{"id":21481,"date":"2012-05-16T12:58:06","date_gmt":"2012-05-16T10:58:06","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=21481"},"modified":"2012-05-16T13:12:06","modified_gmt":"2012-05-16T11:12:06","slug":"il-corpo-e-il-potere-dal-fordismo-al-postfordismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=21481","title":{"rendered":"Il corpo e il potere. Dal fordismo al postfordismo"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/The-Great-Train-Robbery-1903.jpg\" alt=\"\" title=\"The-Great-Train-Robbery-1903\" width=\"620\" height=\"454\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21482\" \/><\/p>\n<p><i><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Pubblichiamo il testo della lezione tenuta da Toni D&#8217;Angela il 15 maggio 2012 nelle strade antistanti alla Torre Galfa di Milano, in occasione dello sgombero dell&#8217;occupazione <\/i> <a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/www.macao.mi.it\/\">MACAO<\/a><i>. Docente, critico e curatore, nonch\u00e9 direttore del trimestrale multilingue <\/i> <a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/www.lafuriaumana.it\/\">La Furia Umana<\/a><i>, Toni D&#8217;Angela \u00e8 uno degli &quot;storici&quot; collaboratori di <\/i>Rapporto Confidenziale<i>.<\/i><\/font><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><font face=\"Georgia\" style=\"font-size: 16pt\"><b>Il corpo e il potere. Dal fordismo al postfordismo<\/b><\/font><font size=\"2\" face=\"Georgia\"><br \/>\ndi Toni D&#8217;Angela<\/font><font face=\"Arial\" size=\"2\"><\/p>\n<p>\nL\u2019immagine, il corpo del visibile, \u00e8 il taglio che spezza la nebulosa indistinta, la fenditura che apre e illumina scavando l\u2019Essere facendosi corpo del visibile. Il visibile si fa corpo, prende corpo nell\u2019immagine. (Noi ci facciamo un\u2019immagine dei fatti diceva Wittgenstein e, del resto, un patriarca bizantino ammoniva che annullando le immagini noi distruggiamo l\u2019universo intero). Ma il visibile, insieme, prende corpo, si profila e staglia nella gestualit\u00e0 del corpo che con la sua mano afferra il mondo dischiuso nella figura dell\u2019afferrabile, come per l&#8217;infante o il primo uomo o lo spettatore che sprofonda nella poltrona disattivando le sue barriere difensive per essere pi\u00f9 ricettivo e allargare il suo sguardo percettivo.<\/p>\n<p>Se fingessimo per un istante, seguendo l\u2019esperimento mentale che Bergson propone in <i>Materia e memoria<\/i> negli anni in cui nasce il cinema, di non conoscere niente, ci troveremmo subito in presenza di immagini, immagini che agiscono e reagiscono le une sulle altre, e fra queste, ci accorgeremmo che una risalta sulle altre, perch\u00e9 la percepiamo dall\u2019interno: quella del nostro corpo. (Le nozioni di interno ed esterno, scrive Bergson, nascono come distinzione del mio corpo e degli altri corpi). Il nostro corpo \u00e8 un\u2019immagine interna, quindi, l\u2019occhio \u00e8 nelle cose, sta qui la radice della trasparenza del cinema, di un Ford o di un Rossellini: la visione \u00e8 disseminata nella materia. Il mondo (le immagini che agiscono e reagiscono le une sulle altre) si apre nell\u2019immagine, l\u2019immagine interna del nostro corpo e l\u2019immagine esterna. \u00c8 nel corpo a corpo fra queste immagini che il mondo si fa immagine, rilievo, profondit\u00e0, <i>Gestalt<\/i>. La <i>cosa<\/i>, diceva Bergson, anzich\u00e9 rimanere incastrata nel contesto indeterminato se ne distacca in quanto quadro, come nello schianto dei corpi di <i>Mulholland Drive<\/i>: senza il corpo a corpo le vite correrebbero parallele le une alle altre (rinserrate nella nebulosa gassosa ed evanescente) e senza incontro non si darebbe mondo alcuno (quadro, immagine), n\u00e9 racconto. L\u2019immagine incide la zuppa primigenia, \u00e8 il ritaglio nella mistura caotica di colori e forme, \u00e8 il primo figurarsi sensibile, il primo profilarsi, ma questo si inscrive solo nell\u2019urto dei corpi, nel corpo a corpo \u2013 fra le immagini: l\u2019in-visibile \u2013 la moltitudine dei corpi che a loro volta, spinozianamente, altro non sono che una moltitudine di corpi. Lucrezio <i>dixit<\/i>.