{"id":17089,"date":"2011-12-18T14:48:06","date_gmt":"2011-12-18T13:48:06","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=17089"},"modified":"2012-11-17T23:22:43","modified_gmt":"2012-11-17T22:22:43","slug":"diario-da-venezia-68","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=17089","title":{"rendered":"Diario da Venezia 68"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-17093\" title=\"Cut01\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/Cut01.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"414\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/Cut01.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/Cut01-300x200.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><span style=\"font-family: Arial; font-size: 9pt; color: black;\">&#8220;Cut&#8221;, Amir Naderi<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Tutto \u00e8 cominciato, nel segno del Giappone, con un film che si sarebbe rivelato profetico. Tutto quello che \u00e8 successo dopo nel corso della sessantottesima edizione della Mostra del cinema di Venezia \u00e8 contenuto in nuce nel film di Amir Naderi, &#8220;Cut&#8221;, una storia di cinema e soldi, cazzotti e sangue, riflessione ludica e profonda sul rapporto tra cinema e industria. Il protagonista del film, regista e organizzatore di retrospettive di cinema d\u2019autore, deve ripagare un debito milionario. Nei pochi giorni che la yakuza gli concede e sotto pena di una schiavit\u00f9 perenne, decide di diventare il sacco vivente di una palestra di pugilato per raccogliere i soldi necessari. Nel frattempo continua la sua attivit\u00e0 di programmatore cinematografico, sulla terrazza di casa, con il volto e il corpo tumefatti. Riuscir\u00e0 a salvarsi solo grazie all\u2019amore per il cinema e alla surreale fiducia nei 100 film pi\u00f9 importanti della storia, evocati sullo schermo in un finale particolarmente emozionante.<br \/>\nL\u2019immagine dell\u2019uomo che scende per le strade di Tokyo con un megafono in mano per gridare che il cinema \u00e8 arte e che come tale va difeso sarebbe rimasta negli occhi e nella mente degli spettatori per tutto il resto del festival, monito costante nei confronti di una programmazione non esaltante. Ci si aggirava per le sale e le code (infinite quelle per riuscire a entrare in Sala Grande, con un sistema di prenotazione del tutto inadeguato: e infatti si rimaneva quasi sempre fuori) continuando a pensare e a gridare intimamente che il cinema \u00e8 arte, e che di questo cinema si sentiva il bisogno in questa mostra un po\u2019 sottotono (con punte di disperazione: &#8220;Maternity blues&#8221; di Fabrizio Cattani, davvero un mistero). A risollevare il giudizio nei confronti della selezione sono arrivati per fortuna gli ultimi due giorni, con una sequenza Tsukamoto-Ferrara-Friedkin-Sokurov che rimediava ai danni dei giorni precedenti.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-17094\" title=\"We Can't Go Home Again01\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/We-Cant-Go-Home-Again01.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"375\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/We-Cant-Go-Home-Again01.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/We-Cant-Go-Home-Again01-300x181.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><span style=\"font-family: Arial; font-size: 9pt; color: black;\">&#8220;We Can&#8217;t Go Home Again&#8221;, Nicholas Ray<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Tutto era gi\u00e0 in &#8220;Cut&#8221; perch\u00e9 il cinema mostrato in quei giorni sembrava incredibilmente povero di idee, clamorosamente poco audace, ed erano allora i grandi del passato (gli Ozu-Mizoguchi-Kurosawa evocati nel film di Naderi, o quelli proiettati direttamente come nel caso dello strepitoso &#8220;We Can\u2019t Go Home Again&#8221; di Nicholas Ray, vero grande sperimentatore, o ancora dell\u2019armeno Pele\u0161jan o di Roberto Rossellini con il restauro di India, matri bhumi) quelli a cui doversi rivolgere per trovare ispirazione, citandoli o riportandoli direttamente nel presente, pi\u00f9 contemporanei del contemporaneo. Cos\u00ec il gioco cinefilo del film di Naderi \u00e8 assurto a metafora di una ricerca assente dalle grandi produzioni odierne (i bellissimi film di Clooney e Polanski: perfetti, eppure\u2026). L\u2019alternativa risiedeva, come spesso negli ultimi anni, nel cinema documentario: che rivolgendosi a storie piccole, ma insieme grandi, riusciva in un lavoro onesto che pur senza provocare colpi di fulmine (&#8220;Pugni chiusi&#8221;, di Fiorella Infascelli), raccontando la storia di personaggi straordinari (&#8220;I\u2019m Carolyn Parker&#8221;\u2026 di Jonathan Demme), riesce a legarsi in maniera sensata al mondo in cui viviamo.