Riflessioni su “Encounters at the End of the World” come paradigma del cinema di Herzog.

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale numero27 (ago 2010), pagg. 18-20

«Bisogna fare dei documentari imprevedibili come i sogni»
– Gianni Celati (1)

I temi, le immagini e le ossessioni che hanno fondato e attraversato le pellicole di Herzog in oltre quarant’anni di produzioni cinematografiche sembrano ritrovarsi e concentrarsi nei suoi ultimi lavori, da Il diamante bianco e Grizzly Man a L’ignoto spazio profondo, passando per My Son, My Son, What Have Ye Done ed Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans. Ma più d’ogni altro è con Encounters at the End of the World che queste si manifestano con compiutezza, tanto da poter considerare questa sua opera del 2007 un esempio paradigmatici del suo modo di fare e pensare il cinema.
Sin dai suoi esordi l’autore bavarese ha creato originali percorsi filmici, portando «avanti un’idea di cinema libera da qualsiasi etichetta o semplificazione, capace di sfruttare le potenzialità del documentario» (2) come territorio sperimentale e non come resoconto dei fatti, nella costante «ricerca di un metodo efficace per rappresentare la vera essenza dell’uomo». (3)
Nell’incessante ricerca di un limite estremo dell’uomo, non necessariamente da valicare, ma con cui doversi confrontare, il cineasta tedesco ha viaggiato per decenni in ambienti ostili e lontani dalle comodità della civilizzazione, esplorando la foresta amazzonica e il deserto africano, spingendosi in Encounters sino in Antartide, oltre i confini del mondo abitato, dove solo un piccolissimo gruppo di uomini ha scelto di trasferirsi per vivere a contatto con una natura fredda e impietosa, ma anche incantevole e sublime.
Encounters at the End of the World è un film che prende liberamente forma dinanzi alla telecamera, piuttosto che da un copione, dalle suggestioni paesaggistiche e dai sorprendenti incontri umani che lo caratterizzano. Un percorso creativo che ricorda quello di Fata Morgana, per il suo esser girato senza una vera e propria sceneggiatura seguendo le impressioni visive del reale, una pratica che è alla base della poetica herzoghiana, secondo l’idea che la realtà deve entrare nel film e farlo vibrare della sua natura più profonda.
Il cinema per Herzog si pone come forma di conoscenza superiore sul mondo, espressione poetica della realtà attraverso la quale mostrare le inquietudini romantiche e le sconfinate contemplazioni dei paesaggi, rivelatrici di una verità da cogliersi nell’estasi sensoriale, accanto all’osservazione di una condizione umana che nel proprio percorrere i margini dell’esistenza riscopre la sua essenza più profonda.
Lo sguardo di Herzog è attratto, in una sua particolarissima vocazione antropologica, da «figure umane segnate dall’alterità e dalla non conciliazione con il resto della comunità sociale, che si viene a delineare come fonte narrativa, facendo insorgere quindi la volontà di raccontare» (4) e di raccontarsi.
Gli incontri più o meno imprevisti e fugaci che attraversano e abitano tutto il cinema di Herzog divengono in Encounters at the End of the World l’aspetto dominante del film, convergenza di un’espressione fondante e ricorrente della poetica del regista tedesco; i protagonisti si lasciano qui andare affabilmente a un fluire di parole, al piacere del racconto delle proprie esperienze esistenziali dando al film senso e fascino, in una continuità temporale garantita dalla presenza stessa del regista che guida lo spettatore negli incantevoli scenari del Polo Sud.
Attraverso la sua voce Herzog non solo commenta e descrive le situazioni o dialoga con i personaggi, ma marca profondamente la propria presenza scenica e la partecipazione e il coinvolgimento in prima persona al farsi del film, sia essa in campo nelle poche inquadrature in cui decide di comparire, sia essa fuori campo. Una prassi che, per le ambientazioni in cui si svolge, tende a ribadire, come già nel volo in mongolfiera de Il diamante bianco e nella mancata catastrofe imminente de La Soufriere, l’autorialità dei suoi lavori e il proprio duplice e completo mettersi in gioco: intellettualmente e fisicamente.
Tra i luoghi più ostili e affascinanti del pianeta, l’Antartide si impone immediatamente per il suo essere un limite ancora più estremo, dove il sole non tramonta mai e dove per la prima volta Herzog si trova costretto ad abbandonare la sua indiscutibile fedeltà alla pellicola a favore del digitale nell’impossibilità di filmare a temperature così basse. (5)

