{"id":13812,"date":"2011-06-30T05:40:48","date_gmt":"2011-06-30T03:40:48","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=13812"},"modified":"2016-10-31T16:41:09","modified_gmt":"2016-10-31T15:41:09","slug":"opfergang-veit-harlan","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=13812","title":{"rendered":"Opfergang > Veit Harlan"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-37172\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/06\/Opfergang_cover.jpg\" alt=\"Opfergang_cover\" width=\"1112\" height=\"741\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/06\/Opfergang_cover.jpg 1112w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/06\/Opfergang_cover-150x100.jpg 150w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/06\/Opfergang_cover-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/06\/Opfergang_cover-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/06\/Opfergang_cover-436x291.jpg 436w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/06\/Opfergang_cover-673x449.jpg 673w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/06\/Opfergang_cover-950x633.jpg 950w\" sizes=\"auto, (max-width: 1112px) 100vw, 1112px\" \/><\/p>\n<blockquote><p><strong>Opfergang<\/strong><br \/>\n<strong>L\u2019Eyes Wide Shut del Terzo Reich al crepuscolo<\/strong><br \/>\nVeit Harlan | Germania &#8211; 1944 &#8211; 35mm &#8211; colore &#8211; 98&#8242;<\/p><\/blockquote>\n<p><i>Opfergang, Untergang<\/i>: due \u201candature\u201d (<i>Gang<\/i>) simboliche, malinconiche ed estreme. Il primo termine significa \u201cgrande sacrificio\u201d, il secondo \u201caffondamento\u201d, \u201ctramonto\u201d, \u201cscomparsa\u201d.\u00a0\u201cCaduta. Come il teutonico filmone di Oliver Hirschbiegel che nel 2004 ha tentato di raccontare il bunker hitleriano precipitando nel ridicolo involontario, come dimostra la raffica di parodie web con Bruno Ganz che perde le staffe ridoppiato alla bisogna.<\/p>\n<p>Veit Harlan gir\u00f2 <i>Opfergang<\/i> quando il regime che lo aveva elevato a <i>Spielleiter<\/i> (\u201cregista\u201d in senso teatrale, conduttore d\u2019attori) prediletto dal Ministero della Propaganda si appropinquava all\u2019Untergang. Le riprese si svolsero tra il 1942 e il 1943, ma Goebbels non apprezz\u00f2 il lavoro del co-autore di <i>Jud S\u00fc\u00df<\/i>, tacciandolo di disfattismo e di ripiegamento sulla sfera privata. E cos\u00ec <i>Opfergang<\/i> ebbe la sua prima in Svezia, patria della protagonista Kristina S\u00f6derbaum \u2013 terza moglie di Harlan \u2013 e fece capolino in Germania quando ormai piovevano bombe e il regista si era imbarcato nel suo ultimo lavoro per conto di Joseph, il colossale <i>\u201cDurchhaltefilm\u201d Kolberg<\/i> (1945), sul fallito assedio napoleonico del 1807. Con <i>durchhalten<\/i> che significa \u201ctenere duro\u201d. L\u2019andamento della Seconda guerra mondiale sment\u00ec questo azzardato paragone in sala prussiana, ma Veit Harlan, lui s\u00ec, tenne duro e continu\u00f2 a girare film anche nella RFT, pressoch\u00e9 indisturbato \u2013 giusto un paio di processi per crimini contro l\u2019umanit\u00e0 da cui usc\u00ec prosciolto \u2013 fino alla morte in quel di Capri nel 1964, tra le braccia di Kristina. La sua storia personale di patriarca \u00e8 ben raccontata nel documentario <i>Harlan<\/i> (2009) di Felix Moeller.