{"id":27171,"date":"2013-03-30T03:50:40","date_gmt":"2013-03-30T02:50:40","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=27171"},"modified":"2013-03-30T03:51:29","modified_gmt":"2013-03-30T02:51:29","slug":"trieste-film-festival-2013-flusso-di-coscienza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=27171","title":{"rendered":"Trieste Film Festival 2013 \/\/ Flusso di coscienza"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/03\/tff.jpg\" alt=\"\" title=\"Trieste Film Festival\" width=\"620\" height=\"400\" class=\"aligncenter size-full wp-image-27172\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/03\/tff.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/03\/tff-300x193.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\"><b><font style=\"font-size: 16pt\">Flusso di coscienza triestino<\/font><\/b><br \/>\nXXIV Trieste Film Festival &#8211; 17\/23 gennaio 2013<br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.triestefilmfestival.it\"><font size=\"2\">www.triestefilmfestival.it<\/font><\/a><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">a (s)cura di Francesco Selvi<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><i><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Quello che segue \u00e8 il resoconto del flusso di (in)coscienza di Francesco Selvi all&#8217;interno delle immagini in movimento della 24esima edizione del <a href=\"http:\/\/www.triestefilmfestival.it\/\">Trieste Film Festival<\/a>, un festival che negli anni ha saputo costruirsi un\u2019identit\u00e0 ben precisa, costituendo \u2013 di fatto \u2013 un avamposto della visione sulle cinematografie dell\u2019Europa centro orientale (dell\u2019Est) davvero unico nel panorama italiano ed europeo. Un\u2019attenzione costante al presente ma pure al passato, con retrospettive e &quot;recuperi&quot;, mai fuori tempo massimo. L\u2019integrazione al suo interno del <a href=\"http:\/\/www.triestefilmfestival.it\/presentazione-2\/\">Premio Corso Salani <\/a>&nbsp;(III edizone) e del meeting internazionale di coproduzione <a href=\"http:\/\/www.wemw.it\/\">When East Meets West<\/a> (II edizione) lo rendono un appuntamento davvero prezioso per cinefili e professionisti &#8211; &quot;croccante&quot; direbbe Philippe Daverio. [<a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=19274\">edizione 2012<\/a> &#8211; <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=12302\">edizione 2011<\/a>]<\/font><\/i><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\" align=\"center\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">+ + +<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Cosa mi spinge verso Trieste? Cosa mi muove in infiniti e interminabili viaggi in treno, cambi di binario, cambi di umore, cambi di tempo, cambi di compagni di viaggio, cambi di temperatura\u2026? C\u2019\u00e8 da chiederselo, o almeno io me lo chiedo, essendo non del tutto indifferente a me stesso quello che combino! Non completamente, poich\u00e9 in parte\u2026 mi curo poco, mi dimentico\u2026 lascio perdere me stesso, ma solo in parte, poich\u00e9 una minima percentuale di me ancora si interessa\u2026 Ma che star\u00e0 facendo questo corpo panzuto che mi delimita? Ma perch\u00e9 si inoltra ancora in terre quasi straniere dove lo accoglier\u00e0 un freddo al limite della sopportazione? e mica solo atmosferico\u2026 freddo di sguardi, freddo di anime che a fatica si accorgono le une delle altre, presenze delimitate in se stesse\u2026 insomma, c\u2019\u00e8 da chiederselo! Beh, mica ho trovato una risposta, ma forse tanti frammenti che sommati fanno intravedere una plausibilit\u00e0\u2026 il cinema esteuropeo\u2026 la vacanza ad alto tasso epatico\u2026 queste sciatte paroline\u2026 i vicoli inerpicati sulla collina\u2026 la rocca che da lass\u00f9 ti guarda e ti schiaccia\u2026 una visita alla risiera di San Sabba\u2026 una ragione esplosa che diventa miriade di piccoli motivi e motivetti quasi da fischiettare allegramente! Beh, poi soprattutto il fatto che quest\u2019anno ho dato un calcio alla solitudine, niente microcamere con letto singolo e tendina tirata, niente silenzi opprimenti, niente arredi orrendi da Ikea di serie B\u2026 e dire che speravo che il Rippa e il Galbiati mi mandassero per lo meno in un bel 4 stelle\u2026 illuso! Beh, la provvidenza in realt\u00e0 mi ha tenuto in serbo di meglio, la provvidenza quest\u2019anno parlava toscano e indossava calze a righe multicolori, mi portava sino all\u2019ex ospedale psichiatrico reso glorioso dalle gesta basagliesche, mi coccolava con meravigliosa marmellata di more selvatiche! I ragazzi di <b><a href=\"http:\/\/www.cortomobile.it\">corto mobile<\/a><\/b> hanno avuto l\u2019onere e il poco onore di ospitarmi nella loro nuova casetta \u2013 avventura triestina alla quale faccio un grosso in bocca al lupo! Ah, stanno tentando di mettere su strada un vecchio camper per trasformarlo nel primo cinekamper in cui fare visioni ai quattro angoli del globo, proiettando anche in pellicola: diamogli una mano! Beh, giunge il 17, gioved\u00ec, fa un freddo notevole e le orecchie sono gi\u00e0 croccanti quando arrivo alla sala tripcovich, nuova struttura data al <a href=\"http:\/\/www.triestefilmfestival.it\/\">Trieste Film Festival<\/a>, si sente gi\u00e0 da fuori che l\u2019occasione sfiora il mondanino, il mondanetto: un etto di mondano! Ma perch\u00e9 poi? Perch\u00e9 sembra una prima a teatro? Perch\u00e9 si aggirano vecchiette in pellicciotto? Perch\u00e9 la sala, vicino all\u2019enorme, straripa di gente che quasi non trova modo di sedersi? Ah ecco\u2026 vedo che fra le persone si muove veloce una tappetta\u2026 mi pare di averla gi\u00e0 vista da altre parti, il viso \u00e8 noto, prendo il catalogo del festival, lo apro, scruto\u2026 Elisabetta Sgarbi! Ah, ecco svelato l\u2019arcano, ecco\u2026 forse credono che da un momento all\u2019altro comparir\u00e0 l\u2019efferato fratello, elegantissimo ma nonostante questo sempre dispensante capre e caprette a tutti\u2026 sperano invano! C\u2019\u00e8 aria di malcontento, il critichetto non si vede, presente solo la sorella che per\u00f2 si \u00e8 fatta dare manforte da qualche altra gloria delle umane lettere\u2026 ne scorgo una: ha il viso tondo, capelli corti, occhiali da suora laica, gi\u00e0 tremo, dove mi porter\u00e0 il cuore stasera? Ad un bell\u2019infartino? Beh, sicuramente no, dato