti a sonagli, i quali danno vita e forma ai più originali effetti visivi dai colori psichedelici… fino a recarsi al mattino a scuola a bordo della sua lussuosa auto, o meglio del suo struzzo personale. La scuola è una delicata e graziosa capanna, con al centro una simpatica campanella scolastica, nella quale quotidianamente i bambini seguono attenti le lezioni di geografia, matematica e scienze: dai viaggi sulla luna alla storia del petrolio; una bambina è chiamata dal Maestro Bow-wow ad illustrare la sua ricerca scientifica sulle eruzioni vulcaniche esibendo un enorme plastico del monte Kilimangiaro, e ciò determina una nuova serie di trovate esilaranti fra i ragazzi e il piccolo Jorma la cui attenzione all’esterno del simpatico e gradevole edifico è richiamata dal suo piccolo amico Hugo, venuto appositamente a salutarlo. Mr. Bow-wow chiede a Jorma di mostrare la ricerca, la quale non ha portato per via del divertimento trascorso il giorno prima in compagnia del suo nuovo amico: cosicché viene al bimbo l’idea immediata di convincere il maestro che la sua è proprio una ricerca sugli ippopotami che vivono nella loro Baia, contrariamente a quanto invece si sa. Ma non ci vuole molto per convincere il maestro: Hugo è già in classe ed è subito amico di tutti i bambini di scuola!
E Jorma e Hugo diventano amici per la pelle.


La cattura degli ippopotami: il «colonialismo» animale

Interessante è che la caccia di ippopotami si svolge lungo le terre di Dar es Salaam, sempre attraverso la logica che gioca fra simbolo e realtà: così un bimbo con le ali d’angioletto, da una nuvola soffia deviando la direzione della nave a vapore con la spedizione capitanata da Aban Khan; mentre il lungo tragitto che segna il chilometraggio compiuto, viene graficamente affiancato da un leone che osserva correndo su un gran giro di ruota; vi sono scene puramente didascaliche e lineari le quali “spezzano” ogni ritmo e incuriosiscono lo spettatore, come ad esempio il treno fermo, con a bordo Aban Khan, che attende la carovana di elefanti che passano.
Interessante è la figura, fatta uscire come in un gioco di prestigio dal Mago reale che affianca Aban Khan, di un gigantesco robot Cow Boy, che cavalca un altrettanto cavallo meccanizzato, il quale, con un enorme lazo riesce a catturare la dozzina di ippopotami (come non trovare in un cow boy americano, chiari e lampanti riferimenti al colonialismo inglese?).

Da notare che Hugo era stato inizialmente catturato, ma il padre, Re George, che correva con lui, si è mosso per liberare il figlioletto tanto da essere preso al suo posto… V.di i riferimenti con la logica del lungometraggio Disney, nella quale spesso è evidenziato il sacrificio dei padri verso i figli… Come anche la caccia agli ippopotami intrappolati in enormi gabbie formate da grandi canne di bambù, rievoca molto l’idea della cattura degli animali del circo in Dumbo.
Come già sottinteso, la cattura dei dodici ippopotami è avvenuta grazie all’enorme Cow-Boy meccanico ma il potente e mefistofelico Aban Kjhan non si è accorto più di tanto del più piccolo, erede al trono del regno di Dar es Salaam. E con la vittoria degli ippopotami sugli squali si dà il via all’allegra banda musicale, con la quale, sulle note del motivo trainante del film, viene data vita alle più brillanti e allegre trovate fra trombe, coriandoli e stelle filanti nel festante popolo di Zanzibar.
Il piccolo ippopotamo divenne per tutti l’eroe degli eroi: la mascotte del popolo, tanto da essergli attribuito unanimemente il simpatico nome di «Hugo, che nella lingua di Zanzibar significava “eccolo là”».

Hugo’s world

Hugo, un po’ pony e un po’ elefantino, è un piccolo e grazioso ippopotamo color rosa. Cos’altro bisogna aggiungere su un personaggio la cui tenerezza conquista immediatamente la simpatia dello spettatore?
Jorma è un tipico e simpatico bimbo dell’East Africa, con la camicia in cui sono ben definiti bottoni e colletto, nonché pantaloni a bretella, chiari e alla “zuava”. Il disegno del bambino è lineare e realistico, i tratti del viso ben definiti ed armonici; come anche quelli degli altri ragazzini che rivelano conoscenza del disegno dal vero ed introspezione psicologica.

Il maestro Bow-wow, calvo e con piccoli occhialetti a cerchio alla John Lennon, lo vediamo spesso in cappotto a collo di pelliccia e papillon, dal tono sobrio e intellettuale, sempre pronto a legger libri perfino in groppa al suo struzzo personale quando al mattino si reca a scuola.
Il Sultano Majid, personaggio realmente esistito (1), il quale ha impiantando la più grossa industria di chiodi di garofano del mondo, sta studiando un modo per la cattura del terribile gruppo di squali radunando nella sua lussuosa reggia tutti i suoi ministri. Lo vediamo ridondante col suo ornamentale carillon (da notare che è il suo fedele ghepardo a girare la manovella al padrone…) all’interno della sua reggia arabeggiante e vagamente indiana; occhi piccoli e labbra accentuate dal disegno lineare e spoglio, barba ai lati adornante il viso in parte coperto dal grosso turbante a diadema e pennacchi, nonché vestito con vistosi abiti dai colori più variegati, sempre accompagnandosi al suo fedele ghepardo Nimara (da notare che ha il collare con un foulard a piuma uguale a quello del Sultano).

Il Gran Visir Aban Khan, ministro della giustizia e delle finanze di Sua Maestà il Sultano di Zanzibar, viaggia in una lussuosa e dorata Rolls-Royce e vive in un suo personale palazzo, tetro e diroccato. Dagli occhi cerchiati e dalla carnagione verdastra dalla bile, Aban Khan è un personaggio oblungo, sinistro e mefistofelico; molto ricordano, i clichés del Sultano goffo e buono col Gran Visir alto e femmineo, i personaggi già improntati un quarto di secolo addietro in Italia da Anton Gino Domeneghini ne La Rosa di Bagdad.
Vi sono inoltre ministri o scienziati “bianchi” e “neri”: ad esempio, uno, con baffetti hitleriani, di formazione geopolitica, e l’altro, con tanto di copricapo faz e costumi tradizionali. Come anche il curioso personaggio del Mago reale, con occhiali da sole e baffi arricciati alla francese; un indovino con abiti e cappello da mago, più simile ad un prestigiatore con tanto di bacchetta magica, il quale dà vita a stranissime performance, come trasformare la testa del Sultano Majid in quella di un grosso maiale, o far uscire dalle maniche un nutrito gruppo di conigli bianchi i quali infestano l’intera sala, o trasformarla ancora in un ambiente ghiacciato simile all’Antartide… Questi, del Sultano, i suoi non eccelsi ministri… Ma è lo stesso Majid, osservando di notte gli astri brillare, che intravede in una costellazione stellata a forma d’ippopotamo la soluzione alla minaccia economica di Zanzibar…


József Gémes: un’arte al servizio della comunità

Il Regista dell’Animazione è l’ungherese József Gémes, famosissimo autore della prestigiosa Pannónia Filmstudio (2).
Di lui, il sito ufficiale della Pannónia Filmstudio, in una mini-biografia così lo presenta:
«Born in 1939 in Budapest. He joined Pannonia Film, the largest animation film company in 1965. He took a degree at the Academy of Applied Arts in directing and designing in 1966. He started directing animated films in 1968. His first short film, Concertissimo gathered many awards at different film festivals and since then his films have consistenly attracted both critical and popular acclaim».
Gémes non ha certo bisogno di presentazioni: è uno più acclamati pilastri della “scuola” ungherese ed i suoi film (3) sono stati premiati nei più importanti festival internazionali con grandi riconoscimenti anche da parte del vasto pubblico.
I disegni originali di Hugo the Hippo sono stati invece impostati da Graham Percy, un noto illustratore di libri per bambini della Nuova Zelanda. Anche se laureatosi nel 1967 al prestigioso Royal College of Art di Londra, le sue delicate illustrazioni non possono che scorgere ispirazione dal suo paese d’origine di rara bellezza e varietà paesaggistica: montagne glaciali, fiumi impetuosi, laghi limpidi e profondi, tanto che lo stile “freddo” e “incontaminato” di Hugo non può che trarre diretto spunto dalla patria natia del suo autore.