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-17095\" title=\"Toutes nos envies01\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/Toutes-nos-envies01.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"411\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/Toutes-nos-envies01.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/Toutes-nos-envies01-300x198.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><span style=\"font-family: Arial; font-size: 9pt; color: black;\">&#8220;Toutes nos envies&#8221;, Philippe Lioret<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Nel frattempo si cercavano sorprese tra le varie sezioni del festival. Si scopriva cos\u00ec che se le Giornate degli autori avevano ben poco di autoriale, presentando un cinema piuttosto canonico e ordinariamente \u201ccommerciale\u201d, rimanevano comunque una garanzia di qualit\u00e0 per chi fosse alla ricerca di film godibili e ben fatti \u2013 ci\u00f2 che non ci si attende da un auteur, insomma, ma tant\u2019\u00e8. Tra questi, senz\u2019altro il secondo lungometraggio del canadese Jean-Marc Vall\u00e9e, &#8220;Caf\u00e9 de Flore&#8221;, ma anche il film di Philippe Lioret, &#8220;Toutes nos envies&#8221;, che gi\u00e0 con &#8220;Welcome&#8221; aveva mostrato un tocco e un\u2019attenzione a tematiche sociali lodevoli (stavolta il tema \u00e8 quello della malattia). Peccato per il film di Gaglianone, &#8220;Ruggine&#8221;, che dopo aver impressionato lo scorso anno a Locarno con un film tuttora invisibile come &#8220;<a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=9023\" target=\"_self\">Pietro<\/a>&#8221; (ma coraggiosamente pubblicato nella collana <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=12454\" target=\"_self\">Cinema Autonomo<\/a> della casa editrice DeriveApprodi) \u00e8 uscito nelle sale con questo, che \u00e8 un film tanto ambizioso quanto non riuscito. Anche la recitazione sopra le righe di Filippo Timi non rende giustizia alla carriera dell\u2019attore. Per il resto, avremmo visto bene in questa collocazione un film come &#8220;L\u2019ultimo terrestre&#8221;, esordio alla regia del fumettista Gipi (Gian Alfonso Pacinotti), che ha presentato un lavoro onesto e senza troppe pretese, ben recitato e a tratti originale, ma che probabilmente non trovava la sua collocazione pi\u00f9 adatta nella sezione competitiva del festival (e qui bisognerebbe aprire un lungo ragionamento, in realt\u00e0 fin troppo semplice, sul nazionalismo misero di un\u2019italietta che invoca a gran voce premi per i propri compatrioti, qualsiasi cosa essi propongano). \u00c8 lecito ipotizzare che il freno all\u2019originalit\u00e0 di Pacinotti e Gaglianone abbia qualcosa a che fare con un marchio produttivo che rischia di applicare una patina omologante ai propri prodotti, come quello di Fandango?<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-16031\" title=\"Faust02\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/Faust02.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"458\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/Faust02.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/Faust02-300x221.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><span style=\"font-family: Arial; font-size: 9pt; color: black;\">&#8220;Faust&#8221;, Aleksandr Sokurov<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">La giuria presieduta da Darren Aronofsky ha assegnato il Leone d\u2019Oro ad Aleksandr Sokurov, per il suo &#8220;<a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=16028\" target=\"_self\">Faust<\/a>&#8220;. La scelta non ci trova del tutto d\u2019accordo, ma sappiamo di far parte di un\u2019esigua minoranza: quella che avrebbe assegnato il premio pi\u00f9 importante a Polanski (ma premiare le commedie non \u00e8 uso da festival) o forse ancor di pi\u00f9 a Ferrara (i cui meriti non sono stati troppo evidenziati nei commenti dei critici). Tuttavia, \u00e8 comprensibile e forse anche giusto premiare Sokurov se si intende questo Leone d\u2019Oro come un premio che pi\u00f9 che al film in s\u00e9 (probabilmente non tra i migliori del regista russo, soprattutto se consideriamo la tetralogia del potere di cui questo costituisce l\u2019antefatto) \u00e8 rivolto alla carriera di