che il film della Sgarbi non \u00e8 nient\u2019altro che una docufiction venuta male, accozzaglia di opinioni su una citt\u00e0 che tira alla facile commozione ma che non riesce nemmeno in questo, nonostante l\u2019illustre (e stavolta per davvero) presenza di Pahor, arzillo nonostante i cent\u2019anni, dell\u2019altro centenario triestino Gillo Dorfles, nonostante la voce dell\u2019ubiquo Toni Servillo, insomma, nonostante tutto, il film non funziona\u2026 come da copione scroscio di applausi, interminabili! Beh, purtroppo in ognuno di noi c\u2019\u00e8 un copione insito, sottopelle, come il microchip del cane, che talvolta (parola di veterinario) si sposta dalla sede per perdersi nel connettivo del bau e chiss\u00e0 dov\u2019\u00e8 chiss\u00e0 dov\u2019\u00e8\u2026 beh, insomma, come da copione gli altri applaudono ed io, come da copione mio, mi alzo e me ne vado! Come potersi sbarazzare del proprio copione e riuscire cos\u00ec in una continua improvvisazione di punti di vista, emozioni, modi di fare, dire, baciare, lettera e testamento? non so, se qualcuno ha indicazioni valide faccia un fischio! Mi perdo per Trieste, prendo al volo un tram che si inerpica su su su verso il blu profondo e verso la cameretta piena di tepore. Il mattino dopo si va a fare colazione all\u2019ex ospedale psichiatrico, che omaggia il cinema col nome \u201cil posto delle fragole\u201d. Ma tutti i vari psichiatrici dove sono finiti dopo che i manicomi hanno chiuso i battenti? Sembrerebbe che non si son spostati di una virgola, dato che la mattinata \u00e8 una continua carrellata di personaggi che avrebbero mandato in solluchero Cipr\u00ec e Maresco\u2026 altro che cinema!!! Beh, mi do ad una camminata folle sino al centro citt\u00e0, passando fra l\u2019altro dall\u2019universit\u00e0, mastodontica nei rimembri del fascio! Partono i primi piatti forti della cucina friulana, si va gi\u00f9 duro con la jota, il cotto arrosto nel pane col Kren, il baccal\u00e0 mantecato, il tutto innaffiato da ampie dosi di friulano, che un anziano signore sostiene chiamarsi ancora tocai\u2026 gli do ragione, perch\u00e9 ho come l\u2019impressione che sarebbe capace di scuoiare se messo in discussione! Bere \u00e8 roba seria, mica da riderci su! Peccato che poi si arrivi a carpire discussioni come quella fra due signori, carini carini con un piatto di jota e due cucchiai nello stesso piatto, che fra una sorsata e l\u2019altra \u00abE ti? come stai? \u00bb, \u00abBene bene, me son taj\u00e0 via un pezetin de prostata, \u00e8 andata una beleza, mica mona come qui a Trieste che ancora tajano\u2026 Udine se schersa poco, si va col laser, mica mona come qui a Trieste, roba da fantasiensa, a la salute\u2026\u00bb. Affinare lo sguardo, affinare i sensi e soprattutto l\u2019udito, ogni giorno se lo si scandaglia per bene \u00e8 pieno di gemme, soprattutto qui a Trieste dove il vino scorre a fiumi e a volte riesce a slegare la lingua\u2026 da morir dal ridere insomma. Mi fiondo in sala tripcovich con la speranza che la jota (micidiale minestra di cavolo e fagioli) non si riproponga e non mi faccia dormire come un anziano, partono le visioni con <b>Dokumentalists<\/b> della coppia lettone <b>Ivars Zviedris e Inese Klava<\/b>. Come da titolo, si tratta di un documentario, in cui si narra la vita ai margini della societ\u00e0 di Inta, donna brusca e dai modi rudi che abita all\u2019interno di un bosco delimitato da una palude misteriosa e affascinante per quanto inospitale. Non vi \u00e8 una vera storia da narrare o dei fatti da mostrare, semplicemente i registi hanno voluto riprendere la vita limite di Inta, che col suo carattere ha poi dato il vero spunto narrativo:non trattenendo mai quello che pensa e dicendo tutto fuori dai denti, la donna trae conclusioni interessanti anche sul lavoro del documentarista, ponendo dubbi perfino se far uscire o meno il film\u2026Inese Klava spiega infatti \u00abnel guardare il girato abbiamo avuto lunghe discussioni se andare avanti o meno col film. Perch\u00e9 filmare, trarne un piacere e mostrare al pubblico questa donna? E poi ci siamo resi conto che il film non avrebbe parlato solo di lei, ma anche di noi, del rapporto che c\u2019\u00e8 fra noi registi e i personaggi dei nostri film. Inta, in questo senso, \u00e8 stata di grande aiuto:un\u2019eroina che vive secondo le leggi della natura, esprime senza freni ci\u00f2 che pensa emette in luce in modo incredibile i lati oscuri della nostra professione\u00bb.<i> <\/i>Il cuore di Inta, che appare di ghiaccio inizialmente, pian piano si scalda e Ivars riesce a farsi spazio fra l\u2019intimit\u00e0 della donna, che crede di avere finalmente qualcuno, un amico, che possa aver cura di lei, che si preoccupi della sua salute, che le stia vicino in quella natura ostile. Ma una volta terminate le riprese la donna scopre che il nuovo amico non ha pi\u00f9 bisogno di andare a trovarla\u2026sicuramente troppo lungo poich\u00e9 molto ripetitivo, riesce per\u00f2 a stillare il dubbio, fino a quando \u00e8 plausibile e giusto entrare cos\u00ec prepotentemente in una vita come quando viene ripresa? Un plauso alla natura, che non fa nient\u2019altro che mostrarsi come \u00e8: indoma, selvaggia, terribile e meravigliosa. Breve pausetta, blablabla caramellati, fernettino, vodkino, gingerino, fai una giravolta falla un\u2019altra volta, capriole, calembour, dartagnan, fischi e mazzi e si riprende, stavolta col primo lungometraggio in concorso, <b><span style=\"color:black\">What is love<\/span><\/b> dell\u2019austriaca <b>Ruth Mader<\/b>. Cinque storie di persone normali, dove normalit\u00e0 fa rima con banalit\u00e0, lavoro lavoro lavoro e poco svago, niente interessi oltre alla carretta da tirare avanti, silenzi inscalfibili che deteriorano ogni giorno i rapporti, colonna musicale per esistenze insopportabili colmate di quella \u2018normalit\u00e0\u2019 che a volte tutti cerchiamo per noi stessi, e una volta trovata rimpiangiamo l\u2019anomalo, l\u2019anormale che tanto ci aveva fatto penare. Cinque spaccati dell\u2019Europa, cinque studi antropologici da far accapponare la pelle. In definitiva il film \u00e8 lento, poco ritmato, banale\u2026ma in fondo la vita dei protagonisti questo \u00e8 e nient\u2019altro, un mare magnum di triste e ripetitiva banalit\u00e0\u2026al che mi son fatto delle domande anche sulla mia di vita, scandita da ritmi come orologi