{"id":17586,"date":"2012-01-04T17:56:31","date_gmt":"2012-01-04T16:56:31","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=17586"},"modified":"2012-01-12T05:00:03","modified_gmt":"2012-01-12T04:00:03","slug":"17586","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=17586","title":{"rendered":"Il meglio del 2011 &#8211; Matteo Contin"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/01\/Meeks-Cutoff.jpg\" alt=\"\" title=\"Meeks-Cutoff\" width=\"620\" height=\"404\" class=\"aligncenter size-full wp-image-17587\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/01\/Meeks-Cutoff.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/01\/Meeks-Cutoff-300x195.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"left\"><i><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Il 2011 va in archivio. \u00c8 stato un anno complicato e triste sotto molti punti di vista. Noi abbiamo il cinema come medicina, come cura alle sofferenze della Vita e della Storia. Quest&#8217;anno abbiamo voluto giocare con la nostra redazione, con le persone che nell&#8217;ultimo anno hanno scritto per Rapporto Confidenziale e con una serie di amici, collaboratori e personalit\u00e0 che hanno accettato l&#8217;ingrato compito di stilare un <b>elenco dei 5 migliori film usciti, o visti per la prima volta, nell&#8217;anno solare 2011<\/b>. Ne \u00e8 uscito un elenco corposo ed originale che vogliamo condividere con i nostri lettori, con il fine di fornire qualche consiglio per la visione che possa rischiarare il 2012. Alla faccia di ogni profezia catastrofica.<\/font><\/i><\/p>\n<p align=\"left\">&nbsp;<\/p>\n<p align=\"left\"><i><font face=\"Georgia\" size=\"6\">Matteo Contin <\/font><font face=\"Georgia\" size=\"2\">&nbsp;<span style=\"background-color: #FFFF66\">collaboratore di RC<\/span><\/font><\/i><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<table border=\"0\" width=\"620\" id=\"table1\">\n<tr>\n<td width=\"30\" valign=\"top\" align=\"left\" bgcolor=\"#FF99FF\">&nbsp;<\/td>\n<td align=\"left\" valign=\"top\" width=\"15\">&nbsp;<\/td>\n<td align=\"left\" valign=\"top\"><font face=\"Georgia\"><b>Drive<\/b><br \/>\n  <i>di Nicolas Winding Refn<\/i><br \/>\n  <font size=\"2\">(USA\/2011)<\/p>\n<p>  Su <i>Drive<\/i> ci sarebbero da dire tante cose, ma mi piace pensarlo, in fondo, come un film romantico. Non serve mascherarlo, perch\u00e9 la matrice romantica \u00e8 l\u00ec, ed \u00e8 al centro della storia, motore che porta avanti tutta la vita del silenzioso interprete principale. Ce lo mostra chiaramente una sequenza (forse la pi\u00f9 bella dell\u2019intero film) in cui il protagonista si ritrova in ascensore con Irene e un killer intenzionato a ucciderlo. Nello spazio di un bacio inaspettato, pulsante, vero, si consuma l\u2019attimo infinito dell\u2019amore tra due animali chiusi in gabbia. E quando il bacio finisce e cominciano i pugni e poi i calci fino a distruggere completamente il volto dell\u2019assassino, l\u2019amore non cambia, perch\u00e9 quello \u00e8 l\u2019amore.