uno dei pi\u00f9 importanti e trascurati registi del cinema contemporaneo. Non si pu\u00f2 tuttavia evitare di menzionare come almeno due sequenze del film di Sokurov (quella di Margarethe nel confessionale, e l\u2019abbraccio di Faust e Margarethe sull\u2019orlo del lago) raggiungano una sublimit\u00e0 rara nella storia del cinema, e riscattino da sole l\u2019ora e tre quarti di verbosit\u00e0 che precede il patto con Mefistofele. Siamo in epoca di sublimit\u00e0, o cos\u00ec pare, e pur nell\u2019impossibilit\u00e0 di paragonare i film sembra esserci un filo tra il Malick premiato a Cannes e il Sokurov premiato qui (cos\u00ec come c\u2019\u00e8 tra i Dardenne di Cannes e il Ferrara di Venezia, meno eterei, pi\u00f9 materici). &#8220;4:44 Last Day on Earth&#8221; \u00e8 un film importante perch\u00e9 la visione intima dell\u2019apocalisse presentata da Abel Ferrara, oltre a porsi come summa della sua opera, \u00e8 anche una raffinata riflessione sul rapporto tra il protagonista (uno strepitoso Willem Dafoe) e il mondo esterno, tra l\u2019io e gli altri, tra gli uomini e una realt\u00e0 cui non c\u2019\u00e8 quasi pi\u00f9 possibilit\u00e0 di accesso se non attraverso la mediazione di dispositivi vari (telefoni, computer, tv, internet). Le ultime ore della coppia di protagonisti sono umanissime e in qualche modo speranzose. Nessun bisogno di effetti speciali dunque per rendere il senso e l\u2019angoscia della fine del mondo, nonch\u00e9 le sorti dell\u2019idea di rappresentazione al cinema, per una regia impeccabile che meritava di essere presa in considerazione dalla giuria.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-17099\" title=\"Il silenzio di Pele\u0161jan01\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/Il-silenzio-di-Pele\u0161jan01.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"349\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/Il-silenzio-di-Pele\u0161jan01.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/Il-silenzio-di-Pele\u0161jan01-300x168.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><span style=\"font-family: Arial; font-size: 9pt; color: black;\">&#8220;Il silenzio di Pele\u0161jan&#8221;, Pietro Marcello<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Restando sempre al livello della materia, una visione folgorante al confine tra il documentario e la poesia, nonch\u00e9 la pi\u00f9 bella immagine del lavoro: la cascata di contadini e sterpaglie sul piano inclinato della montagna, o quella dei pastori aggrappati alle pecore sulla neve, sulle rocce o sull\u2019acqua del regista armeno Artavazd Pele\u0161jan, oggetto di un omaggio da parte di Pietro Marcello (&#8220;Il silenzio di Pele\u0161jan&#8221;, prodotto da Fuori Orario). Esemplificazione perfetta di quella che \u00e8 la concezione stessa del cinema di Pele\u0161jan, che come ha sottolineato Ghezzi in conferenza stampa concepisce la settima arte non tanto come unione delle altre arti \u2013 e dunque come forza sincretica \u2013 bens\u00ec come una montagna da cui franano e si staccano tutte le altre. Si ha come l\u2019impressione che quel misto di paura e gioia, frustrazione, fatica e divertimento dei corpi in caduta libera di Pele\u0161jan siano difficilmente superabili per spiegare cinematograficamente che cos\u2019\u00e8 il lavoro. I film del regista armeno richiamano allora direttamente un altro film, premiato come miglior documentario nella sezione Controcampo italiano, e cio\u00e8 &#8220;Pugni chiusi&#8221; di Fiorella Infascelli, che ha il merito di focalizzare sulla vicenda dei lavoratori dell\u2019Asinara rinchiusi per protesta sull\u2019isola per pi\u00f9 di 8 mesi in seguito alla messa in cassa integrazione da parte della loro azienda. Il film ha i suoi punti di forza nei momenti in cui (come nello splendido finale) si distacca dalle dichiarazioni esplicite degli operai, e il senso del lavoro emerge al di l\u00e0 delle loro parole e delle loro lacrime.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-17096\" title=\"Century of Birthing01\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/Century-of-Birthing01.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"349\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/Century-of-Birthing01.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/Century-of-Birthing01-300x168.