Proprio in un luogo così lontano dai grandi insediamenti umani, e dalla loro corruzione, Herzog ritrova i valori e la dignità dell’uomo nei sorprendenti personaggi che hanno lasciato vite e lavori normali per andare a vivere alla fine del mondo: instancabili viaggiatori, filosofi, scienziati avventurieri, ex banchieri divenuti autisti di pullman, ai quali si addice la felicissima espressione ‘sognatori professionisti’, cheI temi, le immagini e le ossessioni che hanno fondato e attraversato le pellicole di Herzog in oltre quarant’anni di produzioni cinematografiche sembrano ritrovarsi e concentrarsi nei suoi ultimi lavori, da Il diamante bianco e Grizzly Man a L’ignoto spazio profondo, passando per My Son, My Son, What Have Ye Done ed Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans. Ma più d’ogni altro è con Encounters at the End of the World che queste si manifestano con compiutezza, tanto da poter considerare questa sua opera del 2007 un esempio paradigmatici del suo modo di fare e pensare il cinema.
Sin dai suoi esordi l’autore bavarese ha creato originali percorsi filmici, portando «avanti un’idea di cinema libera da qualsiasi etichetta o semplificazione, capace di sfruttare le potenzialità del documentario» (2) come territorio sperimentale e non come resoconto dei fatti, nella costante «ricerca di un metodo efficace per rappresentare la vera essenza dell’uomo». (3)
Nell’incessante ricerca di un limite estremo dell’uomo, non necessariamente da valicare, ma con cui doversi confrontare, il cineasta tedesco ha viaggiato per decenni in ambienti ostili e lontani dalle comodità della civilizzazione, esplorando la foresta amazzonica e il deserto africano, spingendosi in Encounters sino in Antartide, oltre i confini del mondo abitato, dove solo un piccolissimo gruppo di uomini ha scelto di trasferirsi per vivere a contatto con una natura fredda e impietosa, ma anche incantevole e sublime.
Encounters at the End of the World è un film che prende liberamente forma dinanzi alla telecamera, piuttosto che da un copione, dalle suggestioni paesaggistiche e dai sorprendenti incontri umani che lo caratterizzano. Un percorso creativo che ricorda quello di Fata Morgana, per il suo esser girato senza una vera e propria sceneggiatura seguendo le impressioni visive del reale, una pratica che è alla base della poetica herzoghiana, secondo l’idea che la realtà deve entrare nel film e farlo vibrare della sua natura più profonda.
Il cinema per Herzog si pone come forma di conoscenza superiore sul mondo, espressione poetica della realtà attraverso la quale mostrare le inquietudini romantiche e le sconfinate contemplazioni dei paesaggi, rivelatrici di una verità da cogliersi nell’estasi sensoriale, accanto all’osservazione di una condizione umana che nel proprio percorrere i margini dell’esistenza riscopre la sua essenza più profonda.
Lo sguardo di Herzog è attratto, in una sua particolarissima vocazione antropologica, da «figure umane segnate dall’alterità e dalla non conciliazione con il resto della comunità sociale, che si viene a delineare come fonte narrativa, facendo insorgere quindi la volontà di raccontare» (4) e di raccontarsi.
Gli incontri più o meno imprevisti e fugaci che attraversano e abitano tutto il cinema di Herzog divengono in Encounters at the End of the World l’aspetto dominante del film, convergenza di un’espressione fondante e ricorrente della poetica del regista tedesco; i protagonisti si lasciano qui andare affabilmente a un fluire di parole, al piacere del racconto delle proprie esperienze esistenziali dando al film senso e fascino, in una continuità temporale garantita dalla presenza stessa del regista che guida lo spettatore negli incantevoli scenari del Polo Sud.
Attraverso la sua voce Herzog non solo commenta e descrive le situazioni o dialoga con i personaggi, ma marca profondamente la propria presenza scenica e la partecipazione e il coinvolgimento in prima persona al farsi del film, sia essa in campo nelle poche inquadrature in cui decide di comparire, sia essa fuori campo. Una prassi che, per le ambientazioni in cui si svolge, tende a ribadire, come già nel volo in mongolfiera de Il diamante bianco e nella mancata catastrofe imminente de La Soufriere, l’autorialità dei suoi lavori e il proprio duplice e completo mettersi in gioco: intellettualmente e fisicamente.
