La Lisière > Géraldine Bajard

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero28 (speciale 2010) p. 37

all’interno di RC:speciale 63° Festival del film Locarno 4-14 | 8 | 2010

 

La Lisière
(The Edge) Géraldine Bajard | Francia, Germania – 2010 – 35 mm – 100’

di Alessio Galbiati

 

François, un giovane medico fresco di studi, lascia Parigi per trasferirsi a Beauval, una città di recente costruzione dove, all’interno del complesso residenziale Les Hauteurs de Beauval, le villette nuove di zecca si susseguono monotone. Per un gruppo di adolescenti che ammazza la noia facendo giochi pericolosi, capeggiato da Cédric e Matthieu, François diventa rapidamente un bersaglio. Sfida, provocazione, seduzione, qualunque cosa pur di spezzare la routine. Finché il corpo di Agnès, 12 anni, viene ritrovato ai bordi della carreggiata, investito da un pirata della strada. Per rimuovere la loro parte di responsabilità, Cédric e Matthieu si lanciano sulle tracce del colpevole, stringendo la morsa intorno a François, che considerano sospetto… E in breve tempo la tranquillità apparente della cittadina cede il passo a un pesante clima di sospetto e di intrigo.

Morboso. Fra gli appunti presi alla conclusione della proiezione c’è una parola che ricorre con maggiore frequenza: morboso. “La Lisière” è un film decisamente morboso, che fa della morbosità la propria cifra stilistica e poetica. Tutto in quest’opera prima è edificato attorno a questo concetto, a cominciare dal complesso residenziale in cui è ambientata la vicenda narrata, Les Hauteurs de Beauval, microcosmo simbolo dei molti non-luoghi urbanistici che infestano l’Europa contemporanea, costruito da/ed attorno un magnate mitomane con tendenze, manco troppo velate, (neo)feudali.

A François (Melvil Poupaud), trentenne neolaureato in medicina, viene offerto un posto di lavoro sicuro in questa micro-comunità glaciale, egli accetta immediatamente, lasciando a Parigi la propria compagna per la quale non pare nutrire alcun sentimento profondo. Si lascia tutto alle spalle e si tuffa in questa nuova vita, fatta di simboli posticci (la bella casa, anch’essa fredda e glaciale, l’auto sportiva, assolutamente fuori dal tempo) e di una sessualità malamente repressa e costantemente in azione.

Il protagonista non esprime emozioni a chi gli è intorno, ancora peggio: non prova emozione alcuna. Il suo sguardo è monoespressivo: dall’inizio alla fine della pellicola il suo viso mantiene un’espressione basita (da fiction televisiva, o ancora peggio, da abitante amorfo di questo reale): egli osserva ma non prova. Pare un personaggio di un romanzo di Camus, pare Meursault de “L’Étranger”: un colpevole, senza colpa alcuna.

“La Lisière” mette in scena un mondo di adulti adolescenti e di adolescenti adulti, in cui conta unicamente la rappresentazione data, la parte giocata e recitata. Ognuno impersona una maschera, un tipo, un carattere, ognuno pervicacemente si ostina a giocare il ruolo che consapevolmente ha scelto senza badare alle conseguenze che inconsapevolmente questo gioco produce.

Sono mondi in contrapposizione fra loro quelli de “La Lisière”. Il mondo degli adulti, organizzato gerarchicamente in base alla status sociale, il mondo degli adolescenti entro cui contano l’avvenenza e la spregiudicatezza, e poi ci sono gli stranieri, che osservano questo patologico cosmo con occhi sgranati e fissi.

C’è qualcosa che ricorda “I segreti di Twin Peaks”, ma anche “Il villaggio dei dannati”, senza però alcuna concessione al soprannaturale. C’è Cronenberg, ci sono Buñuel, Lynch, e Bresson ma c’è soprattutto la presenza di un’autrice alla sua opera prima che convince ed incanta. Bajard è abile nel tenere ritmo e tensione sempre incombenti, costruendo un film che si muove fra generi differenti mantenendo intatta la propria unicità.

