{"id":25959,"date":"2013-01-22T15:06:28","date_gmt":"2013-01-22T14:06:28","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=25959"},"modified":"2013-01-29T15:20:21","modified_gmt":"2013-01-29T14:20:21","slug":"django-unchained-quentin-tarantino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=25959","title":{"rendered":"Django Unchained > Quentin Tarantino"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/django_01.jpg\" alt=\"\" title=\"Django Unchained - Quentin Tarantino\" width=\"620\" height=\"400\" class=\"aligncenter size-full wp-image-25960\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/django_01.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/django_01-300x193.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"5\"><b>MUMBO DJANGO<\/b><\/font><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><br \/>\n<i>Django Unchained<\/i> | Quentin Tarantino | USA\/2012<br \/>\nrecensione a cura di Leonardo Persia<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Non esiste purezza etnica o narrativa preservata. Tarantino ribadisce che il testo, risolto esclusivamente in altri testi, \u00e8 sempre sconfinato e sovrapposto, quanto il corpo e le \u00abrazze\u00bb. La vittima (<i>Kill Bill<\/i>), la donna (<i>Death Proof<\/i>), l\u2019ebreo (<i>Inglourious Basterds<\/i>) precedono ed eccedono il <i>nigger<\/i> dell\u2019instabile forma <i>essere e tempo<\/i> di <i>Django Unchained<\/i>, remake vendicativo, plurimo e <i>basterd<\/i> di ogni possibile cultura subalterna, denso di materiali e affetti, una compilation di ritornelli visivi, piattaforma mobile di musica\/segno dove il regista sbalordisce per la sua bravura di dee-jay archivista della memoria audio e video.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Quel nome nomade trans-formato, Django, ricomprende gi\u00e0 un destino esteso a <i>millepiani<\/i> virtuali in cui ognuno \u00e8 tanti. Il Jean detto dai Rom o il John di ebraica pronuncia, a designare la persona assai attesa, l\u2019eroe riscattante. Affine, non solo nominalmente, al pi\u00f9 <i>baadasssss<\/i> degli <i>orix\u00e1s<\/i> neri, Chang\u00f3\/Xang\u00f4 dio del fuoco e del fulmine, santabarbara ambulante di munizioni quali frecce, machete, ascia, lancia, daga. Il cowboy-spaghetti di Franco Nero (nero!) ne aveva per l\u2019appunto le stimmate. Fulmineo con la pistola, dove il musicista zingaro da cui aveva preso il nome risultava impareggiabilmente veloce con la chitarra. Nonostante le mani mutilate o maciullate, nonostante la diversit\u00e0 etnica (vale pure per l\u2019italiano precipitato in un <i>genere<\/i> americano). Per questo amato e giamaicanamente dub-bato dal Jimmy Cliff di <i>The Harder They Come<\/i>, asceso tra gli alieni di <i>Star Wars<\/i> (il cacciatore di taglie Jango Fett) e retrocesso nella storpiatura Z di uno <i>Shango, la pistola infallibile<\/i> o dello Shaniko di <i>Vendetta per vendetta<\/i> (di Mario Colucci). Tarantino amplifica ulteriormente le stratificazioni, ricollocando con un punto di vista <i>altro<\/i>, sub e decodificato, non soltanto il <i>plot<\/i>, la storia: nientemeno e soprattutto la Storia, il passato \u00abecstatico\u00bb di cui parlava Heidegger.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Anche il nuovo Django serve a porre in crisi il presente, ri-trasformandolo in futuro. \u00c8 l\u2019eroe franco, nero (Jamie Foxx), un semidivino <i>Hercules Unchained<\/i> (titolo USA di <i>Ercole e la Regina di Lidia<\/i>) all\u2019attacco della Fortezza Europa e Occidente, oggi riconsolidatasi come integerrimo sistema di potere ufficiale. Ben esemplificata dalla <i>white house<\/i> di Calvin Candie (Leonardo Di Caprio), sadico schiavista capitalista (i termini sono sinonimi), albergo simbolico di Elisa e <i>F\u00fcr Elise<\/i>, la dialettica dell\u2019illuminismo, i libri mal o mai letti e il <i>bon ton<\/i> assassino. Il luogo dov\u2019\u00e8 prigioniera Broomhilda (von Shaft!!!, Kerry Washington), replica non solo della figlia di Odino, rispetto alla quale Django riceve esplicitamente l\u2019investitura di novello Sigfrido, ma pure di una bella ragazza da saloon (nera) di un altro western corbucciano, <i>Gli specialisti<\/i>. Lo stesso film francese (con Johnny Halliday e Fran\u00e7oise Fabian) da cui proviene anche Sheba, presente nella lussuosa stanza Giulio Cesare, fascistizzato e francesizzato luogo infernale di combattimenti mandingo (uno dei <i>fighters<\/i> si chiama Big Fred, come la superstar Fred Williamson).