{"id":22509,"date":"2012-06-22T13:10:34","date_gmt":"2012-06-22T11:10:34","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=22509"},"modified":"2012-06-22T13:10:34","modified_gmt":"2012-06-22T11:10:34","slug":"vincere-marco-bellocchio-seconda-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=22509","title":{"rendered":"Vincere > Marco Bellocchio (seconda parte)"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/06\/Vincere.jpg\" alt=\"\" title=\"Vincere\" width=\"620\" height=\"414\" class=\"aligncenter size-full wp-image-22510\" \/><\/p>\n<p><font face=\"Georgia\" style=\"font-size: 16pt\"><b>Vincere<\/b><\/font><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><br \/>\nregia di Marco Bellocchio (Italia-Francia\/2009)<br \/>\nrecensione a cura di Fabrizio Fogliato<\/font><\/p>\n<p><font face=\"Georgia\" size=\"2\">&gt; <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=22363\">leggi la prima parte<\/a><\/font><\/p>\n<p><font face=\"Arial\" size=\"2\"><b>Idiosincrasia del sentimento<\/b><br \/>\nNoi oggi conosciamo la vicenda de Il figlio \u201csegreto\u201d di Mussolini attraverso le lettere di Ida Dalser, la corrispondenza tra Arnaldo Mussolini e Riccardo Paicher, le missive di Giulio Bernardi e le comunicazioni cifrate della polizia segreta fascista. Le notizie dunque circolano velocemente, anche all&#8217;epoca, riservate, solo ed esclusivamente ai diretti interessati, ma in tutto ci\u00f2 vi \u00e8 una totale assenza di rapporti relazionali. Ci\u00f2 che emerge dal quadro collettivo dei fatti \u00e8 una idiosincrasia verso qualsiasi forma di sentimento. In <i>Vincere<\/i> quest&#8217;aspetto \u00e8 sottolineato attraverso le dinamiche della struttura narrativa. Gi\u00e0 la scelta di frapporre, all&#8217;interno degli stacchi tra le sequenze pi\u00f9 importanti, immagini significative che mostrano le \u201cfuture\u201d compagne di prigionia di Ida Dalser nel manicomio di Pergine, appare indirizzata alla necessit\u00e0 di porre lo spettatore in uno stato di inquietudine e malessere. Un malessere non definito che anticipa emotivamente gli sviluppi narrativi, in cui le immagini di queste donne inquadrate e fotografate, come foto d&#8217;epoca incastonate nella memoria, compaiono per ben cinque volte nei primi quaranta minuti di film: dopo l&#8217;incontro sulla panchina, dopo il secondo amplesso, dopo lo scontro sotto le finestre de Il Popolo d&#8217;Italia, dopo il colloquio tra Ida e il cognato. <\/p>\n<p>Infine, l&#8217;ultima immagine, appare dopo il sequestro del figlio Benito Albino e mostra il volto tumefatto e sofferente di Ida. Il regista \u201caccompagna\u201d lo spettatore verso un&#8217;estenuante discesa agli inferi del sentimento e della ragione umana. Non a caso la seconda parte del film si apre con un freddo e laconico comunicato, che vuole certificare il passaggio da essere umano a \u201cmerce\u201d, di cui \u00e8 vittima la giovane donna: <i>\u00abMinistero dell&#8217;Interno Direzione Generale P.S. Ieri 13 Febbraio 1920, Ida Dalser con suo figlio Benito Albino Mussolini \u00e8 stata riaccompagnata nella casa di sua sorella Adele maritata Rag. Riccardo Paicher at Sopramonte sobborgo di Trento STOP temporaneamente tranquilla STOP ma data propensione alla fuga dimostrata negli anni passati detta Ida Dalser \u00e8 sempre tenuta sotto stretta sorveglianza di notte e di giorno&#8230;\u00bb<\/i>. La scena successiva \u00e8 oltremodo esplicativa dell&#8217;intreccio tra vicende private e storiche in cui Ida si trova suo malgrado coinvolta: \u00e8 il 1923 e a Sopramonte si attua un&#8217;incursione squadrista durante la festa del Partito Socialista; Ida osserva la scena da dietro i vetri di una finestra, mentre lo stacco mostra l&#8217;immagine della sua mano insanguinata relativa al primo incontro con Mussolini a Trento nel 1907. Il sangue della Storia \u00e8 dunque lo stesso che macchia anche la sua vita, poich\u00e9 ella \u00e8 ormai sottomessa al dominio di un uomo \u201cgigantesco\u201d, come appare nella successiva scena ripresa all&#8217;interno di un cinema. <\/p>\n<p>Di fronte al cinegiornale LUCE che mostra Benito Mussolini ricevere l&#8217;incarico di formare il Governo da parte di Vittorio Emanuele III, gli spettatori si alzano in piedi e statuari porgono omaggio con il saluto romano. Ida si avvicina allo schermo e vi volta le spalle guardando il pubblico impettito, mentre dietro di lei appare il primo piano iperreale del volto di Benito Mussolini. Rientrata a casa la sera racconta al cognato: <i>\u00abHo visto Mussolini&#8230; al cinema. Molto diverso, sembra pi\u00f9 grande, sembra un gigante&#8230; ha perso molti capelli per\u00f2 gli occhi sono gli stessi. Gli ho scritto anche oggi, prima o poi mi risponder\u00e0\u00bb<\/i>. Subito dopo, il mattino seguente, apprende dal giornale della visita a Trento del Ministro Pietro Fedele. Il viaggio verso il capoluogo trentino sar\u00e0 il suo ultimo momento di libert\u00e0, perch\u00e9 da questo preciso momento i rapporti che la legano all&#8217;autorit\u00e0 fascista saranno freddi e glaciali, virati sotto forma di ordini militari. <\/font><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/06\/Ida_Dasler_Benito_Albino_Mussolini.jpg\" alt=\"\" title=\"Benito Albino Mussolini e Ida Dasler\" width=\"620\" height=\"325\" class=\"aligncenter size-full wp-image-22512\" \/><font face=\"Arial\" size=\"2\"><\/p>\n<p>Nel momento della cattura Bellocchio sottolinea le analogie (nella costruzione scenica) con il sequestro di Giacomo Matteotti, quasi ad equiparare i due crimini e creare una contiguit\u00e0 tra pubblico e privato. Ida viene caricata in macchina a forza e pestata a sangue come si evince dalla successiva inquadratura che ne mostra il primo piano insanguinato nel letto del manicomio di Pergine, mentre lontano da lei il cognato chiede al Prefetto Guadagnini: <i>\u00abDove si trova mia cognata?\u00bb e la risposta \u00e8 la seguente: \u00abDirettore le sembra una domanda da farmi?\u00bb<\/i>, e ancora: <i>\u00abComandiamo noi! Lei non conta niente\u00bb<\/i>. L&#8217;idiosincrasia del sentimento accompagna ogni singolo protagonista della vicenda, non esclude nemmeno le suore di Moncalieri. Una di queste, rivolta a Benito Albino dir\u00e0: <i>\u00abTuo padre deve salvare l&#8217;Italia. Non devi essere egoista\u00bb<\/i>. Pure nel manicomio veneziano di San Clemente, un medico spiegher\u00e0 alla Dasler quali sono i tempi che stanno vivendo: <i>\u00abLei va all&#8217;assalto. Come in guerra. Solo che in guerra c&#8217;erano due eserciti che si scannavano a vicenda&#8230; ad armi pari&#8230; direi. Invece lei \u00e8 qui sola contro tutti. [\u2026] Lei sbaglia gridando continuamente la verit\u00e0, non che la verit\u00e0 non vada gridata, il modo, il metodo e il tempo che non vanno. Questo \u00e8 il tempo di tacere, il tempo di essere attori. Oggi, non dico sempre, ma oggi, bisogna essere dei grandi attori\u00bb<\/i>. Prima di terminare il colloquio, il medico la invita ad andare in Chiesa, a confessarsi, perch\u00e9 come le ricorda <i>\u00abla Chiesa \u00e8 la sola madre che i fascisti ancora temono\u00bb<\/i>. <\/p>\n<p>La disumanit\u00e0 e i rapporti di potere che circondano la vita di Ida e che decidono, inopinatamente, il suo destino, sono artefatti e ipocriti, come semplificato dalla contiguit\u00e0 di due sequenze particolarmente significative: quella del colloquio-farsa con cui si cerca di dimettere la donna, e che invece si chiude con la sovrimpressione della didascalia: <i>\u00ab18 Gennaio 1927, Dalser Ida fu interdetta completamente per malattia mentale. A curatore fu nominato il Sig. Cav. Giulio Bernardi\u00bb<\/i>. Mentre sullo stacco successivo viene mostrata una