<\/p>\n<p>Ancora due parole sul regista prima di passare a <i>Opfergang<\/i>. Veit Harlan nacque a Berlino nel 1899, figlio dello scrittore Walter. Dopo aver studiato recitazione, esord\u00ec al cinema negli anni Venti davanti alla macchina da presa, e pass\u00f2 a occuparsi della regia a cominciare dal 1935. Autore prolifico e in perfetta sintonia con i dettami estetici e culturali dell\u2019epoca, Harlan divenne un asso del melodramma. E quando la stella della Riefenstahl, la documentarista promossa da Hitler e odiata da Goebbels, cominci\u00f2 a offuscarsi, l\u2019obiettivo di Harlan divenne pi\u00f9 che mai un\u2019arma a doppio taglio: senza il bisogno di inquadrare il F\u00fchrer e i suoi gerarchi, si prest\u00f2 a mettere in scena vicende \u201cmetaforiche\u201d o subdolamente innervate di materiale propagandistico. Se gi\u00e0 in <i>Maria, die Magd<\/i> (1936) emerge con prepotenza l\u2019idea nazista di famiglia e di educazione dei figli, con <i>Der Herrscher<\/i> (1937) Harlan cuce addosso a Emil Jannings un ritratto esemplare di industriale che rinuncia a un amore \u201cproibito\u201d (causa differenza d\u2019et\u00e0) per non lasciare la fabbrica in bal\u00eca dei figli smidollati\u2026 e fa testamento lasciando ogni cosa alla <i>Volksgemeinschaft<\/i>, cio\u00e8 a dire la collettivit\u00e0 nel senso hitleriano del termine, corpo sociale compatto e non pensante. Dopo il famigerato <i>Jud S\u00fc\u00df<\/i> del 1940, a suo modo un capolavoro di perfidia e di subliminalit\u00e0, Harlan gir\u00f2 <i>Der gro\u00dfe K\u00f6nig<\/i> (1942), ennesimo film su Federico il Grande \u2013 inutile dire metafora di CHI \u2013 e il melodrammone <i>Die goldene Stadt <\/i>(1942), in cui Kristina S\u00f6derbaum si suicida per annegamento in preda ai sensi di colpa: ha infatti lasciato la fattoria di famiglia per buttarsi tra le braccia di un infido damerino! Le numerose morti della S\u00f6derbaum a firma Harlan sono il miglior compendio dell\u2019immaginario tedesco in tempi di guerra totale. Da quando entr\u00f2 nella vita e sui set di Veit nel 1939, la biondissima valchiria Kristina [<a style=\"text-decoration: none;\" href=\"http:\/\/www.youtu.be\/4hbFuxRCrzw\" target=\"_blank\"><span style=\"color: #3399ff;\">www.youtu.be\/4hbFuxRCrzw<\/span><\/a>], guanciotte pienotte e vispo occhio azzurro, divenne l\u2019arma segreta del marito, capace di far dimenticare al pubblico tedesco l\u2019altra stella scandinava \u201cprestata\u201d al Reich, Zarah Leander. Il suo cadavere fradicio, i capelli lunghi e lisci e il volto ridotto a una maschera di fissit\u00e0 arianoide, era l\u2019immagine perfetta per concludere un film e regalare <i>Sehnsucht<\/i> wagneriana come se piovesse. Lo \u00e8 stata, notare bene, fino al 1951, l\u2019anno di <i>Hannah Amon<\/i>.<\/p>\n<p>Liberamente tratto dall\u2019omonima novella di Rudolf G. Binding, <i>Opfergang<\/i> narra del giramondo Albrecht (Carl Raddatz) che torna ad Amburgo in seno alla famiglia, e accetta \u2013 senza entusiasmo \u2013 di sposare la cugina Octavia (Irene von Meyendorff), tanto bella quanto frigida. Nel frattempo si prende una discreta scuffia per la ricca vicina di casa, Aels Flod\u00e9en (Kristina S\u00f6derbaum), con la quale condivide lunghe cavalcate. L\u2019uomo prende l\u2019abitudine di salutare l\u2019amica dal cancello della magione, in groppa al proprio destriero. Aels ha un segreto, anzi due. Soffre di una malattia incurabile e ha una figlia piccola che vive in un quartiere popolare. Quando nella citt\u00e0 anseatica scoppia un\u2019epidemia di tifo, Albrecht corre a salvare la bimba e si ammala. Aels ha ormai le ore contate, e a omaggiarla per l\u2019ultima volta da lontano sar\u00e0 Octavia a cavallo travestita da Albrecht: in tal modo, la donna dimostra di aver compreso l\u2019importanza del flirt platonico tra i due. \u00c8 questo il \u201cgrande sacrificio\u201d del titolo. Aels muore in un delirio di dissolvenze incrociate e colori dorati, tra cancelli, cavalli e distese marine\u2026 e l\u2019ultima immagine vede Albrecht, guarito, cavalcare via lungo la battigia insieme alla moglie.