<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Django vi accede nel ruolo, fra i tanti, di Charlie il guercio, omaggio a Richard \u00abShaft\u00bb Roundtree del film <i>Charley One-Eye<\/i>. Qui tutta una serie di associazioni di idee esplicano il metodo Tarantino (o anche, perch\u00e9 no?, godardiano) fatto di \u00abcarta e non calco\u00bb deleuze-guattariano. Ovvero macchina astratta di \u00abdecomposizioni strutturali interne, non sostanzialmente differente da una ricerca delle radici\u00bb. Radici, certo. Dello sradicamento, per assurdo, in questo caso. <i>Roots<\/i>. Il film parla la lingua nera del <i>Black Atlantic<\/i>, sembra proprio un rituale mandingo <i>mumbo jumbo<\/i>, apparente nonsense di scivolose riconfigurazioni. Sconfessa l\u2019univocit\u00e0, introduce alla politica del fluido. Nella stanza simbolica vi convivono lingua francese (mal parlata o non compresa) e L\u00e9onide Moguy (il regista della bont\u00e0 e dei valori alti d\u2019Europa), antico Egitto e antica Roma. Anche Franco Nero e il suo valletto Umberto (Lenzi?).<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Sono le stazioni di una serie di erculee fatiche in divenire, dentro le quali aberrazione e resurrezione vanno di pari passo. Django \u00e8 il brutale <i>black buck<\/i> della tradizione sudista americana che la blaxploitation fece diventare il <i>superbad mutha<\/i>, fantasma ritornante vendicatore. Ricollocato nel passato da cui origin\u00f2 (Texas, 1858), riscritto con la consapevolezza geologica del divenire storico, e perturbato a partire dal concetto di <i>storia come finzione<\/i> (cfr. Marc Ferro). Corpo dove il vintage \u201870 passa per la deterritorializzazione e destratificazione <i>hip hop<\/i>, un campionamento continuo di rivendicazioni senza confini. Al fianco dell\u2019eroe, un comprimario bianco a mo\u2019 di tradizione letteraria americana (Twain, Caldwell, Faulkner, ma pure <i>48 ore<\/i> o <i>Arma letale<\/i>, la parodia Richard Pryor &amp; Gene Wilder). King Schultz (Christoph Waltz) \u00e8 il raffinato bounty killer tedesco, between Usa e Europa, giustizia e crudelt\u00e0, civilt\u00e0 e barbarie, il rovescio radicale ma non troppo (ossimoro?) del nazista di <i>Bastardi senza gloria<\/i>, a sua volta rovescio di mille altre cose, trasgressiva metamorfosi di un\u2019ortodossia narrativa storica. <i>Django Unchained<\/i> riscrive, tra i tanti, <i>Sentieri selvaggi<\/i> dove l\u2019eroe va a riprendere la donna rapita dai selvaggi (non gli indiani, i bianchi). Il fondamentalismo appartiene infatti alla civilt\u00e0. A quel KKK beffeggiato in stile Mel Brooks. Allo stesso Quentin che, in un ruolo <i>white trash<\/i>, sceglie, sia pure per interposto eroe, di farsi saltare in aria.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/django_02.jpg\" alt=\"\" title=\"Django Unchained - Quentin Tarantino\" width=\"620\" height=\"436\" class=\"aligncenter size-full wp-image-25961\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/django_02.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/django_02-300x210.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Tarantino aspira e moltiplica, concatena. Il tedesco spunta <i>in the dark<\/i> col suo carretto fantasma di dentista ambulante (<i>Greed<\/i> di Stroheim? Film sul denaro\/cancro, con svolta western finale), trainato da un cavallo Fritz (Lang?) in un bosco dal fascino <i>voodoo<\/i>, anticamera di una trasformazione e di un simbolo di trasformazione. Sottrae Django al ruolo di schiavo, condiviso con altri quattro neri, proponendogli, affrancandolo, di diventare socio in affari. L\u2019uomo potrebbe individuare i fratelli Brittle, suoi crudeli schiavisti, <i>illegal and wanted<\/i>, gran bottino per King. Cotti e mangiati, cio\u00e8 immediatamente snidati e fatti fuori. Una <i>quest<\/i> sufficiente per un film intero, bruciata in una premessa di nemmeno venti minuti dove sfilano gi\u00e0 milioni di citazioni, la vera trama.