20 luglio 2001: omicidio di Stato

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Carlo Giuliani

20 luglio 2001, Genova.

 

Su RC19 (novembre 2009) abbiamo pubblicato un ampio speciale (a cura di Alessio Galbiati) dedicato ai fatti del G8 genovese del 2001 che vi invitiamo ad andare a riscoprire.

 

Sul sito abbiamo pubblicato (sempre dallo speciale) i seguenti articoli:

Il cineocchio sul G8. Il concatenamento collettivo di enunciazioni di Giacomo Verde sui fatti del G8 genovese del 2001. di Alessio Galbiati

Genova – G8 – 2001 – Videografia

 

Carlo Giuliani

 

Pietre, denaro, utopie e grida.
Genova per noi, per tutti.
di Enrico Ghezzi

Non credo che il segno di quanto accaduto a Genova durante il G8 sia la legittima e doverosa questione (certo da dibattere e da verificare con vigore, di fronte al rischio di tentazioni o derive autoritarie) della legalità, delle garanzie democratiche, dell’ordine pubblico, della sicurezza, delle sconcertanti e inette o barbare linee di comportamento delle forze di polizia. Arroccarsi su questo fronte può facilmente rinfrancare, permette vigorosi esercizi di propaganda e sbrigativi saggi di condanna sociologica del teppismo contrapposto alle tonnellate di globalizzante buona volontà di centinaia di migliaia di («noi») manifestanti, ma il dopaggio maschera la fatica e il rifiuto di pensare.
Stretti tra la condanna divertita e/o orripilata del Grande Fratello televisivo (con ovvi echi antiberlusconiani) e l’attesa (ahiloro sempre davanti alla tv) che un dalema (o un manuchao un jovanotti un bono) di turno dica o «qualcosa di sinistra», i militanti bellicosamente pacifici dell’antig8 (lo scrivo così per trovare un sapore alto, antigonico), di associazione o di partito, di gruppo organizzato di base o di antica o fresca militanza individuale o sciolta o autonoma, perdono la possibilità di percepire quel che le cose (anche quelle cose che sono le persone nei loro comportamenti, anche quelle persone che sono le cose nella loro enigmatica passività apparente) dicono (spesso — anche troppo?- di «sinistra»).
Mentre scrivo intravvedo o meglio intrasento incongrue «dirette» della visita di Bush, inclusa una non troppo surreale capatina al milite ignoto (Carlo Giuliani? Il carabiniere terrorizzato che spara non in aria?); l’Etna bellissimo che rosseggia erutta fuma, si scioglie e evapora mutando a ogni istante (la terra -il fondamento, sempre- trema); brevissimi cenni al mezzo milione solito di giovani affluiti a Berlino proprio nei giorni del g8 per la techno Love Parade; e i pensosi sicuri dubbi e pronostici sulla natura eversiva e sull’ ambiguità oggettivamente «reazionaria» e «fuori dal movimento» degli anarcodevastatori blackblock, espressi secondo un abituale rituale esorcistico il cui potere è più serenamente e fermamente devastante nei confronti del capire (o, se si vuole un termine vetrinesco, del «riflettere») di quanto lo sia il cubetto di porfido che rompe la vetrina.
Ora, senza ipotecare i risultati delle indagini giudiziarie e di quelle ufficiose, e in attesa dell’accertamento delle responsabilità tecniche e politiche e morali, si può partire proprio da una situazione limite e orrenda, che ha posto infatti fine a una vita umana. Situazione la cui ambiguità è davvero chiara in modo abbacinante. (Aggiungo note personali pedanti e inutili e chiare: l’uccisione di Carlo Giuliani è avvenuta tra via Caffa e piazza Alimonda, dove per alcuni anni feci il boyscout; da giovedì sera a domenica scorsa sono stato a Genova, partecipando alle manifestazioni, con Nennella e con le nostre figlie – una dava una mano a una delle troupe del cinema italiano, l’altra, bambina di dodici anni lacrimante di gas e non solo, provavamo a tenerla per mano e si è rifugiata con me a lungo venerdì pomeriggio in un portone di via Invrea a cento metri da piazza Alimonda; ho assistito a cariche di polizia con lacrimogeni, preordinate o improvvisate come le manganellature selvagge, e visto di persona cosa è accaduto la notte di domenica alle ex scuole Diaz e Pascoli ora entrambe confluite nell’istituto Pertini (anche qui, quale ambiguo concentrato distoria patria in questi nomi..); ho visto esplodere in diverse occasioni la geometrica precisione e impressionante determinazione aggressiva dei blackblock; nella mia assoluta nonviolenza (non «pacifismo»), e essendo lì per «impressionare» immagini per Blob e per FuoriOrario, mi son visto fischiare due volte a pochi centimetri pietre o altro, e ho temuto più volte che i pullmini irresponsabilmente carosellanti di polizia e carabinieri travolgessero persone o finissero bloccati sospesi tra linciaggio e autodifesa omicida; a Genova, città tutt’altro che chiusa, siamo arrivati in macchina normalmente, entrando e uscendo senza controlli dal casello di Nervi; del resto, in una società aperta al libero traffico di persone e di merci, Schengen o non Schengen, controlli quasi generalizzati e appena un po’ accurati agli accessi avrebbero provocato il blocco di quasi tutti e quasi tutto.
La vittima non era un blackblock, né –pare- il militante di un gruppo organizzato, ma solo in mezzo a molte cose e spinte verso una giustizia globalsociale. Era in quel momento coinvolta in una situazione inequivocabilmente violenta e distruttiva. Non era un «teppista da stadio». Stava su quel nitido limite che in queste ore ci si ostina a negare (citando sempre e solo i trenta o quattrocento o duemila blackblock), quello in cui si è trafitti e portati dall’aura luminosa e oscura della rabbia e del godimento di essa.
Guardare con sufficienza, non vedere (o non «sentire»: vedi la sordità verso la musica più industrialsintetica, la techno, che diventa l’enigmatico battito amoroso pubblico e terribile di una generazione). Oscillando tra la curiosità giornalisticospettacolistica, l’anatema politicotradizionale, la comprensione paternalsospettosa dell’errore, e l’individuazione (a dire il vero, non così impervia) delle colpe del governo. Questo l’atteggiamento dominante della cultura diffusa della sinistra (non per caso – ma anche solo, per caso- non «di governo»…), poco «critica» verso la vuota terribile mitologica idea di «governabilità» e verso il tecnonichilismo evidente degli incontri tra i sedicenti governanti del capitalismo mondiale.
