{"id":28421,"date":"2013-06-10T16:16:37","date_gmt":"2013-06-10T14:16:37","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=28421"},"modified":"2013-06-10T16:17:44","modified_gmt":"2013-06-10T14:17:44","slug":"reinventare-il-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=28421","title":{"rendered":"Reinventare il lavoro"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/LUMIERE.jpg\" alt=\"\" title=\"La Sortie des usines Lumi\u00e8re\" width=\"620\" height=\"451\" class=\"aligncenter size-full wp-image-28422\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/LUMIERE.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/LUMIERE-300x218.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><i>R\u00e9inventer le travail<\/i> \u00e8 il titolo, magnifico, del <a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/www.scopalto.com\/l-art-du-cinema\/70\/reinventer-le-travail\">n\u00b070-71<\/a> (2011) di <a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/www.artcinema.org\/\">\u00abL\u2019art du cin\u00e9ma\u00bb<\/a>, fondata da Alain Badiou e Denis L\u00e9vy, una rivista <i>irregolare<\/i> che attorno a temi fondamentali convoca film di tutte le epoche valutandoli come opere d\u2019arte: forme di pensiero autonomo e singolare. Il numero \u00e8 consacrato alla questione del lavoro, presente oggi in molto cinema contemporaneo di fiction e documentaristico, oggi nella crisi economica generalizzata. Il punto di vista spalancato sul lavoro, come sempre, coglie l\u2019annodarsi di soggettivo e collettivo, nel passaggio da un mondo all\u2019altro, nel turbine delle trasformazioni sociali. Un lavoro che batte il tempo ed \u00e8 battuto dal tempo dell\u2019inferno, la modernit\u00e0 e l\u2019AIDS, il precariato e l\u2019intermittenza sia della natura umana costitutivamente, indecisa e indeterminata, che del lavoro flessibile, che il capitalismo postfordista ha messo entrambe in produzione: <i>Le passagers<\/i> (1999) di Jean-Claude Guiguet. Il lavoro postfordista esige flessibilit\u00e0 e un altro grado di adattabilit\u00e0 ai mutamenti di ritmo e scenario, dove il lavoratore <i>high-tech<\/i> rischia di confondere la gabbia con la ribalta, come nel tumulto in una tazza di caff\u00e8 messo in scena in <i>After Hours<\/i> (1983) di Martin Scorsese: il divenire-segno del corpo e il suo divenire-opera d\u2019arte, questo caleidoscopio delle forme di vita metropolitana, culmina con la rottura del guscio artistico davanti all\u2019ingresso del luogo di lavoro, culmina nell\u2019utilizzazione del corpo-<i>K\u00f6rper<\/i> sotto le spoglie del corpo-<i>Leib<\/i>. L\u2019impiegato cognitario viene consegnato, infine, alla paradossale solitudine aleatoria che i mansionari post-fordisti, sospesi come grappoli sociali nella moltitudine, sperimentano nella difficolt\u00e0 di denominarsi, definirsi un\u2019identit\u00e0, costruirsi un racconto sociale (come poteva forse accadere alla classe operaia negli anni Sessanta fissata alla catena di montaggio), a dispetto dell\u2019equivoco agire comunicativo in cui sono immersi quotidianamente per ingrassare il plusvalore.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Ma, in realt\u00e0, ancor prima, fin dall\u2019inizio della storia del cinema, il lavoro \u00e8 intrecciato con l\u2019immagine cinematografica, diventando subito il protagonista dello schermo con gli operai inquadrati all\u2019uscita dalla fabbrica dei Lumi\u00e8re, in <i>La Sortie des usines Lumi\u00e8re<\/i> (1895). Era il primo film proiettato in pubblico. Curioso, o forse sintomatico, che gli operai entrino in scena, diventino attori, proprio nel momento in cui varcano la soglia della fabbrica a rovescio, uscendone fuori. Come ha scritto Georges Didi-Huberman, gli operai di Lione hanno di colpo invaso la buona societ\u00e0 degli industriali e degli uomini istruiti, cio\u00e8 gli spettatori parigini dei primi film proiettati. Uno scandalo sconvolgente. Certo i Lumi\u00e8re volevano riprendere fotograficamente il movimento dei