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Il personaggio del tedesco \u00e8 ispirato al John King (Richard Harrison) di <i>Lo chiamavano King<\/i>, richiamato in musica del medesimo Luis Bacalov del tema di <i>Django<\/i> cantato da Rocky Roberts. Il <i>plot<\/i> schiavista proviene pi\u00f9 dal tardo <i>Django 2<\/i> di Rossati che non dal prototipo di Sergio Corbucci. Da quest\u2019ultimo, per\u00f2, uguale musica (<i>La corsa<\/i>) e uguale scena\/incipit, con Django a sorprendere dei cattivi mentre frustano una donna. Uno dei fratelli banditi, che sevizia citando la Bibbia, viene ucciso da un proiettile che trapassa il libro sacro (proteggeva invece in <i>Requiescant<\/i> di Lizzani e nell\u2019hitchcockiano <i>Il club dei 39<\/i>). Sono ammiccanti punti di partenza, tracce che spalancano abissi di insubordinazione temporale, un linguaggio sospeso nella spirale <i>Vertigo<\/i> del tempo, proprio alla Chris Marker. Non sterile gioco citazionista, piuttosto la densit\u00e0 e la discontinuit\u00e0 critica dell\u2019immagine-movimento di cui parlava Deleuze.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Attraverso la quale si dirama un\u2019amplificazione politica di concetti. Django nero procede attraverso un\u2019educazione\/abiezione, in una crescita parallela al suo cadere in basso (alto). King gli insegna parole, parabole, paradossi e orrori (l\u2019uccisione di un bandito davanti al figlio), lo immette in una societ\u00e0 gi\u00e0 dello spettacolo, facendogli (s)coprire diversi ruoli in ascesa sociale (corrispondenti a una progressiva abiezione morale), gli d\u00e0 l\u2019identit\u00e0, il nome (e parte <i>I Got a Name<\/i> di Jim Croce). Da schiavo a fasullo valletto, da finto esperto di lottatori mandingo a rivoltante <i>Freeman<\/i> nero schiavista al cospetto del pi\u00f9 lurido e untuoso zio Tom mai visto sullo schermo (un grandioso Samuel Jackson, imbiancato nei capelli e nelle sopracciglia, su modello del primo demoniaco <i>house<\/i> <i>nigger<\/i> cinematografico, quello di <i><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=14765\">Within Our Gates<\/a><\/i>, a firma nera di Oscar Micheaux). Alto \u00e8 basso e basso \u00e8 alto. Oppure solo chi cade pu\u00f2 risorgere. Nella cultura bianca e in quella afro. Siamo nell\u2019Atlantico nero, due sono uno e uno \u00e8 due (e pi\u00f9\u2026).<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">La possessione del dio, che nei riti <i>voodoo<\/i> cavalca il devoto, come Django il cavallo, sbalordendo tutti, tra le capre, a Daughtrey, Texas (<i>score<\/i> morriconiano da <i>Gli avvoltoi hanno fame<\/i>), \u00e8 proprio il ridimensionamento in vista del riscatto. Laddove il cavallo incarna il sub-umano, la bestia in noi (cfr. Jung) la capra raffigura il principio maschile risorgente, la futura cornucopia, segno di anima purificata, <i>soul<\/i>. Il punto di comunicazione tra gli opposti \u00e8 proprio la croce, immagine emblema del primo Django e di quasi tutto il cattolicissimo spaghetti western (presente di nuovo nel <i>Sukiyaki Western Django<\/i> di Miike Takashi). Ora non c\u2019\u00e8. Se non virtualizzata quale espiazione in vista dell\u2019<i>ascension<\/i> o, meglio, come <i>crossroad<\/i>, punto di incontro tra gli opposti, alla base di quasi tutta l\u2019estetica nera. Diversi registi bianchi hanno saputo aderirvi. L\u2019Eastwood di <i>Mezzanotte nel giardino del bene e del male<\/i>, il Demme di <i>Beloved<\/i>, il John Sayles di <i>Honeydripper<\/i>, film che sanciscono il riconoscimento dell\u2019 \u00abesistenza simultanea\u00bb (parole di Amiri Baraka). E adesso Quentin Tarantino, nel privilegiare i punti di passaggio.