{"id":12255,"date":"2011-03-20T20:25:07","date_gmt":"2011-03-20T19:25:07","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=12255"},"modified":"2011-03-20T12:25:39","modified_gmt":"2011-03-20T11:25:39","slug":"dead-man-jim-jarmusch","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=12255","title":{"rendered":"Dead Man > Jim Jarmusch"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/03\/Dead-Man01.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-12258\" title=\"Dead Man01\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/03\/Dead-Man01.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"422\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/03\/Dead-Man01.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/03\/Dead-Man01-300x204.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/a><\/p>\n<p><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial;\">Il presente articolo \u00e8 stato pubblicato su <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=12050\" target=\"_blank\"><span style=\"color: #3399ff;\"><span style=\"text-decoration: none;\">Rapporto Confidenziale, numero31<\/span><\/span><\/a> (febbraio 2011), pagg. 10-12<\/span><span style=\"font-family: Arial; font-size: x-small;\"> <\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 11pt; font-family: Arial; color: black;\"><strong>Dead Man<br \/>\nTra spazi eterotopici e percezioni elettriche<\/strong><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">Nella filmografia di Jim Jarmusch Dead man contribuisce di certo a verificare con particolare incisivit\u00e0 la post-modernit\u00e0 di uno stile, radicato sulla frammentariet\u00e0 della narrazione e sulla collocazione dei personaggi in posizioni di decentramento e dislocazione (1). Onde attuare un\u2019abbottonatura e un dispiegamento su luoghi estranei, accolti senza una particolare ragione, il film produce un andamento ellittico fatto di sospensioni, inabissamenti e riemersioni (i cui sipari netti sono iterate dissolvenze al nero), attestandosi su una traiettoria onirico-allucinatoria, che declina l\u2019intera storia come i brandelli di una memoria o di un\u2019esperienza onirica dispiegata in soggettiva (2).<br \/>\nLa condizione necessaria affinch\u00e9 l\u2019azione si compia transita per una singolare configurazione eterotopica (3), che dispone trasversalmente alle traiettorie di viaggio del protagonista temi e sostanze che ne descrivono la deriva, mentre spingono lungo una scomposizione dei piani diegetici e calcano verso lo spalancarsi di zone lacunose che ne modulano la sparizione. \u00c8 proprio in virt\u00f9 di uno spazio configurazionale, organizzato culturalmente come luogo aperto su un altrove, connesso dunque a scenari spiazzanti, intrisi di grumi di un\u2019umanit\u00e0 caricaturale (si pensi al crescente effetto straniante delle lande attraversate dallo sfortunato contabile: dal treno, alla citt\u00e0 di Machine, dal bosco, al fiume), che pu\u00f2 sviscerarsi e dipanarsi la traslucida impressione di un abisso semi-occultato, operante sulla scorta di un movimento ondulatorio, pi\u00f9 che sospeso collassato nelle sue dimensioni temporali. In tale caotico moto diegetico, indugiante su azioni inconcluse e in fase di stallo (4) e latore di un\u2019incessante oscillazione, che fa esplodere folgoranti rivelazioni, la morte rimane l\u2019attrazione principale, in quel suo (dis)apparire ostinatamente fantasmatico.