lunghissima carrellata su madri che allattano i propri figli al seno mentre in sovrimpressione viene ripetuta la scritta <i>\u00abverso il popolo\u00bb<\/i>. Ed \u00e8 proprio questa ipocrisia, conclamata e contigua ad ogni forma di potere, che lentamente logora il cervello di Ida Dalser, una donna prigioniera della burocrazia che diventa criminale per proteggere l&#8217;immagine di \u201cun uomo di potere\u201d che \u00e8 indirettamente il burattinaio che muove i fili di marionette senza scrupoli. <\/p>\n<p>La totale assenza del sentimento non risparmia neanche la figura di Benito Albino Mussolini. Chiuso nel rigore e nell&#8217;austerit\u00e0 del collegio di Moncalieri, siamo nel Natale 1927, ci viene mostrato mentre, dopo aver ricevuto regali verso cui non manifesta il bench\u00e9 minimo interesse, si alza nel cuore della notte e con decisione di reca di fronte alla testa marmorea di Mussolini che giace sul pianerottolo. Il campo e contro campo ci mostrano lo sguardo ostile del bambino e quello pietrificato del Duce: poi, basta un solo gesto, il bambino alza le mani e con un colpo secco scaraventa a terra la testa di marmo, e ci\u00f2 che rimane \u00e8 un corridoio vuoto e buio in cui \u201cbrilla\u201d il bianco marmoreo di una testa rovesciata. Attraverso una simbologia (auto)evidente Bellocchio mostra, in anticipo sui tempi, ci\u00f2 di cui la storia sar\u00e0 testimone pochi anni pi\u00f9 avanti. Ma prima c&#8217;\u00e8 il tempo per mostrare le immagini del Concordato. <\/p>\n<p>Se le immagini di repertorio mostrano la folla in Piazza San Pietro sotto una pioggia battente l&#8217;11 Febbraio 1929, in attesa che il Papa si mostri sulla balconata, nel privato di Ida Dalser anche questa vicenda ha una sua intromissione, visto che dopo aver appreso per radio della firma dei Patti Lateranensi, una suora si rivolge a lei dicendole: <i>\u00abMa che ti lamenti Dalser. Hai avuto un figlio dall&#8217;uomo che tutte le donne vorrebbero come marito&#8230; o come amante\u00bb<\/i>. L&#8217;idiosincrasia del sentimento dunque non risparmia niente e nessuno, neanche coloro che dovrebbero essere espressione massima della piet\u00e0 cristiana, perch\u00e9 colui che agli occhi di tutti diventa in quel febbraio piovoso, l&#8217; \u201cuomo della provvidenza\u201d, modifica ogni percezione e mistifica ogni relazione. <i>Vincere<\/i>, in fondo, ci dimostra come, attraverso una vicenda privata, bieca e iniqua, si possa prendere coscienza dei modi attraverso i quali un uomo solo sia riuscito a cambiare nell&#8217;intimit\u00e0 come in superficie, un&#8217;intera nazione, il suo popolo e (quasi incredibilmente) i suoi sentimenti. <\/p>\n<p><b>Pergine \u2013 Mombello: solo andata<\/b><br \/>\nIl manicomio era lo spazio della malattia mentale, un luogo in cui era molto facile entrare ma da cui era difficilissimo uscire (almeno fino all&#8217;avvento della neo-psichiatria di Franco Basaglia). Edifici giganteschi divisi in padiglioni, sparsi su un terreno di prati e alberi, lontani dalla citt\u00e0, le cui pareti, ormai fatiscenti, sbrecciate dall&#8217;incuria e dal passare del tempo, o talvolta riqualificate e messe a servizio di strutture sociali e\/o culturali, possono comunque raccontare segreti indicibili. Il manicomio, \u00e8 stato per lungo tempo un luogo in cui il fragore delle urla, il tintinnare delle catene, lo strascichio dei piedi nudi sul pavimento, e una non-umanit\u00e0 a servizio del paziente, hanno visto attraversare le stanze spoglie e maleodoranti un numero indefinito di degenti \u201cnormali\u201d, per i quali l&#8217;ospedale psichiatrico \u00e8 stato di volta in volta, un rifugio, una trappola, un nascondiglio. Azioni compiute spesso indipendentemente dalla loro volont\u00e0, causate da indigenza, ignoranza e in alcuni casi da cinismo e cattiveria. <\/p>\n<p>Ida Dalser e suo figlio Benito