a cuc\u00f9 precisissimi, ripetitiva, forse poco interessante\u2026per fortuna la paturnia \u00e8 durata poco, complice il fernet a fine proiezione. Sia la volta ancora dei documentari: <b>Made in Albania<\/b> di <b>Stefania Casini<\/b> \u00e8 uno spaccato dell\u2019Albania dei giorni nostri attraverso gli occhi di giovani albanesi e di un salentino, Vito, a cui viene rubata la moto e quindi parte per l\u2019Albania dove \u00e8 sicuro di riuscire a ritrovarla, colmo di pregiudizi e di simpatica italiana ignoranza, Bora invece \u00e8 tornata in Albania dopo aver viaggiato all\u2019estero ed aver studiato come architetto a Barcellona ed infine di Rubin, che aveva condotto le battaglie di lotta al potere nel movimento del Mjaft insieme a Bora ed ora si \u00e8 dato invece al risveglio culturale della propria generazione facendo il dj in un emittente roots reggae e organizzando mostre in una galleria derivata da un vecchio vagone treno. I tre partono, ognuno per la sua strada, alla ricerca dell\u2019Albania, di un\u2019idea di questo stato cos\u00ec ambiguo e misconosciuto agli albanesi stessi. Vito da bravo guaglione va alla ricerca della moto, come trovare un ago in un pagliaio\u2026come scusa per mandare un italiano in Albania non \u00e8 proprio il massimo, anzi, ci fa sembrare ancora pi\u00f9 coglioni di quanto gi\u00e0 non siamo\u2026e non \u00e8 poco! Pian piano anche la sua zuccotta capir\u00e0 l\u2019impossibilit\u00e0 e l\u2019idiozia del proprio obiettivo e il nostro comincer\u00e0 a vagare in Albania mosso da curiosit\u00e0, cos\u00ec come Bora andr\u00e0 alla ricerca delle proprie origini e Rubin pure\u2026 in tal modo ci mostrano uno spaccato di uno stato che \u00e8 passato direttamente dal medioevo alla connessione wireless, dove ancora ci sono parti del paese in cui a malapena si sa che il comunismo \u00e8 finito, basta, kaputt, parti del paese dove esiste una vera e propria corsa all\u2019oro che si chiama lavoro, sorta di eldorado sperso fra le montagne contornate da capre. Interessante, soprattutto per noi italiani, che ci scopriamo sempre pi\u00f9 accomunati coi nostri cugini dall\u2019altra parte del mare, non fosse per il garbo che ancora gli albanesi di questo documentario mostrano, la timidezza, la riservatezza\u2026 tutte cose da noi ormai perse da un pezzo, tutto triturato dalla boria del compracompracompraacquistareacquistareacquistare, come dimostra il buon Vito, che entra in casa di questi minatori con una simpatica irruenza che fa rima con minchioneria tutta pacche sulle spalle e viva l\u2019italia e siamo tutti compagni in questa valle di lacrime potrei avere un altro piatto di pasta? Beh, in definitiva un buon documentario con alcune pecche, non imprescindibile anche se si fa vedere volentieri. Si esce dalla sala tripcovich abbracciati dalla bora, urge un cappello, che chiaramente da bravo mona non ho, scorgo un negozio chiamato avventura, wow, mi ci butto\u2026ne esco dopo pochi minuti con un berretto stile steve zizou\/jacques cousteau\u2026.rosso\u2026tonno insuperabile, cento per cento di bont\u00e0, in olio d\u2019oliva! Le orecchie finalmente son salve, la fronte pure, dato che col gran freddo talvolta si congelano anche i neuroni frontali, rendendo poi possibili comportamenti al di fuori del bon ton\u2026e finalmente! A lato di avventura sta un buffet fra i pi\u00f9 vecchi di trieste, da Giovanni\u2026parte un panino col cotto al forno nel pane e Kr\u00e8n, mi pare di sognare, dapprima arriva in gola la morbida bont\u00e0 del prosciutto cotto, tenerissimo e dolce, poi si dipana in un secondo momento un sentore acre, pungente, si trema, si comincia a piangere invocando la madonna e fra martino scampanato, il naso si apre, invasione barbarica che apre la linea maginot di naso e gola, i bronchi si dilatano, il Kren irrompe con prepotenza ed esplode in tutta la sua violenta bont\u00e0, il rafano come salvezza del mondo\u2026beh, non esageriamo, diciamo che col suo allure a met\u00e0 fra spezia e caramella victor\u2019s il kren \u00e8 benefico per polmoni e bronchi grazie al suo effetto balsamico!!! Ma io mi chiedo come mai Raspelli non mi chiami come braccio destro per i suoi arrembaggi enogastronomici, mondo ingrato! Si torna in sala tripcovich lievi e soavi, mi aspettano due lungometraggi in concorso, <b>Avanti<\/b> di <b>Emmanuelle Antille<\/b> e <b>Klip<\/b> di <b>Maja Milos<\/b>. <i>Avanti <\/i>\u00e8 il primo film dell\u2019artista visiva Antille, che ha esposto sue opere intuttoilmondo ed ha rappresentato la Svizzera alla biennale veneziana nel 2003. Lea \u00e8 una ragazza problematica, vive i suoi 28 anni proiettata solo nel passato, poich\u00e9 la situazione famigliare non gli rende possibile vedere un futuro. La madre Suzanne \u00e8 ospite di una casa di cura per malattie mentali (e non se ne capisce mai bene il motivo), dove il padre la obbliga a risiedere, contro il parere della figlia. Lea si ritrova quindi ad odiare il padre (mentre come \u00e8 noto la figlia ha sempre un legame di amore col padre essendo il primo uomo, l\u2019amato!) ed a vivere soltanto di riflesso la madre, grazie a vecchi filmini girati in super8. Lea non vive direttamente le cose, le filma e poi le rivede a casa fra le 4 mura che tutto consentono, anche finalmente di piangere lacrime su quel viso duro e tagliente. Durante un fine settimana quando Suzanne viene fatta uscire dalla clinica per far visita al marito, Lea contro il parere di tutti porta la madre nella vecchia casa di campagna, dove i ricordi risvegliano emozioni profonde e nascoste in Suzanne, una brava Hanna Schygulla. Lea filma, filma tutto per soddisfare questa mancanza continua di vita, che sente scorrergli fra le dita, mentre la madre si mette vestiti, si prova velette e si mostra davanti alla telecamera con fare divertito ed anche un po\u2019 (giustamente) ebete! E\u2019 il momento di rientrare, Lea per\u00f2 non ci sta, inversione ad U e via, come due Thelma e Louise ripassate in padella le due partono alla ricerca di un rapporto lontano dalle pressioni della famiglia, lontano dal padre che osservascrutaindaga, lontano dalla casa di cura. Finalmente libere di mostrarsi come realmente sono le due trovano un equilibrio fatto da gesti spontanei e inconsueti, piccole pazzie e parole in libert\u00e0. Arrivate in un locale notturno dove la madre andava da giovane a ballare le cose iniziano a incrinarsi: Suzanne si scrosta di dosso ogni atteggiamento compiacente, fa ci\u00f2 che vuole, balla con diversi uomini ubriacandosi sotto agli occhi increduli della figlia, finalmente d\u00e0 un calcio alla rappresentazione &nbsp;di madre che tutti hanno di lei e si mostra libera, intraprendente, distesa. Lea a questo punto non riconosce la madre, quella madre il cui rapporto tanto \u00e8 andata a cercare&#8230; <i>Avanti<\/i> ci pone di fronte un rapporto che \u00e8 sempre ambiguo, complesso, difficile, e cio\u00e8 il rapporto madre-figlia, oltretutto minato da altre difficolt\u00e0 per la malattia di Suzanne, ponendo anche il dubbio su quale sia il modo giusto di trattare i propri cari in caso di malattie gravi come Alzheimer o demenze\u2026oggi basta un attimo, basta un poco di zucchero e la pillola va gi\u00f9, alza la cornetta mondial casa ti aspetta, suona la porta e gi\u00e0 si affaccia una bionda badante, il vecchio \u00e8 a posto, la madre \u00e8 a posto, il padre \u00e8&nbsp; posto, la zia lo zio o anche il fratello\u2026non sono sicuro sia la via pi\u00f9 giusta, come un grande film di quest\u2019anno ci ha mostrato, Amour di Haneke\u2026 forse in questo enorme scollamento che \u00e8 oggi la famiglia \u00e8 sicuramente la via pi\u00f9 semplice e la meno traumatica per tutti, tutti o quasi\u2026ho appena il tempo di notare brava maestrina di fianco a me che scrive scrive scrive, ma che scriver\u00e0? Allungo l\u2019occhio, mi fulmina, mi sento colpevole anche se non so bene di che, apro la bocca per dire una stronzata qualsiasi e le luci si spengono: tempismo perfetto!!!! <b>Klip <\/b>di <b>Maja Milos<\/b> \u00e8 un film che devo dire subito mi ha scosso\u2026 si lo so, Larry Clark ha fatto <i>Kids<\/i> ormai qualche annetto fa, che i giovincelli siano dediti ad ogni sballo pur di avere un\u2019identit\u00e0 e blablabla\u2026 ma vedere, vedere tutto sbattuto in faccia in maniera cruda, beh, \u00e8 un\u2019altra cosa davvero! Questo la Milos lo fa benissimo, dimostrando grande maestria nell\u2019utilizzo del mezzo filmico, con la violenza di primi piani inequivocabili (ma che \u00e8, un palo?), con la vorticosit\u00e0 dei movimenti, con un occhio che taglia come un bisturi e sa dove colpire, chirurgico nel disegnare psicologie e drammi interiori dei personaggi. Jasna \u00e8 una ragazza come tante, scuola con poca voglia, si pensa ad altro, gli uomini i cavalier l\u2019armi gli amori\u2026 il padre della ragazza soffre di una malattia cronica, presenza funerea in casa che richiede silenzio, compassione, piet\u00e0, tutte cose che la madre di Jasna dispensa al marito chiedendone una parte anche alla ragazza,sorda ad ogni richiesta di aiuto. Arrabbiata e scocciata dalla situazione famigliare Jasna sogna, sogna l\u2019amore di Djordje, sogna il principe azzurro, anche azzurrino\u2026 ma pur sempre un principe! Il principe, quello vero e cio\u00e8 il padre, ha mancato il giuramento ammalandosi, donando alla ragazza solo depressione che si trasforma in rabbia, rabbia contro la famiglia, contro il mondo intero senza tralasciare, obvious, la rabbia contro se stessa. Jasna \u00e8 bella, sensuale, ma ha paura di farsi vedere per quel che \u00e8, bypassa il problema riprendendo clip su clip col telefonino, postando sue performance ultrasexy sul letto di casa o foto della rasatura del pelo pubico. Jasna in fondo non vuole altro che l\u2019amore di Djordje, ma come lei \u00e8 intrappolata nella propria rappresentazione di ragazzetta facile che si sbronza alle feste, Djordje \u00e8 incastrato nella giacchetta dell\u2019uomo che non deve chiedere mai, nell\u2019uomo rude, mai sentimentale\u2026 l\u2019amore si trasformer\u00e0 allora in sesso, il sentimento in bieco possesso, dei ragazzini in bestie fameliche. Il vero volto, quello fragile che \u00e8 in ognuno di noi, la richiesta di aiuto, la compassione si vedono soltanto fugacemente, o meglio si intravedono, perch\u00e9 appena se ne scorge l\u2019ombra Djordje deve spingere sempre di pi\u00f9 l\u2019acceleratore della deboscia, Jasna deve rispondere sempre di pi\u00f9 all\u2019archetipo della ragazzina scema tutta face book ed i phone. Fa teneramente sorridere la scena del pranzo della coppietta a casa di Jasna, Djordje dismette per un attimo i panni del cinico e violento e ridiventa il ragazzino a cui la mamma d\u00e0 il bacio prima della nanna, ridiventa pronto ad arrossire e a dire &quot;no no, grazie signora, non ne voglio pi\u00f9\u2026&quot;. Jasna e le sue amiche entrano in un vortice sempre pi\u00f9 impetuoso, feste dove l\u2019alcool non basta pi\u00f9, dove la trasgressione \u00e8 un dogma perch\u00e9 infine d\u00e0 un tono, parla al posto nostro riuscendo a non farci arrossire\u2026e mentre dentro alle case, alle discoteche, ai localetti, si consuma una disintegrazione psicofisica, nelle strade vi \u00e8 ancora la memoria e la cruda realt\u00e0 di distruzione sotto forma di rovine, palazzi scardinati, fantasmi architettonici di una guerra che ancora urla e stride nel silenzio, poich\u00e9 come Caligola imperatore nella camusiana recitina dice \u2018non si \u00e8 mai soli, potessi io per un attimo essere solo senza questo silenzio sporcato di urla, stridori, pieno di morti\u2026\u2019 \u2026mi si scusi le imperfezioni, vado a memoria non trovando pi\u00f9 il libro\u2026 qualcuno sa dirmi dove sia? Jasna e Djordje si muovono fra queste quattro mura sgarrupate, fra questo scenario che non permette di dimenticare, che richiede una maschera che possa nascondere il dolore, la vergogna\u2026incastrati nel loro ruolo dovranno accontentarsi di questa sottospecie di amore, di qualche foto al cellulare e di tante clip su cui masturbarsi, dovranno vivere in questa anestesia emotiva che in qualche modo li distrugge e li protegge allo stesso tempo. <i>Klip<\/i> \u00e8 il primo lungometraggio di Maja Milos, \u00e8 stato presentato in diversi festival ed \u00e8 stato insignito del Tiger Award\u2019 al Rotterdam Film Festival. Me ne vado subito dal cinema, vorrei riuscire a prendere un mezzo che si inerpichi su su fino all\u2019ex ospedale psichiatrico, aspetto\u2026 aspetto\u2026 il 4? Il 5? Forse il 23 bis? Io aspetto, il mio culo dopo tanto cinema merita di starsene posato su un comodo sedile tramvistico triestino\u2026 non si vede nessuno, silenzio peggio che ad un concerto di Cage, vedo qualcosa all\u2019orizzonte, son sicuro sia