La bravura di Gémes in Hugo the Hippo è stata soprattutto nel saper coniugare in un unico film l’arcaico gusto del primo cinematografo di Melies; il fascino dei vecchi cartoon dei Fleischer; la deliziosità sentimentale di Disney; la forza del grafismo realistico di Gusztáv; l’originalità di vedute di Bakshi; la poesia d’oriente di Domeneghini; e il sapore lineare e liberty di Yellow Submarine di Dunning.
Come ha scritto anni fa Mario Pintus sul grande maestro ungherese dell’animazione József Gémes, «…Ma c’è un autore che esprime la pluralità di un’arte realmente intesa al servizio della comunità, e che rappresenta meglio di ogni altro la potenzialità del cinema di animazione ungherese: József Gémes. Quasi tutti i suoi lavori, frutto di una tecnica creativamente semplice ed umoristica, sono gustosi gioielli grafici cui si accompagna un’ironia impietosa e graffiante, e le storie si risolvono in un segno grottesco che acuisce la realtà dei contenuti. […] Fra le cose più impegnative di Gémes ricordiamo ancora Hugo the hippo (Hugo l’ippopotamo, 1973), un lungometraggio per l’infanzia realizzato su commessa della Brut Production americana per la regia di Bill Feigenbaum, ma completamente coordinato e realizzato dall’autore magiaro in un segno molto dolce che contraddistingue la semplice linearità dei personaggi e ben si adatta al sapore di favola della storia» (4).


Hugo the hippo: uno straordinario film… a ritmo d’ippopotamo

Il contrasto più evidente è che il film è lentissimo, eppure, al contempo, la trama cambia di continuo: un film unico nel suo genere. Vediamo: la sceneggiatura è lenta e diluita in tempi cinematografici assai lunghi; qui è la storia in termini di racconto a sviluppare la trama e a far emergere il protagonista, e non viceversa come di consueto accade. Spesso alle animazioni di Hugo sono alternate riprendendo qua e là singolari spunti di immagini ricavate da materiale fotografico (gli animali della foresta nei titoli iniziali, lo struzzo di Mr. Bow-wow, come la marcia dei babbuini nella seconda parte, sembrano – con certo contrasto col restante del film – direttamente lucidati da certi libri sulla natura con relative foto di giraffe, leoni e rinoceronti… Mentre altre volte semplici grafici prospettici e moduli geometrici con simpatiche decorazioni annesse rendono ugualmente in modo realistico ed eterogeneo, l’idea del continente africano.

Come anche le scenografie, senza esser dipinte con relative sfumature, sono tracciate a linee rette segmentate a definizione degli alberi e colorate direttamente con uniformità cromatica sugli stessi fogli di celluloide che fanno da sfondo; alcune, più semplificate, sono ricavate dalle masse destrutturate delle foglie non sfumate ma suddivise in zone dalle differenti tonalità di verde che fanno da contorno; altre, più precise, sembrano anch’esse prese da montaggi e foto di villaggi africani.
Segno grafico di contorno, lineare e ‘spoglio’: “slavo” potremo dire per certi aspetti; vagamente liberty e decorativo per altri ma compensato a volte da un alto grado di realismo nelle fisionomie e nella dinamica del movimento.
La varietà cromatica è altrettanto singolare: colori tenui, quasi smorti, ma tonali e altrettanto armonici col restante dell’opera; le sfumature nelle scenografie sono date dai diversi toni delle ombre già in partenza circoscritte a segno. Ancor più curiosi i personaggi: lineari al massimo ma stranamente, nonostante alcune volte perfino impersonali, quasi del tutto realistici; anche la struttura dell’animazione è assai singolare: “fissi” talvolta lunghi ma con rapidi sventolii di azione in primissimo piano, nonché grande abilità nelle animazioni e nella struttura dei personaggi (ad esempio l’interno del palazzo del Gran Visir con Aban Khan che scende le scale; come anche i bimbi della scuola: poche e essenziali linee ma l’effetto ritratto è perfetto); altrettanto uniche le sequenze cantate (la più incredibile è quella del maestro di scuola che esce a bordo di uno struzzo – realistico nel design e nei movimenti, su base fotografica – che lascia, in lontananza, l’abitazione: una dignitosa villetta africana simile alle vedute in prospetto dei progetti architettonici…

La storia poi è quanto mai stravagante in una girandola di invenzioni, la quale sembra venga ad inventarsi, sequenza per sequenza, senza che lo spettatore possa immaginarsi il prosieguo; senza tacere su particolari visivi quantomai accomodati: vedasi il palazzo dell’emittente televisiva con le fattezze del sultano e le antenne che sbucano lateralmente; come anche il nido di uccelli poggiato in p.p.p. su di un antenna, il tutto fra grattacieli linearmente tracciati a riga e squadra con un po’ di finestrelle rettangolari ad arricchimento della composizione estetica della scena; come ancora nelle svariate avventure di sogno di Hugo e i bambini, nelle quali si assiste a trasformazioni a dir poco scoppiettanti.
Di stranezze, seguendo per esteso l’intero film, se ne trovano a migliaia e per di più, visionando i particolari che lo compongono, scena per scena!
Eppure, proprio per l’originalità cui ho poc’anzi accennato, è da considerarsi un film pregiato, elegante sotto molti aspetti, mentre per altri, a dir poco unico… Vale inoltre la pena ricordare nella versione italiana le musiche rimbastite da Sandro Tuminelli e Cino Tortorella; come importante l’apporto del famoso coro dei 4+4 di Nora Orlandi; come anche validissimi i personaggi e doppiatori che vi hanno preso parte fra i quali Leo Gullotta e Sandro Noto; Riccardo Rossi, ancora bambino che dà la voce a Jorma, Giorgio Gusso e Paolo Lombardi; Germano Longo, Laura Boccanera, Roberto Del Giudice e molti altri, oggi affermatissimi doppiatori, alcuni dei quali allora agli esordi…


Il piccolo Hugo: un principe dal cuore d’oro

Hugo è un principe, è l’erede al trono del reame degli ippopotami. Eppure mai se ne fa vanto, ha la sincerità di un bambino; lo troviamo a scodinzolare vicino a mamma ippopotamo, in posa fotografica accanto al babbo, re degli ippopotami; non cerca lustri davanti agli animali della giungla selvaggia. Insomma, Hugo ha il candore e l’innocenza di un bambino, tanto che diventa amico del piccolo Jorma, e con lui, di tutti gli altri bambini della cittadina della Tanzania. Per questo, ciascuno spettatore, adulto o bambino che sia, può immedesimarsi, aiutato dal disegno semplice e lineare e dai colori delicati e innocenti: Hugo l’ippopotamo è l’archetipo della parte più sincera e innocente che c’è in ognuno di noi.

Happy Hugo!: l’Astratto nel Figurativo

Grandi spunti grafici e coloristici sono dati dalle sequenze, con le canzoni, nella versione inglese, interpretate da due componenti della famosa dinastia americana degli «Osmond Family»: Marie Osmond e Jimmy Osmond.
La cantante esordì nel cinema proprio con la colonna sonora di questo film, la quale ha dato un contributo non da poco all’innata simpatia del piccolo ippopotamo. Ma tratteggiamo l’argomento in questione.
A questo punto, nell’Arte di Gémes, di fronte a tanto sobrio realismo vengono alternate alcune sequenze di grande accattivanza spettacolare: come non ricordare, a tal proposito, il pirotecnico parco di divertimento subacqueo degli ippopotami, nel quale le creature grandi guidano i caroselli e le piccole conducono le automobili allietati da ricci marini, conchiglie, coralli colorati che fanno da cornice a pesci variopinti che formano le lettere della parola ‘Hippopotamus’; il tutto in un turbinio di caroselli colorati, luna park sottomarini con tanto di ottovolanti, giostre ed automobiline a scontro a forma di pesci; scivoli e altalene e montagne russe con a bordo tanti, tantissimi piccoli ippopotami, i quali, a motivo di continue trasformazioni entrano in garbate ma stravaganti stanze coi giochi degli “specchi deformanti” (vedi il probabile riferimento ad uno dei più riusciti cortometraggi Disney del 1940 con protagonista Pluto, intitolato Bone Trouble); trasformazioni animate che corrispondono a soluzioni grafiche e di sceneggiatura come quando dalla bocca di un coccodrillo emerge un’alga marina portata da simpatici pesciolini sul capo del Re degli ippopotami, papà del principino Hugo, entrambi – per l’occasione – fotografati da un simpatico pesciolino con macchina fotografica d’epoca; ambientazione che prosegue fino a diventare, trasformandosi, un vero luna park notturno illuminato da girandole e luci psichedeliche d’ogni genere. L’affetto per la mamma, però, è altrettanto evidente ma senza subitanei distacchi: entrando in una grotta sottomarina a forma di cuore, il piccolo Hugo lanciandosi in “aria” – si fa per dire – indossa un guscio acquatico tartarugato che fa di paracadute, mentre scodinzola cercando ancora le “coccole” di mamma ippopotamo. Come si può non ricordare nel piccolo ippopotamo Hugo chiari ed eloquenti riferimenti a Dumbo di Walt Disney?

