Un viaggio a ritroso. Intervista a Pino Esposito

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La presente intervista è stata pubblicata su Rapporto Confidenziale numero26 (giu/lug 2010), pagg.13-14, unitamente alla recensione del film in questione, pag.12
 

Un viaggio a ritroso.

Intervista a Pino Esposito
di Roberto Rippa

 

RR: "Il nuovo sud dell’Italia" è il tuo primo film?

PE: È il mio primo lungometraggio. Prima di questo, ho fatto corti e teatro.

RR: Cosa ti ha fatto decidere di iniziare il progetto del film e quando?

PE: Abbiamo iniziato a girare nel Dicembre del 2008. Da tempo volevo realizzare un documentario che parlasse dell’emigrazione nel sud dell’Italia, fotografato, filmato e raccontato da persone del sud che a loro volta sono emigrate in qualche altra parte del mondo.

RR: Concretamente, come hai iniziato a lavoraci? Avevi già un’idea iniziale di cosa avresti voluto filmare?

PE: Sì, avevo già una mia sceneggiatura. Però, quando sono sceso a filmare in Calabria, non ero più sicuro di monitorare, con immagini già create nella mia testa, quella realtà cruda, violenta e improvvisa. Quindi ho messo da parte la videocamera e la mia sceneggiatura, che creavano solo distanze, e sono stato con loro per un po’ senza filmare. Solo quando ho sentito quella sincera percezione dei nostri racconti che stavano attraversando il tempo e noi, mi sono detto che forse – dico forse – avrei potuto raccogliere quelle emozioni in immagini.

RR: Com’è avvenuta la collaborazione con AfricaNews.it?

PE: Avevo fatto delle ricerche in Internet sull’immigrazione in Calabria, ed ho trovato i loro lavori. Li ho contattati, loro hanno creduto nel mio progetto e abbiamo iniziato a collaborare.

RR: Qual è stata la reazione degli intervistati e degli abitanti dei luoghi in cui hai girato?

PE: Le persone hanno collaborato con entusiasmo, aiutandomi tantissimo. C’era un’incredibile voglia di partecipazione. Prima della partenza, con alcuni volontari che aiutano i migranti, ci siamo abbracciati nello stesso spavento… ci siamo visti in quelle immagini tristi della nostra terra martoriata. Poi ci siamo ripromessi di fare qualcosa affinché tutta quella patina di polvere che ricopre la nostra memoria possa un giorno sprofondare nei fondali del nostro mare antico (lo Jonio).

RR: Nel film, almeno nella sua parte iniziale che si svolge a Rossano e Corigliano, si coglie una pacifica convivenza tra immigrati e indigeni mentre siamo abituati ad assistere a vere e proprie “guerre tra poveri”. Come te lo spieghi?

PE: Da quelle parti, le persone, hanno vissuto con profondo dolore le “distanze”. Siamo tutti cresciuti con una storia di emigrazione alle spalle, in ogni casa, c’era almeno un parente emigrante. Per questo c’è questa convivenza pacifica.
Ho visto ragazzi e ragazze, che la sera, andavano sulla spiaggia per accendere fuochi e candele. Come segno di benvenuto verso quei disperati che il mare di Calabria spesso riporta. Anche se non arrivava più nessuno – perché dopo le rigide leggi volute dalla Lega Nord non arriva più nessuno dal mare – quei ragazzi continuano ad andare sulla spiaggia guardando verso quell’orizzonte lontano.
Quelle immagini mi hanno emozionato, e mi hanno dato la certezza, che un giorno, in Calabria, le nuove generazioni cambieranno in meglio la nostra povera terra.

RR: Il clima cambia molto quando inizi a filmare a Rosarno. Quanto dopo gli scontri sei arrivato lì? Che idea personale ti sei fatto di quanto accaduto?

PE: A Rosarno è andato a filmare il giornalista Piervincenzo Canale, lui è di Reggio Calabria. È una grande persona che oltre alla sua professione aiuta gli immigrati che lavorano nel periodo tra novembre e gennaio nella piana di Gioia Tauro. Li ha filmati in quei luoghi fatiscenti come l’ex cartiera di Rosarno.