lui, il mio trammettino tanto agognato, \u00e8 invece un rovo che passa davanti a me cavalcando il vento, rimango basito\u2026 sono in un film di sergio leone? E gli indiani? E i soldatini blu? E ulzana? Beh, io son sempre stato dalla parte degli indiani, anche quando si giocava all\u2019asilo e con la scusa di indiani e cow-boy ci si menava alla grande, fottuti yankee! Mi sento gi\u00e0 un capo indiano, tiro fuori il mio tomahawk, le penne, voglio le cazzo di penne sulla testa, mi cerco un nome, date le due gocce che ogni tanto arrivano sulla faccia mi chiamo Tordo Bagnato, inforco i miei sandali di pelle di cervo e attacco a camminare. Maledetti yankee, forse sapevano avrei attaccato la carovana travestita da tram, tordo bagnato \u00e8 un capo molto temuto, appena arriver\u00f2 alle mie montagne nere organizzer\u00f2 l\u2019attacco a fort apache, maledetti. Fra questi pensieri di guerra mi perdo, buio totale, silenzio, vorrei fare il mio urlo di guerra ma forse qualche viso pallido potrebbe svegliarsi e attaccarmi, allora sgattaiolo fra le tenebre, mi infilo in pertugi, salgo scale e scalette sempre col mio fido tomahawk in mano, ho voglia di scalpi ma soprattutto di dormire, sempre pi\u00f9 tordo e sempre pi\u00f9 bagnato, le stradine sono minuscole e molto tortuose, si inerpicano, le mie&nbsp; squaw si staranno preoccupando, per wotan, se vedo zagor l\u2019amazzo e mi mangio chico, il messicano ciccione\u2026ho le traveggole?non lo so, di sicuro male ai piedi, per mille tuoni, appena arrivo nel mio tepee mi faccio fare un massaggio ai piedi, visi pallidi maledetti, manco un tram per tornare a casa\u2026 ancora non ci credo, vedo un palazzo con davanti delle scale, \u00e8 il mio villaggio penso, mi infilo di corsa nella mia tenda, voglio chiamare subito il consiglio di guerra, esortare i guerrieri a dissotterrare l\u2019ascia, se non ne han voglia che almeno si faccia una pernacchia tutti insieme a custer, tutti buoni propositi che sfumano con un \u2018augh\u2019 che somiglia ad uno sbadiglio, buona notte. Il giorno dopo mi sveglio con una buona marmellata di mirtilli selvatici\u2026 o erano more? Beh, ottimo, un bell\u2019orzetto e due chiacchiere coi corto mobile boys, dopo un po\u2019 francesco ridacchia, viviana pure, mi guardano in testa\u2026 azz, m\u2019\u00e8 rimasta una penna fra i capelli, tordo bagnato ha colpito ancora! Pranzo come se non mangiassi da mesi, forse per rifarmi della scarpinata della notte prima, forse per prepararmi alla pioggia di cortometraggi che mi aspetta. Anche quest\u2019anno i corti sono stati una vera piacevole sorpresa, storie semplici e a volte disarmanti, a volte girati con due lire (ah, le lire\u2026) ma sempre con belle idee e tante cose da&nbsp; dire\u2026 assolutamente da recuperare \u2018Buumes\u2019 del regista Martin Guggisberg, produzione svizzera che sforna questo cortometraggio girato magistralmente e che fa sorridere e ghignare un bel po\u2019, <b>1982<\/b> \u00e8 un altro corto molto meritevole, idea semplice e ultra divertente, in un bar durante la dittatura in Turchia si sta vedendo un film porno, due soldati stanno facendo una ronda fra la neve, nel bar intanto gli animi si scaldano sempre pi\u00f9, il calpestio dei soldati mette ansia, si avvicinano, entrano\u2026e non trovano quello che avrebbero pensato di trovare! Come raccontare il regime con un tono leggero ma non per questo meno incisivo. Altro corto micidiale \u00e8 <b>dva<\/b>, che narra di come due cecchini, uno serbo ed uno croato, costretti a stare insieme possano ritrovare una comunione che \u00e8 quella che lega ogni uomo con gli altri\u2026deve molto a film come<b> No Man\u2019s Land<\/b> ma ottimo, grande fotografia, ottimi attori, da vedere. Altro corto notevole \u00e8 <b>Dom Tsia<\/b>, del russo <b>Ruslan Magomadov<\/b>. Un uomo vive di stenti in un bunker nel giardino della propria casa, \u00e8 costretto a vivere in questo modo dato che la guerra fuori impazza, siamo a Groznyi, Cecenia. Ma la guerra calpesta tutto, e quando anche il nostro protagonista si sente minacciato, non pi\u00f9 un posto sicuro, decide di provare ad andarsene. Ce la fa, \u00e8 in macchina, sta viaggiando per la salvezza, per allontanarsi dalla sua patria ormai crivellata, ormai cadavere sopra cui stormi di corvi aspettano impazienti ma\u2026 la propria casa, il proprio mondo, la propria citt\u00e0 sono magnete troppo forte, sono causa di una decisione che sa di incredibile, fare inversione ad U e tornare nell\u2019inferno. Una bella lezione a tutti gli italiani che, al lupo al lupo, se ne vanno cos\u00ec, come se nulla fosse! Che in fondo gli italiani non amino l\u2019italia non \u00e8 una novit\u00e0\u2026 scusate, per un attimo mi son sentito un garibaldino, sar\u00e0 stata la voglia di quelle fantomatiche chicche tutte zucchero e denti cariati che rispondevano al nome di garibaldini!!! Potrei citarne altri, poich\u00e9 davvero quest\u2019anno i corti sono stati di altissimo livello, mi fermo a questi che mi paiono i pi\u00f9 significativi. \u00c8 poi la volta di <b>Die verte macht (Quarto Stato)<\/b>, thrillerone che fa il verso a thriller americani tutti azione e colpi di scena, niente di meglio per mangiare una manciata di pop-corn e una coca cola con ruttino finale, degno commento alla pellicola. \u00c8 troppo! Sono indignato e me ne vado, pfui, i prodi cortomobilieri mi aspettano da siora rosa, dove mi hanno assicurato esserci il miglior panino al Kren di trieste. Sono scettico ma vado\u2026 per Diana, avevano ragione: non succeda di recarsi a trieste senza passare da questo buffet che sprizza di simpatica umanit\u00e0 e di ottimi piatti, fra cui da non perdere anche il baccal\u00e0 mantecato!!!! Finito l\u00ec mi reco coi gagliardi al The Grip, locale con musica da goccioloni,rock\u2019n\u2019roll, garage, beat a go-go\u2026 la serata prende una piega molto piegata, i triestini si dimostrano dei compagnoni e si finisce la notte a tarda ora in un tavolo di completi sconosciuti, perfetto! Domenica, ultimo giorno per me in questa citt\u00e0 ammaliante, ultima passeggiata sul molo audace, ultime visioni ed ultima strafogata. Respiro gi\u00e0 l\u2019aria &nbsp;della fine delle vacanze, un miscuglio di malinconia e tristezza che mi rappresento sempre con una foto sbiadita dove una altalena \u00e8 sola, senza nessuno che la usi, i colori ormai un po\u2019 andati, l\u2019erba