Interessante è invece, dopo la liberazione degli squali da parte degli ippopotami con Zanzibar che torna ad essere un paese fiorente, quando si vede un altissimo grattacielo della principale emittente televisiva che ha la “cupola” raffigurante il busto del Sultano con tanto di antenne paraboliche che fuoriescono dal turbante; come curiosa è l’idea della conferenza stampa dello stesso Majhid assieme ai suoi ministri e scienziati tra flash e telecamere.
Come degna di interesse è la sequenza che ha inizio col sinistro e diroccato palazzo di pietra di Aban Khan, adornato di anelli dorati e di maniglie a forma di teschio con rapaci racchiusi in anguste gabbie: guidato dagli interessi di tre contadini, il Gran Visir – geloso della popolarità di cui gode il Sultano Majid presso Zanzibar – decide in proprio di sterminare la dinastia di ippopotami. Come risolvere graficamente la “battaglia”, cioè il «fuoco» interiore di Aban Khan il quale vive in «terra», e gli ippopotami, se questi ultimi vivono in «acqua»? L’autore ungherese la fa svolgere attraverso un’altra dimensione ancora, nuova e differente per tutti: l’«aria». La “battaglia” fra Aban Khan e gli ippopotami è simbolica nella descrizione visiva ma reale nel racconto. Come in un sogno, anzi un incubo che diventa realtà: Aban Khan fra le scale del palazzo come soluzione agli ippopotami estrae una pistola, il cui imbocco luminoso, in dissolvenza incrociata, diventa una luna; come le sagome del Gran Visir ed i suoi a bordo di una barca, si mutano in forme di sinistre nubi minacciose nel cielo notturno, mentre il fucile spara fulmini e saette che finiscono col massacro della famiglia d’ippopotami, altrettanto in forma di conglomerati nubiformi.
Un incubo sembra, ma invece è realtà: Re e Regina, genitori del piccolo ippopotamo rosa, sono sterminati, tutti gli altri massacrati, tranne uno: Hugo, che nella furibonda battaglia col mare in tempesta riesce a fuggire, mentre le onde si trasformano nel mefistofelico volto del Gran Visir Aban Khan.

Come anche, quando il povero Hugo si ritrova solo, all’alba, in riva al mare e svenuto, viene svegliato dalla pinzata del piccolo granchio, di cui curiosa è l’ideazione grafica con l’elmetto da cavaliere e i cannocchiali meccanici al posto degli occhi.
Oppure quando Hugo si ritrova a rincorrere un cavolfiore che viene sbattuto da due scimpanzé che giocano a pallacanestro (il canestro è un alveare di api, immaginate per il piccolo Hugo…).
Interessante è la sequenza di Jorma e i compagni di scuola, i quali gettandosi nel fiume assieme al loro nuovo amico Hugo, sott’acqua vivono le più straordinarie avventure: pesci che diventano sfere e poi ancora stelle colorate; fiori e biglie di vetro a spicchi cromatici; motivi a girotondo di giochi e, tutti in groppa a Hugo, li troviamo intenti a prendere gustosi lecca-lecca e caramelle d’ogni tipo e colore; bolle di sapone che si trasformano in ciambelle colorate e aerovolanti sottomarini su cui spiccare assieme il volo; fino alle bollicine trasparenti che si trasformano nelle ruote di un go-cart… oppure in un simpatico disco volante per volare tutti insieme in allegria…

Altra sequenza degna di nota è quando, invece, Aban Khan col Mago di corte, alla fattoria della famiglia di Jorma si occupa della cattura di Hugo, situazione per la quale la creatività di Gemés offre un ulteriore colpo di fantasia: un gigantesco annaffiatoio alato con tanto di occhi, che compare in alto nel cielo notturno, capace di far germogliare in un batter d’occhio alberi da frutta e verdura a volontà tanto da attirare l’attenzione del piccolo Hugo al fine di catturarlo. Ma ecco che l’autore ungherese trasforma nuovamente la realtà in fantasia: gli odori e i profumi appaiono come sagome psichedeliche che si mutano, a propria volta, in nebulose colorate le quali formano uno chef che porta una succulenta torta fino a condurre l’ingenuo Hugo fra giganteschi cavoli e agrumi per sedurlo; Aban Khan segue la scena assieme al padre del bambino, mentre Jorma corre a salvare il piccolo ippopotamo, quando enormi pannocchie di granturco si trasformano a loro volta in giganteschi cannoni cingolati: la battaglia è pura fantasia di variegate forme e colori; fave che sparano fagioli e rape a forma di samurai mentre la mela rossa simile a un gigantesco moschettiere armato di spada combatte contro il bambino armato di falce che tenta di salvare il suo inseparabile Hugo; nelle sequenze in cui Jorma combatte contro la grande mela rossa, alcuni critici dell’epoca vi intravidero nientemeno che la personificazione del Totalitarismo dei paesi dell’est; ma se ciò fosse stato vero, Jorma non lo avrebbe certo combattuto usando come arma una falce…

Situazione la quale, attraverso una pirotecnica fantasia, viene a propria volta a trasformarsi in un’enorme farfalla sulla quale i due amici riescono a fuggire oltre ai limiti del cosmo, dove i pianeti, satelliti e comete, dai più svariati e brillanti colori, sono nientemeno a forma di frutti tropicali; fino ad atterrare su di un’enorme pianeta deserto, quando la farfalla, lasciati i due, vola via, sopraggiungendo ad essa un’enorme astronave guidata dal Gran Visir, il quale, con la pistola alla mano punta diritto il piccolo ippopotamo: ovviamente Jorma si mette immediatamente davanti a Hugo per salvargli la vita, in un crescendo spettacolare secondo la miglior tradizione del cinema di animazione.
Altra parte di estremo interesse è la sequenza che precede i titoli di coda: dopo essere entrati nel fiume, l’ambiente si trasforma in un vero connubio fra arte africana e europea. La farfalla spaziale, diventa un modulo creativo per rivedere, all’interno delle sue ali, (attraverso la tecnica di mascherini e doppie impressioni) alcune fra le sequenze più significative del racconto; moduli ornamentali espressionisti con anitre e aironi stilizzati che si ripetono, animandosi, su variopinti tessuti africani che fanno da sfondo; fin quando, nelle ultimissime scene, Hugo lo ritroviamo, realistico, a giocare nel suo amato giardino, questa volta simbolico e stilizzato, fra alberi come girandole con, all’interno, foglie e motivi ornamentali; come a navigare fra biglie colorate con all’interno tribali totem e maschere africane, che diventano semplici palloni da gioco a Pon-Pon su cui giocano i bambini…