RR: Quanto si sente la presenza della criminalità organizzata nella gestione del lavoro e della condizione degli immigrati?

PE: In Italia, con le nuove leggi che aiutano i disonesti, oltre alla criminalità organizzata, anche tanti piccoli imprenditori (non per forza mafiosi), sentono un vento di legittimazione verso il malaffare.

RR: Nel film si spiega che molti immigrati giungono al sud sospinti dal clima razzista creato dalla Lega Nord nelle regioni settentrionali. Nel sud però la stessa Lega sta crescendo, nel girare il film hai notato un cambiamento in questo senso?

PE: Ho l’impressione che in Calabria, stiano facendo nascere (inconsciamente forse), un grande contenitore nel quale ammassare i poveri con i poveri. Oggi gli immigrati non arrivano più in Calabria dalla Libia, ma da Brescia, Bergamo, Verona. Con tanto di permesso di soggiorno! Alcuni leggi fatte dai sindaci leghisti, fanno sentire ai migranti di non essere più ben accetti. È così loro scendono verso il sud, pensando che laggiù la gente, nelle cui famiglie si trova sempre una storia di emigrazione, sia meglio disposta nei loro confronti. È una forma ingenua di pensare, perché nel Meridione mancano le infrastrutture per accogliere questa massa alla deriva. Per questo si stanno creando queste tensioni tra migranti e gente del posto. Ogni giorno arrivano sempre più disperati spinti ( involontariamente, forse…) da un Nord Italia che sta attuando una politica di allontanamento. “Che vadano al sud” dicono i leghisti.
A me dispiace che, indirettamente, la maggioranza dei meridionali voti per i loro stessi carnefici.

RR: Tecnicamente, come hai girato il film, eri solo o avevi una piccola troupe?

PE: Avevo una piccola troupe. Abbiamo girato con diverse camere HD. Avevo pensato di girare su pellicola 35 millimetri, poi i finanziamenti che sono arrivati erano pochissimi, e ci siamo decisi ad andare in Calabria con poche infrastrutture. Questo perché se avessimo aspettato i finanziamenti, sicuramente non avremmo fatto il film. Visto che quei luoghi fatiscenti sono stati demoliti e gli africani hanno abbandonato Rosarno. Adesso sono contento di questa scelta, perché la forza del film, è soprattutto nell’immagine diretta cruda e vera che solo il digitale può dare.

RR: Il film ha un approccio molto poetico – a livello visivo – sia al tema che al territorio. È stata una scelta a priori?

PE: Sì volevo fare sin dall’inizio un documentario fatto di silenzi, suoni, ombre, pause…un film di percezioni. Lasciare allo spettatore la percezione di ricomporre le immagini del “suo film”, andando a scavare nei luoghi nei quali ognuno di noi custodisce la propria memoria. Io credo che l’immagine della poesia, possa arrivare più velocemente ai paesaggi interiori del nostro intelletto. E restarci. Molto più di un documentario che “bombarda” lo spettatore con un’informazione dopo l’altra.

RR: Tu sei regista teatrale e hai fondato una compagnia a Zurigo, in Svizzera. Quanto della tua esperienza teatrale ha contribuito alla creazione del film?

PE: Molto. Nel teatro, ho sempre curato con più attenzione la parte artistica rispetto a quella drammaturgica. I miei spettacoli sono sempre basati su una linea poetica fondata sull’immagine (videoarte, super8, pittura, installazione).
Per me, le immagini nello spazio, fanno parte della lingua delle immagini con la quale cerco di materializzare il linguaggio minimalista e a volte disarticolato degli attori.
L’immagine aiuta la lingua, la lingua l’immagine.Toccandosi e allontanandosi.
Come una grande installazione in movimento, che porta con sé qualcosa: un attore, una figura, una voce, un oggetto, un rumore, un’ombra. Ecco da dove è nato "Il nuovo sud dell’Italia", da questi silenzi, ombre e rumori della mia esperienza teatrale.