Albino sono due persone \u201cnormali\u201d che vengono internate perch\u00e9 la loro stessa presenza, nella societ\u00e0, rappresenta un incubo per il regime. Il fatto che vengano chiusi in manicomio non \u00e8 casuale, visto che si tratta di un luogo che nell&#8217;immaginario collettivo \u00e8 ritenuto sintomo di follia e di pericolo: per questo \u00e8 lontano dai centri abitati, perch\u00e9 non si possano sentire le urla, i lamenti e soprattutto non si possa mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini. In manicomio vengono internate anche persone affette da malattie curabili e non pericolose (ad esempio l&#8217;epilessia) oppure donne troppo passionali per la morale comune, diventa insomma, nel corso del tempo, una sorta di luogo astratto in cui chiudere tutte le paure. Marco Bellocchio, in <i>Vincere<\/i>, descrive il manicomio proprio come un ricettacolo di paure (non di follia), e di figure \u201cpoetiche\u201d. Nelle stanze dell&#8217;ospedale psichiatrico di Pergine non c&#8217;\u00e8 sporcizia, le pareti sono bianche e luminose, i letti curati e ordinati, vige una sorta di rappresentazione dell&#8217;ordine fascista. Le donne sono nude, spesso vestite di stracci, innocue e malinconiche, immerse in spazi delimitati da grate senza finestre che permettono il contatto con l&#8217;aria. Ci\u00f2 che modifica gli spazi, che li trasforma in incubi e orrori, \u00e8 il potere, quello lontano degli ordini di regime e quello vicino del freddo raziocinio delle suore. <\/font><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/06\/Ida_Dalser.jpg\" alt=\"\" title=\"Ida Dalser\" width=\"620\" height=\"500\" class=\"aligncenter size-full wp-image-22513\" \/><font face=\"Arial\" size=\"2\"><\/p>\n<p>Le pazienti sono libere, in uno spazio chiuso, rappresentate come animali in gabbia: una danza continuamente, una ammicca ai virtuosismi sessuali del Duce, un&#8217;altra pone continue domande. Ida scrive in continuazione, riempie fogli di carta stesi sul pavimento, scrive, senza soluzione di continuit\u00e0, le pareti della sua cella nel padiglione delle \u201cagitate\u201d. Lettere che imbusta e che indirizza al Re, al Papa, al Prefetto e allo stesso Mussolini; lettere che non spedisce, ma che cerca di gettare all&#8217;esterno per poi osservare delusa che queste sono semplicemente cadute nel giardino sottostante e vengono raccolte da una suora che mai le spedir\u00e0. Infine i luoghi di Pergine sono luoghi di silenzio che possono persino diventare poetici, quando una copiosa nevicata battezza il Natale del 1927, e in quel momento, appaiono persino istituzionali, creando uno strano legame con l&#8217;ospedale psichiatrico di San Clemente a Venezia: luogo che la stessa Dalser definisce pi\u00f9 umano, tanto da desiderare di trovarci la morte. Ma il manicomio \u00e8 anche quello di Mombello, un luogo feroce, in cui i pazienti sono abbandonati a se stessi o in cui si pratica indiscriminatamente l&#8217;elettroshock o la terapia insulinica, rappresentato attraverso pochi ma significativi stacchi dal regista romano come un girone infernale, in cui la follia esplode in tutta la sua allucinata incomprensione. <\/p>\n<p>Benito Albino Mussolini \u00e8 letteralmente rinchiuso in questo non-luogo rappresentato da un corridoio fatiscente, sullo sfondo una grata da cui penetra una luce fioca, sulle pareti laterali porte a destra e a sinistra, da cui escono o entrano pazienti-zombie. Inevitabile che la rappresentazione dell&#8217;orrore si concentri sul volto digrignante in primo piano di Benito Albino Mussolini, diviso a met\u00e0 dalla luce e mostrato in una maschera di orrore, mentre il sonoro echeggia la stipula del Patto d&#8217;Acciaio tra Roma e Berlino. Benito Albino imita suo padre mentre parla in tedesco, poi l&#8217;immagine piomba nella storia reale, la dichiarazione di guerra si chiude con l&#8217;accenno mitico del Duce alla vittoria: <i>\u00abVincere&#8230; e vinceremo!