<br \/>\nJarmusch pare lavorare per giustapposizioni di quadri, affidati ad una continuit\u00e0 sdilinquita del movimento, che genera la produzione di un potente differenziale fenomenico tra disposizione corporea e prospettiva ambientale. Il regista di Akron preferisce misurare e consumare la tensione ritmica del racconto sfruttando geometrie interne all\u2019inquadratura, le quali mutando l\u2019umano in energia cinetica inerziale evocano un senso di inutilit\u00e0, di vuoto, che da un lato esaspera la carica tragicomica, mostrando un\u2019ansiosa richiesta -con prospettiva aerea- di un incontro\/scontro inceppato e inconcludente (si veda la scena, con un\u2019oggettiva a piombo, in cui William tenta con difficolt\u00e0 di uscire dalla fabbrica; tanto rassomigliante alle micro-azioni che si compiono sui tavoli\/scacchiere di Coffee and cigarettes, 2003), dall\u2019altro si affaccia su luoghi esotici, che possedendo in s\u00e9 una propria percorribilit\u00e0 straniante, si offrono quali continui controcampi (da tradurre anche come campi-avversi) ai piani ravvicinati del protagonista (il culmine\/frantumazione di tale contrapposizione \u00e8 raggiunto con l\u2019attraversamento del villaggio indiano, in cui le immagini di Blake cominciano a sfocarsi e a sdoppiarsi mentre i suoi sguardi assumono prospettive sbilenche).<br \/>\nBlake a pieno diritto, legato da un vincolo oscuro e arcano all\u2019illustre poeta inglese, suo omonimo, nonch\u00e9 quale uomo in lotta contro la modernizzazione indiscriminata, pu\u00f2 rientrare nello status di \u201cribelle\u201d, secondo la teorizzazione j\u00fcngeriana (5). Ecco allora configurarsi per lui la \u201cvia del bosco\u201d (imboccata per un gesto di diniego non contro l\u2019autoritarismo ma contro le mostruosit\u00e0 del progresso) che, percorsa con depauperata forza di volont\u00e0, innesca un grottesco scivolamento del protagonista verso l\u2019ignoto.<br \/>\nD\u2019altronde il bosco di Dead man rimane pur sempre baratro transitorio, non meta. La sua topica non fa che lubrificare un meccanismo di scissione tra l\u2019azione e l\u2019ambientazione, onde accomodare l\u2019indispensabile approdo verso un\u2019estraneit\u00e0 spaziale segnata dal nefasto presagio del trapasso, dall\u2019attesa ineliminabile di una morte che verr\u00e0 conquistata solo per vie fluviali, mediante quella canoa\/nave, cui Foucault attribuiva lo status di eterotopia per eccellenza (6). Ecco perch\u00e9 l\u2019acqua compare solo alla fine ma \u00e8 prefigurata fin da quella sibillina frase dell\u2019indio, che parla di un ponte fatto di acqua e ancor prima dalla straniante predizione del macchinista.<br \/>\nIn una logica degli elementi naturali l\u2019acqua allora diventer\u00e0 l\u2019orizzonte di un rinnovamento, la superficie pi\u00f9 direttamente connessa con la luminosit\u00e0 ultra-terrena (Nessuno parla della necessit\u00e0 di superare lo specchio che dovr\u00e0 avvenire grazie ad un riflesso acqueo, ovvero con l\u2019ausilio di quel mare che nell\u2019immagine finale rifletter\u00e0 il cielo e render\u00e0 permeabile, quindi valicabile, un confine metafisico), in opposizione ad una materialit\u00e0 terrena che esprimer\u00e0 invece ogni sua bruta pregnanza.<br \/>\nTutta la pellicola \u00e8 infatti attraversata da una gravit\u00e0 metallica che permeer\u00e0 tanto il quadro (grazie alla fotografia monocroma di Robby M\u00fcller, ricca dei neri plumbei) quanto l\u2019esile e declinante figura del protagonista, che se la trascina nel corpo come un magnete (\u00e8 costretto perfino ad ammetterlo!), come propriet\u00e0 di una vivacit\u00e0 ambientale da incarnare violentemente. Le penetrazioni invasive dell\u2019elemento minerario nel costato della diegesi, come in quello di William Blake, attraverso il ferro (metonimico appellativo riservato alla pistola), e il piombo (della pallottola che gli sfiora il muscolo cardiaco), si ergono a contraltare di una palingenesi personale, tratteggiata da un\u2019evidente inclinazione rituale. Un metallo quello di Jarmusch che sa rivestirsi di valenze variamente negative, dimostrando una duttilit\u00e0 davvero straordinaria nell\u2019offrirsi quale mezzo non solo di brutale offesa ma di autentica perversione (oltre la canonica forza omicida della pistola, lesta a scattare come tradizione vuole, si vedano i \u201clucenti\u201d denti metallici del killer, che si scopre cannibale incestuoso).