<\/p>\n<p>(L\u2019immagine qui inquisita, insomma, \u00e8 taglio e non \u00e8 semplicemente il <i>kadr<\/i> nella sua triplice accezione: elemento figurativo della pellicola, segmento di tempo e segmento di spazio. Ci\u00f2 di cui si parla, rapsodicamente, \u00e8 l&#8217;invisibile che non rinvia essenzialmente al fuori campo, al discorso sullo spazio esterno o <i>off<\/i>, a quell\u2019invisibile che \u00e8 lo spazio che inesistente ma insistente del cinema e che in esso, come noto, gioca un ruolo fondamentale. L\u2019immagine come taglio, soglia in-visibile del visibile, qui, ha natura ante-predicativa o precategoriale).<\/p>\n<p>Questa catastrofe \u00e8 l\u2019apertura del mondo, l\u2019in-visibile del visibile, la scatoletta blu di <i>Mulholland Drive<\/i>: nulla di provenienza, senso o fondamento. Noi possiamo entrare nella scatola ma non certo per catturare l\u2019enigma o la cifra segreta, la chiave di comprensione, ma solo per scivolare lungo nuove implicazioni e nuove inclusioni, nuovi corridoi e nuove stanze. L\u2019immagine rimbalza dalla bionda alla bruna e cos\u00ec via. <\/p>\n<p>Il cinema pu\u00f2 restituire il mondo al suo rimbalzo incessante, senza origine puntuale, allo stato nascente, nella sua genesi silente e gi\u00e0 differenziata, nel suo cominciamento, come nel Five di Abbas Kiarostami, durata di bianchi e neri che slargano il campo percettivo alle tessiture del visibile, la luce, l\u2019acqua, la terra, Kiarostami riconsegna il mondo al suo scandalo, all\u2019urto fra i corpi nel silenzio che precede la distinzione fra realt\u00e0 e finzione, vita e teatro, come nell\u2019ultimo <i><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=12091\">Copia conforme<\/a><\/i>, un <i>Viaggio in Italia<\/i> attraverso stazioni tolte dalle scene di vita parallela di Rivette: <i>co-naissance<\/i>, \u00e8 nell\u2019incontro che i corpi co-nascono e si conoscono per la prima volta.<\/p>\n<p>\u00abIl senso che giunge a noi\u00bb, ha scritto Jean Louis Schefer nel suo L\u2019<i>Homme ordinaire du cin\u00e9ma<\/i>, \u00abci giunge perch\u00e9, a rigore, siamo un luogo di risonanza degli effetti e della \u201cprofondit\u00e0\u201d delle immagini\u00bb: la significazione ha la sua genesi nell\u2019esperienza della visione. Il senso che aggiungiamo all\u2019immagine, \u00abnell\u2019incertezza di afferrarne la totalit\u00e0\u00bb, siamo \u00abnoi stessi\u00bb: \u00abprima di ogni apprensione di un senso nuovo, apprendiamo che qui il significato \u00e8 un corpo\u00bb.<\/p>\n<p>La concezione rappresentazionale e strumentale del cinema, al contrario, svilisce e annichilisce questo legame carnale, interno, genetico fra (corpo) vedente e (mondo) visibile, banalizzando il rapporto in quanto appiattito sull\u2019esteriorit\u00e0 e la divisione, mentre invece questo corpo a corpo \u00e8 intersezione, spaziatura, <i>fra<\/i>. Questo cominciamento primordiale, l\u2019intreccio dei corpi (le immagini che agiscono e reagiscono le une sulle altre, il cozzo fra le immagini interne e quelle esterne, l\u2019urto dei corpi), altro non \u00e8 che l\u2019impensato del pensiero, che il pensiero, in virt\u00f9 del cinema, \u00e8 chiamato a pensare.