<\/p>\n<p>Girato in uno sgargiante Agfacolor curato da Bruno Mondi, <i>Opfergang<\/i> fu uno dei primi film a colori tedeschi. Seppur meno pioneristico de <i>Die Goldene Stadt<\/i>, sempre di Harlan, <i>Opfergang<\/i> \u00e8 un\u2019esperienza audiovisiva difficile da dimenticare. Per la tavolozza accecante, per la recitazione sopra le righe, per la trama da feuilleton al cubo e per il contrappunto musicale di Hans-Otto Borgmann, onnipresente e, come suolsi dire, senza vergogna. Tant\u2019\u00e8 che, anche prima di arrivare ai cori angelici che accompagnano la morte di Aels, la pellicola riuscirebbe a intrattenere anche a schermo spento. In <i>Opfergang<\/i>, nella sua follia cromatica e camp ante litteram, si concentrano tutte le ossessioni dell\u2019Harlan cineasta, a cominciare dall\u2019elemento-acqua, commovente e mortuario (Marco Ferreri sarebbe stato d\u2019accordo\u2026) fino all\u2019insistenza nell\u2019inserire nel quadro cancellate sontuose, alani pezzati, cavalli di razza e dettagli inquietanti come la maschera dorata che Octavia indossa a un certo punto, senza preavviso: l\u2019inutilit\u00e0 esagerata e compiaciuta del kitsch. Non a caso, quando nel 1988 un giovane Christoph Schlingensief ebbe l\u2019idea strampalata di girare un remake di <i>Opfergang<\/i> con quattro soldi, cambi\u00f2 il ruolo di Octavia da moglie a mamma e chiam\u00f2 il film <i>Mutters Maske<\/i> (\u2018la maschera della madre\u2019), con quella mascherina deficiente a fare da trait d\u2019union con l\u2019originale. Al giorno d\u2019oggi, <i>Opfergang<\/i> resta l\u2019opera pi\u00f9 libera e intensa di Veit Harlan, un melodramma allo stato puro che precorre l\u2019attrazione fassbinderiana per i destini tragici e l\u2019isteria germanocetrica di Schlingensief.<\/p>\n<p>Al contrario di molte opere di Harlan, <i>Opfergang<\/i> non \u00e8 classificato come <i>Vorbehaltsfilm<\/i>, cio\u00e8 a dire pellicola dai contenuti opinabili che necessita di una introduzione contestualizzante se proiettata in pubblico. Goebbels lo boicott\u00f2 cos\u00ec come aveva fatto con <i>La collana di perle<\/i> (1943) di Helmut K\u00e4utner, e pretese da Harlan un\u2019immediata riscossa propagandistica arruolandolo per <i>Kolberg<\/i>. Uno dei motivi che possono aver spinto il ministro a storcere il naso, oltre all\u2019assenza di strizzate d\u2019occhio al regime, \u00e8 il guazzabuglio pulsionale che il film inscena e scatena. In superficie, ogni cosa \u00e8 al suo posto: agli agi ombrosi della borghesia \u2013 rappresentati, nel film, da un ditirambo di Dioniso recitato la domenica pomeriggio a finestre chiuse \u2013 il protagonista Albrecht preferisce l\u2019aria aperta, il sole e il verde, e la sua \u201ctentatrice\u201d Aels paga con la morte. Eppure, le note stonate non mancano. Spesso sottili come spilli lasciati nella trapunta del film con la stessa malizia dei dettagli pi\u00f9 insinuanti di <i>Jud S\u00fc\u00df<\/i>. Abbiamo una mogliettina perfetta ma sessualmente azzerata, che alla fine del film si traveste da uomo \u2013 il suo uomo \u2013 per appagarne l\u2019amante da lontano. E abbiamo, soprattutto, la straordinaria sequenza del carnevale, ambientata a D\u00fcsseldorf. Albrecht e Octavia partecipano a una festa privata in costume dove la confusione dei generi \u00e8 totale e l\u2019ordine tanto caro al regime va a farse benedire in un tripudio di musica, coriandoli, trenini e scivoli orgiastici. Ci sono pure due gemelle travestite da ometti che importunano Albrecht sotto gli occhi dell\u2019atterrita Octavia. Visto oggi, il segmento del carnevale, col suo portato di ambiguit\u00e0 e la sua carica sessuale, riporta alla memoria le segrete stanze in cui si muove il dottor Harford in <i>Eyes Wide Shut<\/i>. E un nesso c\u2019\u00e8.