\u00bb<\/i>. Seguono le immagini della guerra, immagini di morte e distruzione, veloci e crudeli, che fungono da preambolo alle ultime due scene: il primo piano di un orologio e il suo ticchettio riportano alla scena iniziale dell&#8217;incontro visivo tra Ida e Benito, e alla sua sfida a Dio, mentre il film si chiude con la testa di bronzo del Duce, che dopo l&#8217;8 Settembre 1943, scende lentamente all&#8217;interno di una pressa e viene schiacciata. La follia della Storia non \u00e8 equiparabile a quella patologica del malato mentale, e il concetto di \u201cnormalit\u00e0\u201d, attraverso il potere assume i contorni di un&#8217;ambiguit\u00e0 inquietante, anche in relazione all&#8217;euforia del 10 Giugno 1940: <i>\u00abL&#8217;Italia, proletaria e fascista, \u00e8 per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d&#8217;ordine \u00e8 una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa gi\u00e0 trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all&#8217;Oceano Indiano: VINCERE!&#8230; E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all&#8217;Italia, all&#8217;Europa, al mondo\u00bb<\/i>.<\/p>\n<p><i>Fabrizio Fogliato<\/i><\/font><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2012\/06\/Benito_Mussolini.jpg\" alt=\"\" title=\"Benito Mussolini\" width=\"620\" height=\"500\" class=\"aligncenter size-full wp-image-22511\" \/><\/p>\n<p><font face=\"Arial\" size=\"2\"><br \/>\n<br \/>\n<\/font><br \/>\n<font face=\"Arial\" size=\"3\"><br \/>\n<b>Vincere<\/b><\/font><\/font><font face=\"Arial\" size=\"2\"><br \/>\n<b>Regia, soggetto<\/b>: Marco Bellocchio<br \/>\n<b>Sceneggiatura<\/b>: Marco Bellocchio, Daniela Ceselli<br \/>\n<b>Fotografia<\/b>: Daniele Cipr\u00ec<br \/>\n<b>Montaggio<\/b>: Francesca Calvelli<br \/>\n<b>Effetti speciali<\/b>: Ghost SFX<br \/>\n<b>Musiche<\/b>: Carlo Crivelli<br \/>\n<b>Scenografia<\/b>: Marco Dentici<br \/>\n<b>Costumi<\/b>: Sergio Ballo<br \/>\n<b>Trucco<\/b>: Franco Corridoni, Patrizia Corridoni, Alberta Giuliani, Francesco Nardi<br \/>\n<b>Produttore<\/b>: Mario Gianani, coprodotto da Hengameh Panahi, Christian Baute<br \/>\n<b>Produttore esecutivo<\/b>: Olivia Sleiter<br \/>\n<b>Interpreti<\/b>: Giovanna Mezzogiorno (Ida Dalser), Filippo Timi (Benito Mussolini \/ Benito Albino Mussolini da adulto), Fausto Russo Alesi (Riccardo Paicher), Michela Cescon (Rachele Guidi), Pier Giorgio Bellocchio (Pietro Fedele), Corrado Invernizzi (Dottor Cappelletti), Paolo Pierobon (Giulio Bernardi), Bruno Cariello (Giudice), Francesca Picozza (Adelina Dalser), Simona Nobili (Madre Superiora), Vanessa Scalera (Suora Misericordiosa), Giovanna Mori (Tedesca), Patrizia Bettini (Cantante), Silvia Ferretti (Scarpette rosse), Corinne Castelli (Lacrime), Fabrizio Costella (Benito Albino Mussolini da bambino), Elena Presti (gallerista d&#8217;arte)<br \/>\n<b>Casa di produzione<\/b>: Rai Cinema, Offside Film, Celluloid Dreams, con il contributo del Ministero per i Beni e le Attivit\u00e0 Culturali ed il sostegno di Eurimages, in collaborazione con l&#8217;Istituto Luce e Sofica Soficinema 4<br \/>\n<b>Distribuzione<\/b>: 01 Distribution<br \/>\n<b>Paese<\/b>: Italia, Francia<br \/>\n<b>Anno<\/b>: 2009<br \/>\n<b>Durata<\/b>: 128&#8242;<\/font><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vincere regia di Marco Bellocchio (Italia-Francia\/2009) recensione a cura di Fabrizio Fogliato &gt; leggi la prima parte Idiosincrasia del sentimento Noi oggi conosciamo la vicenda de Il figlio \u201csegreto\u201d di Mussolini attraverso le lettere di Ida Dalser, la corrispondenza tra Arnaldo Mussolini e Riccardo Paicher, le missive di Giulio Bernardi e le comunicazioni cifrate della polizia segreta fascista. 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