<\/font><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/afterhours.jpg\" alt=\"\" title=\"afterhours\" width=\"620\" height=\"348\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21487\" \/><\/p>\n<p align=\"center\"><font face=\"Arial\" size=\"2\">#<\/font><\/p>\n<p><font face=\"Arial\" size=\"2\">Il cinema in quanto corpo dell\u2019immagine esibisce il visibile e non \u00e8 un sembiante, uno spettacolo che unisce solo con falsi legami per dividere l\u2019uomo dalla sua stessa potenza, vampirizzandone proprio il corpo, allineato nella coda per pagare il prezzo della sua morte vivente o insaccato nel salumificio dello spettacolo (<i>Crepa padrone, tutto va bene<\/i>), vacillante e fluttuante e, infine, vinto, nel postfordismo di <i>After Hours<\/i>.<\/p>\n<p>Nel film di Martin Scorsese, il cerchio dell\u2019esodo, della fuga, dell\u2019evasione, si chiude l\u00e0 dove era iniziato, al cospetto del santuario in cui si consuma il <i>general intellect<\/i>, in cui il corpo mobilita tutte le sue affezioni, il suo intelletto, per meglio servire il capitale che, a sua volta, patrocina e sponsorizza questa potenzialit\u00e0: chiss\u00e0 che il capitalismo non possa monetizzare anche questa deriva notturna, che infatti \u00e8 tempo, insieme, sia di svago che di lavoro: al lavoratore postfordista \u00e8 sempre richiesto il guizzo, l\u2019adattabilit\u00e0 all\u2019imprevisto, la mobilit\u00e0, l\u2019improvvisazione, la creativit\u00e0, insomma tutte le stazioni e i benjaminiani <i>chocs<\/i> metropolitani che il mansionario postfordista deve attraversare nel suo <i>d\u00e9tour<\/i> per ritornare, sintomaticamente, non a casa ma al lavoro, aumentando cos\u00ec la sua produttivit\u00e0, perch\u00e9 arricchito di questa esperienza: il lavoro come soggettivit\u00e0 diceva Marx, la socializzazione (al servizio del capitale) di ci\u00f2 che accade al di fuori del lavoro. Nelle fabbriche della qualit\u00e0 totale il lavoratore modello \u00e8 colui che riversa nella sua mansione attitudini, competenze, saperi, gusti, emozioni, esperienze maturati nel vasto mondo.<\/p>\n<p>Per il corpo del programmatore di computer interpretato da Griffin Dunne, la paura diventa angoscia e l&#8217;esodo solo un ritorno all&#8217;ordine. Inoltrarsi nell\u2019ignoto e sfuggire all\u2019anomia, alla solitudine socializzata, abbandonarsi nel vasto mondo, a pochi isolati dal suo quartiere noto, in una New York underground e notturna, silenziosa e noir, strana e spaventosa: un \u201cfuori\u201d perturbante che infine coincide il \u201cdentro\u201d dei suoi uffici, santuario dell\u2019anomia. Questo corpo trasforma presto, troppo presto, la sua voglia di leggerezza, la sua avventura nell\u2019ignoto, nella differenza, nella discontinuit\u00e0, in una pericolosa ricerca di protezione, un riparo che lo sottragga ad una moltitudine anch\u2019essa variopinta, potenzialmente creativa ma di fatto reattiva che, per eccesso di protezione e paura, per difesa del proprio \u201cinterno\u201d assediato da ladri misteriosi e implausibili (ispanici: stranieri che invadono la fortezza del benessere), innalza mura e fossati e d\u00e0 una caccia spietata e irreale all\u2019impiegato <i>high tech<\/i>. Del resto lui legge Henry Miller, e dunque \u201csa\u201d della carcassa dell\u2019umanit\u00e0, eppure non sostiene la visione di alcune vagine ustionate illustrate dentro un semplice manuale medico.