Tra i luoghi più ostili e affascinanti del pianeta, l’Antartide si impone immediatamente per il suo essere un limite ancora più estremo, dove il sole non tramonta mai e dove per la prima volta Herzog si trova costretto ad abbandonare la sua indiscutibile fedeltà alla pellicola a favore del digitale nell’impossibilità di filmare a temperature così basse. (5)
Proprio in un luogo così lontano dai grandi insediamenti umani, e dalla loro corruzione, Herzog ritrova i valori e la dignità dell’uomo nei sorprendenti personaggi che hanno lasciato vite e lavori normali per andare a vivere alla fine del mondo: instancabili viaggiatori, filosofi, scienziati avventurieri, ex banchieri divenuti autisti di pullman, ai quali si addice la felicissima espressione ‘sognatori professionisti’, cheI temi, le immagini e le ossessioni che hanno fondato e attraversato le pellicole di Herzog in oltre quarant’anni di produzioni cinematografiche sembrano ritrovarsi e concentrarsi nei suoi ultimi lavori, da Il diamante bianco e Grizzly Man a L’ignoto spazio profondo, passando per My Son, My Son, What Have Ye Done ed Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans. Ma più d’ogni altro è con Encounters at the End of the World che queste si manifestano con compiutezza, tanto da poter considerare questa sua opera del 2007 un esempio paradigmatici del suo modo di fare e pensare il cinema.
Sin dai suoi esordi l’autore bavarese ha creato originali percorsi filmici, portando «avanti un’idea di cinema libera da qualsiasi etichetta o semplificazione, capace di sfruttare le potenzialità del documentario» (2) come territorio sperimentale e non come resoconto dei fatti, nella costante «ricerca di un metodo efficace per rappresentare la vera essenza dell’uomo». (3)
Nell’incessante ricerca di un limite estremo dell’uomo, non necessariamente da valicare, ma con cui doversi confrontare, il cineasta tedesco ha viaggiato per decenni in ambienti ostili e lontani dalle comodità della civilizzazione, esplorando la foresta amazzonica e il deserto africano, spingendosi in Encounters sino in Antartide, oltre i confini del mondo abitato, dove solo un piccolissimo gruppo di uomini ha scelto di trasferirsi per vivere a contatto con una natura fredda e impietosa, ma anche incantevole e sublime.
Encounters at the End of the World è un film che prende liberamente forma dinanzi alla telecamera, piuttosto che da un copione, dalle suggestioni paesaggistiche e dai sorprendenti incontri umani che lo caratterizzano. Un percorso creativo che ricorda quello di Fata Morgana, per il suo esser girato senza una vera e propria sceneggiatura seguendo le impressioni visive del reale, una pratica che è alla base della poetica herzoghiana, secondo l’idea che la realtà deve entrare nel film e farlo vibrare della sua natura più profonda.
Il cinema per Herzog si pone come forma di conoscenza superiore sul mondo, espressione poetica della realtà attraverso la quale mostrare le inquietudini romantiche e le sconfinate contemplazioni dei paesaggi, rivelatrici di una verità da cogliersi nell’estasi sensoriale, accanto all’osservazione di una condizione umana che nel proprio percorrere i margini dell’esistenza riscopre la sua essenza più profonda.
Lo sguardo di Herzog è attratto, in una sua particolarissima vocazione antropologica, da «figure umane segnate dall’alterità e dalla non conciliazione con il resto della comunità sociale, che si viene a delineare come fonte narrativa, facendo insorgere quindi la volontà di raccontare» (4) e di raccontarsi.
Gli incontri più o meno imprevisti e fugaci che attraversano e abitano tutto il cinema di Herzog divengono in Encounters at the End of the World l’aspetto dominante del film, convergenza di un’espressione fondante e ricorrente della poetica del regista tedesco; i protagonisti si lasciano qui andare affabilmente a un fluire di parole, al piacere del racconto delle proprie esperienze esistenziali dando al film senso e fascino, in una continuità temporale garantita dalla presenza stessa del regista che guida lo spettatore negli incantevoli scenari del Polo Sud.