incolta, la luce che \u00e8 quella di un sole un po\u2019 stanco ormai, di fine settembre\u2026ecco, cos\u00ec mi rappresento sin da piccolo la malinconia della fine delle vacanze, un\u2019altalena che non sa pi\u00f9 divertire perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 nessuno da divertire, tutti andati, tornati, chi col magone e chi felice di tornare a casa\u2026mi tengo i miei gropponi e provo ad andare al cinema. Perdo <b>rocker<\/b>, che mi si dice essere stata una gran bella visione\u2026 ahim\u00e8, la tarda ora notturna mi ha bradipizzato e cos\u00ec entro in sala solo per la visione delle 18\u2026 e per fortuna! Se il mal di testa fosse stato davvero implacabile, se fossi svenuto dal sonno, se mi si fosse cariatoundente, se avessi visto la madonna magari mi sarei perso <b>This Ain\u2019t California<\/b>, meraviglioso documentario sullo skate nella Germania est! Siamo negli anni 70, tre ragazzini come tanti, schiacciati dall\u2019opprimente omologazione del regime\u2026 cosa fare in mezzo a quei palazzi alti, catastrofe di cemento che blocca visuale e sogni, dove mettere le energie vitali enormi quando i divertimenti sembrano venire meno poich\u00e9 tutto viene strumentalizzato? Lo sport prima di tutto, non semplice divertimento ma accanimento verso ragazzini che non vorrebbero altro che divertirsi\u2026 ma l\u2019uomo socialista deve emergere, anche nelle prestazioni fisiche, quindi ragazzino impara a lavorare duro e sodo, qui non ci si diverte, qui si costruisce l\u2019uomo vincente del futuro, qui si spazza via il capitalismo\u2026 o quasi! Come fare allora? Come poter sentirsi liberi? Che succede per esempio quando si scopre che una semplice tavola di legno grezzo con attaccate quattro rotelline pu\u00f2 viaggiare, e forte!, si pu\u00f2 cadere, ci si pu\u00f2 far male e finalmente sporcare gli abiti che ti ha con tanto amore stirato la mamma? Succede che l\u2019aria si fa elettrica e i tre diventano a tutti gli effetti i primi skateboarder di una Berlino est che non vede di buon occhio ogni performance, sportiva o no, al di fuori del comune, dell\u2019omologato, succede infine che pur senza saperlo i tre siano inconsapevolmente antesignani del punk, succede che ci si sbucci le ginocchia e che ci si metta bandane in testa come ancora nemmeno i migliori negazione, tutti pazzi, tutti felici, tutti contenti, stiamo morendo! E\u2019 quel che sembrano dire questi indomiti in riprese originali dell\u2019epoca , con quella grana meravigliosa del super8 che rende tutto cos\u00ec intimamente sporco e sgrammaticato, \u00e8 quel che sembrano urlare mentre si gettano sulle costruzioni della Alexanderplatz tutta cemento, \u00e8 quel che gli si legge negli occhi spiritati ed allo stesso tempo tristi. Con la caduta del muro i tre si perderanno di vista, la reunion avverr\u00e0 per la morte di Panik, vero folletto malvagio del trio, la cui vita al limite si spegne sul fronte dell\u2019Afghanistan dove era stanziato come militare\u2026 militare? Proprio lui che aborriva ogni norma e regola impostagli dal regime e pi\u00f9 familiarmente dal padre? A volte forse i propri fantasmi riescono ad avere la meglio,&nbsp; a noi almeno la volont\u00e0 di aver provato a combatterli!!! Come i cugini d\u2019oltreoceano, gli zephir boys, semplicemente pi\u00f9 disagiati e selvaggi\u2026 non solo per gli amanti di thrasher, gran bel film! Tralascio <b>Despre oameni si melci<\/b>, commedia romena di <b>Tudor Giurgiu<\/b> carina ma niente di pi\u00f9, per arrivare a parlare del nuovo lungometraggio di <b>Loznica<\/b>, che <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=12302\">gi\u00e0 nel 2010<\/a> mi aveva folgorato con il primo lungo, <b>Scaste moi<\/b>. Quest\u2019anno il regista russo ha visto premiato <b>In the Fog<\/b> con premio FIPRESCI al festival di Cannes, quindi le mie aspettative erano ancora pi\u00f9 alte. E dovevo ricordare che non bisogna avere mai aspettative sulle cose, sulle persone, su un colloquio, su un progetto\u2026 pi\u00f9 alte son le aspettative pi\u00f9 grande sar\u00e0 lo schianto mentre atterriamo per terra frantumandoci ogni fottuto ossicino nel corpo! E le eccezioni? Beh, esistono, per fortuna, e <b>In the Fog<\/b> \u00e8 una di queste! Siamo al confine russo occidentale durante la seconda guerra mondiale, la regione \u00e8 occupata dai tedeschi, che mandano tre uomini a morte per avere deragliato un treno. Sushenya, compagno dei tre, viene invece liberato. Perch\u00e9 \u00e8 stato liberato? Lui non lo sa, dato che non ha parlato e mai l\u2019avrebbe fatto, forse nemmeno i tedeschi lo sanno\u2026 gli unici a non avere dubbi sono invece i compagni partigiani,compagni fra l\u2019altro anche di giochi sin dall\u2019infanzia, esperienze, risate, insomma, vecchi amici. Eh s\u00ec, perch\u00e9 mai troverete una persona con meno dubbi di colui che crede essere nel giusto, la ragione sar\u00e0 sempre con lui e mai affiorer\u00e0 un dubbio\u2026 i partigiani insomma lo additano, Sushenya viene prelevato da casa da due compagni, Kolya e Voitik, saluta moglie e figlio prima di seguirli nel bosco, conscio del fatto che fra poco morir\u00e0. La piccola comunit\u00e0 spersa nel bosco \u00e8 sicura al cento per cento della colpevolezza dell\u2019uomo, non basta conoscere qualcuno come le proprie tasche, esserne amici, compagni di avventure\u2026 basta invece una colpa anche solo sfumata per tirar fuori lo sceriffo che \u00e8 in ognuno di noi, l\u2019inquisitore!!! Questo aspetto del film del russo lo accomuna all\u2019<a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=24650\">ultimo Vintenberg<\/a>, meraviglioso nel suo vedere la pedofilia da un punto di vista inconsueto. Ma in mezzo al bosco i tedeschi stanano i tre, Kolya viene colpito mentre Voitik scappa codardamente. Sushenya prende in spalla il compagno e amico, anche se conscio del fatto che \u00e8 destinato a morire\u2026 vuole donargli degna sepoltura. Ritrovato Voitik, i tre si ritroveranno accerchiati nella orsa tedesca e, obbligati a passare del tempo assieme, cominceranno a svelare ognuno la propria versione dei fatti. Sorta di <i>Rashomon<\/i> dove la verit\u00e0 si nasconde sempre, il film di Loznica \u00e8 come una macchina ad orologeria, perfetta in ogni ingranaggio, inquadrature lunghe, lunghissime sui volti memorabili dei partigiani, che consci della morte ormai certa si caricano di una