Songs of Love and Hate > Katalin Gödrös

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articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero28 (speciale 2010) pag. 79
all’interno di RC:speciale 63° Festival del film Locarno 4-14 | 8 | 2010

Songs of Love and Hate
Katalin Gödrös | Svizzera – 2010 – 35 mm – colore – 89′

di Roberto Rippa

English text at the bottom of this page

Ai piedi delle Alpi, vive il vignaiuolo Rico con la moglie e le due figlie. L’armonia della famiglia viene turbata dalla sessualità nascente della bella Lili che, da bambina che era, si trasforma in donna. Lo sguardo del padre perde la sua innocenza e lui, spaventato, la rigetta. Il desiderio represso lo tormenta, mentre la figlia tenta ogni cosa per riconquistare la sua posizione privilegiata di bambina in seno alla famiglia, coinvolgendolo nei suoi giochi crudeli. Rico, che si rifiuta di accettare ciò che vede e inconsciamente si sente in colpa, diventa sua complice. La madre, sconcertata dalla freddezza di Lili, cerca di capire che cosa stia accadendo al marito, diventato lunatico e scostante. L’unica a non essere toccata da questo dramma sotterraneo è la sorella minore, che sta vivendo la sua prima storia d’amore con Ronny, mentre in famiglia la situazione si fa sempre più esplosiva.

È una famiglia in uno stato di equilibrio precario quella narrata nel film di Katalin Gödrös, dal titolo identico a quello di un famoso album del 1971 di Leonard Cohen. Un equilibrio messo a repentaglio dall’esplosione puberale della figlia maggiore Lili, che va turbare soprattutto suo padre, coinvolgendolo in una ridda di emozioni che spaziano dalla paura per il cambiamento della figlia all’impulso di contenerla, dal desiderio di allontanarla da sé in un atto di autodifesa, al desiderio nudo e crudo.
È una natura montana matrigna (nella realtà le colline della regione del Mendrisiotto, nella Svizzera italiana) quella che circonda la famiglia: molta fatica e poco guadagno, entrambi scanditi dalle bizze della natura stessa. Un errore nei tempi per il raccolto dell’uva li espone al rischio di vederlo funestato dalla pioggia. Ancora più matrigna è la natura umana, con l’adolescenza a sconvolgere l’equilibrio di una giovane ragazza, certo molto meno consapevole di quanto lei stessa creda. Ammicca, si ribella, tradisce il fidanzatino per poi pentirsene, sembra volere suscitare consapevolmente il desiderio del padre – un modo per farsi ancora riconoscere da lui mentre lui tenta di allontanarla da sé per senso di colpa – il tutto in una fiera dell’irrequietezza propria di quel periodo della vita.
Mentre la storia procede dipanando progressivamente i suoi elementi, il film cambia anche registro, tentando il salto dal dramma familiare al noir grazie al coinvolgimento di personaggi esterni al nucleo familiare, più consapevoli di ciò che vi sta accadendo. C’è bisogno di dire che la storia si avvierà verso una tragedia di stampo quotidiano?
La regista cosceneggia un film molto attento ai suoi personaggi, coraggioso nel trattare un tema tabù, con lo spettro dell’incesto aleggiante sulle teste dei protagonisti senza mai manifestarsi apertamente (con un’unica scena a renderlo bene o male esplicito: quella in cui l’uomo possiede la moglie sul pavimento della cucina – a spegnere il desiderio che si è impossessato di lui – mentre la figlia ascolta dal piano di sopra). La drammaturgia del racconto si sgretola però quando gli sceneggiatori, forse insicuri della forza o della chiarezza della situazione messa in scena, scelgono di trasformare la ragazza in una sorta di incontenibile Circe dalle pulsioni omicide. In questo preciso il momento il film sceglie di trasformare i personaggi fino ad allora in bilico sul filo della dicotomia vittima/carnefice, in semplici aguzzini l’uno dell’altro, facendo valicare al film la soglia che separa un dramma raccontato in modo non banale da un convenzionale racconto di appendice poco appassionante, come se quella svolta narrativa fagocitasse in un sol colpo credibilità e tensioni costruite sino a quel momento.

Infine, Songs of Love and Hate nasce da un buono spunto, sviluppa il racconto in maniera interessante per poi d’un tratto abbandonarlo alla deriva. Peccato in quanto il risultato, per quanto formalmente corretto, risulta a quel punto incapace di suscitare empatia per qualsiasi personaggio.
A sostenere la storia, a parte la convincente Sarah Horwath nel ruolo della protagonista, Joel Basman (Cannabis di Niklaus Hilber), la bravissima Ursina Lardi (Das Weisse Band di Michael Haneke) e l’olandese Jeroen Willems.