Qualcuno si è scandalizzato del non. vogliamo nulla di un giovane anarchico tedesco. Troppo più morale del finto «voler tutto» (e vero «non poter nulla», fino alla morte) proclamato come unico imperativo instillato fin dalla prima infanzia dall’educazione metodica al consumo all’acquisto al mercato. Un ministro del governo precedente (ma lo avrebbe voluto anche Berlusconi, il professor Veronesi), il più amato dagli italiani, forse per protagonismo anticonformista pochi mesi fa aveva detto tuttavia cose «stupefacenti» -discusse e contestate solo per brevi esercizi di opposte propagande- sul consumo diffuso di droga e sulla percentuale altissima di casi di malattia mentale nel nostro paese. Si è lasciato cadere nell’acqua, il sasso. O forse appunto non stupisce più nessuno, che l’angoscia sia il sentimento dominante, che un ragazzo qualunque senta per così dire l’ansia del pianeta (la fine ben possibile di esso, o la sua mutazione radicale e/o omicida; la colpa permanente e assurda della povertà tollerata e incrementata di gran parte del mondo) e avverta contemporaneamente il desiderio e il suo calco negativo, incitato costantemente al possesso e alla comunicazione di esso (e al possesso «capitalistico» della memoria stessa: «ricordati di ricordare», impone uno slogan Kodak, come anni fa la Sony prericordava che «se non l’hai visto, lo puoi rivedere», sottilmente invitando a rivivere il mai vissuto). E nessuna ma proprio nessuna voce della sinistra benpensante e bonodiscente si è scandalizzata o interrogata un istante mesi fa all’annuncio dei cinque miliardi di lire con cui qualcuno si è aggiudicato a un’asta il pianoforte di John Lennon. Imagine All the People..: la canzone fa ancora piangere (anche se ho sempre preferito la linea del blues duro e fermo immobile dei Rolling Stones..), ma il valore «ricchezza» sembra l’idolo comune di destre e sinistre (e di rockstar e di maestri), da troppe campagne elettorali in qua, nel nostro paese come ovunque, e il consumo e la capitalizzazione entrano come previsto nel nostro «corpo e anima», siamo già tutti cavie biotecnologie del capitale (addirittura, da Hiroshima in poi, con la chiarezza accecante di un flash fotografico) pur di spostare la nostra angoscia nell’investimento sullo spettro dell’immortalità sicuramente -vedi la rappresentazione sempre più massiccia e diffusa dell’oltrevita- il luogo più ossessivamente e mortalmente abitato oggi dalla cultura mondiale dell’occidente.
Non solo per lo spazio (qui, mentre leggete), non parlo di utopie e di fine delle utopie, non di tensioni e soluzioni comunitarie (isolazioniste o amorose), né voglio dare per scontato che la meccanica stessa spettrale dello spettacolo/capitale sia o non sia l’unica inevitabile situazione che si vive e ci vive. Né, attraversando a mia volta le età della linea d’ombra, nel paese più anziano e più leggibilmente antico del mondo (vera disneyland mondiale del paesaggio culturale, dove anche Bush sembra esser venuto per verificare le sue colosseiche cartoline, paradossale icona americana dell’indifferenza delle differenze: vedi la lunga attesa del risultato elettorale nell’agonia estenuante condivisa con Gore, evento credo capitale e sottovalutato nella storia della democrazia rappresentativa e rappresentata..), fingo di sottovalutare le ragionevoli spinte alla sicurezza e alla conservazione.
Neppure voglio sopravvalutare (per quanto..) il fatto che tra i casseurs internazionali (sento di fermati inglesi tedeschi francesi greci lituani polacchi spagnoli irlandesi italiani..) abbia visto, a volto nudo o semi-nascosto da un fazzoletto, facce e occhi bellissimi (e intensità belle e brutte). Ma tra casseurs di periferia e ultrà da stadio (sì, c’erano anche loro, giustamente — per «forza»- attratti dall’occasione), tra arrabbiati dei centri sociali e più organizzati blackblock in quasiuniforme nera (tutti infiltrabilissimi, per carità..), il grido e ancor più il gesto silenzioso e parlantissimo della devastazione e distruzione, del sacrificio gratuito di beni, dell’attacco continuato e mirato alla merce più capitalisticamente pura e spettrale e al furto più sublimato (il denaro, l’idea del denaro: le banche incendiate, i bancomat fuoriuso), che può sgomentare impaurire, offendere qualcuno, è anche il godimento istantaneo e definitivo, subito azzerato e negato, di quella merce per cui ci si dice di vivere, è il tentativo estremo di scuotersi, di strapparsi via dallo sbobinarsi del fìlm bruciandolo, scottandolo, inceppando per un momento l’inganno del tempo e in quel momento toccando lo spettacolo disperato del proprio viversi come merce. Non è «democraticamente» contrastabile, lo spaccatore se non da un’infrangibilità diffusa e paradossale (negazione del sistema). E si può certo dire che il suo agire è fin troppo conseguente al meccanismo del capitale, mimando e anticipando in modo traumatico e accelerato la necessaria distruzione/consumo di oggetti cui non si ha comunque quasi mai il tempo di affezionarsi o quello di superarne saggiamente l’affetto. Evitando le criminalizzazioni incrociate, i trionfalismi bertinottiani da hastalavictoriasiempre, l’illusione di essere soggetto antagonista per il solo fatto di dirlo e di percepire lo scontento e la rabbia diffusi, possiamo (se poi esiste un soggetto che possa dire «noi possiamo»..) partire dalla situazione «Genova 2001» (che stia morendo da qualche parte o su qualche croce il cristo nato nel sessantotto?), con i suoi dislivelli, i suoi scarti, le sue contiguità (a volte può bastare cambiare maglietta), con i suoi richiami a elementarietà spaziali e visive (zona rossa, zona gialla, tute bianche, tute nere..), non tanto (lo si può un attimo per gioco, non più sensato dei tanti palloni che ho visto lanciarsi magnifici per aria accanto alle macchine incendiate) violando gli argini intorno alla cittadella vuota del potere impotente (meglio circondarla con un unico lungo cordone/sit-in impenetrabile non violento silente o cantante?..), quanto contrapponendo a quel vuoto tronfio tanti vuoti enigmatici e assoluti come Tien An Men (la protesta di undici anni fa, profetica nel cuore del paese che si appresta a diventare il vero perfetto mostro bifronte ambiguo iperinquinante del capitalismo autoritario), che non vogliano nulla appunto, se non sentirsi essere un momento. Stare (immobili, velocissimi: tanti giri del mondo in un attimo). Non starci. Non riconciliati. Lasagessene viendra jamais (Debord). (ah! Volevo parlare d’amore. Ma).

