{"id":21212,"date":"2012-05-03T18:57:30","date_gmt":"2012-05-03T16:57:30","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=21212"},"modified":"2012-05-04T18:37:32","modified_gmt":"2012-05-04T16:37:32","slug":"alexandre-le-bienheureux-yves-robert","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=21212","title":{"rendered":"Alexandre le bienheureux > Yves Robert"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/Alexandre_le_bienheureux_02.jpg\" alt=\"\" title=\"Alexandre_le_bienheureux_02\" width=\"620\" height=\"420\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21213\" \/><\/p>\n<p><font face=\"Georgia\" style=\"font-size: 16pt\"><b>Il &#8217;68 per tutti, il lavoro per nessuno<\/b><\/font><font size=\"2\" face=\"Georgia\"><br \/>\n<b>Alexandre, un uomo felice (Alexandre le bienheureux)<\/b><br \/>\nregia di Yves Robert (Francia\/1968)<br \/>\nrecensione a cura di Leonardo Persia<\/font><font face=\"Arial\" size=\"2\"><\/p>\n<p>\n<i>Alexandre, un uomo felice<\/i>, film sessantottesco e sessantottino (forse <i>malgr\u00e9 lui<\/i>) ignorato dai dizionari dei film che vanno per la maggiore, fu giudicato all\u2019uscita (Tullio Kezich) \u00ablieto e inoffensivo\u00bb, oltre che caratterizzato da \u00abqualunquistica superficialit\u00e0\u00bb. Vero che Yves Robert, il regista, non pu\u00f2 essere considerato un sovversivo e all\u2019epoca, sugli schermi transalpini, furoreggiavano ben altri postulati di senso. Nonostante ci\u00f2, la pellicola, popolare al 100%, di gusto francese provinciale, organizzata per piacere ai pi\u00f9 e di pi\u00f9, professionale senza pecche, stile vagamente Tati, con attanti e funzioni da fiaba (animali aiutanti proppiani compresi), non fu disdegnata dai Cahiers, e rappresenta un esempio di come la contestazione si riverberasse (o concatenasse) anche su un prodotto per le masse. Oggi, presso il grande pubblico, che esige imbecillit\u00e0 da emulare e nella quale rispecchiarsi, non farebbe una lira. Nel \u201968 ebbe successo. Creando forse qualche dubbio al cervello dello spettatore borghese e schiavo a cui il film era destinato. Alexandre\u2026 salvatore di uomini.<\/p>\n<p>Interpretato da un Philippe Noiret riccioluto e carnale, l\u2019eroe eponimo \u00e8 un contadino-tipo (o operaio, o impiegato) tutto lavoro e famiglia. Tali istituzioni sono per\u00f2 un massacro. La moglie, persino sexy, esaurisce le sue funzioni nell\u2019ordinare. Lavoro: in quantit\u00e0 industriali. E sesso (o affettivit\u00e0), giusto quel che basta. Di notte e al buio. Di modo che pubblico e privato, sociale e individuale, non siano opposizioni, risultino la stessa cosa. Dovere piuttosto che piacere. Quindi assistiamo a ci\u00f2 che all\u2019epoca era denominata comunicazione tra valori. Uso, scambio o desiderio. L\u2019uno vale altro. Perch\u00e9, avrebbe detto uno studente, ogni attivit\u00e0 viene surcodificata dal capitale, tutto si annulla nella sua rete-trappola. Nessun desiderio \u00e8 dato se non nell\u2019ordine sociale; nessuna schiavit\u00f9 o sfruttamento che non combacino, almeno apparentemente, con il piacere. <\/p>\n<p>Anni fa, su una tv satellitare, un film porno (mi spiace non saperne il titolo), esemplificava alla perfezione (di nuovo <i>malgr\u00e9 lui<\/i>) il concetto. Un postino vessato dalla moglie (che chiede sesso di continuo, sin dal risveglio mattutino) \u00e8 altres\u00ec brutalizzato dalla datrice di lavoro (che, ovvio, fa la stessa richiesta). La sua vita \u00e8 un inferno. Vince finalmente una lotteria, abbandona quello che sembrava essergli destinato per sempre e\u2026 cosa fa? Fugge in vacanza perpetua (quindi non pi\u00f9 <i>vacanza<\/i>), alla ricerca continua, stressante e da catena di montaggio, di quello che gi\u00e0 sapete. Sesso. Il nostro Alexander non cade nella stessa trappola. Anzi, \u00e8 sorprendente vedere come in un film commerciale, girato in un periodo in cui la rivendicazione