Attraverso la sua voce Herzog non solo commenta e descrive le situazioni o dialoga con i personaggi, ma marca profondamente la propria presenza scenica e la partecipazione e il coinvolgimento in prima persona al farsi del film, sia essa in campo nelle poche inquadrature in cui decide di comparire, sia essa fuori campo. Una prassi che, per le ambientazioni in cui si svolge, tende a ribadire, come già nel volo in mongolfiera de Il diamante bianco e nella mancata catastrofe imminente de La Soufriere, l’autorialità dei suoi lavori e il proprio duplice e completo mettersi in gioco: intellettualmente e fisicamente.
Tra i luoghi più ostili e affascinanti del pianeta, l’Antartide si impone immediatamente per il suo essere un limite ancora più estremo, dove il sole non tramonta mai e dove per la prima volta Herzog si trova costretto ad abbandonare la sua indiscutibile fedeltà alla pellicola a favore del digitale nell’impossibilità di filmare a temperature così basse. (5)
Proprio in un luogo così lontano dai grandi insediamenti umani, e dalla loro corruzione, Herzog ritrova i valori e la dignità dell’uomo nei sorprendenti personaggi che hanno lasciato vite e lavori normali per andare a vivere alla fine del mondo: instancabili viaggiatori, filosofi, scienziati avventurieri, ex banchieri divenuti autisti di pullman, ai quali si addice la felicissima espressione ‘sognatori professionisti’, cheI temi, le immagini e le ossessioni che hanno fondato e attraversato le pellicole di Herzog in oltre quarant’anni di produzioni cinematografiche sembrano ritrovarsi e concentrarsi nei suoi ultimi lavori, da Il diamante bianco e Grizzly Man a L’ignoto spazio profondo, passando per My Son, My Son, What Have Ye Done ed Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans. Ma più d’ogni altro è con Encounters at the End of the World che queste si manifestano con compiutezza, tanto da poter considerare questa sua opera del 2007 un esempio paradigmatici del suo modo di fare e pensare il cinema.
Sin dai suoi esordi l’autore bavarese ha creato originali percorsi filmici, portando «avanti un’idea di cinema libera da qualsiasi etichetta o semplificazione, capace di sfruttare le potenzialità del documentario» (2) come territorio sperimentale e non come resoconto dei fatti, nella costante «ricerca di un metodo efficace per rappresentare la vera essenza dell’uomo». (3)
Nell’incessante ricerca di un limite estremo dell’uomo, non necessariamente da valicare, ma con cui doversi confrontare, il cineasta tedesco ha viaggiato per decenni in ambienti ostili e lontani dalle comodità della civilizzazione, esplorando la foresta amazzonica e il deserto africano, spingendosi in Encounters sino in Antartide, oltre i confini del mondo abitato, dove solo un piccolissimo gruppo di uomini ha scelto di trasferirsi per vivere a contatto con una natura fredda e impietosa, ma anche incantevole e sublime.
Encounters at the End of the World è un film che prende liberamente forma dinanzi alla telecamera, piuttosto che da un copione, dalle suggestioni paesaggistiche e dai sorprendenti incontri umani che lo caratterizzano. Un percorso creativo che ricorda quello di Fata Morgana, per il suo esser girato senza una vera e propria sceneggiatura seguendo le impressioni visive del reale, una pratica che è alla base della poetica herzoghiana, secondo l’idea che la realtà deve entrare nel film e farlo vibrare della sua natura più profonda.
Il cinema per Herzog si pone come forma di conoscenza superiore sul mondo, espressione poetica della realtà attraverso la quale mostrare le inquietudini romantiche e le sconfinate contemplazioni dei paesaggi, rivelatrici di una verità da cogliersi nell’estasi sensoriale, accanto all’osservazione di una condizione umana che nel proprio percorrere i margini dell’esistenza riscopre la sua essenza più profonda.