[Enrico Ghezzi, L’Unità, 25 Luglio 2001]

 

 

SOLO LIMONI
di Giacomo Verde (Italia/2001, 45′)
Regia: Giacomo Verde | Montaggio video: Fracesco Pera Turrini, Federico Carmassi | Musica originale: Mauro Lupone | Composizione video: Mauro Lupone, Uliano Paolozzi Balestrini, Elena Recchia, Giacomo Verde, Lello Voce | Riprese video di: Giacomo Verde (giac), Teresa Paoli (ze) – Italy.IndyMedia – Uliano Paolozzi Balestrini, Pulika Calzini, Luca Tomassini, Tiziano, Lorenzo, Edoardo, Philippe, Vincent, Florence etc. – SocialPlus, Fluid video crew, Digipresse – Elena Recchia (bobò), Umberto Sebastiano, Francesco Villa – D.INK – | Testi di: Giacomo Verde, Lello Voce, Patrick Chaamoiseaux, Miguel Cervantes de S.,Elio Pagliarani, Bertold Brecht, Piero Jahier, Roque Dalton, Elemire Zolla | Voci fuori campo: Giacomo Verde, Lello Voce | Foto di: Mirco Del Carlo | Produzione: ShaKe Edizioni Underground, Reset, SeStessi Video | Anno: 2001 | Durata: 44’35″

 

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