Il giardino di Hugo: il paradiso dei bimbi

Il piccolo Hugo ha raccolto così unanimemente la simpatia dei bambini che, dopo la scuola, sono loro stessi a cercarlo per dedicargli il loro tempo libero. Non potendolo ospitare in casa per via dei genitori, decidono insieme di costruirgli appositamente una casa, o meglio, un vero e proprio angolo di paradiso, tutto per lui… anzi, per tutti loro: una vera e propria oasi dove sono ammessi solo i bambini.
I bambini provvedono anche a dargli da mangiare, sottraendo ciascuno un po’ della loro merenda che, nella cartella, portano a scuola; lì, infatti, i ragazzi danno vita, complici le operazioni algebriche del maestro Bow-wow, alla raccolta di ciò che a fine lezione si rivelerà un gustoso banchetto per il loro piccolo amico: sandwich con prosciutto e burro, mango, fette di cocomero ed angurie, torte di mele e frutta a volontà… Cosicché viene loro l’idea che non basta provvedere a nutrirlo giornalmente al meglio, ma anche di costruire un giardino tutto per lui: accette che tagliano alberi; ruspe al lavoro per procedere alla striatura del terreno (e qui Gémes dovendo giustificare mezzi e lavori non idonei ai bambini ricorre nuovamente al simbolo: una ruspa a chiave girevole guidata da un piccolo omino meccanico); allietati da cavalli giocattolo con arti in legno che rallegrano l’ambiente quando gli amici di Jorda sistemano il terreno e aggiustano i soppalchi, con zucche dipinte poste ad ogni angolo, creando tubature dalle quali far scorrere l’acqua per irrogare i campi; ma ben presto l’ambiente è abitato: già fanno il nido diversi passeri, fra fiori e tulipani, quando i bambini issano un grosso spaventapasseri e pongono nastri e fiocchi per rendere al meglio quell’angolo di paradiso dedicato al piccolo Hugo, che ben presto diviene il rifugio spensierato e pomeridiano di tutti i suoi simpatici amici…


Il distacco della famiglia per la crescita nella società

Il distacco dalla famiglia è drastico e forzato; Re e Regina ippopotamo hanno tutte le premure sul loro piccolo Hugo; ma, per via dell’invidia umana del ministro Aban Khan, entrambi perdono anticipatamente la vita, lasciando “orfano” il loro cucciolo d’ippopotamo: inizialmente è solo Jorma (un bambino) a mostrargli tenerezza e affetto… ma ben presto Hugo si accorge che la società non è certo “rosa e fiori” come il nido famigliare gli aveva assicurato: i selvaggi animali della foresta lo scansano, mentre non meno selvaggia è la società umana, civilizzata da ipocrisia e pregiudizio da cui derivano per lui tante incomprensioni e ingiustizie: la severità della corte di giustizia che gli attribuisce colpe che non ha; il rancore dei contadini che ignorano la bontà e il candore del piccolo ippopotamo rosa; e tutta l’ipocrisia adulta la quale, cesellata nel proprio orgoglio, mette a fregio lo stesso orgoglio per proseguire imperterrita, perseverando nell’errore…
Sarà la sincerità dei bambini a non accettare come un dogma la menzogna degli adulti supportata dalla bontà del Sultano Majid, a ribaltare il giudizio errato di un mondo corrotto…


Hugo l’ippopotamo rosa: il «diverso» dalla massa

Innanzitutto la sua diversità ha in partenza una “colpa”: Hugo è un ippopotamo rosa mentre gli altri sono verdi. E poi non si trova bene coi suoi simili. La bontà d’animo del piccolo principino Hugo, è evidente a tutti, per questo gli animali selvaggi della foresta non lo vogliono.
Dopo aver perso i genitori e i suoi simili ippopotami a causa di Aban Khan, Hugo fa amicizia con Jorma e i suoi amici di scuola; «Povero Hugo, poiché lui giocava con i bambini, gli animali della foresta non lo amavano. Fortunatamente i bambini si prendevano cura di lui», spiega il narratore, mentre si vede la marcia dei babbuini che capitana pappagalli e civette, elefanti e rinoceronti, i quali – tutti – scherniscono, scansandolo, il piccolo e solitario ippopotamo rosa.
Hugo è rimasto solo, sì, ma questa volta sono i bambini a fargli il bagno, coccolarlo, dandogli da mangiare e “adottandolo” come loro mascotte.
Fino al punto che i bambini, dopo la scuola, decidono tutti insieme di costruire un bel giardino per il piccolo Hugo, «un bel giardino proprio davanti al mar…» come dice la canzone, mentre i bimbi, con a capo Jorma, costruiscono, abbelliscono con nastri, dipingono zucche con tanti forellini per irradiare i campi e montano un simpatico spaventapasseri dalle fattezze del maestro Bow-wow; e il piccolo Hugo si ritaglia un angolo tutto suo tuffandosi in una grande tinozza e mettendosi un tulipano in testa fra la gioia festante di tutti i bimbi…
E’ l’adulto, il maestro Bow-wow, che spezza l’”incanto infantile” seguendo i bambini – sempre più disattenti ai nozionismi scolastici a dispetto della sincera amicizia instaurata col piccolo ippopotamo che molto più loro insegna alla vita – avvertendo i genitori (e divertente è il telefono, uno di quei modelli antichi a ‘cornetta’, agganciato ad un fusto d’albero) e dicendo loro che Hugo è estremamente nocivo all’educazione dei loro figli; genitori i quali, insieme, bianchi e neri, distruggono in un batter baleno con accette e sassi appiccando il fuoco su quell’oasi di pace costruita dai bimbi per giocare col loro piccolo amico ippopotamo.
Il piccolo Hugo si ritrova solo, al punto che viene perfino etichettato come «il ladro di Dar es Salaam» mangiando, per innocente gioco, i frutti dei campi della nota cittadina della Tanzania, fino anche a rovinare le piantagioni di cavoli e granturco della fattoria del papà di Jorma. La voce dell’ippopotamo «ladro di Dar es Salaam» giunge sino all’orecchie del Gran Visir Aban Khan, il quale si presenta a casa del padre di Jorma per tendere una trappola al piccolo ippopotamo di cui è alla disperata ricerca; ma ovviamente, gli “adulti” non credono mai ai “bambini” e sarà sul finale che il piccolo Jorma riuscirà ad aiutare il suo altrettanto piccolo amico Hugo…

Hugo the Hippo: un film per adulti-bambini e per bambini-adulti

Come si è intuito, l’arte di Gémes è sempre doppiamente direzionale: grandi verità espresse in disegni semplici, dove la graffiante caricatura è sempre sinonimo della caratterizzazione accentuata degli scompartimenti umani che compongono la società.
Al grafismo di Gusztáv e de La famiglia Mezil (in originale, Mézga család), personaggi e serie televisive di successo a cui lavorò l’artista magiaro, corrisponde un disegno nell’insieme realistico ma accentuato nelle espressioni di tutte quelle caratteristiche emozionali le quali, con una punta di sadismo grafico, dall’animo passano a scolpire, accentuandoli, gli stessi lineamenti del volto.
Basti pensare alla descrizione che Gémes fece quando Hugo, chiuso in una gabbia, sfila fra le strade di Dar es Salaam con tutta la turba di popolo che sopravviene da ogni direzione: i volti sono sgraziati ma realistici; le espressioni di astio vengono esasperate dagli occhi all’infuori e smorfie contratte del volto tanto da deformarne la naturale espressione; neri e bianchi con relative stigmate di ciascuna appartenenza geografica si trovano inconsciamente ad interpretare i comportamenti umani a loro assegnati, ognuno nei limiti delle espressioni relative a ciascuna classe d’appartenenza sociale; bellissima la scena in cui, remando contro la marea di follia adulta, Jorma si fa strada, correndo in prospettiva fino a raggiungere il carro di trasporto dov’è imprigionato il piccolo Hugo per assicurargli aiuto e protezione, quando viene all’improvviso preso e ammonito dal suo stesso genitore.
Il mondo per Gèmes è strutturato a gerarchie: il Sultano buono dai valori cristiani, che crede nel perdono e nella fratellanza; il ministro a cui manca un solo grado per coronare le sue ambizioni di potere e ascesa; la giustizia del giudice, che pur riconoscendo la buona fede non giustifica i danni subiti; le espressioni dei contadini in cui c’è sempre corretta proporzione e giustezza sociale: loro non capiscono né gli interessa comprendere ma, nella loro veemenza, sono veri e propri agitatori popolari.
Espressioni di grandi verità cristiane, livellate da altrettanta intellettuale democrazia marxista: non a caso ad optare per i valori di fratellanza è lo stesso Sovrano buono Majid, mentre ad incarnare la voce dello stato è l’autorità dell’impassibile giudice Swahili, il quale, nonostante gli sia stato indirettamente suggerito il perdono dal cuore “nobile” del Sultano, preferisce non scostarsi dal suo ruolo “borghese” di amministratore della giustizia: il suo comportamento non fa una piega, né verso Majid né verso il suo antagonista Aban Khan; il giudice comprende mantenendo comunque toni distanti e compassati, mostrandosi imparziale (anche riguardo chi, come il Sultano, è sopra lui ma che, in ottemperanza alla legge, si comporta come un comune cittadino); anche quando pronuncia la condanna dà formalmente ragione ad Aban Khan ma sottostantemente riconosce la verità illustrata dal Sultano Majid e dal bambino Jorma, in una intelligente sentenza che mostra piena e autonoma libertà decisionale; interessante notare che i bambini, poveri e ricchi come anche lo stesso principe Hugo, non recano nei comportamenti alcuna stigmate di classe, ma sono sinceramente mossi dal loro animo…