<\/p>\n<p>Christiane Kubrick e Jan Harlan, rispettivamente moglie e produttore (da <i>Arancia meccanica<\/i> in poi) di Stanley, sono i figli di Fritz Moritz Harlan e i nipoti di Veit. Dopo il matrimonio con Christiane nel 1958, il regista americano entr\u00f2 a far parte della grande famiglia Harlan [<a style=\"text-decoration: none;\" href=\"http:\/\/www.de.wikipedia.org\/wiki\/Harlan_(Familie)\" target=\"_blank\"><span style=\"color: #3399ff;\">www.de.wikipedia.org\/wiki\/Harlan_(Familie)<\/span><\/a>], s\u2019interess\u00f2 al lavoro di Veit e al clima produttivo dell\u2019UFA dominata dalla presenza di Goebbels. In termini filmici, non se ne fece nulla. O quasi.<\/p>\n<p><i>&#8211; Simone Buttazzi<\/i><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" src=\"http:\/\/www.youtube.com\/embed\/4hbFuxRCrzw\" width=\"620\" height=\"465\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>OPFERGANG<\/strong><br \/>\nregia: VEIT HARLAN; sceneggiatura: VEIT HARLAN, HANS RADTKE da un romanzo di RUDOLF G. BINDING; fotografia: BRUNO MONDI; montaggio: FRIEDRICH KARL VON PUTTKAMER; architetto-scenografo: KARL MACHUS, ERICH ZANDER; musiche: HANS-OTTO BORGMANN; suono: HEINZ MARTIN; effetti speciali: GERHARD HUTTULA; luci: FRITZ K\u00dcHNE; produttore: VEIT HARLAN; interpreti: CARL RADDATZ (Albrecht), IRENE VON MEYENDORFF (Octavia), KRISTINA S\u00d6DERBAUM (Aels), FRANZ SCHAFHEITLEIN (Mathias), ERNST STAHL-NACHBAUR (Sanit\u00e4tsrat Terboven), OTTO TRE\u00dfLER (Senator Froben), LUDWIG SCHMITZ (B\u00fcttenredner), PAUL BILDT (Notar), ANNEMARIE STEINSIECK (Frau Froben), EDGAR PAULY (Diener); casa di produzione: UNIVERSUM FILM (UFA); paese: GERMANIA; anno: 1944; durata: 98\u2019<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div id=\"attachment_13835\" style=\"width: 630px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-13835\" class=\"wp-image-13835 size-full\" title=\"Veit-Harlan01\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/06\/Veit-Harlan011.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"465\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/06\/Veit-Harlan011.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/06\/Veit-Harlan011-300x225.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><p id=\"caption-attachment-13835\" class=\"wp-caption-text\"><em>Veit Harlan sul set<\/em><\/p><\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">* * *<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Simone Buttazzi \u00e8 il kaiser di Rapporto Confidenziale, sommo conoscitore di ogni anfratto dimenticato e poco illuminato della cinematografia tedesca. Su RC ha pubblicato:<br \/>\n\u2022 <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=5791\" target=\"_blank\">Herbert Achternbusch<\/a><br \/>\n\u2022 <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=5927\" target=\"_blank\">Roland Klick<\/a><br \/>\n\u2022 <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=11198\" target=\"_blank\">Apocalypse Deutschland \u2013 Il cinema di Christoph Schliengensie<\/a><br \/>\n\u2022 <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=11667\" target=\"_blank\">Der sieg des glaubens. Il documentario maledetto di Leni Riefenstahl<\/a><\/p>\n<p>Nel 2011 pubblicher\u00e0 una <i>Storia completa del cinema tedesco<\/i> con Area51 Publishing.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il presente articolo \u00e8 stato pubblicato in\u00a0<a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=13409\" target=\"_blank\">Rapporto Confidenziale numero33<\/a> (giugno 2011), p. 52-53<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Opfergang L\u2019Eyes Wide Shut del Terzo Reich al crepuscolo Veit Harlan | Germania &#8211; 1944 &#8211; 35mm &#8211; colore &#8211; 98&#8242; Opfergang, Untergang: due \u201candature\u201d (Gang) simboliche, malinconiche ed estreme. Il primo termine significa \u201cgrande sacrificio\u201d, il secondo \u201caffondamento\u201d, \u201ctramonto\u201d, \u201cscomparsa\u201d.\u00a0\u201cCaduta. 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