Lo sguardo di Herzog è attratto, in una sua particolarissima vocazione antropologica, da «figure umane segnate dall’alterità e dalla non conciliazione con il resto della comunità sociale, che si viene a delineare come fonte narrativa, facendo insorgere quindi la volontà di raccontare» (4) e di raccontarsi.
Gli incontri più o meno imprevisti e fugaci che attraversano e abitano tutto il cinema di Herzog divengono in Encounters at the End of the World l’aspetto dominante del film, convergenza di un’espressione fondante e ricorrente della poetica del regista tedesco; i protagonisti si lasciano qui andare affabilmente a un fluire di parole, al piacere del racconto delle proprie esperienze esistenziali dando al film senso e fascino, in una continuità temporale garantita dalla presenza stessa del regista che guida lo spettatore negli incantevoli scenari del Polo Sud.
Attraverso la sua voce Herzog non solo commenta e descrive le situazioni o dialoga con i personaggi, ma marca profondamente la propria presenza scenica e la partecipazione e il coinvolgimento in prima persona al farsi del film, sia essa in campo nelle poche inquadrature in cui decide di comparire, sia essa fuori campo. Una prassi che, per le ambientazioni in cui si svolge, tende a ribadire, come già nel volo in mongolfiera de Il diamante bianco e nella mancata catastrofe imminente de La Soufriere, l’autorialità dei suoi lavori e il proprio duplice e completo mettersi in gioco: intellettualmente e fisicamente.
Tra i luoghi più ostili e affascinanti del pianeta, l’Antartide si impone immediatamente per il suo essere un limite ancora più estremo, dove il sole non tramonta mai e dove per la prima volta Herzog si trova costretto ad abbandonare la sua indiscutibile fedeltà alla pellicola a favore del digitale nell’impossibilità di filmare a temperature così basse. (5)
Proprio in un luogo così lontano dai grandi insediamenti umani, e dalla loro corruzione, Herzog ritrova i valori e la dignità dell’uomo nei sorprendenti personaggi che hanno lasciato vite e lavori normali per andare a vivere alla fine del mondo: instancabili viaggiatori, filosofi, scienziati avventurieri, ex banchieri divenuti autisti di pullman, ai quali si addice la felicissima espressione ‘sognatori professionisti’, che ben descrive l’universo umano che popola i suoi film, da Fitzcarraldo a Kaspar Hauser, dai pellegrini di Kalachakra – La ruota del tempo al musicista girovago di Segni di Vita, da Timothy Treadwell all’ingegnere aeronautico Graham Dorrington: tutti capaci di sentire in maniera differente e perciò di vedere di più.
Nei brevi incontri con i personaggi di questo film, realizzati per lo più nel fuggevole tempo delle interviste, Herzog coglie nelle loro parole e nei loro sguardi una straordinaria vivacità interiore unita a una profonda dignità umana. Il regista tedesco vede in questi affascinanti personaggi dei propri alter ego, o perlomeno si riconosce in una sorta di fratellanza nella caparbietà di inseguire i propri sogni, affrontando ogni possibile rischio e portandosi all’estremità delle cose, in un’esplorazione del mondo che è innanzitutto esplorazione di sé.
Non a caso è lo stesso autore ad affermare proprio agli inizi di Encounters at the End of the World che questo non sarà l’ennesimo film sui pinguini, quanto piuttosto una riflessione sull’umanità e sui limiti dell’esplorazione.
Paradossalmente sarà proprio l’anomalo e inspiegabile comportamento di un pinguino a farsi metafora di quella folle e insanabile pulsione che guida gli esploratori nei loro viaggi, rischiando anche la morte, come per molti eroi e set herzoghiani da Fitzcarraldo a Gasherbrum – La montagna lucente a La Soufriere. Improvvisamente e senza apparente motivo un pinguino si ferma, lascia i compagni e devia dalla strada verso il mare e il cibo per dirigersi verso le lontane montagne; una scena che inizialmente buffa per l’ostinazione e il goffo avanzare ondulatorio del pinguino diventa poi assolutamente drammatica nelle parole esplicative del regista che ne dichiara il suo destino mortale (http://tinyurl.com/39t5l43).