Hugo e i bambini: il trionfo del bene sul male

Dopo la battaglia planetaria, tornati in Tanzania col piccolo ippopotamo catturato e imprigionato nella gabbia che fa da bella mostra al Ministro Aban Khan che precede la marcia trionfante fra le strade di Zanzibar, gli adulti esultano alla cattura, mentre i bambini accorrono promettendo aiuto al loro ingenuo, piccolo amico Hugo; interessante nel corteo di Dar es Salam, un primo piano di una terrazza in legno dalla quale si intravede un uomo che guarda le immagini «vere» nella TV «disegnata», con l’inquadratura cinematografica che, allontanandosi, scopre l’intera marcia del corteo che conduce l’ippopotamo alla corte suprema. Hugo è vittima della sua ingenuità, come di continui complotti pregiudizievoli del mondo degli adulti: l’invidia del maestro Bow-wow solo perché i suoi alunni preferiscono crescere nell’amicizia con Hugo rispetto alle sue lezioni scolastiche; invidia e incomprensione a seguito delle quali gli “adulti”, senza le pur minime verifiche, distruggono l’oasi costruita dai “bambini” tanto che l’ingenuità di Hugo, rimasto isolato, lo porterà a giocare nelle “proprietà private”, mangiando la verdura nei campi e conquistandosi l’immeritato appellativo di «ladro di Dar es Salaam»; l’invidia del Primo Ministro Aban Khan verso lo stesso Sultano Majid il quale, con la sua idea degli ippopotami, si era conquistato la simpatia e l’affetto del popolo di Zanzibar; come anche il giudice Swahili che, per l’occasione, ha per Pubblico Ministero lo stesso Aban Khan, contro il piccolo e innocente imputato Hugo, accusandolo di gravi e irreversibili crimini «sociali»: un piccolo ippopotamo solo contro l’ipocrisia degli adulti che lo accusano, con in testa il Gran Visir, di «distruzione e sovvertimento alle leggi dello Stato», chiedendo come massimo della pena la condanna a morte; chiesta anche unanimemente a furor di popolo (adulto), mentre l’unica voce fuori dal coro è quella di un bimbo: Jorma, il quale riesce a portare come testimone d’eccezione nientemeno che il magnifico Sultano di Zanzibar Majid, in difesa del piccolo Hugo; Sovrano dal cuore nobile dentro e fuori, il quale, rimettendosi comunque con umiltà e rispetto alle decisioni della corte, nella propria arringa difensiva spiega: «…Questo piccolo ippopotamo che avete davanti a voi è il solo sopravvissuto di una brutale e insensata carneficina guidata da colui che adesso chiede la morte di Hugo.
Hugo sarebbe già morto se non fosse stato per Jorma e i suoi amici. Loro lo amavano, e hanno avuto cura di lui e impiantarono anche una fattoria per nutrirlo e furono solo questi bambini che riconobbero a Hugo il suo diritto alla vita.
Se voi avete bisogno di giustificare la carneficina degli ippopotami; se ritenete un vostro diritto come esseri umani uccidere chiunque vi dia fastidio, allora condannatelo pure a morte. Ma ricordate le mie parole: se non riusciremo a riconoscere in ogni essere umano un nostro fratello; se non riusciremo ad amare il nostro prossimo come hanno fatto Jorma e i suoi amici, noi saremo condannati. Il destino di Hugo l’ippopotamo è il nostro destino. Io chiedo che ci sia Giustizia per tutti gli esseri viventi
».
Ed il saggio Sultano va via accompagnato dal suo inseparabile ghepardo Nimara sperando nella clemenza e nell’onestà della Corte.
Il giudice Swahili dichiara comunque il piccolo Hugo colpevole delle accuse ascrittegli, con apparente soddisfazione di Aban Khan, riconoscendo i danni fatti ai campi, fattorie e appezzamenti terrieri devastati di innocenti contadini ma, con sentenza salomonica, comanda ai piccoli amici del piccolo ippopotamo l’immediato ripristino dei raccolti, nonché ordina «ai bambini di nutrire e giocare con Hugo ogni giorno dell’anno».
Grandi Evviva e Urrà. Anche il papà di Jorma è orgoglioso di lui.
La verità cancella ogni menzogna.
Cosicché tutti i bimbi preceduti da Hugo, corrono festosi fra le vivaci strade della Tanzania festeggiati dal popolo, quando, a conclusione, la voce narrante spiega: «A Dar es Salaam ancora raccontano la storia degli ippopotami che salvarono Zanzibar dagli squali. Forse non vi diranno come morirono quei dodici poveri ippopotami, ma sicuramente vi diranno che uno di essi è ancora vivo, coccolato e nutrito da tutti i bambini della regione: ebbene, quell’ippopotamo è Hugo Hippo, che è l’abbreviativo di ippopotamo. “Ippopotamo”, per chi non lo sapesse, vuol dire “cavallo del fiume”…».
E tuffandosi nel fiume i bambini assieme a Hugo, i cui volti dapprima visti dall’alto, simili a fiori, girano tutt’intorno in un musical a carosello di giochi: bambini di ogni credo e colore… in un collage a caleidoscopio fino ad incontrare maschere tribali e animali fantastici con le più originali e strane figure animate… nel più straordinario universo di amicizia e di pace.

Pro e contro Hugo the Hippo

In un sito americano di cinema, BadMoviePlanet, è pubblicata in inglese un’accurata recensione su Hugo the Hippo, di cui riportiamo degli stralci:

