{"id":21257,"date":"2012-05-06T12:48:24","date_gmt":"2012-05-06T10:48:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=21257"},"modified":"2012-05-06T13:27:28","modified_gmt":"2012-05-06T11:27:28","slug":"marlene-ventanni-dopo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=21257","title":{"rendered":"Marlene, vent&#8217;anni dopo"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21260\" title=\"Marlene Dietrich01\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/Marlene-Dietrich01.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"465\" \/><br \/>\n<span style=\"font-family: Arial; font-size: 18pt; color: black;\"><strong>MARLENE, VENT\u2019ANNI DOPO<\/strong><\/span><br \/>\n<span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">di Leonardo Persia<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Marlene, vent\u2019anni dalla morte. Eppure, per sempre mai nata, n\u00e9 sepolta nella camera verde della cinefilia. Immortale tra gli spazi siderali di celluloide, volto-affezione al neon, supernova in 35mm, oggi ridigitalizzata, tanto rifulgente d\u2019aura quanto pi\u00f9 riprodotta. Fiction incarnata nella pelle di cristallo che trova esclusivo riflesso sullo specchio schermico, non nella vita di tutti i giorni, dove farebbe la figura di un albatro baudeleriano. \u201cLe ali non sono adatte per camminare sulla terra\u201d (Yukio Mishima: <strong>Ali<\/strong>, 1951).<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">E\u2019 il destino di chi si lascia guardare totalmente dall\u2019occhio Es del cinema opponendogli un proprio codice visivo: oltre la carne, il respiro, il tempo e l\u2019anima, si diventa eterni, un faro di luce incorruttibile e immutabile che abbaglia le carni periture dello spettatore fisico. E fu il destino segnato (semiotico) di Marlene, definita \u201cimmortale\u201d da Hemingway, \u201cmito come Frine, non attrice come Sarah Bernhardt\u201d secondo Malraux. Pi\u00f9 delle altre, pi\u00f9 della stessa Greta e delle proto-star del muto: in Maria Magdalena von Bosch c\u2019erano il distacco e l\u2019autoironia.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21261\" title=\"Marlene Dietrich_BlondeVenus\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/Marlene-Dietrich_BlondeVenus.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"471\" \/><span style=\"font-family: Arial; font-size: 9pt; color: black;\">&#8220;Blonde Venus&#8221; (&#8220;Venere bionda&#8221;), Josef von Sternberg, 1932<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Spirito della terra e del sogno, confondisesso in smoking, bella uscita dalla bestia\/crisi (lo scimmione danzante di <strong>Venere bionda<\/strong>, 1932), Lulu pronta a squartare Jack the Ripper (non a caso Pabst la scart\u00f2 dal suo capolavoro, preferendole la mozzafiato ma vulnerabile, pi\u00f9 apparentemente <strong>Neue Sachlichkeit<\/strong>, Louise Brooks), strappacuori che dileggia la Morte rifacendosi il trucco allo specchio della sciabola del comandante del plotone d\u2019esecuzione contro lei rivolto (<strong>Disonorata<\/strong>, 1931). Capace di irretire chiunque, con una vertigine barocca, fosse l\u2019Ordine o la Rivoluzione (come nel kordiano <strong>La contessa Alessandra<\/strong>, 1937), la donna, in giacca e pantaloni, \u201cche perfino le donne possono adorare&#8221;. Se Garbo\/Karenina emergeva epifanica dal fumo del treno, il volto di Dietrich\/Caterina che non batte ciglio \u00e8 preceduto dallo scoppio di un palloncino. Sul versante della modernit\u00e0, humour e dissacrazione, Paramount batte MGM.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21262\" title=\"Marlene Dietrich_Morocco\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/Marlene-Dietrich_Morocco.