sessuale (come oggi) era un <i>diktat<\/i>, il personaggio principale abbia la sfrontatezza di dire no alla donna, a un nuovo matrimonio che non \u00e8 (almeno nel senso delineato da Stanley Cavell, a proposito della commedia hollywoodiana) un ri-matrimonio. <\/p>\n<p>Dopo la morte, per incidente stradale, della consorte kap\u00f2 pi\u00f9 suoceri rimbambiti (ma non per questo non crudeli), il nostro eroe recupera le forze, dormendo e facendo nulla di nulla. Come un lavoratore che abbia intuito, pi\u00f9 che letto, Paul Lafargue, il genero di Marx che os\u00f2 attaccare (nel 1880!) il mito fondante e fondente della normalit\u00e0 borghese: il lavoro. E rinasce nel corpo e nell\u2019intelligenza. <i>Otium<\/i> in greco \u00e8 <i>skhol\u00e9<\/i>, conoscenza, apprendimento. Alexandre impara a ri-naturalizzarsi. Tutto era cominciato con l\u2019osservazione del creato: laghi, fiori, uccelli. Poi, arrivato un cane della discordia, lui s\u2019era identificato, mettendogli un collare con il proprio nome. Liti con la moglie per portare l\u2019animale a casa. Primo passo verso la ribellione. Il cane, simbolicamente, porta <i>al di l\u00e0<\/i>, morte simbolica pi\u00f9 che fisica. Nel film abbiamo entrambe. E il plot s\u2019impenna con le <i>droit \u00e0 la paresse<\/i>, l\u2019elogio della pigrizia. La moglie era il vecchio, il cane il nuovo. Antenato mitico. <\/font><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/Alexandre_le_bienheureux_03.jpg\" alt=\"\" title=\"Alexandre_le_bienheureux_03\" width=\"620\" height=\"407\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21214\" \/><font face=\"Arial\" size=\"2\"><\/p>\n<p>I vicini di villaggio, cio\u00e8 la societ\u00e0, non possono che disapprovare e, pur dandogli del beato e cercando di imitarlo, fanno di tutto per riportare il protagonista al vivere da cristiano. Lavorare per essere o viceversa. Ri-diventare \u201cuna semplice appendice della macchina\u201d (Marx). Tutti, tranne una donna. Anch\u2019essa carina, con in pi\u00f9 l\u2019appeal della ribellione de-territorializzata (che all\u2019epoca attizzava). Attrazione fatale, esaltata dalle (apparenti) affinit\u00e0 elettive. Approdo scontato all\u2019altare ma\u2026 l\u2019uomo dice no. Lei sta gradualmente conformandosi, voce postura e gestualit\u00e0, alla prima moglie. Il lieto fine si esplica allora nella solitudine. <i><a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/youtu.be\/BOD5Xoq0AFU\">Escluso il cane<\/a><\/i>. Come canter\u00e0, amareggiato, un decennio dopo, Rino Gaetano. E mostrer\u00e0, ancora pi\u00f9 in l\u00e0, negli anni \u201990, il geniale <a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=13848\">Antonio Rezza<\/a> de <i><a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/youtu.be\/nDH7YU5EFBw\">Il vecchio dentro<\/a><\/i> (1992). Con l\u2019identificazione in nero uomo\/cane di Fernando Vallejo de La vergine dei sicari (2000) di Barbet Schroeder saremo alla frutta e al nuovo millennio. Ma nel film di Robert siamo ancora all\u2019alba del sogno. Io e il cane. Io\/cane. Alexandre&#8230; uomo <i>F\u00e9lix<\/i> (Guattari). Difatti leggere quello che lo psicanalista e filosofo francese scrive (all\u2019unisono con Gilles Deleuze) nel capitolo <i>Divenir-intenso, divenir-animale, divenir-impercettibile<\/i> nella formidabile architettura sovversiva di <i>Mille piani<\/i> (1980). <\/p>\n<p>\u00abLa storia naturale pu\u00f2 pensare solo in termini di rapporti, tra A e B, non in termini di produzione, da A a X. Ma \u00e8 a livello di questi rapporti che accade qualcosa di molto importante\u00bb. Non \u00e8 un caso che il capitolo si apra citando un film, <i>Willard e i topi <\/i>(1972), dove il protagonista divenuto topo (nell\u2019anima) si lascia \u201cconiugalizzare, ri-edipizzare\u201d da una ragazza che \u2018assomiglia\u2019 molto a un topo, ma per l\u2019appunto gli assomiglia soltanto\u201d. Ci sar\u00e0 quindi una catastrofe. <i>And there will be blood<\/i>, come in tutte le narrazioni contemporanee. In Alexandre l\u2019esatto contrario.