loro operai-figuranti mentre approfittavano semplicemente della pausa per il pranzo. Tuttavia nell\u2019immagine cinematografica, questa uscita diventa rivendicazione. Violenza che consegna la ribalta agli operai e destina il cinema, come voleva Ejzenstejn, all\u2019esposizione dei popoli e in particolare del movimento delle masse, fino a mostrare le ferite inflitte al corpo del proletariato strapazzato e soffocato dalla veemenza degli idranti in <i>Sciopero<\/i> (1925), dove il popolo non ancora organizzato in classe viene fatto a pezzi, macellato come manzi al mattatoio. I figuranti devono diventare protagonisti. Anche a costo di liberare una furiosa e selvaggia energia pura, dolorosa, faticosa, uno sforzo terribile, un\u2019ostinazione animale che abbatte la finzione della rappresentazione sociale, e nella macchina da presa a mano si accompagna ad uno stile altrettanto selvatico, per difendere insieme la dignit\u00e0 proletaria e il diritto al posto nel mondo: <i>Rosetta<\/i> (1999) dei fratelli Dardenne. Qualcosa di selvaggio, non-ricucito, c\u2019\u00e8 anche nel bighellonaggio dei giovani che non sono ribelli n\u00e9 hanno cause in <i>L\u2019et\u00e0 inquieta<\/i> (1997) di Bruno Dumont. Una forza rigorosa, un\u2019espressivit\u00e0 intensa e ieratica, bressoniana, e resistente all\u2019attualit\u00e0 ottusa che consegna i corpi alla violenza della banalit\u00e0 di base. Corpi che non hanno n\u00e9 un loro posto di lavoro, n\u00e9 un posto di senso in un mondo che \u00e8 come la pioggia di novembre, un campo dimesso, e insieme evanescente ed aspro (fra Millet e Courbet), un muro che si prende calci sotto la neve, una strada di un quartiere operaio di mattoni rossi colto nella pasta colorata di un Courbet e attraversato dal solo rumore molesto di un motorino scalcinato. In attesa della resurrezione e della nascita di un nuovo senso, una nuova origine del mondo (ancora Courbet) annunciate con ostinazione nelle scene di sesso del film. Ma in attesa di questo, i giovani sono impastati nelle zolle fangose del pregiudizio e radicati in brume di significato soffocanti. Legami clanici, di famiglia e sangue che Cristo avrebbe voluto recidere con la spada per spalancare gli uni agli altri e che invece dividono giovani disoccupati, operai e migranti, oggettivamente accomunati dalla stessa condizione e dalla stessa miseria, ma, soggettivamente, diminuiti nella loro potenza di riscatto da separazioni ideologiche.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Quello proposto nella rivista francese \u00e8 uno sguardo che ingrana il lavoro nella questione del \u201ccome vivere insieme\u201d. Nell\u2019affermazione eroica di un lavoro desiderato e coltivato contro le imposizioni che dividono e tendono a sfruttare, economicamente e politicamente, i lavoratori antagonisti fra loro: <i>You Don&#8217;t Mess With the Zohan<\/i> (2007), commedia intelligente di Dennis Dugan, con Adam Sandler. Oppure nella ritualit\u00e0 svincolante di gesti e parole disincagliati dalla sovrastruttura ideologica e dai legami che inchiodano al linguaggio divino e dei padroni, divoratori di corpi e parole e narrazioni: <i>Operai, contadini<\/i> (2001) di Straub e Huillet. L\u2019atto di parola e perfino la durata diventano resistenza e tessitura di un nuovo racconto. O, ancora, costruendo soggettivit\u00e0 affermative e territori condivisi a partire dai racconti e dalle macerie degli operai di Pedro Costa in <i>Juventude em marcha<\/i> (2006). Forma classica che rinvia al grande racconto americano, al cinema-d\u00e9i Griffith e Vidor, Walsh e Ford. C\u2019\u00e8 speranza, deve pulsare, resistere e slanciarsi, come in <i>L\u2019uomo senza passato<\/i> di Aki Kaurismaki (2002), nella tensione fra imminenza del disastro e vitalit\u00e0 ancora possibile.