Géraldine Bajard è un talento prezioso e cristallino del cinema europeo e “La Lisière” un piccolo-grande capolavoro.

 

La Lisière (The Edge)
Francia/Germania – 2010 – 35 mm – colore – 100′
Prima mondiale | Opera prima | Concorso Cineasti del presente | 63° Festival del film Locarno
regia, sceneggiatura: Géraldine Bajard; sceneggiatura: Géraldine Bajard; fotografia: Josée Deshaies; montaggio: Bettina Böhler; musiche: Mrs. Good; suono: Olivier Dandré; scenografia: Daniel Bevan; interpreti: Melvil Poupaud, Hippolyte Girardot, Audrey Marnay, Phenix Brossard; produzione: Cinema Defacto (Francia); coproduzione: 23/5 Filmproduktion (Germania); diritti mondiali: The Match Factory (Germania); Paese: Francia, Germania; lingua: francese; anno: 2010; durata: 100’

Géraldine Bajard, cittadina francese nata in Svizzera, è cresciuta tra Arabia Saudita, Marocco, India e Francia. Ha frequentato l’École Normale Supérieure di Parigi, studiato teatro e cinema alla Sorbonne, quindi si è trasferita a Berlino, dove ha seguito una formazione di regista presso la Deutsche Film- und Fernsehakademie. Durante gli studi ha realizzato diversi cortometraggi (tra cui “Petit Conte pour enfant majeur” e “Squash”) e lavorato come consulente alla sceneggiatura nonché aiuto regista per Angela Schanelec, Valeska Grisebach e Claire Denis. Nel 2009 è stata script editor per “Lourders” di Jessica Hausner presentato a Venezia nel 2009. “La Lisière” è il suo primo lungometraggio.

 

ESTRATTO DELL’INTERVISTA ESCLUSIVA A GÉRALDINE BAJARD

a cura di Alessio Galbiati

 

Alessio Galbiati: Morbid. This was the most present adjective in the personal notes I took after watching the film. «La Lisière» has a very unique sick atmosphere. Where did you start from to build this first full-length feature? What was the initial idea?

Géraldine Bajard: Years ago, I read a novel by the Japanese writer Mishima, it is the story of a young boy who discovers that his widowed mother has a new man in her life. The man is a captain and in the eyes of the 8 years old boy, he represents somehow the perfect Man. But one of the boy’s friends doubts the virtue of the captain. Months after, the captain has been invited to meet the young boy and his friends. The children ask him questions about his life as a captain and finally they offer him to drink tea. And that is where the story ends. In fact, we do understand that the kids are about to poison and to kill him.
The beauty of the narration, simple and therefore strong, and the cruelty of the story impressed me a lot. And that’s how I began to think about this peculiar energy one has during youth and childhood: An energy that can be very joyful but also quickly devastating.

Later – when I started to write the script of "La Lisière" – I was truly irritated by how youth was being stigmatized, sometimes even demonized, as being the uncontrollable devil behind all troubles in society. I began to do some research; talked to sociologists, psychologists specialized in the youngster’s uneasiness, with deep relational problems. I also wanted to understand why, on one side, we do have this strong fascination for youth, for staying young and on the other hand, we do treat the youth like a group that doesn’t belong to the social corps, to us, to our own evolution.
So, I did want to depict the morbid part of adolescence, but merely in order to show it as a symptom. A symptom that, at the end of the film, reveals more about the adult’s neurosis and their shadowy beings.

From the beginning, it was clear that the story would take place in a setting that is an isolated, sticky claustrophobic world. In which the adult characters behave like being on automatic pilot. Also because I had the strong feeling that the “western world” was about to shut doors, by overprotecting every single elements that constitutes its society. And this of course can lead to scary projections – to archaic behaviours.

 

La versione integrale dell’intervista su Rapporto Confidenziale numero28 (speciale 2010)

e sul sito al seguente indirizzo: http://www.rapportoconfidenziale.org/?p=9053

 

 

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+