<\/p>\n<p>Il cognitario sperimenta tutto un teatro degli affetti e della gestualit\u00e0, crea perfino un personaggio (in particolare quando racconta le sue peripezie al gay adescato per strada, quando Scorsese, elitticamente, subordina la parola al corpo, alla recitazione del <i>Leib<\/i>, corpo vivente), usa il suo corpo artisticamente, in modo espressivo, diventa egli stesso un oggetto d\u2019arte. Tutto un <i>training<\/i> fisico, tutta una Body Art \u2013 <i>\u00e0 la<\/i> G\u00fcnter Brus per esempio ma anche l\u2019avanguardia di un altro viennese, il Kurt Kren di <i>Selbstverst\u00fcmmelung<\/i> \u2013 una gestualit\u00e0 anomala, inedita, differente, che si sottrae all\u2019ordine, all\u2019ordinamento istituzionale (l\u2019ufficio vociferante perch\u00e9 nel postfordismo il lavoratore deve parlare, la casa ben arredata, segno del bozzolo del benessere) che infatti sposta il corpo del mansionario in spazi altri. Quasi delle eterotopie, dei luoghi perfettamente localizzabili (basta prendere un taxi) eppure al di fuori di ogni luogo dell\u2019istituzione, non-luogo in cui tutti gli altri luoghi reali (l\u2019ufficio, la casa) vengono, insieme, rappresentati, contestati, sovvertiti. (Come questo M.A.C.A.O.). Nondimeno questi non-luoghi, se cooptati nella vetrinizzazione del sociale e nella rappresentazione spettacolare del conflitto che destorifica la sua violenza anestetizzandolo, degradano a meri distretti del piacere <i>fashion<\/i> come la SoHo di New York, asilo di artisti <i>boh\u00e8mienne<\/i> e, sintomaticamente, paradiso dello shopping. Le diversit\u00e0 culturali, nel postfordismo spettacolare, diventano prodotti e merci, l\u2019espressione di uno stile di vita, rappresentazione sociale della merce. (<i>Fashion!\/Turn to the left\/Fashion!\/Turn to the right\/Oooh, fashion!\/We are the goon squad\/ and we&#8217;re coming to town\/ Beep-beep Beep-beep\/There&#8217;s a brand new talk,\/but it&#8217;s not very clear\/That people from good homes\/are talking this year\/It&#8217;s loud and tasteless\/and I&#8217;ve heard it before\/You shout it while you&#8217;re dancing\/on the whole dance floor\/Oh bop, fashion<\/i> &#8211; David Bowie, <i>Fashion<\/i>). Fashion\/fascismo \u2013 quello che \u00e8 in noi.<\/p>\n<p>Qui, nell\u2019altrove preventivato, terreno di coltura dell\u2019eventologia, e non dell&#8217;evento, e della simulazione della libert\u00e0, e non della libert\u00e0, si consumano queste performances, queste azioni, questi pseudo-eventi che rivelano, nel fondo, una schizofrenia fra potenzialit\u00e0 e attualit\u00e0, fantasticheria e realt\u00e0, un\u2019aggressivit\u00e0 (lo stupro narrato, il suicidio, le schermaglie verbali fra l\u2019impiegato e la cameriera, il tentato linciaggio) \u2013 anche sadomaso (Linda Fiorentino (s)vestita di cuoio e legata con la corda dal suo uomo a sua volta in tenuta sadomaso) \u2013 e infine un opportunismo, nel passare da una situazione all\u2019altra, da una donna all\u2019altra, via via sempre pi\u00f9 anziana (verso il rifugio materno?), tipico del lavoro postfordista che esige flessibilit\u00e0 e un altro grado di adattabilit\u00e0 ai mutamenti di ritmo e scenario. Il postfordismo ci vuole flessibili nella produzione e opportunisti nelle relazioni sociali e affettive. <\/p>\n<p>E tutto questo tumulto in una tazza di caff\u00e8, questo divenire-segno del corpo, questo divenire-opera d\u2019arte, questo caleidoscopio delle forme di vita metropolitana, culmina drammaticamente e farsescamente con la rottura del guscio artistico, dell&#8217;involucro in cui \u00e8 stato nascosto e custodito il mansionario, e proprio davanti all\u2019ingresso del suo luogo di lavoro. Cio\u00e8 , la deriva culmina nell\u2019utilizzazione del corpo-<i>K\u00f6rper<\/i> sotto le spoglie del corpo-<i>Leib<\/i>. L&#8217;impiegato postfordista viene consegnato, infine, alla paradossale solitudine aleatoria che i mansionari o cognitari \u2013 sospesi come grappoli sociali, incerti, nella moltitudine \u2013 sperimentano nella difficolt\u00e0 di denominarsi, definirsi un\u2019identit\u00e0, costruirsi un racconto sociale (come poteva forse accadere alla classe operaia