RR: Il film si apre e chiude con le immagini del fotografo Antonio Murgeri. Come mai questa scelta e come hai lavorato con lui?

PE: Sì il film è incorniciato dalle fotografie in bianco e nero di Antonio Murgeri. Quelle iniziali ritraggono il cimitero di barche di Lampedusa con le quali i migranti sono partiti dalla Libia. Sono di una triste bellezza, che esprimono tutta l’inquietudine di un’epoca che non offre certezze ma solo paure per un futuro incerto. Per questo ho scelto di lavorare con lui, per la poesia delle sue fotografie. Per quella poesia che abbiamo in comune, e ci lega nello stesso spavento di questa epoca.

RR: Il film è in circolazione in Svizzera, dove accompagni quando possibile le proiezioni e dove i riscontri da parte del pubblico sono molto positivi. Ora si parla di un interesse anche da parte di Francia e Germania. E l’Italia?

PE: È vero, il film, sta suscitando in Svizzera un grande interesse e una grande partecipazione emotiva. Per me è commovente, dopo le proiezioni, sentire l’applauso sincero da parte di un pubblico molto attento verso le tematiche sociali raccontate sotto forma di poesia.
Non è un film solo sull’emigrazione ma è soprattutto un film sulla solitudine di questo tempo nel quale ognuno di noi ha paura di perdere le proprie sicurezze sociali. È un film che ci spaventa, perché le immagini crudeli che s’incagliano nella poesia, arrivano
velocemente allo spettatore, con una violenza poetica nel profondo dei suoi spazi percettivi.
I giornali della Svizzera tedesca, hanno scritto che è un film che ci riguarda più di quanto non vogliamo ammettere.
Ecco, dalle nostre paure nasce questa reazione spontanea di allontanare le nostre incertezze e paure verso un sud più a sud. Un povero più povero. Nel mio film si vede il vecchio calabrese che va a raccogliere legna sulla spiaggia e ha paura che arrivino i rumeni e gli portino via quel poco che ha. Poi si vede il signore marocchino, che dice che loro sono stati primi ad arrivare in Calabria. Allora erano benvoluti, ma dopo una pausa dice: “Ma adesso sono arrivati i rumeni e i polacchi ed è tutto cambiato”. La signora rumena addirittura dice: “Noi veniamo dalla città”. Poi, riferendosi agli stessi connazionali che arrivano dalla provincia, dice: “Ma LORO arrivano dalla provincia”. Quindi si vede un clochard polacco che viene picchiato per pochi spiccioli da altri due clochard polacchi.
Ecco, il razzismo inizia in alto ma la lotta violenta si consuma “sotto”. Ognuno ha paura di rimanere incagliato nella rete degli ultimi.

RR: Ti sei preoccupato, girato il film, di trovare una distribuzione o hai scelto a priori di muoverti in modo indipendente?

PE: Ho cercato a priori di muovermi in modo indipendente. Non volevo fare assolutamente un film commerciale.

RR: Negli incontri con il pubblico, quali sono le reazioni più frequenti? Ti è capitato di mostrarlo ad un pubblico avverso al tema dell’immigrazione?

PE: Ripeto, gli incontri con il pubblico sono stati sempre commoventi, ci sono stati pochissimi casi di “avversione”. Sicuramente capiterà, quando il film arriverà in Italia.

RR: Stai pensando a un nuovo progetto? Se si, di cosa tratterà?

PE: Il prossimo film sarà un film sulla solitudine e sul ricordo. Su quel pezzo di vita mancante di ognuno di noi.

 

4 giugno 2010

 

 

 


IL NUOVO SUD DELL’ITALIA
Regia: Pino Esposito
Fotografia: Pino Esposito
Montaggio: Eliane Binggeli, Pino Esposito
Montaggio del suono: Antonio De Benedetto
Sound Design: Thomas Geser
Musiche: Regula Bachmann
Produzione: OS FILM, Zürich
Colore, HD CAM, 59’

 

63 Festival del film Locarno | Appellations Suisse 2010


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