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">A conti fatti, il suo Django si ritrova sempre dinanzi a una nuova <i>porta<\/i>. Ingressi di citt\u00e0, di case, ingressi di nuovi ruoli. Esprime il segno di frattura tra schiavisti e antischiavisti, vittima e carnefice, legge e trasgressione (quello sceriffo\/bandito, quella libert\u00e0 e quei soldi conseguenti all\u2019uccidere\u2026). Incontra, nel modo della mitologia <i>peul<\/i>, le varie persone della sua persona, le potenzialit\u00e0 positive o negative che sonnecchiano dentro di s\u00e9. E ci\u00f2 implica una scelta morale. Morale \u00e8 soprattutto l\u2019autore del film, stra-pulp nelle scene simboliche di genere (Django sterminatore di un\u2019infinit\u00e0 di tutti, al pari di Jim Brown in <i><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=21547\">Slaughter\u2019s Big Rip-Off<\/a><\/i>), eppur pudico quando l\u2019orrore risulta vero (i cani che sbranano D\u2019Artagnan, la scena pi\u00f9 forte, messa fuoricampo o quasi, ripetizione straniata e agghiacciante della scena dell\u2019orecchio reciso nel primo Django, gi\u00e0 duplicata ne <i>Le iene<\/i>). I primissimi piani leoniani degli occhi sono il contrappunto di resistenza a tanto orrore agito, la premessa a un nuovo umano sguardo. Tarantino fa la cosa giusta, proprio come il suo Django. Checch\u00e9 dica o pensi Spike Lee. \u2022<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><i>Leonardo Persia<\/i><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/django_03.jpg\" alt=\"\" title=\"Django Unchained - Quentin Tarantino\" width=\"620\" height=\"413\" class=\"aligncenter size-full wp-image-25962\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/django_03.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/django_03-300x199.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"4\"><b>Django Unchained<\/b><\/font><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><br \/>\n<b>Regia, sceneggiatura<\/b>: Quentin Tarantino<br \/>\n<b>Fotografia<\/b>: Robert Richardson<br \/>\n<b>Montaggio<\/b>: Fred Raskin<br \/>\n<b>Costumi<\/b>: Sharen Davis<br \/>\n<b>Scenografie<\/b>: J. Michael Riva<br \/>\n<b>Casting<\/b>: Victoria Thomas<br \/>\n<b>Effetti speciali<\/b>: Rhythm and Hues<br \/>\n<b>Produttori<\/b>: Stacey Sher, Reginald Hudlin e Pilar Savone<br \/>\n<b>Produttori esecutivi<\/b>: Bob Weinstein, Harvey Weinstein, Michael Shamberg, Shannon McIntosh e James W. Skotchdopole<br \/>\n<b>Interpreti<\/b>: Jamie Foxx (Django), Christoph Waltz (Dr. King Schultz), Leonardo DiCaprio (Calvin Candie), Kerry Washington (Broomhilda), Samuel L. Jackson (Stephen), Walton Goggins (Billy Crash), Dennis Christopher (Leonide Moguy), James Remar (Butch Pooch\/Ace Speck), David Steen (Mr. Stonesipher), Dana Michelle Gourrier (Cora\/Dana Gourrier), Nichole Galicia (Sheba), Laura Cayouette (Lara Lee Candie-Fitzwilly), Ato Essandoh (D&#8217;Artagnan), Sammi Rotibi (Rodney), Franco Nero<br \/>\n<b>Produzione<\/b>: The Weinstein Company, Columbia Pictures, Brown 26 Productions, Double Feature Films, Super Cool Man Shoe Too, Too Super Cool ManChu<br \/>\n<b>Suono<\/b>: SDDS, Datasat, Dolby Digital<br \/>\n<b>Rapporto<\/b>: 2.35:1<br \/>\n<b>Camera<\/b>: Panavision Panaflex Millennium XL2, Panavision Primo, E-Series, ATZ and AWZ2 Lenses<br \/>\n<b>Laboratori<\/b>: DeLuxe (Hollywood, USA), EFILM Digital Laboratories (Hollywood, USA &#8211; digital intermediate)<br \/>\n<b>Negativo<\/b>: 35 mm (Kodak Vision3 200T 5213, Vision3 500T 5219, Ektachrome 100D 5285)<br \/>\n<b>Processo fotografico<\/b>: Digital Intermediate (4K &#8211; master), Panavision (anamorfico &#8211; source format)<br \/>\n<b>Formato di proiezione<\/b>: 35 mm (Kodak Vision 2383), D-Cinema<br \/>\n<b>Lingua<\/b>: inglese, tedesco, francese<br \/>\n<b>Paese<\/b>: USA<br \/>\n<b>Anno<\/b>: 2012<br \/>\n<b>Durata<\/b>: 165&#8242;<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<hr>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" border=\"0\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2011\/01\/Quentin_Tarantino.jpg\" width=\"620\" height=\"550\"><\/p>\n<p><i><font face=\"Georgia\">Tarantino, crediamo inevitabilmente,<br \/>\n\u00e8 il regista del quale con pi\u00f9 scioltezza ci troviamo a \u2018dire\u2019;<br \/>\nprobabilmente \u00e8 una questione anagrafica,<br \/>\nsenz\u2019altro una conseguenza del fatto che lo abbiamo visto crescere,<br \/>\nletteralmente, \u201cdavanti ai nostri occhi\u201d.<\/font><\/i><\/p>\n<p><b><font face=\"Georgia\"><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=11854\">speciale QUENTIN TARANTINO<\/a><\/font><\/b><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>MUMBO DJANGO Django Unchained | Quentin Tarantino | USA\/2012 recensione a cura di Leonardo Persia Non esiste purezza etnica o narrativa preservata. 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