«Throughout cinematic history, there have been a large number of failures in movie-making as there have been a large number of successes, though it’s probably safe to say that the number of the former is higher. […] But there are a few examples of failures that occurred because of one root cause, happing so early in the game that there was no possible way the movie could ever find a way to lift itself up and succeed. For instance, take the fate of RKO studios. Any Hollywood historian will tell you that the reason the studio came to a painful end was because Howard Hughes bought it in 1948; four years later, the studio had only a quarter of the employees it had before Hughes started running things. But a one root cause isn’t just limited to studios, but can also be seen in the movies the studios put out. We’ve all seen movies that would have worked well had it not been for a miscast actor… a strident musical score… incompetent direction… or even a botched special effect, if said effect is really important to the plot. In the case of Hugo the Hippo, however, the blame for its failure did not necessarily come from a lack of talent or ability in any field. Who knows, the people who made it may very well have come up with a passable movie had it not been for one thing that got in their way early in the game…».
Abbiamo poc’anzi letto che lo studioso americano, pur riconoscendone «talent or ability», attribuisce a Gémes e i suoi, in partenza, «the blame», vale a dire una «colpa».
Ma egli, pregiudiziosamente parte da un presupposto errato quando scrive, «the blame for its failure»: in realtà non ci sono «guasti» se non quello di essere analizzato attraverso errate competenze.
Ma, ovviamente, anziché intuire che la verità sta in se stesso prova a fare altre ipotesi. Vediamole:
«Drugs. That’s the first and most likely theory to explain the craziness that you see before your eyes in Hugo the Hippo. Sure, you can point out that the movie was made in Hungary, while the Iron Curtain was up and still holding firm. But you have to remember that the Hungarians were more vocal about the oppressive rule, such as with the revolution they instigated in 1956. Many of the protesters were students. Students in the U.S. a decade later protested their own government, and we all know they were on drugs. Therefore, a drug culture must have existed in Hungary at one time. Now, I will admit there are other possibilities that may explain the bizarreness. There is always the possibility that the movie was made through a Hungarian viewpoint, and that you’d have to use such a viewpoint to appreciate it».
Il critico americano fa due ipotesi per spiegare tali «craziness» che sembra proporre più come certezze: la prima è che si sia fatto uso di droghe allucinogene le quali sarebbero alla base di tante assurdità: «Drugs. That’s the first and most likely theory to explain the craziness that you see before your eyes in Hugo the Hippo». Ha scritto. Al contrario, Hugo the Hippo è un film con un’originalità senza eguali, nel quale, alla lentissima sceneggiatura si alterna, controbilanciandosi, una storia il cui prosieguo non è immaginabile dallo spettatore: un film per bambini da un lato, per “addetti ai lavori” ed esperti del linguaggio dell’animazione dall’altro (v. i capitoli: L’eroe in funzione della fiaba: il ribaltamento dei canoni; Happy Hugo!: l’Astratto nel Figurativo; Hugo the Hippo: un film per adulti-bambini e per bambini-adulti).
«Drugs»?…» ciò vorrebbe dire che al Pannonia Filmstudio gli allucinogeni avrebbero dovuto usarli non solo gli animatori, ma anche l’autore della storia, lo sceneggiatore, il compositore e il paroliere delle musiche, i cantanti, nonché, primo fra tutti, il regista… Un po’ troppi, ci sembra…
Ho già spiegato nei miei articoli su Hugo the Hippo che alla base c’è, al contrario, innato talento ed enorme competenza, mentre l’ipotesi “droga” viene ad essere unicamente a fregio dei limiti di comprensione altrui.
D’altronde l’ipotesi “droga” a errato supporto di molti film d’animazione non è certo una novità: sono note le analoghe “teorie” riguardo soprattutto Dumbo e Alice nel paese delle meraviglie di Disney, per i quali gli animatori li avrebbero realizzati sotto l’effetto di droghe allucinogene, quali acidi e LSD. Ciò anche per cercare di rivelare particolari segreti e scandalistici su Walt Disney riguardo la sua immagine «perbenista» e i suoi cartoons per «famiglie». Patetiche chiacchiere scandalistiche, ovviamente condite da falso moralismo, incompetenza al linguaggio del cinema disegnato e populistiche leggende metropolitane.
Come spiegato, alla base non vi sono né «failure» né «drugs», in quanto Hugo the Hippo può essere “amato” immediatamente dal mondo dell’infanzia e, con occhio adulto, analizzato correttamente soltanto da chi ha conoscenze specialistiche relative al linguaggio del cinema di animazione.
Ma verso la fine, col semplice ragionamento, lo studioso americano viene a formulare altre possibilità che possono spiegare tali «bizarreness»: «…that the movie was made through a Hungarian viewpoint, and that you’d have to use such a viewpoint to appreciate it».
Ne fa quindi, la possibilità di un fattore di diversità “culturale” e non di responsabilità relative a “droghe” indotte.
Il punto, però, non sta nella differenza culturale fra l’America e l’Ungheria, bensì nella differenza di linguaggio ed analisi fra il cinema dal vero e il cinema disegnato. Ecco perché se il critico americano avesse, come dovrebbe averle nel cinema, altrettante ortodosse competenze nell’animazione… «that you’d have to use such a viewpoint to appreciate it».
Poi prosegue rincarando la “dose” su Marie e Jimmy Osmond: «But drugs or no drugs… my God! How can I describe this living oxymoron, that being a real hallucination? Where to start? How about with the Marie Osmond-sung opening song […] Drugs, no doubt about it. In Ms. Osmond’s case, given her background, it had to be peyote […] And Jimmy Osmond also takes peyote, judged by the following song he sings». Certo… non solo gli ungheresi ma anche gli americani… chissà, forse portavano, anziché di chiodi di garofano, casse cariche di peyote e funghi allucinogeni direttamente negli studi di registrazione…
Poi parla dell’«art style» di Hugo the Hippo, trovando numerosi riferimenti stilistici, giusti più che altro in apparenza, col film Yellow Submarine:
«In the case of Hugo the Hippo, it resembles what Yellow Submarine inspired. What am I talking about? Well, go to any used book store, and dig up some books printed in the 1970s, specifically books that have cover art that was inspired by Yellow Submarine. I think now you know what I’m talking about: People and objects (often in front of a completely white background) drawn as being made up of dozens of murky-colored curvy “blobs”, each blob having a thin black line around it that was drawn seemingly with a shaky hand. It’s not unusual if some of these multi-shaped “blobs” aren’t even colored in. Seen today, such artwork has a curiously depressing feeling to it – like it was drawn by someone coming out of a bad “trip”».
Specie per l’ultima frase, visto oggi, tale stile grafico risulta senz’altro datato come è altrettanto oggi datata la cultura Hippy dei “figli dei fiori”: non si tratta quindi di una “moda” senza tempo, ma, come spiegato, si è optato per scelte stilistiche che volutamente si rifacevano allo stile di quegli anni della Pop Art con richiami ornamentali tendenti al retrò e al liberty.
E, «While it could be argued that this particular style of psychedelic art could make for some good drawings or paintings, this extreme style is completely wrong for an animated movie». Questo stile, invece, non è affatto contrario per un film animato, se si viene a conoscenza del dato di fatto che l’animazione classica è solo una minuscola branca delle possibilità espressive del cinema disegnato.
L’articolo prosegue con una serie di “spiegazioni” – non solo fra le più elementari e giuste soltanto in teoria – riguardo la tecnica di animazione tradizionale; già, “tradizionale”; ma ci sono – specialisticamente – tantissime varietà di stili e variazioni facenti parte del complesso linguaggio dell’animazione supportati da conoscenze che i più ignorano. Come se, nelle arti visive, si prendesse in considerazione solamente la pittura figurativa, paragonando ad essa l’espressionismo, il cubismo, e l’astrattismo in genere. Generi meno conosciuti alla massa ma altrettanto se non più validi agli esperti del settore.
Poi prosegue intravedendoci possibili “danni” per i piccoli spettatori:
«By now you should have an idea that Hugo the Hippo goes far beyond being a misguided (in more than one way) animated movie; it is seriously warped». Come spiegato, non c’è errore nella struttura del film né è «warped», il problema sta nella maniera in cui lo si interpreta: chi lo vede con occhio formale, chi con occhio spirituale.
«I am pretty sure some children will be disturbed by the art and animation alone, not only failing to resemble any style they’ve seen before, but how its jumble of blobs and faded colors is enough to even make adults shift uncomfortably around in their seats».
Anche noi intenditori siamo altrettanto certi che i bambini non potranno realmente rimanere disturbati dall’arte e dall’immaginazione di Gémes, in quanto, approdando ad un alto tipo d’espressione artistica rispetto all’animazione commerciale, potranno invece crescere nell’Arte del cinema disegnato anche perché il «jumble of blobs and faded colors» è chiaramente innocente e del tutto inoffensivo.
«Then of course there are touches in the story that will seriously traumatize the kids, not being just limited to man-eating sharks and genocide. The parents of the children who appear later in the movie are portrayed as cruel and thoughtless monsters who burn and pillage their children’s fancy vegetable garden they planted for Hugo’s food supply, and later gather in a mob with pitchforks and other farm tools crying out for the law to put Hugo to death. Such sights may not terribly disturb adult viewers, but on the other hand they will be utterly perplexed by a number of hallucination-like sights that their kids will more readily accept. We see a freeway at the bottom of the ocean, with starfish and other marine life being the speedy traffic. The magician sleeps in a rolled-up carpet floating in midair. The bottom of the river where the hippos live contains a hippo amusement park (complete with Ferris wheels and bumper cars) covered with frosting and candy. An absent-minded guy unknowingly sticks his fork in a toaster, and doesn’t feel his subsequent electrocution. The magician sets a trap for Hugo that involves giant corn on the cob tanks and living asparagus soldiers with swords. Hugo and the human boy he’s befriended escape this trap by jumping on a giant butterfly, who flies up into space and to a vegetable solar system».
Possono «seriously traumatize the kids» da un gruppetto di squali disegnati e non da ciò che costantemente vedono nella vita quotidiana? Ma vogliamo scherzare?… E allora la Strega di Biancaneve di Disney dove la mettiamo?
E i genitori dei bambini che più successivamente nel film sono ritratti dal critico come «cruel and thoughtless monsters» sono invece solo l’espressione esasperata della fisionomica che ritrae rozzi ed egoisti agricoltori. Nessuno spettatore bambino li confonderebbe mai con l’affetto dei propri cari; basta che ciascuno s’immedesimi, ad esempio, nel solo protagonista Jorma: suo padre è un padre normale come tanti altri…
Anche quando gli adulti bruciano e saccheggiano l’orto, cos’è che dovrebbe tanto impaurire: il… fuoco?
O la cattiveria dei genitori? Il piccolo spettatore sa per certo che né il proprio padre né i genitori dei suoi amici si comporterebbero mai in tal modo, ed il problema nella realtà non sussiste in partenza…
Se ciò non può avvenire negli adulti, bisogna anche specificare che non può altrettanto avvenire nei bambini quel «terribly disturb» – come il critico sostiene – quando la legge cerca di mettere a morte Hugo: lui in realtà si trova soltanto nell’aula della corte, e per quanto la gente inciti alla condanna, nessun’immagine realmente fastidiosa viene a supportare la narrazione.
Riguardo le sequenze oniriche, per le quali lo studioso rimane «utterly perplexed by a number of hallucination-like sights that their kids will more readily accept», può star tranquillo: esse esprimono non altro che serenità e allegra e colorata fratellanza.
«To be fair, not everything in Hugo The Hippo is deranged or absolutely incomprehensible. While the rest of the songs in the movie (including those two previously mentioned) are hopelessly bad…». Per essere veramente «fair», egli dovrebbe dirla tutta: applicando moduli analitici assolutamente non idonei al complesso linguaggio del cinema di animazione, meglio avrebbe fatto in anticipo a dichiarare apertamente quali sono le sue competenze specifiche.
Riguardo poi il fatto che, «While the animation and music are bad enough, what may be the worst thing about the movie is that it has no heart. The tone is constantly harsh and cynical, with little trace of any of the positive attributes found in humanity. It’s even hard to warm up to Hugo himself».