<\/p>\n<p>Sempre a proposito di F\u00e9lix Guattari, il film sa frazionare il suo racconto attraverso i quattro tipi di lavoro delineati dal <i>ma\u00eetre \u00e0 penser<\/i>. Il lavoro del desiderio, del corpo. Il lavoro capitalistico che determina produzione, scambio e alienazione delle merci risemantizzando i valori d\u2019uso. Nella prima parte del film, entrambi i tipi di attivit\u00e0 si intersecano, come abbiamo visto, in un unico sistema repressivo in cui sono implicati anche l\u2019approvazione sociale, il rispetto degli altri basato sull\u2019acquisizione di tali (dis)valori. Entriamo allora nel campo, il terzo, dell\u2019anti-produzione che \u201cnon per questo non \u00e8 un lavoro\u201d. Bisogna produrre consenso, ordine, normalit\u00e0. <\/p>\n<p>Il lavoro cosiddetto di normalizzazione spetta al <i>coro<\/i> (persino <i>banda<\/i>) del paese. Si coalizzano matematicamente (e musicalmente) per riacquistare alle proprie file la pecorella smarrita. Il senso dello humour di Yves Robert per\u00f2 non esita a scompaginare quest\u2019ordine, con defezioni, tentennamenti e balordaggini assortite. L\u2019entrata in scena dei bambini, benissimo diretti, fa riafforare il <i>touch beb\u00e9<\/i> de <i>La guerra dei bottoni<\/i> (1961) e di <i>Pierino la peste<\/i> (1963), i suoi pi\u00f9 noti successi in Francia e fuori di Francia. Dove si spiegava a chiunque, con gentilezza, cosa fossero pacifismo e anarchia. <\/p>\n<p>Come un bambino schizo, Alexandre lavora soltanto sul versante dei valori d\u2019uso. Quarto modello di lavoro, che potrebbe anche combaciare con il primo. Sogno, desiderio. Coltivo patate per mangiarle, mi immergo nel mio essere per essere. L\u2019infelicit\u00e0 vive soltanto fuori dallo schermo. Nella vita degli spettatori. Nel nostro maledetto presente.<\/p>\n<p><i>Leonardo Persia<\/i><\/p>\n<p>&nbsp;<\/font><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/Alexandre_le_bienheureux_01.jpg\" alt=\"\" title=\"Alexandre_le_bienheureux_01\" width=\"620\" height=\"449\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21216\" \/><\/p>\n<p><font face=\"Arial\" size=\"2\"><br \/>\n<\/font><font face=\"Arial\" size=\"3\"><br \/>\n<b>Alexandre, un uomo felice (Alexandre le bienheureux)<\/b><\/font><font face=\"Arial\" size=\"2\"><br \/>\n<b>Regia, sceneggiatura<\/b>: Yves Robert<br \/>\n<b>Sceneggiatura<\/b>: Yves Robert<br \/>\n<b>Fotografia<\/b>: Ren\u00e9 Mathelin<br \/>\n<b>Montaggio<\/b>: Andr\u00e9e Werlin<br \/>\n<b>Musiche<\/b>: Vladimir Cosma<br \/>\n<b>Suono<\/b>: Guy Roph\u00e9<br \/>\n<b>Scenografie<\/b>: Andr\u00e9 Labussi\u00e8re, Pierre Tyberghein<br \/>\n<b>Trucco<\/b>: Pierre Berroyer<br \/>\n<b>Acconciature<\/b>: Ir\u00e8ne Servet<br \/>\n<b>Produttore<\/b>: Dani\u00e8le Delorme<br \/>\n<b>Produttore esecutivo<\/b>: Yves Robert<br \/>\n<b>Interpreti<\/b>: Philippe Noiret, Fran\u00e7oise Brion, Marl\u00e8ne Jobert, Paul Le Person, Tsilla Chelton, L\u00e9once Corne, Pierre Richard, Jean Saudray, Marcel Bernier, Bernard Charlan, Madeleine Damien, Pierre Maguelon, Fran\u00e7ois Vibert, Marie Marc, Pierre Barnley, <br \/>\n<b>Casa di produzione<\/b>: Les Films de la Colombe<br \/>\n<b>Paese<\/b>: Francia<br \/>\n<b>Anno<\/b>: 1968<br \/>\n<b>Durata<\/b>: 100&#8242;<br \/>\n&nbsp;<\/font><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il &#8217;68 per tutti, il lavoro per nessuno Alexandre, un uomo felice (Alexandre le bienheureux) regia di Yves Robert (Francia\/1968) recensione a cura di Leonardo Persia Alexandre, un uomo felice, film sessantottesco e sessantottino (forse malgr\u00e9 lui) ignorato dai dizionari dei film che vanno per la maggiore, fu giudicato all\u2019uscita (Tullio Kezich) \u00ablieto e 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