Songs of Love and Hate
Svizzera – 2010 – 35 mm – colore – 89′
Concorso internazionale | 63° Festival del film Locarno
Regia: Katalin Gödrös
Sceneggiatura: Dagmar Gabler, Katalin Gödrös, Jens Theuerkauff
Musiche: Peter von Siebenthal
Fotografia: Henner Besuch
Montaggio: Silke Botsch
Interpreti principali: Jeroen Willems, Sarah Horvàth, Ursina Lardi, Luisa Sappelt, Joel Basman

Katalin Gödrös

Nata nel 1969 a Zurigo, Katalin Gödrös studia produzione all’Accademia di cinema di Budapest e dal 1996 vive a Berlino. Tra i film che ha prodotto, ricordiamo Murder – They said! di Mihály Györik (1995), Sexy Sadie (1996) e L’Amour (2000). Oltre a essere co-autrice e produttrice di Almost Heaven (2005) di Ed Herzog, firma la sceneggiatura e la regia dei cortometraggi Hurka (1993) e Play (1998), come pure del film di fantascienza Mutanten, mostrato in prima mondiale alla Berlinale nel 2002. Per la Televisione della Svizzera tedesca (SF), dirige il film Lous Waschsalon (2005). Durante la scrittura e le riprese di Songs of Love and Hate, Katalin Gödrös ha sviluppato la sceneggiatura del suo prossimo film, Der Schwimmer.

Vintner Rico lives with his wife and his two daughters at the foot of the Alps. Lilli perturbs the hitherto harmonious family life through her emergent sexuality. The child is turning into a woman and her father’s gaze loses its innocence. Frightened, Rico rejects his daughter. His suppressed desire torments him, while his rejected daughter adopts unusual ways to regain her place in childhood paradise, turning her father into a witness of her cruel games. Refusing to believe what he sees, he feels unwittingly guilty and becomes her accomplice. The mother tries to understand what is happening to her increasingly moody and aloof husband and is unsettled by her daughter’s coldness. Only the younger sister remains unaffected by it all: she experiences the joys of a happy first love with the outsider Ronny. Finally, the situation rears its ugly head.

It is a family in a state of precarious balance the one featured in Katalin Gödrös’ film, that shares its title with the famous 1971 Leonard Cohen’s album. A balance jeopardized by the explosion of daughter Lili’s puberty, which especially upsets his father, involving him in a welter of emotions ranging from fear to impulse to contain her, from the desire to get away from her in a act of self defense, to simple plain desire.
It is a tough mountain nature (in reality the hills of the region of Mendrisio, in the Italian part of Switzerland) that surrounds the family: much trouble and little profit, both marked by the realms of nature. Tougher is human nature, with adolescence to upset the balance of a young girl, certainly much less aware of herself than she believes. Alluring, rebel, she betrays her boyfriend to regret it later, she seems to want to deliberately provoke the desire of her father – a way to be recognized by him as he tries to get away from her, possessed as he is by guilt – she acts as a person in that confusing period of life.
As the story progresses gradually unraveling its elements, the film also changes registry, attempting the leap from family drama to film noir through the involvement of people outside the family, more aware of what is happening inside of it.
The director co-wrote a film very careful to his characters, courageous in tackling a taboo subject, with the specter of incest hovering – never openly – over the heads of the protagonists (with one scene to make it clear: the one where the man posesses his wife on the kitchen floor – to extinguish the desire that has seized him – while his daughter hears from upstairs). The drama of the story falls apart, however, when the writers, perhaps unsure of the strength or clarity of the situation, choose to turn the girl into a sort of modern Circe, unable to control even her murderous impulses. At this very moment the film chooses to turn the edge of the character’s dichotomy victim / executioner of each other, causing the film to cross the threshold that separates a drama told in a non-trivial way in a conventional and little appealing tale, as if the narrative turn absorbed all the credibility and tension built until then.

In the end, Songs of Love and Hate benefits from a good starting point, develops its story in an interesting way and then suddenly leave it free to go adrift. Too bad because the result, although always formally correct, is then unable to arouse empathy for any of the characters.
To support the story, apart from convincing Sarah Horwath as Lily, Joel Basman (Cannabis by Niklaus Hilber), the talented Ursina fat (Das Weisse Band by Michael Haneke) and Dutch Jeroen Willems.

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