tensione che stringe forte alla gola anche lo spettatore. Nella nebbia fitta del bosco, dove i limiti della cose, il loro profilo e la loro figura si confondono, anche la verit\u00e0 viene a galla come un fantasma, rarefatta, con contorni labili, indefinibile\u2026 il bosco stesso, coi suoi mille&nbsp; trabocchetti, le fronde a coprire parzialmente la vista, i mille rumori di gola di rospo e gli urli rapaci, sembra metafora della visione di Loznica sull\u2019uomo e sui rapporti che instaura, sempre intricati, senza mai una via certa e ben visibile, pieni di vicoli ciechi, punti morti, insidie. Poich\u00e9 gli occhi e le orecchie sono cattivi testimoni per gli uomini che hanno anime barbare, eraclito docet. Gran finale nella nebbia, tutto infine termina nel dubbio, nel torbido, nell\u2019indefinito, solo lo sparo si ode sicuro, glaciale, mentre la verit\u00e0 se ne va insieme a Sushenya ed ai cadaveri dei due compagni, conscia forse del fatto che agli uomini non serve, come non \u00e8 mai servita! Le luci si accendono, sono estasiato\u2026non fosse per la maestrina, che imperterrita scrivescrivescrive\u2026 se stai leggendo, ti prego, dimmi che avevi di cos\u00ec necessario da scrivere! E con questo messaggio da telefono azzurro vi saluto dal molo audace, bagnato come un tordo senza ombrello in una giornata di pioggia. Augh.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><i><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Francesco Selvi<\/font><\/i><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">&nbsp;<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\" align=\"center\"><b><font face=\"Georgia\" size=\"2\">+ + +<\/font><\/b><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><b><font face=\"Georgia\" size=\"2\">CREDITI dei film citati nell&#8217;articolo<\/font><\/b><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Il viaggio della signorina Vila<\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">di Elisabetta Sgarbi<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">italia, 2012, HD, 60\u2019<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>sceneggiatura<\/b> Elisabetta Sgarbi, Eugenio Lio; <b>fotografia<\/b> &nbsp;Elio Bisignani, Andres Arce Maldonado;&nbsp; <b>montaggio<\/b> Elisabetta Sgarbi, Andres Arce Maldonado;&nbsp; <b>musica<\/b> Franco Battiato; <b>suono<\/b> Pino Pinaxa Pischetola&nbsp; <b>scenografia<\/b> Luca Volpatti;&nbsp; <b>costumi<\/b> Betty Fiore;<b>&nbsp; interpreti<\/b> &nbsp;Toni Servillo, Lucka Pockaj, Gillo Dorfles, Claudio Magris, Boris Pahor; &nbsp;<b>produzione<\/b> Rai cinema; <b>coproduzione <\/b>Betty Wrong;&nbsp; <b>distribuzione internazionale<\/b> Rai Cinema, Betty Wrong<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"center\"><b><font face=\"Georgia\" size=\"2\">+ + +<\/font><\/b><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Dokumentalists<\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">di Ivars Zviedris, Inese Klava<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Lettonia, 2012 HD, col, 82\u2019<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>sceneggiatura <\/b>Ivars Zviedris, Inese Klava, Inga Abele<b> fotografia <\/b>Ivars Zviedris<b>&nbsp; montaggio <\/b>Inese Klava<b>&nbsp; suono <\/b>Aivars Riekstins<b> produzione<\/b> VFS film<b>&nbsp; &nbsp;distribuzione internazionale<\/b> Taskovski films<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"center\"><b><font face=\"Georgia\" size=\"2\">+ + +<\/font><\/b><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b><span lang=\"EN-GB\">What is love<\/span><\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><span lang=\"EN-GB\">di Ruth Mader<\/span><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Austria, 2012, HD, col, 80\u2019<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>sceneggiatura <\/b>Ruth Mader<b> fotografia <\/b>Jorg Gonner<b> montaggio <\/b>Niki Mossbock<b> musica <\/b>Manfred Plessi<b> suono <\/b>Martin Greunz<b> interpreti <\/b>Saskia Maca, Walter Scalet, Eva Suchy, Forentina Suchy, Jonas Horak<b> produzione <\/b>KGP<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"center\"><b><font face=\"Georgia\" size=\"2\">+ + +<\/font><\/b><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Made in Albania<\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">di Stefania Casini<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Italia, 2012, col, 90\u2019<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>sceneggiatura <\/b>Stefania Casini<b> fotografia <\/b>Royald Elezaj, Genti Koci, Davide Micocci<b> montaggio <\/b>Andrea Facchini<b> musica <\/b>Gabriele Panico<b> suono <\/b>Reard Gjermani, Gianluigi Gallo<b> interpreti <\/b>Rubin Beco, Bora Baboci, Livio Marsico<b> produzione <\/b>Bizef Produzione<b> coproduzione <\/b>Era film Albania<b> distribuzione <\/b>Martha distribution<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"center\"><b><font face=\"Georgia\" size=\"2\">+ + +<\/font><\/b><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Avanti<\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">di Emmanuelle Antille<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Svizzera, Belgio, 2012,HD, col, 85\u2019<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>sceneggiatura <\/b>Emmanuelle Antille<b> fotografia <\/b>Stephane Kuthy<b> montaggio <\/b>Anne Laure Guegan<b> suono <\/b>Eric Ghersinu<b>&nbsp; scenografia <\/b>Fabrizio Nicora<b> costumi <\/b>Maria Muscalu<b> interpreti <\/b>Hanna Schygulla, Nina Meurisse, Miou Miou, Jean Pierre Gos<b> produzione <\/b>Box Productions<b> coproduzione <\/b>Versus productions,RTS radio, Television Suisse<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"center\"><b><font face=\"Georgia\" size=\"2\">+ + +<\/font><\/b><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Klip<\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">di Maja Milos<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Serbia, 2012, HD, col, 102\u2019<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>sceneggiatura <\/b>Maja Milos<b> fotografia <\/b>Vladimir Simic<b> montaggio <\/b>Stevan Filipovic<b> suono <\/b>Zoran Maksimovic, Ognjen Popic<b> scenografia <\/b>Zorana Petrov<b> costumi <\/b>Senka Kliakic<b> interpreti <\/b>Isidora Simijonovic, Vukasin Jasnic, Sanja Mikitisin, Jovo Makisc<b> produzione <\/b>Film House Bas Celik<b> distribuzione