Alcool > Augusto Tretti

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale numero18 (ottobre 2009), p.19;

all’interno dello speciale AUGUSTO TRETTI o dell’anarchica innocenza di un irregolare del cinema italiano

 

Alcool

articolo a cura di Alessio Galbiati e Roberto Rippa

 

Uno psichiatra, un sociologo, un antropologo ed uno psicologo dissertano fra loro per un’inchiesta televisiva dedicata al problema della alcolismo. Ci vengono così mostrare una serie di storie esemplari che illustrano l’ampiezza del problema. Francesco è un giovane della provincia veneta che vive un’esistenza ordinaria, cambia spesso professione, prima trasportatore di bibite, poi di gas ed infine muratore. All’inizio beve in maniera innocente, alza il gomito spesso ma è convinto che “faccia sangue” ma in breve precipita nell’alcolismo, finirà in preda al delirium tremens. Una casalinga frustrata beve per perché sedotta dalle incessanti campagne pubblicitarie, i camionisti lo fanno perché questi spot gli spiegano che “bere tiene svegli”, un attore sul viale del tramonto beve per non sentire il peso del suo declino, i preti perché lo impone il sacramento, i giovani borghesi lo fanno per noia, gli alpini per ricordare i vecchi tempi andati ed onorare le tradizioni del proprio corpo militare. Francesco alla fine morirà di cirrosi epatica perché il suo capocantiere ritiene che se gli operai bevono, lavorano di più. Mentre la troupe smobilita, il regista viene avvicinato da un malfermo ubriaco: «Con tutti i problemi che ci sono in Italia, la crisi economica, la bilancia dei pagamenti, tu te la prendi con un bicchiere di vino e ci fai sopra un film. Un venduto sei, alla coca-cola e al chinotto.»

Alcool è un film girato su commissione ma non per questo Augusto Tretti ne è insoddisfatto: «Certo, avessi potuto avrei girato altro, non film commerciali che mi ripugnano, ma altro». Il film venne girato quando già Tretti era inattivo da tempo a causa dell’impossibilità di trovare un produttore pronto a finanziare un suo progetto, e ciò nonostante le numerose e prestigiose attestazioni di colleghi e non, alcuni tra i quali si erano addirittura prodigati nel tentare di convincere i produttori a finanziare un suo progetto (ad esempio l’amico Fellini si prodigò con Rizzoli, ma nemmeno la parole del più grande regista italiano riuscì a scalfire il muro di gomma dentro il quale Tretti rimane imprigionato). «Non avrei mai immaginato che una Provincia mi chiedesse di girare un film, ma l’assessore era una donna di sinistra- una sinistra aperta e democratica – e, si sa, le donne fanno sempre la differenza, tanto che questa mi aveva invitato a non farmi alcuno scrupolo nell’attaccare il Partito Comunista». Alle prese con un progetto lontano dalle sue corde, Tretti afferma di non avere affrontato il progetto in modo sereno: «All’inizio ero preoccupato, io funziono meglio con il grottesco, con la comicità, ma alla fine il film mi ha dato diverse soddisfazioni». Non ultima, quella di essere apprezzato dal fondatore della psicoanalisi italiana: «Musatti vide il film per ben due volte a Milano, se non ricordo male, e poi organizzò una proiezione a Sirmione – erano i primi anni ’80 – alla presenza di cinquecento e più medici, che apprezzarono da par loro il film».

Tretti non aveva voluto conoscere veri alcolisti per scrivere il suo film, basò la sua ricerca su libri e consulenze scientifiche; rifuggì il cinema-inchiesta a tal punto da fargli ricostruire interamente in studio l’ospedale che si vede nel film. In tal modo, pur essendo un progetto su “commissione”, Alcool mantiene libera la creatività di Tretti e si configura come un episodio bizzarro, sia per la sua filmografia che per il cinema italiano (fu infatti il primo film finanziato da un ente locale), ma non per questo minore e impersonale; Alcool contiene molte delle marche autorali che contraddistinguono il cinema di Augusto Tretti, quelle stesse che lo rendono unico ed irripetibile.

(I virgolettati provengono da una conversazione telefonica con Augusto Tretti, realizzata in data 17 settembre 2009)

«Nell’Italia del Nord i ricoverati in ospedali psichiatrici per causa dell’alcol sfiorano il 50 per cento. Eppure, si continua a parlare di droga e ad ignorare quasi l’alcolismo che è la droga più diffusa e letale. […] L’alcolismo è un fenomeno terribile, che non appare nelle statiche nella sua reale dimensione, e le sue vittime appartengono tutte, tranne qualche eccezione, alle classi subalterne; è gente che non è legittimata a superare nulla, che dalla vita non ha soddisfazioni e che dal futuro non può aspettarsi un’esistenza che lo riscatti. In questo senso il mio è un film politico, perché informa, senza ricorrere a una qualsiasi ideologia che ridurrebbe il problema, che anche questa piaga sta nel conto del rapporto di forza fra chi ha il potere e chi non l’ha, fra chi usa lo droga e chi, invece, ne viene usato». Augusto Tretti, Corriere d’informazione, 22 marzo 1980.

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Alcool
regia, soggetto, sceneggiatura: Augusto Tretti
fotografia (colore e b/n): Ubaldo Marelli
montaggio: Iolanda Adamo
musica: Eugenia Tretti Manzoni
consulenza: Prof. Dario De Martis (Direttore dell’Istituto Psichiatrico di Pavia)
interpreti: Mario Grazioni (Francesco) e attori non professionisti
produzione: Augusto Tretti per l’Amministrazione Provinciale di Milano
anteprima: 20 marzo 1980, Sala congressi di via Corridoni a Milano
anno: 1980
formato: 35mm
durata: 100’

Naz.: Italia – v.c. n. 75483 del 19.09.80 – m. 2698 – ppp: 05/10/80 – c. pr.: Augusto Tretti Produzioni Cinematografiche, Lazise (VR) – contributo: Provincia di Milano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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