Sully > Clint Eastwood

Di colpo non mi fa più né caldo né freddo non essere moderno.
Roland Barthes

Con Sully Eastwood ci ricorda che il mondo degli uomini, al tempo dei Big Data, può ancora essere salvato dalle persone. Ci rammenta che il credere in qualcosa, foss’anche solo in se stessi, è la sola forza laica che può opporre resistenza allo scivolamento sopra al piano inclinato del nostro tempo dominato dalla tecnica. Sully è il racconto di un incidente aereo, la ricostruzione cinematografica del concatenarsi tra loro di una serie di cose andate storte, è il racconto di un ammaraggio, di un atterraggio d’emergenza in mare, del tentativo di salvare la propria vita e quella di un gruppo di persone per le quali si è responsabili. È la storia del rapido soccorso che la città di New York ha saputo prestare ai 150 passeggeri e all’equipaggio finito sulle ali di un Airbus A320-214 planato sulle acque gelide del fiume Hudson il 15 gennaio 2009.

Eppure Sully, in tutta la sua chiarezza, nella sua ostentata semplicità narrativa priva di fronzoli e svolazzi e speculazioni intellettuali e sentimentali è un film il cui “centro” non è mai chiaro, come se dietro la pacificata apparenza si celasse dell’altro.

Impressiona la freddezza della messa in scena. I colori plumbei e slavati della tavolozza cromatica con la quale è dipinto un inverno newyorkese, compongono un quadro rigoroso dentro al quale porre in primo piano sentimenti invisibili e mai urlati, capaci di commuovere lo spettatore collocato nella posizione di chi osserva silenzi ed emozioni incredule, sospese tra vita e morte.

Eastwood dirige con il piglio morale di Hawks e lavora come (Frank) Capra attorno all’archetipo americano dell’uomo comune che improvvisamente diviene eroe. Lo fa da qualche decennio, dall’alto di una filmografia imponente e di un’esperienza interna al mondo del cinema impareggiabile. Lo fa soprattutto da un’altitudine morale imprendibile che gli permette d’essere retorico senza mai risultare pedante. Anagrafe a parte, Eastwood è uomo d’altri tempi, fuori dal tempo perché classico. Il suo è uno stile cinematografico asciutto ed essenziale, depurato da ogni enfasi drammatica, da qualunque pathos eccedente. Egli maneggia gli elementi archetipici propri dell’atemporalità dei classici con una sbalorditiva maestria tecnica. Sully è un film spettacolare, non certo anti-spettacolare come molti hanno scritto, che riduce però la spettacolarità all’essenziale, depurandola dal chiasso e dal fragore, degli eccessi dell’iper-realismo blockbuster. Un’opera certamente austera e rigorosa. Un’opera girata per la prima volta con tecnologia IMAX, a 6.5 K, dentro la quale come spettatori vediamo quanto e come non avevamo mai visto (da segnalare il fatto che in Italia esistano due sole sale predisposte a questo tipo di proiezione – oramai l’industria produce opere tecnicamente a tal punto avanzate che il mondo concreto non è in grado di proiettarle). Eppure si ha l’impressione di non vedere quasi nulla, perché la dilatazione temporale dei flashback del disastro sfiorato, frammenta il pathos e le emozioni, le rende somma emotiva di un mosaico temporale da non darsi mai per intero, tranne che nella freddezza della simulazione conclusiva.

Il cinema di Eastwood è costantemente percorso da un afflato umanista che non ricerca risposte ultime alle domande sull’esistenza (Eastwood non è Malick). Il suo fiero pragmatismo è una marca stilistica che affonda le radici nel cinema western del secolo scorso, nelle espressioni monotonali di John Wayne, negli sguardi dagli occhi di ghiaccio del pistolero pronto a giocarsi la vita. Tom Hanks / Sully è un cowboy con due sole espressioni, con il cappello oppure senza, è l’Eastwood attore nei film di Leone e in tutta la serie Dirty Harry (Ispettore Callaghan). Sguardo di ghiaccio, espressione basita prolungata e fierezza. Occhi sbarrati attoniti sul mondo, su di una realtà che pare sfuggente perché allucinata, su di una realtà squarciata da flashback e flashforward di ciò che sarebbe potuto essere se tutto fosse andato storto. Sully non riesce a vedere e cogliere il mondo, questo gli scivola attorno estraneo, egli ha solo la facoltà di vedere il futuro non realizzato della tragedia che sarebbe potuta essere. La realtà che lo circonda è fatta di monitor onnipresenti che gli raccontano i suoi ricordi, un prisma mediatico di ricostruzioni e frammenti di realtà che fatica a ricordare d’aver vissuto realmente. Dietro le pupille di Sully non si muovono pensieri filosofici sull’essenza delle cose e del mondo, nessun pensiero profondo, nessun sentimento complesso, Sully è un lavoratore, working class hero incidentale che ha semplicemente fatto il proprio lavoro al meglio della propria professionalità matura con l’esperienza della prossimità alla pensione. Il piano allucinato del presente post-traumatico è un abbaglio che inghiotte, dentro al quale perdersi. La superficie riflettente degli schermi televisivi dentro ai quali la sua vicenda è ri-raccontata, ri-vissuta, ri-costruita è un liquido dentro al quale rischiare d’affogare, sotto al peso che porta a fondo della voglia inesplicabile di anchorman e mezzi busti televisivi e spettatori/cittadini di produrre e consumare eroi e miracoli.