<br \/>\nIn che modo allora questa invasiva annessione riesce ad essere addomesticata? Come si rende possibile affrontare il pesante confronto con una materia ostile, avulsa, perfino scabrosa, che si profila ormai ingestibile per un corpo, come quello partorito dall\u2019immaginario cinematografico di fine secolo, sempre pi\u00f9 agonizzante (7), quasi fosse gi\u00e0 invischiato in quell\u2019ingombrante meccanismo futuristico, su cui alegger\u00e0 la fosca ombra della ribellione robotica (8) ?<br \/>\nCome farebbe Efesto nella sua fucina, l\u2019unico elemento per ammansire il metallo \u00e8 il fuoco, che fa da propulsore del viaggio stesso (si pensi all\u2019immagine del fuochista che apre la fornace della locomotiva o alle parole di Nessuno quando afferma che le pietre gli hanno parlato attraverso il fuoco). Quello che Blake ha a disposizione \u00e8 ovviamente la forma metaforica-onirica delle fiamme. Egli fida in un potenziale creativo\/distruttivo di natura ultrasensibile, ma che risulta anche ambiguamente invischiato in un\u2019abilit\u00e0 materiale, imperniata su quell\u2019\u201carma\u201d da fuoco che nell\u2019affermazione di Nessuno avrebbe dovuto sostituire la sua stessa lingua. Il fuoco allora non tenta di liberare \u201cdal metallo\u201d ma di liberare \u201cil metallo\u201d, da quella sua pesantezza terrena, cos\u00ec come dal fumo pervasivo che invade l\u2019immagine (9), per elevarlo a vibrazione di pacificazione dell\u2019anima.<br \/>\nEppure c\u2019\u00e8 qualcos\u2019altro, nella pellicola di Jarmusch, che davvero realizza tale trasmutazione alchemica, eccitando il percorso obbligato di un uomo e inoculando nel tessuto visivo una sensazione intensa, un fremito, che traduce lo stimolo della visione in sostanza proteiforme, malleabile e trasfigurabile. Si tratta delle cellule sonore fatte di pura energia elettrificata, capace di conferire un potere spettrale, emulando la forza stessa del fulmine (una saetta si vede appunto nella scena del bivacco, ma di fulmini parla anche Nessuno, fulmini che hanno spinto sotto terra \u00able pietre rotonde che parlano attraverso il fuoco\u00bb). Le note della chitarra di Neil Young trovano nella laminarit\u00e0 dell\u2019azione, (anch\u2019essa metallica in quanto affilata con la mola di una lacerante ironia) il loro conduttore ideale, dilaniando la lentezza delle inquadrature e traducendo il moto trascendente dell\u2019eterotopia (10) in tensione metafisica incorporata. In fondo, quel Matrimonio tra Celo e Inferno dello scrittore inglese non conteneva proprio una richiesta di immanenza (qui estremo atto meditativo di un moribondo), un bisogno di sperimentazione dell\u2019infinito nel finito, per mezzo di una mediazione percettiva alterata (11) ?<br \/>\nSe dunque il fuoco si insinua e si imprime nella narrazione anelando ad evocare sprazzi di sacralit\u00e0 in quelle braci chiaroscurali di un bianco e nero ipersaturo di contrasti, come nel ritmo rallentato e semistatico del montaggio, \u00e8 solo la tensione elettrica a centrare l\u2019obiettivo, impadronendosi con scosse trasversali del piano dell\u2019immagine. Le improvvisazioni di Young non solo conferiscono al film un andamento simile a quello musicale (12), attraverso il quale la sonorit\u00e0 tracima quasi il territorio del diegetico (13), ma distorce e smuove la superficie visiva con moti ondulatori che svaporano le linee verticali (come quelle degli alberi), con riverberi trasversali che squarciano la regolarit\u00e0 compositiva (come per la scena della morte di The Kid, ove quest\u2019ultimo appare riverso in una pozza circolare) o ancora con scariche irregolari che fanno tremolare la staticit\u00e0 del piano come rigurgiti acquei (durante i transiti a cavallo di Blake e Nessuno). Il risultato di questa operazione audiovisiva sincretica conferisce a Dead man una trazione intersensoriale particolarmente