Non c’è reale durezza e cinismo, in quanto lo stile spoglio e i colori tenui rendono quantomai impossibile la vera mimesi fra spettatori e spettacolo. Anziché optare per i consueti modelli “zuccherosi” e antropomorfi dell’animazione disneyana, l’altrettanto modello è sostituito, in medesima valenza, dal candore sia iconografico sia dell’ingenuità di carattere del piccolo ippopotamo Hugo.
«While the title suggests he takes center stage in everything, the movie seems determined not to develop him as a character. After a quick glimpse of him in the beginning, he’s not seen again for about half an hour. In just about all of his subsequent appearances from that point on, he comes across as a boulder with legs, showing no real personality. The movie seems more interested in people’s reactions to him, not his reactions to what happens around him. If there’s one thing good about this boring hippo, it is that it gives the viewer a dull but firm anchor for his sanity to latch onto while watching the movie».
Come ho già spiegato – anche a correzione di errori e di elementari quanto erronee interpretazioni – nel secondo paragrafo, L’eroe in funzione della fiaba: il ribaltamento dei canoni. E non aggiungo altro a rispetto del critico in questione.
Passiamo a un’altra «perla»: Lo scrittore, critico cinematografico e attore statunitense Phil Hall, sul magazine Film Threat ha pubblicato online un interessantissimo articolo dal titolo The Bootleg Files: “Hugo the Hippo” (5). Esaminiamone alcune parti:
«Hugo the Hippo is among the strangest films ever created. The film (which was made in Hungary and imported to the US via 20th Century Fox) makes absolutely no sense and frequently lapses into such reckless incoherence that it becomes impossible not to stare at its madness with your jaw on your lap».
Da un lato ciò è veritiero; ma dall’altro, c’è da chiedersi: come non lasciarsi, invece, trasportare da questa fantasmagorica follia?
In realtà, il motivo per il quale Hugo the Hippo, «makes absolutely no sense and frequently lapses into such reckless incoherence» è dovuto al fatto che il film è strutturato non seguendo la consueta logica del linguaggio del lungometraggio di animazione: come ho spiegato, la sceneggiatura è lenta e diluita in tempi cinematografici assai lunghi; qui è la storia in termini di racconto a sviluppare la trama e a far emergere il piccolo protagonista, e non viceversa, come di consueto accade nei film a cartoni animati.
«It is also a surprisingly offensive movie on many levels, […] and it is impossible in retrospect to conceive how the MPAA could’ve sent this into American theaters with a G rating […] Narrator Burl Ives thoughtfully informs us how Zanzibar is a “lazy” and “sleepy” place – and if you’re starting to feel a bit queasy with possibly racist content, you’re not being overly sensitive. […] The Zanzibar laborers are given voices which make them sound like the Fat Albert and the Cosby Kids, but before you can say “Jello Pudding” their work is disrupted by a school of sharks wearing biker regalia. The sharks are in a hungry mood and for several minutes the film consists of black men running on the water while being pursued by sharks wearing leather caps and heavy metal chain necklaces. One laborer winds up in a fruit bowl with an apple in his mouth».
Be’ se questo popolo di Zanzibar viene descritto «“lazy” and “sleepy”», non ci sembra vi sia nulla di così “razzista” rispetto a come il Sultano Majid tratti il suo ministro dell’economia “bianco” soprattutto quando, con tono sprezzante e dittatoriale, gli dice: «Se lo ridici un’altra volta ti rispedisco al tuo paese dove facevi la fame!» (evidentemente i “soldi” non sono, come spesso si crede, soltanto priorità del mondo bianco…).
Per non parlare dell’eloquenza delle immagini: il giardino di Hugo viene realizzato velocemente e bene, perfino da bambini: neri e bianchi.


«In the midst of the madness comes Zanzibar’s minister of finance, the evil Aban Khan. He is given a voice by Paul Lynde, who plays the role as if he was being annoyed by a dumb contestant on “Hollywood Squares”. When viewing the shark attack, he demands to know: “In the name of Allah, what are you doing?” Hearing Paul Lynde wrap his sing-songy mincing voice around the word “Allah” is both hilarious and vaguely blasphemous». Interessanti i paralleli quali Hollywood Squares ma vederci sottintesi di offese religiose nella pronuncia del nome “Allah” evidenziandole come «hilarious and vaguely blasphemous» mi pare un po’ esagerato… Se ci si pensa, il Ministro Aban Khan interpreta un cartone animato, non si trova certo a pregare in Moschea…!
«Little Hugo finds himself on the run, without shelter or friends. The local jungle animals are oddly hostile and prevent him from accessing food; at one point, two nasty apes pick up a cabbage and use it to play basketball (to the Harlem Globetrotters’ theme song “Sweet Georgia Brown” – think about that for a minute)».
Appunto, interessanti sono i riferimenti con le serie americane dei primi anni ’70: quelle di The Harlem Globetrotters (1970) di Hanna & Barbera ma animata nei paesi dell’Est; e soprattutto The Jackson Five (1971-73), la serie per l’ABC-TV firmata dal grande John Halas assieme a Joy Batchelor. Halas, americanizzato per certi aspetti, era infatti di Budapest, capitale dell’Ungheria, e non a caso molti possono essere i riferimenti stilistici con la Pannónia Film.
Non meno severo è con le parti cantate: «If that’s not crazy enough, there’s the pop music soundtrack featuring Marie Osmond and her kid brother Jimmy Osmond. Marie barely pays attention to the songs, which sound flat and detached (she’s not a little bit country, just a little bit bored). But screechy little Jimmy somehow thinks he’s Ethel Merman and belts out such lyrics as this hippo description: “He walks like an elephant, / He swims like a whale. / His head’s like a pail, it’s pathetic, / Oh, plainly his tail’s unaesthetic.” Burl Ives gets to sing a happy tune about Hugo’s near-starvation, exclaiming how he’s so famished that could “eat the ox in oxygen”».
E conclude scrivendo: «This is such a weird movie. It is too deranged to be horrible, but too peculiar to embrace. It is too nasty for little kids, not campy enough for adults, and so off-base with its racial attitudes that it makes it impossible to imagine a call for its return.
But, somewhere in cyberspace there is www.hugothehippo.com, a web site for rallying the faithful to sign a e-mail petition to demand the film’s restoration and re-release. The movement seems a bit on the anemic side at this stage, for 20th Century Fox has not announced any plans to bring back “Hugo the Hippo.” The film is obviously not an easy one to market, given its problematic contents and obscurity, and it is not hard to imagine there is also the problem of clearing the music rights to the soundtrack ditties
».