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><span style=\"font-family: Arial; font-size: 9pt; color: black;\">&#8220;Century of Birthing&#8221;, Lav Diaz<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Aggirandosi per le vie del Lido, s\u2019impara presto un giusto equilibrio tra le voci degli spettatori e dei critici, che rischiano di determinare in un modo o nell\u2019altro l\u2019esito della giornata (fidarsi \u00e8 bene, non fidarsi \u00e8 meglio). Per far tesoro di alcune delle voci forse pi\u00f9 attendibili cui non si \u00e8 potuto dare conferma o smentita, si diceva un gran bene del film di Wiseman, &#8220;Crazy Horse&#8221;, inspiegabilmente programmato solo nella giornata di apertura e mai pi\u00f9 ripreso. Come di un\u2019esperienza oltre ogni immaginazione si parlava invece del mastodontico &#8220;Century of Birthing&#8221; del filippino Lav Diaz, 355 minuti, che segnaliamo come promemoria per il futuro (nella speranza che il sempre benemerito Fuori Orario ci dia una seconda possibilit\u00e0). Di particolare interesse inoltre, nello scenario paradossale del Palazzo del Cinema che non c\u2019\u00e8, sostituito da un enorme cantiere a cielo aperto ricoperto di sacchi bianchi a coprire l\u2019amianto, il grande fuoricampo di questa sessantottesima edizione della Mostra del Cinema: l\u2019occupazione del Teatro Marinoni all\u2019interno dell\u2019ex ospedale marino del Lido. Prosecuzione diretta delle lotte del Teatro Valle di Roma, il Marinoni ha costituito nei giorni del festival uno spazio alternativo (talvolta anche altrettanto mondano) al glamour della Mostra, puntando il dito sugli interessi economici che stanno dietro alla costruzione del nuovo Palazzo e sacrificano in questo modo una serie di luoghi che vengono innanzitutto abbandonati, e in seguito svenduti ai privati, secondo una logica che \u00e8 quella che in questi anni sta riguardando pi\u00f9 di una citt\u00e0 d\u2019Italia, e cio\u00e8 una (nuova?) logica di non tutela del patrimonio pubblico. Lo spazio occupato \u00e8 stato il set del nuovo video dei 99 Posse, diretto da <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=3949\" target=\"_self\">Abel Ferrara<\/a>, oltre ad essere nei giorni della Mostra occasione di incontro e denuncia del monopolio produttivo e distributivo del cinema in Italia, di discussione sulla questione giovanile e cos\u00ec via. Al teatro Marinoni occupato, fra le altre cose, si poteva incontrare Darren Aronofsky o chiacchierare con Mario Martone, per apprendere ad esempio che l\u2019anacronismo in cemento armato di &#8220;Noi credevamo&#8221; \u00e8 frutto dell\u2019idea di rifare perfettamente, in tutti i dettagli, un quadro ottocentesco, al fine di renderlo del tutto indistinguibile da un originale: e poi farci uno squarcio nel mezzo.<br \/>\nChapeau.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-17097\" title=\"Kotoko01\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/Kotoko01.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"312\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/Kotoko01.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/Kotoko01-300x150.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><span style=\"font-family: Arial; font-size: 9pt; color: black;\">&#8220;Kotoko&#8221;, Tsukamoto Shinya<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Il fulmine a ciel sereno. Tsukamoto Shinya, giunti ormai quasi a disperazione, ha riaperto completamente il giudizio su questa edizione del festival, forse l\u2019ultima diretta da Marco M\u00fcller. &#8220;Kotoko&#8221; \u00e8 probabilmente uno dei film pi\u00f9 feroci e delicati della storia del cinema, \u00e8 insieme un ritratto della donna, della maternit\u00e0 e della follia del regista giapponese (il genitivo \u00e8 in quest\u2019ultimo caso sia soggettivo che oggettivo), ed \u00e8 un film che colpisce come un pugno nello stomaco senza mai perdere una costante soavit\u00e0. Destabilizzando lo spettatore con un\u2019alternanza molto equilibrata di camera a mano e inquadratura fissa, giocando su un montaggio del suono che segue le alternanze di commedia e tragedia (a un certo punto si ha quasi l\u2019impressione di assistere a un film di Stanlio e Ollio in versione pulp), Tsukamoto realizza una Medea contemporanea che ha la capacit\u00e0 di attrarre visceralmente o altrettanto visceralmente repellere. Alcuni spettatori sono andati via nel corso della proiezione in Sala Perla, mandando sonoramente (e non silenziosamente: e qui sta tutta la differenza) a quel paese il regista. I pi\u00f9 sono rimasti ad applaudirlo per 10 minuti dopo la proiezione. Kotoko ha riportato il cinema (unico film in questa Mostra) alla sua dimensione vitale e quasi primigenia di identificazione\/rifiuto e non a quella annoiata e\/o abitudinaria del piacere\/dispiacere. Ed \u00e8 il motivo per cui non si riesce a capire come mai non sia stato messo in concorso.