Il cinema di Herzog si realizza in questi racconti il cui senso rimane sfuggente e inafferrabile come nelle immagini di pura bellezza dei paesaggi naturali incontaminati di Encounters at the End of the World, un incanto della visione, «un’estasi dei sensi (che) permette all’uomo di andare oltre il visibile, e il verosimile, per accedere alla sfera dell’inconoscibile” (6), per raggiungere una verità che non può essere fermata ma solamente percepita nell’emozione di momentanei e stupefacenti bagliori illuminanti, che entrano per un attimo in contatto e risuonano insieme con i nostri mondi interiori.
La visione poetica riesce a far vedere molto più di un mero reportage, soprattutto quando la musica accompagna lo sguardo fondendosi in un tutto armonico di profonda spiritualità, proprio come nelle riprese subacquee di Henry Kaiser, già autore di quelle de L’ignoto spazio profondo, o nei cunicoli scavati nel ghiaccio dalla lava vulcanica e avvolti in un irreale e assoluto silenzio.
Nell’estatico viaggio sotto il ghiaccio della telecamera, tra spazi, colori e forme di vita che sembrano appartenere a un altro pianeta, una voce femminile emerge dal coro che la sostiene e avvolge le immagini in un universo estatico; il richiamo delle foche invece sembra la perfetta sintesi naturale della fusione tra musica elettronica e suoni d’ambiente in grado di amplificare ed esaltare le suggestioni percettive dello spettatore.
Il cinema e la musica hanno il potere di attivare e risvegliare qualcosa di universale per l’uomo che lega ogni individuo nel profondo della sua sensibilità, una sorta di immaginario comune insito in ognuno; un pathos atemporale e condiviso nella percezione estatica, come avviene ad esempio dinanzi a un capolavoro quale la Cappella Sistina di Michelangelo, i dipinti di Friedrich e le ouverture delle grandi opere wagneriane. E che nei film di Herzog si ritrova nelle riprese aeree sulle volute di fumo di Apocalisse nel deserto e La Soufriere e in quelle sullo splendido scenario di boschi e laghi di Grizzly Man, nei camera-car e nei miraggi tra le sabbie africane di Fata Morgana e negli straordinari paesaggi pittorici dai colori nordici di Cuore di Vetro e Nosferatu – Il principe delle tenebre.
«Herzog è un poeta dello schermo; la figura che sostiene il suo discorso è l’evocazione. Egli muove immagini cariche di fascinazione, che sembrano appartenere a tempi misteriosi, escrescenze storiche, luoghi appartati dove sono confluite le aspirazioni dell’umanità. Le immagini provocano sensazioni, esse stesse sono pregne di sensazioni; risentono dell’evocazione di cui sono portatrici.» (7)
Herzog è un esploratore dell’animo umano che insegue sempre «nel suo cinema lo stesso sogno, lo stesso obiettivo, quello di catturare, di portare allo spettatore delle immagini il più possibile mai viste, inedite, estreme che vanno conquistate, catturate a prezzo di rischi, sacrifici personali compiuti innanzitutto dallo stesso cineasta.» (8)
In Encounters at the End of the World è lo stesso Herzog ad avventurarsi nei pericolosi cunicoli scavati nel ghiaccio dalla lava per riprendere in un irreale silenzio le strane forme e i meravigliosi colori riflessi, e contemplare il violento ribollire del magma del vulcano Monte Erebus e i suoi improvvisi getti ardenti dal bordo del cratere (il vulcano è uno dei tre al mondo il cui magma è visibile a occhio nudo dai suoi bordi), filmando così nel raggio di poche centinaia di metri la glaciale indifferenza della natura e la sua forza implacabile e selvaggia; dinanzi a queste immagini di eccezionale e rapita bellezza l’autore tedesco riflette sull’incerto futuro dell’umanità, destinata a scomparire, sopraffatta da una natura meravigliosa quanto crudele; una fine del mondo suggerita dal titolo che non è dunque solo geografica ma anche fisica ed esistenziale.
Ritroviamo, anche in questo film, l’idea di una creazione incompiuta e di un’apocalisse imminente che caratterizzano in maniera fondante la poetica di Herzog e richiamano alla mente la didascalia con cui si apre Fitzcarraldo: «Cayahuari-Yaru, così gli indios della foresta chiamano questo paese, il paese dove Dio non riuscì a portare a termine la Creazione; essi credono che tornerà soltanto dopo la scomparsa degli uomini per completare la sua opera».