affascinante, offrendo allo spettatore un\u2019esperienza di micro-stimolazione che rende ibrida la partecipazione emotiva, pervadendo la ricerca spirituale del protagonista di un\u2019impressione rabdomantica. Cos\u00ec tra eccessi di drammaticit\u00e0 e relative de-spettacolarizzazione (14), tra fughe di parossismo pseudo-mistico, mitigate da un\u2019ironia serpeggiante, la connessione eterotopica con lo spazio tanatico assorbe mediante quella che potremmo definire percezione elettrica un\u2019alterit\u00e0 anche temporale (15), impregnandosi di una vitalit\u00e0 cristallina, che acquista una particolare limpidezza se collocata lungo l\u2019esiziale individuazione di un sito ove costruire la propria tomba ideale.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">Gianpiero Ariola<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\"><strong>Note<\/strong><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">(1) Secondo Markus Widmer sono molti i personaggi di Jarmusch a subire tale displacement, a cui si aggiunge la perdita d\u2019identit\u00e0 culturale, come accade appunto all\u2019indiano Nessuno, rifiutato e rigettato dalla trib\u00f9 di appartenenza. Cfr. M. Widmer, What Makes the Films of David Lynch and Jim Jarmusch Postmodern?, GRIN, Munich 1998, p. 4<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">(2) Mosca sottolinea la collocazione di Blake al centro della percezione dell\u2019intero film, il suo punto di vista segna irrimediabilmente l\u2019unico accesso prospettico per lo spettatore. Cfr. U. Mosca, Jim Jarmusch, Il Castoro, Milano 2006, p. 87<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">(3) Foucault definiva l\u2019eterotopia per descrivere luoghi che erompono su altri luoghi, onde realizzare una sorta di contestazione dello spazio reale, facendo debordare e insieme contenendo tutte quelle energie psicologiche e sociali che la realt\u00e0 non riesce a gestire n\u00e9 veramente contenere. William Blake \u00e8 costretto a provarne l\u2019ebbrezza senza decifrarne in pieno l\u2019esigenza. Cfr. M. Foucault, Eterotopia: luoghi e non-luoghi metropolitani, Mimesis, Milano 1994, p. 14<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">(4) Martani parla di uno spazio senza gravit\u00e0 che invade la pellicola fin dal profilmico. Cfr. M. Martani, Dead Man, \u00abCineforum\u00bb n\u00b0 354, maggio 1996<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">(5) Secondo il filosofo tedesco il Poeta si dimostra un Ribelle esemplare in quanto \u00abmanifesta l\u2019enorme superiorit\u00e0 del regno delle Muse su quello della tecnica, e aiuta l\u2019uomo a ritrovare se stesso\u00bb. Cfr. E. J\u00fcnger, Trattato del ribelle, Adelphi, Milano 1990, p. 61. Inoltre, sempre in linea col trattato di J\u00fcnger, anche a Blake capita di mancare lo stato di \u201clavoratore\u201d (ivi, p. 41), che lo conduce a entrare nel bosco, ove non si rifiuta di affrontare bizzarre e imperscrutabili prove per raggiungere la libert\u00e0 e diventare cos\u00ec \u201cdormiente\u201d, aiutato da un \u201camico\u201d (ivi, pp. 49-51)<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">(6) Cfr. M. Foucault, Eterotopia: luoghi e non-luoghi metropolitani, cit., p.20<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">(7) Canova riscontra un proliferare di rappresentazioni della morte nel cinema contemporaneo, in cui il corpo perde la sua forza, si frantuma, si depotenzia e risulta stremato, moribondo, proprio come quello di Blake. Cfr. G. Canova, L\u2019alieno e il pipistrello. La crisi della forma nel cinema contemporaneo, Bompiani, Milano 2000, p. 148<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">(8) Dead man pare anticiparne la suggestione dialettica, che ricorrer\u00e0 spesso nella letteratura e nella filmografia fantascientifica, in cui la paura del creatore di intelligenze artificiali sar\u00e0 connaturata e invischiata (embedded) nelle sue stesse macchine. Cfr. S. B. Plate, D. Jasper Imag(in)ing otherness: filmic visions of living together, The American Academy of Religion, Atlanta 1999, pp. 18-19<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">(9) Mosca parla di \u201cpoetica del fumo\u201d, che \u00e8 un tema ricorrente nella carriera di Jarmusch. Cfr.U. Mosca, cit., pp. 98-99<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">(10) Una trascendenza che Jarmusch ottiene mediante una commistione di registro realistico e retorica mitica. Cfr. T. A. Olsen, Transcending Space: Architectural Places in Works by Henry David Thoreau, E.E. Cummings, and John Barth, Associated University Presses, London 2000, p. 22<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">(11) Zaccuri sottolinea come Blake, quello autentico, \u00e8 il principale ispiratore di Aldous Huxley per argomentare delle sue porte della percezione, di quel varco divelto dagli allucinogeni indispensabile per agganciare in vita sensazioni ultraterrene, che diventano poi il bacino a cui attinge per l\u2019ispirazione poetica. Ovviamente il poeta di Jarmusch \u00e8, provocatoriamente, un visionario privo di talento. Cfr. A. Zaccuri, Citazioni pericolose: il cinema come critica letteraria, Fazi, Roma 2000, pp. 153-154<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">(12) Cfr. U. Mosca, cit., p. 93<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">(13) Come correttamente afferma Umberto Mosca, \u00abi suoni sembrano essere emanazioni dirette dei rumori dell\u2019ambiente o improvvise deflagrazione dell\u2019anima dei personaggi\u00bb. Ivi. p. 99<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">(14) Ivi, p. 92.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\">(15) Foucault attribuisce allo spazio dell\u2019incontro con la morte, ovvero al cimitero, non solo un valore eterotopico ma anche eterocronico. Cfr. M. Foucault, Eterotopia: luoghi e non-luoghi metropolitani, p. 18<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\"><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/03\/Dead-Man02.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-12259\" title=\"Dead Man02\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/03\/Dead-Man02.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"349\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/03\/Dead-Man02.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/03\/Dead-Man02-300x168.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/a><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt; font-family: Arial; color: black;\"><strong>Dead Man<\/strong><br \/>\nregia, sceneggiatura: Jim Jarmusch; fotografia: Robby M\u00fcller (bianco e nero); montaggio: Jay Rabinowitz; musiche: Neil Young; scenografie: Bob Ziembicki; architetto-scenografo: Ted Berner; arredatore: Dayna Lee; costumi: Marit Allen; interpreti: Johnny Depp, Gary Farmer, Crispin Glover, Lance Henriksen, Michael Wincott, Eugene Byrd, John Hurt, Robert Mitchum, Iggy Pop, Gabriel Byrne, Jared Harris, Mili Avital, Jimmie Ray Weeks, Mark Bringelson, John North; produttore: Demetra J. MacBride; coproduttore: Karen Koch; case di produzione: Pandora Filmproduktion, JVC Entertainment Networks, Newmarket Capital Group, 12 Gauge Productions; paese: USA, Germania, Giappone; lingua: inglese; anno: 1995; durata: 121&#8242;<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il presente articolo \u00e8 stato pubblicato su Rapporto Confidenziale, numero31 (febbraio 2011), pagg. 10-12 Dead Man Tra spazi eterotopici e percezioni elettriche Nella filmografia di Jim Jarmusch Dead man contribuisce di certo a verificare con particolare incisivit\u00e0 la post-modernit\u00e0 di uno stile, radicato sulla frammentariet\u00e0 della narrazione e sulla collocazione dei personaggi in posizioni di decentramento e dislocazione (1). 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