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"446\" \/><span style=\"font-family: Arial; font-size: 9pt; color: black;\">&#8220;Morocco&#8221; (&#8220;Marocco&#8221;), Josef von Sternberg, 1930<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Nessuna attrice \u00e8 apparsa tanto inquietante, pur nella caricatura continua di s\u00e9 stessa, come la Marlene di Sternberg, il Pigmalione con il quale ebbe un rapporto tipo Herzog-Kinski, ma con in pi\u00f9 l\u2019attrazione sessuale. Il volto bianco acceca sul nero cromatico e interiore di film dove killer non \u00e8 il braccio, guidato dalla mente, ma il cuore infiammato dalla passione <strong>fou<\/strong> e<strong> flou<\/strong>. Sotto tonnellate di fulgori elettrici, make-up assassino, lustrini firmati, gioielli abbacinanti come luminarie a un milione di volt, il suo corpo fu (s)folgorante vettore di viaggi impossibili nei chiaroscuri mentali e del bianconero raggiante della pellicola-feticcio. Il deserto nordafricano (<strong>Marocco<\/strong>, 1930), la Cina (<strong>Shangai Express<\/strong>, 1932), la Russia (<strong>L\u2019imperatrice Caterina<\/strong>, 1934), la Spagna (<strong>Capriccio spagnolo<\/strong>, 1935) sono rappresentati secondo un immaginario completamente distillato sul set. Sogni kitsch, bordi di Utopia sulla quale affacciarsi con due soldi, sfuggendo per due ore dalla vita senza happy end. Anche quando l\u2019happy end non era presente nemmeno sullo schermo.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Sternberg conosceva molto bene l\u2019ipnosi hollywoodiana e trasmise maieuticamente il proprio sapere alla sua creatura \u201cscura\u201d di luce. I film della coppia resteranno la sublime prolessi di tutti i neo-irrealismi del cinema post-modern, racchiudendo in embrione gli ingloriosi basterdi di Tarantino, le pelli abitate di Almodovar, gli sdoppiamenti In-land di Lynch. Amore con battiti di cuore selvaggio. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21263\" title=\"Marlene Dietrich_Shangai Express\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/Marlene-Dietrich_Shangai-Express.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"482\" \/><span style=\"font-family: Arial; font-size: 9pt; color: black;\">&#8220;Shangai Express&#8221; (&#8220;Marocco&#8221;), Josef von Sternberg, 1932<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Anche da separati, i due percorsero la stessa strada di distacco cinico e innamorato, reinvenzione cubista, raddoppiamento filosofico, <strong>Vertigo<\/strong>. Marlene sopravvisse due volte come <strong>femme<\/strong> che gioca col <strong>pantin<\/strong>-regista, fosse pure Mamoulian o Clair, Feyder, Leisen, Wilder, Wells, Walsh, Hitchcock, Lang. (col quale gir\u00f2 il western finto <strong>Rancho Notorious<\/strong>, 1952, anticipazione del mitografico <strong>Johnny Guitar<\/strong>, 1954, su misura per il contraltare bruno di Marlene, Joan Crawford: entrambe modello e <strong>body double<\/strong> a Cartoonia per le cattiverie glaciali della regina\/strega Crimilde in <strong>Biancaneve e i sette nani<\/strong>, 1937). Josef \u201cvon\u201d Sternberg, come un Proteo monomaniaco o un re Mida dal tocco infallibile, riedific\u00f2 la sua Venere perduta su altri volti e in altri luoghi, marlenizzando tutto ci\u00f2 che filmava, persino Victor Mature. Esempio supremo \u00e8 <strong>I misteri di Shangai<\/strong> (1941), dove, come in un pre-<strong>Mullholland Drive<\/strong>, taglia Marlene in due, affidandone gli aspetti tenebrosi a Ona Munson (ma\u00eetresse cinese in simil-Dietrich, Butterfly dark che cova una vendetta tra il noir e Medea m\u00e9lo nei confronti del suo redivivo Pinkerton, boss delle banche) e quelli pi\u00f9 angelici al selenitico agnello, eppur <strong>femmina folle<\/strong>, Gene Tierney. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21264\" title=\"Marlene Dietrich_Witness for the Prosecution\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/Marlene-Dietrich_Witness-for-the-Prosecution.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"349\" \/><span style=\"font-family: Arial; font-size: 9pt; color: black;\">&#8220;Witness for the Prosecution&#8221; (&#8220;Testimone d&#8217;accusa&#8221;), Billy Wilder, 1957<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Perch\u00e9, come aveva detto Cocteau, Marlene era carezza e Dietrich frusta, un monumento vivente all\u2019eterno femminino stereo, al punto che Bu\u00f1uel, rifacendo nel \u201977 il lou\u00ffsiano <strong>Capriccio spagnolo<\/strong>, affid\u00f2 il ruolo della femmina-diavolo Conchita a due attrici: la mediterranea di carne Angela Molina e la statua di ghiaccio Carole Bouquet. Soluzione originale quanto