speciale NUOVO CINEMA IRANIANO

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Ma hameh khoubim“Ma hameh khoubim”, Bizhan Mirbaqeri, 2005

Iran – nuovo cinema, censura vecchia

In Iran cambiano i governi ma il cinema continua a vivere momenti di grande difficoltà. Non per disaffezione da parte del pubblico, che al contrario lo ama molto, bensì per la censura che continua ad essere operata. Se i tempi in cui i film iraniani uscivano dal Paese in maniera clandestina, con metodi da agenti segreti, per approdare ai festival europei, oggi la situazione sembra cambiata. Sembra. Perché in realtà molti tra i film che in Europa e nel resto del mondo vengono celebrati e, spesso, premiati, in Iran non godono di un’uscita nelle sale, che sono occupate in gran parte da film sentimentali o di propaganda. La censura veniva applicata già ai tempi dello scià Mohammad Reza Pahlavi (regnante tra il 1941 e il 1979), quando il film considerato iniziatore di una nuova corrente, Gaav (1969) di Dariush Mehrjui, presentato al Festival del cinema di Berlino tre anni dopo, venne sì prodotto dallo stato ma in seguito bandito dallo stesso per la visione opposta che dava del Paese rispetto a quella progressista che il governo voleva propagandare. La rivoluzione iraniana certo restrinse di molto le maglie della censura nel Paese ma, quando tornarono ad allargarsi, fu più che altro verso l’esterno, e spesso unicamente per permettere l’esportazione di film che erano stati discussi dalla stampa estera e che comunque in Iran non sarebbero mai stati proiettati in pubblico. Oggi non sfuggono a questa regola nemmeno i registi più conosciuti come Mohsen Makhmalbaf o Abbas Kiarostami, che hanno molti tra i film da loro diretti conosciutissimi nel mondo ma banditi nel loro Paese, o film come Dayereh (Il cerchio, 2000), Leone d’oro a Venezia ma ancora inedito in Iran per il rifiuto del regista Jafar Panahi di tagliarne 18 minuti. Kiarostami stesso ha più volte dichiarato alla stampa estera di non capire sempre i motivi della censura ma di sospettare che si tratti spesso di un’operazione preventiva e cautelativa, nel caso ai responsabili della censura fosse sfuggito qualcosa di importante della storia raccontata. Un po’ come punire un figlio senza averne il motivo perché forse ha fatto qualcosa di nascosto che solo lui può sapere. Quando la censura interna non basta, intervengono i Paesi confinanti o vicini, dove i registi si recano per girare le loro opere: Samira Makhmalbaf, figlia di Mohsen Makhmalbaf e autrice nel 2000 di Takhté siah (in Italia Lavagne), è riuscita tempo fa a salvarsi da un tentativo di rapimento in Afghanistan nel corso della lavorazione di un suo film, ma non da una bomba che ha devastato il suo set e ferito molti tra i suoi collaboratori quest’anno sempre in Afghanistan. Ma non sono solo i Paesi confinanti a creare problemi all’arte cinematografica, contribuendo così a fomentare il pregiudizio e a isolare i registi (e gli intellettuali): gli Stati Uniti, in considerazione delle tensioni con l’Iran, hanno spesso ottusamente (o strumentalmente: meglio tenere il popolo nell’ignoranza e nel pregiudizio) negato il visto di entrata a Abbas Kiarostami, Bahman Ghobadi e molti altri o escluso opere iraniane dai loro festival. L’unica cosa certa è che il cinema iraniano continua nella sua opera di racconto del Paese, talvolta nascondendo in sottotesto le tematiche più scottanti, leggibili da chiunque ma non sempre dagli addetti alla censura, rivelandosi vibrante, potente, importante anche nelle opere dei registi più giovani, che continuano purtroppo a poter mostrare le loro opere nei festival, riuscendo raramente a godere di distribuzioni più capillari. È impossibile riassumere in queste poche righe la realtà cinematografica iraniana, tanto che contiamo di poter tornare presto sull’argomento, l’unica cosa certa è che il cinema iraniano gode di enorme considerazione nel mondo per il suo linguaggio peculiare e per la capacità di raccontare usando codici non convenzionali. E poi ha resistito agli scià, alla rivoluzione, agli ayatollah, non si fermerà quindi certo adesso. Di seguito proponiamo le schede di alcuni tra i migliori film iraniani degli ultimi 3 anni, presentati a vari festival.

Roberto Rippa
Gennaio 2008

Rapporto confidenziale si è occupato dell’argomento con una serie di articoli pubblicati a partire dal numero1 (gennaio 2008):

An seh (Iran, 2007) > Naghi Nemati (RC01 – pag. 8)

Chand kilo khorma baraye marassem-e tadfin (Iran 2006) > Saman Salour (RC01 – pag. 8)

Ma hameh khoubim (Iran, 2005) > Bizhan Mirbaqeri (RC01 – pag. 9)

Chahar shanbeh souri (Iran, 2006) > Asghar Farhadi (RC01 – pag. 9)

Frontier Blues (Iran, Regno Unito, Italia, 2009) > Babak Jalali

Tehran bedoune mojavez (Iran, 2009) > Sepideh Farsi

Darbāreye Elly (Iran, 2009) > Asghar Farhadi

Seh-o-nim (“Those Three”) (Iran, 2011) > Naghi Nemati

Jodaeiye Nader az Simin (“A Separation”) (Iran, 2011) > Asghar Farhadi

Paziraie sadeh (“Modest Reception”) (Iran, 2012) > Mani Haghighi

“Chand kilo khorma baraye marassem-e tadfin”, Saman Salour, 2006

“Paziraie sadeh”, Mani Haghighi, 2012

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