negli anni Sessanta fissata alla catena di montaggio), a dispetto dell\u2019equivoco agire comunicativo in cui sono immersi quotidianamente. Paradossalmente \u2013 come spiegava Gramsci nelle sue note sul fordismo \u2013 l\u2019operaio meccanizzato, inquadrato nell\u2019economia razionalizzata, pu\u00f2 pensare; superata la fase di adattamento, meccanizza solo il gesto fisico, la sua memoria del mestiere si sedimenta nei gesti, nelle fasce muscolari, nel sapere delle mani e del corpo, lasciando libero il cervello, sgombro da altre preoccupazioni. Come l\u2019uomo che cammina non deve pensare ai suoi passi per eseguire questa azione, cos\u00ec l\u2019operaio fordista compie automaticamente i gesti fondamentali del mestiere, quindi, la meccanizzazione non mummifica l\u2019operaio, non trasforma l\u2019uomo in gorilla ammaestrato e durante il lavoro l\u2019operaio ha ancora la possibilit\u00e0 di pensare, e di pensare anche al suo sfruttamento o alla sua insoddisfazione. L\u2019implacabilit\u00e0 del postfordismo sta proprio nel fatto che qui il mansionario pensa, ovviamente (poich\u00e9 il <i>general intellect<\/i> \u00e8 il motore della produzione), ma, al contrario dell\u2019operaio fordista, pensa e deve pensare solo al e nel lavoro e mette il suo pensiero al servizio del lavoro riversando in esso anche i pensieri esperiti fuori del posto di lavoro \u2013 per apparire pi\u00f9 creativo degli altri.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 tutta l\u2019ambivalenza dei corpi della moltitudine in questo film di Scorsese: il corpo \u00e8 sia esposto agli occhi altrui che segnato, sia abbandonato ai flussi e agli eventi che custodito e rifugiato. (E in questo il film di Scorsese \u2013 oltre che per la sua superiore complessit\u00e0 \u2013 si discosta per il suo pessimismo della ragione, ahinoi realistico, dall\u2019ottimismo della volont\u00e0 di altri film simili per trama e profilo professionale dei soggetti in azione, realizzati nello stesso giro d\u2019anni fra il 1985 e il 1986: <i>Into the Night<\/i> di John Landis e <i>Wild Thing<\/i> di Jonathan Demme, magnifici esercizi di esodo).<\/font><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/stan-brakhage.jpg\" alt=\"\" title=\"stan-brakhage\" width=\"620\" height=\"457\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21484\" \/><\/p>\n<p align=\"center\"><font face=\"Arial\" size=\"2\">#<\/font><\/p>\n<p><font face=\"Arial\" size=\"2\">Nel sembiante spettacolare \u2013 prima al servizio dell\u2019industria culturale e dopo assoggettato al marketing culturale postmoderno, che fa della realt\u00e0 solo un brutto film \u2013 il corpo non sa pi\u00f9 danzare le emozioni, toccare la forma del vento, afferrare l\u2019acqua, entrare nella pietra, sentire l\u2019idea e pensare la tristezza o la felicit\u00e0, \u00e8 solo alla sua immagine, alla suo ombra, che tutto accade, come in <i>La moglie sconosciuta<\/i> di Walsh o <i>Un sogno lungo un giorno<\/i> di Coppola: corpi vacillanti che si disfanno nello spettacolo, il trionfo, spietato e invisibile perch\u00e9 coincidente con il visibile, della disgiunzione fra divino e umano che abbandona il campo a tutto vantaggio delle idee astratte che sfuggono alla percezione separando l\u2019uomo dal cielo (<i>Dalla nube alla resistenza<\/i>, Primo dialogo). Il corpo viene investito da dispositivi e pratiche che lo segnano, assoggettano, stabilizzano, il potere transita nei corpi diceva Michel Foucault che, tuttavia, aggiungeva: l\u00e0 dove c\u2019\u00e8 potere, anche c\u2019\u00e8 resistenza. La soluzione sta nel veleno. Sintomatico di questo paradosso \u00e8 <i>The Act of Seeing with One\u2019s Own Eyes<\/i> di Stan Brakhage. Il corpo qui \u00e8 cadavere, oggetto