Le considerazioni del regista sull’estinzione della razza umana proseguono sulle immagini dei resti di un elicottero precipitato, che ricorda le carcasse di automobili e aerei in lande desolate frequenti nei suoi film da Fata Morgana a Apocalisse nel deserto, e successivamente su uno storione congelato e conservato in un piccolo museo a settanta gradi sottozero, esattamente nel punto matematico che corrisponde al Polo Sud. In Encounters at the End of the World vi è anche un altro museo, ovvero la capanna in legno dell’esploratore inglese Ernest Shackelton, rimasta così com’è dalle sue esplorazioni d’inizio Novecento, con in vista sugli scaffali i barattoli di cibo ancora sigillati.
Tra i molti temi e immagini che nella cinematografia herzoghiana sembrano rincorrersi di film in film, dai vulcani ai comportamenti anomali degli animali, sino alla problematica dei linguaggi in estinzione (esposta da un linguista che vive in un luogo dove non esiste una lingua e coltiva ortaggi in una serra circondata dai ghiacci perenni), emerge qui ancora una volta una profonda riflessione sul senso e l’esperienza del vedere e del non vedere.
Nei primi minuti del film Herzog, insieme ad altre persone appena arrivate sul continente antartico, è sottoposto a una prova di orientamento in condizioni di non visibilità, in una divertente simulazione di una bufera di neve; uniti da una corda e con un cesto in testa, tutti seguendo il primo della fila sbaglieranno direzione e finiranno per ingarbugliarsi da soli.
La fortissima dipendenza che l’uomo ha dalla vista è qui messa in scacco e riporta all’esperienza della cecità e dell’isolamento sensoriale della sordocieca Fini Staubinger, protagonista di Paese del silenzio e dell’oscurità, all’educazione logica connessa allo sguardo di Kaspar Hauser, e alla maggiore sensibilità artistica e percettiva che si sviluppa nell’oscurità, come per il pianista cieco de L’enigma di Kaspar Hauser e la sua profonda e penetrante interpretazione dell’Agnus Dei. Lo stesso Herzog fu colpito e particolarmente segnato dalla perdita della vista, che fu per fortuna solo temporanea; in seguito a un episodio accidentale della sua giovinezza, in uno scontro con un altro giocatore in una partita di pallacanestro, egli cominciò a vedere solo puntini e poi il buio, per ritrovare la vista dopo più di un’ora.
Dopo l’iniziale smarrimento nella simulazione della tempesta polare, Herzog si muove con maggior disinvoltura nel paesaggio antartico per realizzare un film che è anche un film sul suo stesso farsi, sulla sua capacità e disponibilità di saper osservare e accogliere la realtà e i suoi imprevisti.
Ancor più delle straordinarie immagini raccolte in soltanto tre settimane di permanenza nel continente di ghiaccio, l’obiettivo del regista tedesco impressiona per gli incontri con un’umanità stupefacente, paradossale e memorabile, che solamente lontano dalle masse può mostrarsi nel suo splendore e incantarci con i suoi racconti.
Negli sguardi degli abitanti di questa piccola comunità ai confini del mondo brilla lo stupore e l’amore per il mondo, il medesimo che muove Herzog a viaggiare e filmare, creare e contemplare.
Davanti alla telecamera un apache che fa il saldatore sfoggia le sue mani sostenendo che la loro particolare conformazione e il suo sangue sono di origine azteca; uno scienziato che vive da vent’anni tra i pinguini, e ha quasi disimparato a parlare, viene stimolato da Herzog con domande alquanto bizzarre sul comportamento sessuale degli animali che studia; il biologo e sommozzatore Samuel Bowser sente di dover prendere la decisione di aver appena intrapreso la sua ultima immersione; un giovane ed eccentrico vulcanologo inglese si veste solo di tweed in onore dei primi esploratori antartici.
Ma più di tutti è il filosofo Stefan Pashov, che in Antartide lavora guidando macchinari, ad affascinare il regista tedesco, per l’idea di esplorazione dei paesaggi della mente, la predisposizione al viaggio e l’interpretazione estatica e sognante del mondo: «Noi siamo il veicolo attraverso il quale l’universo prende coscienza della sua magnificenza».