<\/font><\/font><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td width=\"30\" height=\"25\" valign=\"top\" align=\"left\">&nbsp;<\/td>\n<td height=\"25\" align=\"left\" valign=\"top\" width=\"15\">&nbsp;<\/td>\n<td height=\"25\" align=\"left\" valign=\"top\">&nbsp;<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td width=\"30\" valign=\"top\" align=\"left\" bgcolor=\"#66FF66\">&nbsp;<\/td>\n<td align=\"left\" valign=\"top\" width=\"15\">&nbsp;<\/td>\n<td align=\"left\" valign=\"top\"><font face=\"Georgia\"><b>Pina<\/b><br \/>\n  <i>di Wim Wenders<\/i><br \/>\n  <font size=\"2\">(Germania-Francia-UK\/2011)<\/p>\n<p>  L&#8217;ultimo lavoro di Wim Wenders \u00e8 una biografia per sensazioni ed emozioni. A Wenders non serviva altro che mettersi al servizio delle coreografie di Pina Bausch, ma il regista tedesco lo fa con un entusiasmo che credevamo perso. Il documentario vive di suggestioni ed atmosfere, elimina le parole e si concentra sui gesti, riporta in vita in una forma nuova il mondo della Bausch e lo fa con delle immagini potenti e vibranti.<\/font><\/font><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td width=\"30\" height=\"25\" valign=\"top\" align=\"left\">&nbsp;<\/td>\n<td height=\"25\" align=\"left\" valign=\"top\" width=\"15\">&nbsp;<\/td>\n<td height=\"25\" align=\"left\" valign=\"top\">&nbsp;<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td width=\"30\" valign=\"top\" align=\"left\" bgcolor=\"#99CCFF\">&nbsp;<\/td>\n<td align=\"left\" valign=\"top\" width=\"15\">&nbsp;<\/td>\n<td align=\"left\" valign=\"top\"><font face=\"Georgia\"><b>Meek&#8217;s Cutoff<\/b><br \/>\n  <i>di Kelly Reichardt<\/i><br \/>\n  <font size=\"2\">(USA\/2010)<\/p>\n<p>  I primi minuti di <i>Meek&#8217;s Cutoff<\/i> estraniano lo spettatore, catapultandolo in un luogo sconosciuto e nuovo. Un luogo gi\u00e0 visto, visitato e conosciuto, un luogo cinematografico oltre che geografico, un ambiente codificato nella sua vegetazione, nel suo suolo e nel suo cielo: il selvaggio west. E i primi minuti della pellicola disorientano chi guarda perch\u00e9 lo catapultano in un west tutto nuovo, completamente rinnovato nella sua rappresentazione e nei suoi significati, un west privato totalmente della sua epica (anche dell&#8217;epica dei perdenti e degli emarginati), dove sopravvivono solo la miseria e le paure dell&#8217;uomo. Quello descritto dalla regista americana Kelly Reichardt \u00e8 un west anti-panoramico, incorniciato in un 4:3 che, come una scatola, intrappola i protagonisti in una natura che li sovrasta e che non lascia loro la possibilit\u00e0 di vedere oltre ai loro passi e a quelli del loro cavallo. I personaggi sono rinchiusi tra un deserto spigoloso e un cielo immenso nelle altezze, ma non nella profondit\u00e0: \u00e8 un infinito verticale, un infinito impossibile, privo di sogni, spogliato di ogni speranza.<\/font><\/font><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td width=\"30\" height=\"25\" valign=\"top\" align=\"left\">&nbsp;<\/td>\n<td height=\"25\" align=\"left\" valign=\"top\" width=\"15\">&nbsp;<\/td>\n<td height=\"25\" align=\"left\" valign=\"top\">&nbsp;<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td width=\"30\" valign=\"top\" align=\"left\" bgcolor=\"#FFFF66\">&nbsp;<\/td>\n<td align=\"left\" valign=\"top\" width=\"15\">&nbsp;<\/td>\n<td align=\"left\" valign=\"top\"><font face=\"Georgia\"><b>Greenberg (Lo stravagante mondo di Greenberg)<\/b><br \/>\n  <i>di Noah Baumbach<\/i><br \/>\n  <font size=\"2\">(USA\/2010)<\/p>\n<p>  Cos&#8217;ha di stravagante il mondo di Roger Greenberg? Assolutamente nulla. Il titolo italiano porta fuori strada e cerca far diventare commedia il film con il personaggio pi\u00f9 sgradevole dell&#8217;anno cinematografico. Colpa forse del protagonista Ben Stiller, che invece dimostra l&#8217;inedita capacit\u00e0 di gestire un personaggio scomodo e antipatico. <i>Lo stravagante mondo di Greenberg<\/i> non \u00e8 per nulla stravagante, e questo lo si capisce facilmente. Ma \u00e8 un mondo comunque interessante, che il cinema di Baumbach esplora con coraggio ed amore per i suoi personaggi insicuri.