di prese e pinze, cure e dispositivi, non \u00e8 pi\u00f9 un organismo attivo e funzionante, utile, in quanto svuotato di organi dalla pratica dell\u2019autopsia. Il corpo morto, macellato, dissezionato, apparentemente inerme, nudo perch\u00e9 esposto alle pratiche medico-giuridiche, proprio nel culmine di questo strazio, in quanto sfaldato e disarticolato pu\u00f2 sobbalzare, sussultare, disgregarsi in un fascio di luci che per sempre lo sottrae alla presa, alla cattura dell\u2019organizzazione mortifera dell\u2019organismo che deve funzionare, gerarchizzato, organizzato, con gli organi funzionanti e asserviti alla logica dell\u2019utile. Il corpo diviene opera d\u2019arte, corpo della visione di un universo proteiforme, di un divenire-metamorfosi oltre la metafora, dentro un teatro sontuoso di forme, scintille, tutto un big bang della (in)visione che libera il cadavere sventrato dalle forbici e dai divaricatori, nello sprigionamento di colori e stratificazioni, nel torcersi, ritorcersi e contorcersi di mille pieghe e mille piani dove le forme trasfigurano le une nelle altre, in una densit\u00e0 di elettroni colorati, buchi sfavillanti, sequenze di segni. Questo corpo smembrato \u00e8 lo stato nascente, il mondo nella sua c\u00e9zanniana densit\u00e0, nelle sue radici, quelle che conducono alle stelle (<i>Dog Star Man<\/i>). Visione del corpo primordiale, prima delle divisioni, corpo della visione che annulla i dualismi perch\u00e9 nemmeno li conosce, facendo vibrare, nell\u2019occhio, prospettive e rilievi, rette e curve. Visione del corpo di un mondo ancora amorfo. Corpo di una visione che \u00e8 dimensionalit\u00e0, non ricalco omogeneo e piatto, pacificato e geometrico (cadaverico e rigido). Il corpo anzich\u00e9 morire si disperde nelle apparenze multiple, nel ritmo di questa <i>figura<\/i> che energia che scuote il <i>discorso<\/i> smarginando, slittando, differenziandosi, una scarica divagante ed eccedente i sedativi della buona forma e la <i>dispositio<\/i>, libere associazioni di elementi liquidi in cui galleggiano, sconfitti, gli scricchiolii delle censure, dei discorsi che troppo facilmente stabiliscono opposizioni per rimuovere o forcludere la differenza. Ancora una volta i corpi hanno la facolt\u00e0 di far proliferare esperienze che negano la morte, rifiutando tutto ci\u00f2 che interrompe il processo della vita.<\/p>\n<p>Il film di Brakhage \u2013 autore sperimentale e d\u2019avanguardia \u2013 \u00e8 sintomatico dunque di questo paradosso ma anche della potenza stessa del cinema che \u00e8 sempre, come l\u2019opera d\u2019arte, un oscillare fra l\u2019elemento realista (qui la ripresa documentarista e oggettiva) e quello immaginario, un andirivieni fra il discorso e la figura, un gioco di intersezione e sospensione fra legato (il cadavere fissato sul lettino) e mobile (lo sfolgorio di colori e forme), logos e eros, Lumi\u00e8re e M\u00e9li\u00e8s, la credenza nella realt\u00e0 della finzione che guizza sullo schermo e, al tempo stesso, la consapevolezza della finzione di quella realt\u00e0, il cinema come esodo dalla realt\u00e0 e il cinema come comprensione della realt\u00e0. Un gioco che si fa sul serio. Ma questa forse era gi\u00e0 la lezione segreta di uno dei film pi\u00f9 bizzarri di Hitchcock, <i>La congiura degli innocenti<\/i>, dove il corpo del cadavere \u00e8 messo in scena come un evento che sconvolge il paesaggio accogliente e un po&#8217; sonnolento del Vermont, innescando variazioni, vacillazioni, spostamenti che via via riscriveranno la tessitura del visibile, come se il corpo del cadavere (ancora una volta repertoriato) fosse l&#8217;<i>aleph<\/i> in cui si apre la visione caleidoscopica dell&#8217;ordito del visibile.