Hugo the Hippo, ambasciatore dei bambini di tutto il mondo

Ci teniamo quindi a ribadire che, per l’esperto del linguaggio del cinema disegnato, il modo di ‘leggere’ con discernimento il suddetto film, è esattamente all’opposto: senza giungere a pesanti intenti moralistici ma lasciando trasparire, in conformità alla delicatezza stilistica espressa nei delinei sottili e nei colori pastello, discorsi da sempre validi – e oggi come non mai – di enorme attualità, quali:
la globalizzazione; la tolleranza; gli interessi economici; l’arricchimento dei ricchi e l’impoverimento dei poveri; il consumismo; lo sfruttamento dei più deboli; la diversità e l’uguaglianza; l’urbanizzazione; la pace tra i popoli; la lotta tra il bene e il male; la fratellanza; il rispetto della natura; il lavoro dell’uomo e il progresso; la minaccia del capitalismo d’occidente; il rispetto per gli altri; l’amicizia tra i bambini e gli animali.
Anche Gibba, Pioniere del Cartone Animato Italiano ha supportato la mia tesi sul film di Gémes, scrivendomi: «Caro Mario, ho visto finalmente HUGO THE HIPPO e il mio giudizio collima con il tuo. Un film assai interessante per l’originalità della storia soprattutto e poi per la conduzione del racconto coerente al gusto delle illustrazioni “primo novecento”… ci vedo un poco il RUBINO (6) degli anni ’40… Qua e là scade in qualche ripetitività con espressa tendenza al vaudeville ma in sostanza resta un lavoro interessantissimo. / Gibba».
Come spiegato, noi intenditori del linguaggio del cinema di animazione, siamo invece per Hugo the Hippo. Un film per adulti rimasti nel cuore per sempre bambini. Un classico dell’infanzia nella cinematografia animata paragonabile in letteratura all’innocenza de Il piccolo principe di Saint Exupery.
Grazie József Gémes!
Viva Hugo the Hippo, il film che ha fatto sorridere e fare amicizia ai bambini di tutto il mondo!

Mario Verger – Regista di Film d’Animazione

Mario Verger – Director of Animation Film

Note:

(1)
Dar es Salaam chiamata in precedenza Mzizima, è la più grande città, principale centro
economico ed ex capitale della Tanzania. Nel 1866 il Sultano Seyyid Majid di Zanzibar le diede il suo nome attuale, una frase in lingua araba che significa “Porto di Pace”. Si veda anche il sito:www.zanzibar-web.com, «The Exotic Islands of Zanzibar» nel quale viene fatta la storia delle memorie di Zanzibar con tutti i suoi sovrani.

(2)
Della Pannónia Film celebre è la serie di “Gusztáv” iniziata nel 1964 (68 episodi in 1964, ed altri 52 episodi negli anni 70) per la regia di Istvan Kovacs, Marcell Jankovics, Jozsef Nepp and Bela Ternovszky. Questa serie fu il debutto per la maggioranza della seconda generazione di animatori ungheresi, compreso József Gémes, Tamás Szabó Sípos, Béla Ternovszky ed altri.

(3)
Fra i suoi film più importanti ricordiamo: The Greedy Weasel (1964); Concertissimo (1968); Parade; Event; Funeral (1970); Infantilism; Contest; With Joint Efforts; Hugo the Hippo (1973);Cantinflashow (1974-75); Friend Hedgehog (1976); Heroic (1982); Willy the Sparrow (1988); The Princess and the Gobelin (1991); New Iliad (1993); Tiny Herpes (1997)

(4)
Mario Pintus – Francesco Guido, Il cinema disegnato, Stampacolor, Sassari, 1992, p. 189

(5)
Phil Hall, «The Bootleg Files: “Hugo the Hippo”», in Filmthreat.com, February 11, 2005. Retrieved November 9, 2006.


Hugo the Hippo

Credits

HUGO THE HIPPO © 1975 Brut Productions, Pannónia Filmstúdió, and Twentieth Century-Fox Film Corporation

Original title American version: Hugo the Hippo/Hungarian version: Hugó, a víziló
Directed by Bill Feigenbaum – József Gémes
Animation direction by József Gémes
Production Design by Graham Percy
Cinematography by István Hansági – Irén Henrik – Mária Neményi
Produced by Robert Halmi Jr.
Written by Thomas Baum – William Feigenbaum – József Szalóky
Starring Burl Ives – Robert Morley – Paul Lynde – Jesse Emmett – Ronnie Cox
Music by Burt Keyes – Robert Larimer
Editing by Sid Cooper – Magda Hap – Mária Kern
Distributed by Twentieth Century Fox
Release 1973
Running time 86 min./USA 75 min.
Country Hungary/United States
Language English/Hungarian/French/Spanish/Italian

Hugo l’ippopotamo – Versione italiana
Titoli di testa:
Una produzione
George Barrie – Bruts Productions
Hugo l’ippopotamo
Con la partecipazione dei
4+4 di Nora Orlandi
Narratore
Sandro Tuminelli
La voce del Sultano
Giorgio Gusso
La voce di Aban Khan
Paolo Lombardi
Direttore del doppiaggio e per l’edizione musicale
Sandro Tuminelli
Assistente di doppiaggio
Rosy Rocchi
Edizione italiana a cura di
Claudio Razzi
Musica di
Robert Larimer
Parole di
Sandro Tuminelli e Cino Tortorella
Musica diretta da
Bert Keyes
Animazioni
Jozsef Gemes
Disegnatore
Graham Percy
Registrazioni sonore eseguite da
Doppiaggio Internazionale
con la partecipazione della S.A.S.

Storia di
Bill Feigenbaum
Sceneggiatura di
Thomas Baum
Produttore esecutivo
George Barrie
Prodotto da
Robert Halm
Regia di
Bill Feigenbaum

Titoli di coda:
Animazioni e Riprese
HungaroFilm – Pannonia Filmstudio
Le voci:
Il Sultano Giorgio Gusso
Aban Khan Paolo Lombardi
Padre di Jorma Germano Longo
Jorma Riccardo Rossi
Narratore Sandro Tuminelli
Il Mago Sandro Pellegrini
Il giudice Fausto Tommei
Altre voci (in ordine alfabetico):
Paola Baggi
Fabio Boccanera
Laura Boccanera
Carlo Buratti
Alfredo Censi
Pierangelo Civera
Roberto Del Giudice
Sergio Di Stefano
Giuseppe Fortis
Maresa Gallo
Leo Gavero
Marco Guadagno
Leo Gullotta
Anna Leopardi
Marcello Mando
Silvio Noto
Franco Odoardi
Sergio Patugghi
Giulio Platone
Carlo Sabatini
Carlo Valli

Le canzoni:
«Il segreto», «Un giardino mio», «Un bel focolare», sono state cantate da Suan
«Hugo l’ippopotamo», «Il signor Bow-wow», «Ovunque tu vai», sono state cantate dal complesso vocale I nostri figli
«Mi è scappata una gran fame», «Io non so», sono state cantate da Sandro Tuminelli
«Canta ancora un po’», «Zig-zag», «La cuccagna», sono state cantate dai 4+4 di Nora Orland

Animatori
Kati Banki
Zsuzsa Eser
Flreng Hernadi
Ivan Jenkovszky
Miklos Kaim
Szabolgs Szabo
Edit Szalai
Andras Szememyei
Gsara Szorady
Sarolta Toth

Montaggio effettuato dalla
Anilive Film Service
Montaggio
Sid Cooper e Magda Hap
Assistente al montaggio
Andrew Mathaias
Supervisore al montaggio
Robert Lawrence
Effetti sonori
Pat Somerset e Bob Biggart
Musica elettronica
Lrig Knight

Link e collegamenti esterni:

Sito dedicato a Hugo the Hippo

Hugo the Hippo su Wikipedia

Sito della Pannónia Filmstúdió

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