Enrico Saba


Encounters at the End of the World (USA/2007)
regia, soggetto, sceneggiatura, suono: Werner Herzog • fotografia: Peter
Zeitlinger • montaggio: Joe Bini • musiche: Henry Kaiser, David Lindley
• effetti visivi: Christopher Dusendschon • produttore: Henry Kaiser • casa di produzione: Discovery Films • interpreti: David Ainley, Samuel S. Bowser, Regina Eisert, Kevin Emery, Ryan Andrew Evans, Ashrita Furman, Peter Gorham, Werner Herzog, William Jirsa, Karen Joyce, Doug MacAyeal, William McIntosh, Olav T. Oftedal, Clive Oppenheimer, David R. Pacheco Jr., Stefan Pashov, Jan Pawlowski, Scott Rowland, Libor Zicha • paese: USA • anno: 2007 • durata: 99′

NOTE

(1) Gianni Celati, Documentari imprevedibili come i sogni. Conversazione con Gianni Celati, a cura di Sarah Hill, in Zibaldoni e altre meraviglie – trimestrale on-line di racconti, studi, pensieri, stupori letterari.

(2) Nicola Bassano, I documentari di Werner Herzog: estetica di un’ossessione, in Kultunderground

(3) Ibidem

(4) Fabrizio Grosoli, Elfi Reiter, Werner Herzog, Il Castoro edizioni, Milano, 1994, p.15

(5) In queste condizioni la pellicola tende a irrigidirsi e a non avvolgersi sul rullo.

(6) Marta Lecca, La verità estatica di Werner Herzog. Incontri alla fine del mondo, in Hideout

(7) Angelo Signorelli, Cuore di vetro, Cineforum 236, agosto 1984, p.60

(8) Fabrizio Grosoli, Werner

Sempre di Enrico Saba, e sempre a proposito del cinema di Werner Herzog, RC ha pubblicato:

DOCUMENTARIO E FICTION NEL CINEMA DI WERNER HERZOG
in RC numero22 (febbraio 2010) pp.26-36

IL CINEMA ‘FISICO’ DI WERNER HERZOG
in RC numero24 (aprile 2010) pp.38-44

WERNER HERZOG: UNO SGUARDO SUL MONDO DELL’UOMO
in RC numero25 (maggio 2010) pp.42-51

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