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Altre immagini, sparse: una coscia di pollo, protagonista di una delle scene pi\u00f9 ardite mai viste sul grande schermo, in &#8220;Killer Joe&#8221; di Friedkin. Le corse dei due giovani vincitori del premio come migliori attori esordienti nel film di Sono Sion, Himizu, e le grida che uniscono la disperazione di un Giappone post-nucleare alla leggerezza e all\u2019amore. Le scarpe levate di piazza Tahrir, simbolo di una liberazione che \u00e8 a sua volta metonimia del vento del Nord Africa di inizio anno. I baffi di Raul Ruiz, assente dalla programmazione di questa edizione della mostra del cinema ma presente nei discorsi e nei cuori dei partecipanti. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-17098\" title=\"This Is Not a Film01\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/This-Is-Not-a-Film01.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"356\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/This-Is-Not-a-Film01.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/This-Is-Not-a-Film01-300x172.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><span style=\"font-family: Arial; font-size: 9pt; color: black;\">&#8220;This Is Not a Film&#8221;, Mojtaba Mirtahmasb<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Concludiamo con un altro cut: quello che Jafar Panahi non potr\u00e0 dare per i prossimi venti anni, costretto dalla giustizia iraniana agli arresti domiciliari e a non poter girare film n\u00e9 rilasciare dichiarazioni ai giornali. &#8220;This is not a film&#8221; racconta allora la sua prigionia domiciliare, filmata da Mojtaba Mirtahmasb che non risponde ai suoi cut, perch\u00e9 stavolta Panahi \u00e8 davanti e non dietro la telecamera. Come in &#8220;<a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=15447\" target=\"_self\">Carnage<\/a>&#8221; di Polanski non si pu\u00f2 uscire dall\u2019appartamento o dall\u2019ascensore, ma qui non \u00e8 in gioco una finzione drammaturgica, bens\u00ec la vita del regista iraniano che si mostra in prima persona. Panahi racconta all\u2019amico (la sentenza del tribunale non gli proibisce di recitare) il film che non pu\u00f2 girare, provando in questo modo \u2013 nonostante continue interruzioni che mettono in questione il senso stesso dell\u2019operazione \u2013 a creare delle immagini tramite le parole. Ma se un film si potesse raccontare, che senso avrebbe girarlo? Bisogna immaginare una fine diversa per questa storia, e continuare a parlarne affinch\u00e9 possa essere realizzata nel minor tempo possibile. Il film \u00e8 uscito di nascosto dal paese, e presentato prima a Cannes, poi a Venezia. Bisogna continuare a parlare di questa situazione inaccettabile che non riguarda solo Panahi ma un intero paese, la sua gloriosa tradizione oggi in mano a dei criminali, e la forza delle idee e del cinema in generale. Bisogna riuscire a riempire i buchi dei titoli di coda, che non nominano le persone da ringraziare, perch\u00e9 rischioso per la loro incolumit\u00e0. Bisogna scrivere e parlare di Panahi, della sua inaccettabile situazione e vedere e far vedere i suoi film. In questo modo riusciremo forse a dare forza a una storia come quella raccontata dal regista, e concretezza alla dedica finale del suo film, rivolta ai cineasti iraniani. Non \u00e8 molto, ed \u00e8 il minimo che si possa fare di fronte a una situazione come questa. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Cut.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\"><strong>Andrea Inzerillo<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-17101\" title=\"ImCarolynParker01\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/ImCarolynParker.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"312\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/ImCarolynParker.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/ImCarolynParker-300x150.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><span style=\"font-family: Arial; font-size: 9pt; color: black;\">&#8220;I&#8217;m Carolyn Parker&#8221;, Jonathan Demme<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Cut&#8221;, Amir Naderi Tutto \u00e8 cominciato, nel segno del Giappone, con un film che si sarebbe rivelato profetico. 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