 

 

Gli incidenti aerei sono in fondo un classico della storia del cinema e gli ammaraggi una costante. Da Wings di William A. Wellman e Sky-High Saunders di Bruce Mitchell, entrambi del 1927, passando per The Flying Fleet di George W. Hill del ’29, Ceiling Zero di Howard Hawks (1936), Test Pilot di Victor Fleming (1938) fino a Foreign Correspondent diretto da Alfred Hitchcock nel 1940, opera all’interno della quale troviamo un ammaraggio che si svolge nelle identiche modalità del film di Eastwood del 2016. Pur se Sully porta in scena la realtà, rimessa in scena e rappresentata avendo come traccia le immagini televisive del fatto avvenuto il 15 gennaio 2009, è bene avere presente che già nel ’40 un gigante come Hitchcock raccontò di un gruppo di passeggeri messosi in salvo sulle ali di un aeroplano atterrato in mare aperto. Come a dirci che è il cinema a vincere su qualunque realtà, come a dirci che è la finzione ad arrivare prima di ogni fatto. Sully rientra nel novero di una ristretta cerchia di pellicole che hanno messo in scena disastri aerei, quasi un surgenere che attraversa molteplici generi cinematografici. Penso alla fantasia perversa del viaggiatore abituale in Fight Club di David Fincher (1999), al Tom Hanks che precipita ancora una volta in mare su un volo FedEx in Cast Away di Robert Zemeckis (2000), al 9.11 movie United 93 di Paul Greengrass (2006), al Di Caprio / Howard Hughes che si va a schiantare su Beverly Hills in The Aviator di Scorsese (2004), ma pure in film assolutamente fantastici come Superman Returns di Brian Singer (2006) e The Dark Knight Rises di Christopher Nolan (2012). Insomma gli aerei al cinema tendono a precipitare ben più che nella realtà e soprattutto a ricorrere ad ammaraggi; perché in fondo cos’altro sono se non due sublimi esempi di atterraggio d’emergenza in mare due film così distanti temporalmente tra loro ma in fondo così simili come Gravity di Alfonso Cuarón (2013) e Le voyage dans la lune di Georges Méliès (1902). Precipitare in mare per salvarsi la vita, correre un rischio indicibile per averla salva, per tornare a vivere, per scendere a terra e dall’acqua ricominciare a vivere, seguendo lo sviluppo millenario della specie.

 

 

Scompigliando le carte della narrazione di Eastwood, provando a scuoterne le certezze che così “naturali” arrivano a noi spettatori, verrebbe da eccepire una qualche perplessità circa il fatto che le accuse di avventatezza e incompetenza alle quali è sottoposto il comandante Sullenberger siano quantomeno ingigantite, dal regista e dai suoi sceneggiatori, in chiave drammatica per finalità narrative, spettacolari e retoriche. Mi spiego meglio: compiere un atterraggio di emergenza su di un fiume è, per un aereo di linea e il suo comandante, un fatto indubbiamente eccezionale. Aprire un’indagine su questo fatto è inevitabilmente una procedura standard che non dovrebbe certo stupire, come non dovrebbe stupire nemmeno il fatto che per valutare la liceità di tale manovra sia appropriato utilizzare simulazioni e simulatori; a meno che non si reputi necessaria una simulazione reale o il semplice giudizio di una giuria più o meno qualificata. L’accanimento con il quale nel film vengono raccontati i funzionari del National Transportation Safety Board mi pare piuttosto gratuito ed è oltretutto piuttosto bizzarro come l’accusa si dissolva come neve al sole durante i pochissimi minuti di dibattimento. Se uno dei grandi temi del grande film diretto da Eastwood è il rapporto problematico tra esperienza e simulazione informatica, ciò che vediamo in Sully è come l’esperienza concreta di un professionista con quarant’anni di carriera sulle spalle sia in grado di aiutare delle simulazioni informatiche a produrre risultati più corretti e veritieri. Ciò che vediamo in Sully, a mio avviso, non è tanto una dicotomia uomo-macchina, ma la loro complementarietà nella risoluzione di problemi concreti. Del resto un aereo di linea non è uno strumento meramente meccanico, ma uno straordinario insieme di tecnologie meccaniche e informatiche sviluppate dall’uomo. Se Sullenberger può atterrare planando su di un fiume, se può comunicare, se può essere ripescato con tutti i suoi passeggeri e l’equipaggio è certamente grazie alla tecnologia unita al suo intuito, alla sua abilità e alla sua esperienza.