inevitabile: solo con Marlene poteva miracolosamente accadere che il glamour intoccabile e <strong>no trespassing<\/strong> (al top di quello che un esponente critico oggi impensabile come Guy Hennebelle definiva \u201coppio hollywoodiano\u201d) e la separazione critica dello stesso si trovassero a convivere nelle stesse membra attoriali e divistiche, l\u2019uno consustanziale all\u2019altro. La Garbo rise nel \u201939, la Dietrich lo fece sin dal suo apparire. Infatti le commedie di Lubitsch (regista di <strong>Angelo<\/strong>, 1937 e super supervisore di <strong>Desiderio<\/strong>, 1936, pi\u00f9 suo che del regista ufficiale Frank Borzage) non le stanno strette, sono la prosecuzione, meno rococ\u00f2, pi\u00f9 esplicita, ma altrettanto allusiva, dell\u2019humour affilato di Sternberg e delle cinegetiche battute di Jules Furthman.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21265\" title=\"Marlene Dietrich_Desire\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/Marlene-Dietrich_Desire.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"468\" \/><span style=\"font-family: Arial; font-size: 9pt; color: black;\">&#8220;Desire&#8221; (&#8220;Desiderio&#8221;), Frank Borzage (e Ernst Lubitsch), 1936<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Per quanto si sforzasse divisticamente di non essere s\u00e9 stessa nemmeno fuori dagli schermi, nella vita e <strong>on stage<\/strong>, contrappunt\u00f2 l\u2019esistenza di splendido realismo con la fuga dal Terzo Reich, il rifiuto reiterato a Goebbels che la invit\u00f2 pi\u00f9 volte a tornare sulla \u201cretta via\u201d nazista, i sottili dispetti a Hitler dall\u2019America. Odi\u00f2 da subito Leni Riefenstahl. Fu l\u2019angelo <strong>unheimlich<\/strong>, familiarmente infamiliare, tra le rovine naziste. Lo si vede in uno dei suoi film pi\u00f9 corrosivi, <strong>Scandalo internazionale<\/strong> (1948) di Wilder e in <strong>Vincitori e vinti<\/strong> (1961), disincantata parata di star ridimensionate a (ir)realt\u00e0 <strong>nouvelle<\/strong>. O, fuoricampo, nel <strong>day after<\/strong> neo-espressionista-realista <strong>Germania anno zero<\/strong> (1947), per il quale si prodig\u00f2 gratuitamente come consulente. Offrendo anche il proprio corpo al regista, almeno a sentir Rossellini. A parte lo splendore politico, Dietrich fu una femmina di cinema al mille per mille e immaginarla senza maschera, non tallonata dalla macchina da presa, resta opera inimmaginabile. E\u2019 pressoch\u00e9 impossibile. Anche perch\u00e9 \u201cio, nella vita di ogni giorno, non sogno. Vivo e basta\u201d.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21266\" title=\"Marlene Dietrich_Judgement at Nurenberg\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/Marlene-Dietrich_Judgement-at-Nurenberg.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"372\" \/><span style=\"font-family: Arial; font-size: 9pt; color: black;\">&#8220;Judgment at Nuremberg&#8221; (&#8220;Testimoni e vinti&#8221;), Stanley Kramer, 1961<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Per questo, prima che ascendesse all\u2019Olimpo della settima arte, il suo abbigliamento da star per le vie della Berlino sbilenca degli espressionisti, un monocolo abbinato a un boa di volpi rosse, faceva ridere i passanti. Per questo, Maximilian Schell, nel bellissimo bio-documentario <strong>Marlene<\/strong> (1984) \u2013 realt\u00e0, non fiction! \u2013, ne film\u00f2 solo la voce, annullandone il corpo. Per questo, oggi, a dispetto di quel 6 maggio 1992, del tempo, della tomba, della carne che sappiamo polvere, Marlene c\u2019\u00e8. <\/span><\/p>\n<p><strong><span style=\"font-family: Arial; font-size: 10pt; color: black;\">Leonardo Persia<\/span><\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21267\" title=\"Marlene Dietrich02\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/Marlene-Dietrich03.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"860\" \/><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>MARLENE, VENT\u2019ANNI DOPO di Leonardo Persia Marlene, vent\u2019anni dalla morte. Eppure, per sempre mai nata, n\u00e9 sepolta nella camera verde della cinefilia. 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