<\/font><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/billy.jpg\" alt=\"\" title=\"billy\" width=\"620\" height=\"461\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21486\" \/><\/p>\n<p align=\"center\"><font face=\"Arial\" size=\"2\">#<\/font><\/p>\n<p><font face=\"Arial\" size=\"2\">I personaggi di Peckinpah sono corpi che perdono la testa anzich\u00e9 metterla a posto e diventare cos\u00ec masse docili sotto il comando di un qualche Chisum. Il corpo, la fisica di assoggettamento del corpo e la sua resistenza sono la posta in gioco di <i>Pat Garrett &amp; Billy the Kid<\/i>, l\u2019ultimo western foucaultiano di Peckinpah. Non il diritto ma il rovescio, la vita stessa, il diritto alla vita, alla sua intensificazione, alla soddisfazione di bisogni e desideri, il diritto a ritrovarsi al di l\u00e0 di tutte le costrizioni e le alienazioni, il diritto all\u2019insensato e all\u2019inoperosit\u00e0. Questo western \u00e8 la messa in scena di una tecnologia del potere che normalizza con misure e dispositivi che intervengono sul desiderio stesso senza necessariamente reprimere il corpo ma sollecitando una tecnologia del s\u00e9, alterando la felicit\u00e0, la salute, la nuda vita, e della resistenza che le si oppone: Billy the Kid (Kris Kristofferson). Il capitalismo di Chisum, che sostituisce l\u2019arbitrato della violenza privata con la funzione pubblica esercitata dal monopolio della violenza (Stato), <i>lega<\/i> i produttori al sistema produttivo, li fissa o disloca a seconda delle circostanze e delle richieste, li costituisce in quanto forza lavoro, canalizzandone i comportamenti (Billy \u00e8 sia un lavoratore che un corpo irregolare ed eccessivo), incoraggiandone e stabilizzando la regolarit\u00e0 corporea, sessuale, sociale, insomma regolarizzando la dissipazione di Billy, le sue orge, la sua indisciplina, la sua marginalit\u00e0 sfuggente al controllo. \u00c8 il passaggio al fordismo, all\u2019economia razionalizzata \u2013 che gi\u00e0 allude al postfordismo (messo in scena in Fuori orario). La storia dell\u2019industrialismo, scriveva Antonio Gramsci in <i>Americanismo e fordismo<\/i>, \u00e8 stata sempre una lotta continua contro l\u2019<i>animalismo<\/i>, \u00abun processo ininterrotto, spesso doloroso e sanguinoso, di soggiogamento degli istinti\u00bb che rende possibile le forme sempre pi\u00f9 complesse di vita collettiva che sono la conseguenza necessaria dello sviluppo dell\u2019industrialismo. Questa lotta nel fordismo \u00e8 imposta dall\u2019esterno, con mezzi coercitivi; nel postfordismo di <i>Fuori orario<\/i> viene imposta dall\u2019interno.<\/p>\n<p>Ma Billy, nel suo va e vieni, attraversa frontiere, attraversandole crea superfici mobili e in-inquadrabili, lui stesso \u00e8 una frontiera che non si pu\u00f2 normare e disciplinare: un\u2019indisciplina che resiste alla logica mortifera dell\u2019utile. Billy \u00e8 stupefacentemente vivente nella suo ostinazione a morire, resistenza, rifiuto strano che prende in contropiega un potere che ha deciso di operare non pi\u00f9 dando la morte ma consentendo la vita, rifiutarla, cio\u00e8 morire, equivale a contestare questo potere normalizzatore.<\/p>\n<p>Billy, al contrario, \u00e8 un corpo che esulta e si nutre di piaceri intensi, manifestando comportamenti irregolari, orgiastici, dispendiosi, fuori della legge dell\u2019utile, il diritto del pi\u00f9 forte: il capitale. \u00c8 un corpo-senza-organi che si disperde, a brani, divorato dai piaceri, dalle orge, dai combattimenti, fondando la sua causa su se stesso.