Quel che invece mi pare più interessante e rimarchevole nell’ultimo film di Clint Eastwood è la messa in scena. Sully è pervaso da una dimensione irrealistica della realtà, Tom Hanks sogna a occhi aperti, è disorientato in un mondo dentro al quale tutto pare simulazione. I monitor televisivi onnipresenti raccontano al comandante Sullenberger una realtà alterata rispetto ai suoi ricordi concreti: lui ha fatto semplicemente il proprio dovere ma per tutti è un eroe. La dimensione iper-realistica delle riprese IMAX rende allucinatoria la realtà che circonda il protagonista e New York pare un fantasma proiettato su green screen, freddo e siderale come negli esterni di Birdman. C’è nel cinema americano post-undicisettembre la presenza di quel trauma collettivo, c’è nelle immagini il fragore sordo del boato del crollo delle Twin Towers, degli aerei di linea che si schiantano sulle torri, c’è nell’aria quell’immane tragedia che pare ancora un incubo a occhi aperti, un effetto speciale incredibilmente realistico perché raccontato dalle immagini prima ancora che dalla concretezza della realtà. Sully riesce a dare corpo al disagio dell’immersione in una realtà amplificata dalla tecnologia, al disagio che si ricava da questa invasione tecnologica che un po’ ci spaventa e che fatichiamo a comprendere – soprattutto se la nostra età anagrafica è decisamente avanzata come per il comandante Sullenberger.

Eastwood dirige come un vecchio saggio, come un mandarino, come un monaco che osserva il mondo dall’alto della propria esperienza: disilluso dal moderno, intimamente affascinato dalla potenza irredimibile dell’intelligenza umana combinata al cuore e al senso della fine e della morte.

Sono anni ormai che Eastwood dirige il proprio film testamentario. E forse questo dovrebbe fare ognuno, concepire le proprie azioni e le proprie parole come se fossero le ultime, ogni volta. •

Alessio Galbiati

 

 

vedi anche
Sully. L’equilibrio complesso tra esperienza e intuizione
a cura di Rubina Mendola

 

 

SULLY
Regia: Clint Eastwood • Sceneggiatura: Todd Komarnicki dall’autobiografia Highest Duty di Chesley Sullenberger con Jeffrey Zaslow • Fotografia: Tom Stern • Montaggio: Blu Murray • Musiche: Christian Jacob, Tierney Sutton Band • Production Design: James J. Murakami • Art Direction: Ryan Heck, Kevin Ishioka (supervisione) • Casting: Geoffrey Miclat • Scenografie: Gary Fettis • Costumi: Deborah Hopper • Trucco: Luisa Abel (head) • Acconciature: Jennifer Jefferson, Brynn Berg • Produzione (supervisione): Holly Hagy • Production manager: Tim Moore • Prodottori esecutivi: Bruce Berman, Steven Mnuchin, Kipp Nelson • Produttori: Clint Eastwood, Frank Marshall, Tim Moore, Allyn Stewart • Coproduttori: Jessica Meier, Kristina Rivera • Interpreti principali: Tom Hanks (Chesley ‘Sully’ Sullenberger), Aaron Eckhart (Jeff Skiles), Laura Linney (Lorraine Sullenberger), Anna Gunn (Elizabeth Davis), Mike O’Malley (Charles Porter), Autumn Reeser (Tess Soza), Ann Cusack (Donna Dent), Holt McCallany (Mike Cleary), Jamey Sheridan (Ben Edwards), Jerry Ferrara (Michael Delaney), Molly Hagan (Doreen Welsh), Max Adler (Jimmy Stefanik), Sam Huntington (Jeff Kolodjay), Wayne Bastrup (Brian Kelly), Valerie Mahaffey (Diane Higgins), Jeff Kober (L.T. Cook), Molly Bernard (Alison), Chris Bauer (Larry Rooney), Michael Rapaport (Pete), Katie Couric (se stessa), Jane Gabbert (Sheila Dail), Cooper Thornton (Jim Whitaker), Noelle Fink (Emma Cowan) • Produzione: Flashlight Films, The Kennedy/Marshall Company, Malpaso Productions, RatPac Entertainment, Village Roadshow Pictures, Warner Bros. • Suono (mix): Dolby Atmos – 12-Track Digital Sound • Rapporto: 1.90 : 1 (IMAX version), 2.39 : 1 • Camera: Camera Arri Alexa 65 – Hasselblad Prime 65 Lenses, Arri Alexa IMAX – Hasselblad Prime 65 Lenses • Formato negativo: Codex • Processo fotografico: ARRIRAW 6.5K (source), Digital Intermediate 4K (master) • Formato di stampa: 35 mm Kodak Vision 2383, D-Cinema • Paese: USA • Anno: 2016 • Durata: 96′

sito ufficiale208seconds.com



L'articolo che hai appena letto gratuitamente a noi è costato tempo e denaro. SOSTIENI RAPPORTO CONFIDENZIALE e diventa parte del progetto!





Condividi i tuoi pensieri

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.