<\/font><\/font><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td width=\"30\" height=\"25\" valign=\"top\" align=\"left\">&nbsp;<\/td>\n<td height=\"25\" align=\"left\" valign=\"top\" width=\"15\">&nbsp;<\/td>\n<td height=\"25\" align=\"left\" valign=\"top\">&nbsp;<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td width=\"30\" valign=\"top\" align=\"left\" bgcolor=\"#C0C0C0\">&nbsp;<\/td>\n<td align=\"left\" valign=\"top\" width=\"15\">&nbsp;<\/td>\n<td align=\"left\" valign=\"top\"><font face=\"Georgia\"><b>J\u00fbsan-nin no shikaku (13 assassini)<\/b><br \/>\n  <i>di Takashi Miike<\/i><br \/>\n  <font size=\"2\">(Giappone-UK\/2010)<\/p>\n<p>  Il film di Miike sembra essere diviso nettamente in due capitoli: il primo con l&#8217;introduzione dei personaggi e del contesto, e il secondo tutto focalizzato sulla battaglia. La sensazione \u00e8 invece quella di un secondo capitolo che sembra divorare il primo tempo, come se volesse erodere frame dopo frame lo spazio lasciato alla parola. Miike orchestra l&#8217;ora finale con grande ritmo ma eliminando l&#8217;epica dei samurai, descrivendo queste figure eroiche nella maniera pi\u00f9 umana possibile (idea amplificata tra l&#8217;altro proprio dall&#8217;ambientazione fangosa), dipingendoli addirittura con dei tratti psicotici che demistificano l&#8217;aura mitica del samurai.<\/font><\/font><\/td>\n<\/tr>\n<\/table>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><i>Menzione speciale:<\/i> <b>This Must Be The Place<\/b> di Paolo Sorrentino (Italia-Francia-Irlanda \/2011). Avremmo tutti voluto che l&#8217;esordio americano di Paolo Sorrentino fosse migliore di quello che in realt\u00e0 \u00e8. Mi \u00e8 piaciuto, l&#8217;ho amato, perch\u00e9 quando aspetti una cosa da tanto tempo te ne innamori cos\u00ec tanto che i difetti te li dimentichi (o fai finta di non vederli). Questa menzione, pi\u00f9 che al film, va a Sorrentino che, oltrepassato l&#8217;oceano, si \u00e8 adagiato sugli stereotipi del cinema americano ma li ha contaminati con fantasmi, false piste, digressioni, strade chiuse e spunti narrativi mai portati a termine. Sorrentino ha evitato le strade semplici e ha osato. Non ci \u00e8 riuscito del tutto, ma almeno ci ha provato senza giocare al ribasso.<\/font><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Dei titoli selezionati da Matteo Contin fra il meglio del 2011, su RC puoi trovare:<br \/>\n&#9642; <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=11039\">&quot;Meek&#8217;s Cutoff&quot; di Kelly Reichardt &#8211; recensione a cura di Alessio Galbiati<\/a><\/font><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><font face=\"Georgia\" style=\"font-size: 9pt\"><i>cover image: <\/i>Meek&#8217;s Cutoff<i> di Kelly Reichardt (USA\/2010)<\/i><\/font><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 2011 va in archivio. \u00c8 stato un anno complicato e triste sotto molti punti di vista. Noi abbiamo il cinema come medicina, come cura alle sofferenze della Vita e della Storia. 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