internazionale <\/b>Widw Management<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"center\"><b><font face=\"Georgia\" size=\"2\">+ + +<\/font><\/b><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Dva<\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">di Mickey Nedimovic<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Germania, Croazia, 2012, HD, col, 26\u2019<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>sceneggiatura <\/b>Mickey Nedimovic<b> fotografia <\/b>Henner Besuch<b> montaggio <\/b>Denis Bachter<b> musica <\/b>David Schoch<b> suono <\/b>Julian Cropp, Niklas Kammertons<b> costumi <\/b>Melita Saki <b>effetti speciali <\/b>Branko Repalust<b> interpreti <\/b>Stipe Erceg, Carlo Ljubek<b> produzione <\/b>Filoufilm<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"center\"><b><font face=\"Georgia\" size=\"2\">+ + +<\/font><\/b><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Dom Tsia<\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">di Ruslan Magomadov<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Russia, 2012, HD, col, 26\u2019<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Sceneggiatura, montaggio, suono, produzione,distribuzione <\/b>Ruslan Magomadov <b>fotografia <\/b>Evgenji Savenkov, Ruslan Magomadov <b>effetti speciali<\/b> Aleks Meserykov <b>interpreti <\/b>Evgenji Martinov<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"center\"><b><font face=\"Georgia\" size=\"2\">+ + +<\/font><\/b><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Buumes<\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">di Martin Guggisberg<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Svizzera, 2012, 35mm, col, 17\u2019<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Sceneggiatura <\/b>Martin Guggisberg, Guy Krneta<b> fotografia <\/b>Thomas Wuthrich<b> montaggio<\/b>Mirjam Krakenberger<b> musica <\/b>Frank Gerber<b> suono <\/b>Thomas Gassmann <b>scenografia <\/b>Dominique Steiner<b> costumi <\/b>Sabina Hexspoor<b> interpreti <\/b>Matthias Fankhauser, Ruth Schwegler, Regula Imboden, Philippe Nauer, Alex Freihart, Alice Brunger, Hansorg Surer<b> produzione <\/b>so&amp;so<b> coproduzione &nbsp;<\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><span lang=\"EN-GB\">Swiss radio and television SRF<\/span><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"center\"><b><font face=\"Georgia\" size=\"2\">+ + +<\/font><\/b><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b><span lang=\"EN-GB\">1982<\/span><\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><span lang=\"EN-GB\">di Yildiray Yildirim<\/span><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><span lang=\"EN-GB\">Turchia, 2012, HD, col, 8\u2019<\/span><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b><span lang=\"EN-GB\">Sceneggiatura <\/span><\/b><span lang=\"EN-GB\">Yildiray Yildirim<b>&nbsp; fotografia <\/b>Emre Karadas<b> montaggio <\/b>Emre Karadas, Yildiray Yildirim<b> suono <\/b>Sedat Azazi<b> scenografia <\/b>Onur Uzun <b>costumi <\/b>Hilal Ozatay<b> interpreti <\/b>Erdal Demir, Ihsan Atak, Adnan Kiras, Bilal Kakaj, Serkan Gunej<b> produzione <\/b>Yildiray Yildirim<\/span><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"center\"><b><font face=\"Georgia\" size=\"2\">+ + +<\/font><\/b><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Die vierte macht<\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Di Dennis Gansel<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Germania, 2012, HD, col, 115\u2019<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Sceneggiatura <\/b>Dennis Gansel<b> fotografia <\/b>Daniel Gottschalk<b> montaggio <\/b>Jochen Retter<b> musica <\/b>Heiko Maile<b> suono <\/b>Patrick Veigel<b> scenografia <\/b>Matthias Musse <b>costumi <\/b>Natascha Curtius-Noss<b> interpreti <\/b>Moritz Bleibtreu, Kasia Smutniak, Max Riemelt<b> produzione <\/b>UFA cinema<b> coproduzione <\/b>SevenPictures for Pro Sieben<b> distribuzione <\/b>Celluloid Dreams<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"center\"><b><font face=\"Georgia\" size=\"2\">+ + +<\/font><\/b><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>This ain\u2019t California<\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Marten Persiel<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Germania, 2012, HD, b-n &amp; col, 90\u2019<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Sceneggiatura <\/b>Marten Persiel, Ira Wedel<b> fotografia <\/b>Felix Lehiberg<b> montaggio <\/b>Maxine Godecke<b> musica <\/b>Lars Damm <b>suono <\/b>Elias Struck<b> scenografia <\/b>Anne Zentgraf <b>costumi <\/b>Simone Eichhorn<b> animazioni <\/b>Sasha Zivkovic <b>produzione <\/b>Wildremd Production<b> coproduzione <\/b>Arte, Rundfunk Berlin-Brandeburg<b> distribuzione <\/b>Wide Management<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"center\"><b><font face=\"Georgia\" size=\"2\">+ + +<\/font><\/b><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>V Tumane<\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">di Sergej Loznica<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Germania-Russia-Lettonia-Paesi bassi-Bielorussia, 2012,35mm, col, 128\u2019<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Sceneggiatura <\/b>Sergej Loznica<b> fotografia <\/b>Oleg Mutu<b> montaggio <\/b>Danielius Kokanauskis<b> suono <\/b>Vladimir Golovnitskij<b> scenografia <\/b>Kirill Suvalov <b>costumi <\/b>Dorota Roqueplo<b> interpreti <\/b>Vladimir Svirski, Vlad Abasin, Sergej Kolesov, Vlad Ivanov, Nikita Peremotovs, Julia Peresild, Nadezda Markina, Kirill Petrov<b> produzione <\/b>ma.ja.de. fiction<b> coproduzione <\/b>GP cinema company, Rijafilms, lemming film, Belarusfilm <b>&nbsp;distribuzione <\/b>Moviemax media group<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%; margin-top: 0; margin-bottom: 0\">&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Flusso di coscienza triestino XXIV Trieste Film Festival &#8211; 17\/23 gennaio 2013 www.triestefilmfestival.it a (s)cura di Francesco Selvi &nbsp; Quello che segue \u00e8 il resoconto del flusso di (in)coscienza di Francesco Selvi all&#8217;interno delle immagini in movimento della 24esima edizione del Trieste Film Festival, un festival che negli anni ha saputo costruirsi un\u2019identit\u00e0 ben precisa, costituendo \u2013 di fatto 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