<\/p>\n<p><i>Pat Garrett &amp; Billy the Kid<\/i> \u00e8 la figura del conflitto perpetuo fra il piano di consistenza e le stratificazioni che lo bloccano in significazioni, soggettivazioni, organismi: \u00abSarai organizzato, sarai significato, sarai soggetto, cio\u00e8 assoggettato, adulto, responsabile, disciplinato, soggetto d\u2019enunciazione, enunciati di potere, sarai un soggetto fissato, altrimenti non sarai \u2013 che un vagabando, un fuorilegge, un corpo nomade\u00bb. (E magari \u00e8 quello che vi raccomandano o urlano i vostri genitori, insegnanti, preti, politici: siate stabili e centrati, non guastate il vostro tempo inseguendo il vostro desiderio e impegnandovi per rendere migliore e pi\u00f9 bella la vostra e l&#8217;altrui esistenza&#8230;)<\/p>\n<p>Billy the Kid disarticola, destratifica insieme alla sua banda di minoranza, minorazione refrattaria al lavoro, alla regolazione dei movimenti e delle recinzioni. Billy, in questo dispendioso elogio della <i>fiesta<\/i> selvaggio e senza-testa al pari di <i>Voglio la testa di Garcia<\/i>, non si fa incanalare ma bighellona: non vuole essere un fattore di Chisum, n\u00e9 vuole una pensione d\u2019anzianit\u00e0 come l\u2019amico Garrett (James Coburn), votato a diventare un corpo sorvegliato, controllato, stabilizzato. Billy \u00e8 un disertore, sorridente e innocente, anche quando crocifisso.<\/p>\n<p>Billy the Kid anche se ammazzato dall\u2019amico vive, Pat Garrett muore, si \u00e8 ucciso da s\u00e9 sparandosi nello specchio, puntando la pistola contro la sua immagine, la sua virtualit\u00e0 spettrale che, quasi come in un Losey, ha vampirizzato la sua attualit\u00e0 e vitalit\u00e0 spegnendole in una triste farsa, consegnandosi, attraverso il governo di s\u00e9, alla nuova governamentalit\u00e0 che per nascondere le sue origini (l\u2019accumulazione violenta del capitale), il sangue seccato nei codici, impone istituzioni e legislazioni: <i>pudenda origo<\/i>.<\/p>\n<p>Billy \u00e8 fuori della legge non perch\u00e9 rapini o uccida, \u00e8 illegale perch\u00e9 irregolare, in quanto improduttivo e irragionevole, disapplicato al lavoro, una minaccia per l\u2019esistenza stessa dei predoni del capitale, produttivi e ragionevoli, uomini diritti che, in nome della difesa della societ\u00e0, condannano Billy come colpevole (disordinato e, dunque, criminale) in quanto destinato al castigo perch\u00e9 rifiuta di inscriversi nello stato di esistenza demonica (capitalismo) affermando la sua innocenza e la sua libert\u00e0: il suo carattere e il suo piacere e gusto per la vita.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/font><\/p>\n<p><font face=\"Arial\" size=\"2\"><i>Toni D&#8217;Angela<\/i><\/font><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0\">\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/toni_macao.jpg\" alt=\"\" title=\"toni_macao\" width=\"620\" height=\"414\" class=\"aligncenter size-full wp-image-21483\" \/><\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Arial\" style=\"font-size: 9pt\">Toni D&#8217;Angela. Lezione di cinema svolta nelle strade antistanti alla Torre Galfa.<\/font><\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Arial\" style=\"font-size: 9pt\">15 maggio 2012, Milano &#8211; Image by <\/font><i><font face=\"Arial\" style=\"font-size: 9pt\"> <a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/www.macao.mi.it\/\">MACAO<\/a><\/font><\/i><\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pubblichiamo il testo della lezione tenuta da Toni D&#8217;Angela il 15 maggio 2012 nelle strade antistanti alla Torre Galfa di Milano, in occasione dello sgombero dell&#8217;occupazione MACAO. Docente, critico e curatore, nonch\u00e9 direttore del trimestrale multilingue La Furia Umana, Toni D&#8217;Angela \u00e8 uno degli &quot;storici&quot; collaboratori di Rapporto Confidenziale. &nbsp; Il corpo e il potere. 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