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><iframe loading=\"lazy\" width=\"620\" height=\"349\" src=\"http:\/\/www.youtube.com\/embed\/d5CuvsECs6Y\" frameborder=\"0\" allowfullscreen><\/iframe><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Denis L\u00e9vy legge con rigore e libert\u00e0 <i>A Corner in Wheat<\/i> (1909) di D.W. Griffith come un documento straordinario, una delle prime critiche cinematografiche del capitalismo e della miseria, del corpo e dello spirito, che esso genera, attraverso uno sviluppo narrativo che procede su tre livelli paralleli: i produttori, i consumatori e gli speculatori. Un racconto filmico complesso che esprime un\u2019idea, un pensiero radicale e forte, che oltrepassa l\u2019assuefazione al manicheismo che contrappone ricchi e poveri. Non solo, ma questo pensiero si esprime nelle forme dello specifico cinematografico, nel montaggio, nei movimenti di macchina, nel <i>r\u00e9cit<\/i>. L\u2019antagonismo popolo-speculatori prende corpo nell\u2019opposizione fra l\u2019agitazione febbrile e frenetica degli speculatori e la lentezza dei contadini che vivono al di fuori della grande citt\u00e0 e ha luogo nell\u2019eterogeneit\u00e0 degli ambienti, gli spazi chiusi in un caso, gli spazi aperti nell\u2019altro. La messa in scena griffithiana stabilisce un legame fra le situazioni eterogenee sul modello della relazione causa-effetto. Il lusso degli uni causa la miseria degli altri, l\u2019inferno di cui parlava Fernand Braudel. Ma questo nodo \u00e8 a sua volta complicato dalla terza situazione narrativa: i clienti della periferia che non hanno diretto accesso ai produttori, poich\u00e9 la relazione \u00e8 immediata e violentata dagli speculatori, non solo quelli grandi, ma anche da quelli piccoli (bottegai piccolo-borghesi). Nel racconto cinematografico la causa della morte dello speculatore, la causa cinematografica nel montaggio delle inquadrature, \u00e8 proprio la rivolta popolare, non la caduta accidentale nel silos. L\u2019immagine della caduta \u00e8 <i>fra<\/i> quella della protesta per il rincaro del pane e quella rivolta sedata dai manganelli della polizia. Il film di Griffith mostra la degradazione del mondo per opera del capitale ed esalta il duro lavoro, le bellezza del gesto griffithiano restituisce grandezza e nobilt\u00e0 al lavoro, consegnando alla libert\u00e0 dello spettatore il compito di costruire il suo montaggio mentale e comprendere la struttura delle relazioni sociali e le cause della sofferenza e della potenzialit\u00e0 del mondo umano.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Questa lezione \u00e8 ripresa da King Vidor, e dopo dai sovietici, in <i>The Crowd<\/i> (1928) e <i>Our Daily Bread <\/i>(1934). Ma potremmo citare anche <i>An American Romance<\/i> (1943). Il lavoro in queste grandi opere vidoriane \u00e8 congiunzione di movimenti, ordinario e epico, individuale e comunitario. Un naturalismo che pur aderendo al realismo non rinuncia al repertorio simbolico, una presenza, un \u201cspettacolo\u201d che anche evocazione e \u201cscrittura\u201d. Tranche de vie, documento, spunti sperimentali, camera libera si incrociano in <i>The Crowd<\/i> costruendo un conflitto ancora una volta che eccede il dualismo Bene\/Male per inquisire l\u2019opposizione di classe, l\u2019antagonismo sociale, l\u2019America confrontata e contestata nei suoi miti, nella sua grandezza e nella sua prosperit\u00e0. Il film \u00e8 una decostruzione di questi miti attraverso la torsione dei materiali cinematografici che mostra il disorientamento di impiegati e operai culminante nel vertiginoso movimento di macchina che comincia per la strada e salendo fin sopra il grattacielo entra dentro una tela di ragno fatta di scrivani e macchine da scrivere, e che solo alcuni beneficiano di questa prosperit\u00e0 (i ruggenti anni Venti). Trasformando, infine, sul <i>c\u00f4t\u00e9<\/i> melodrammatico, la ricerca del lavoro nel lavoro dell\u2019amore. Nel film del 1934 Vidor mostra come il collettivo, la sua comunit\u00e0, si costituisca, per amplificazione, addizione spinoziana, nel e attraverso il lavoro. La storia degli uomini \u00e8 costruzione, costruzione del canale, invenzione di un gesto comune, istituzione di un capo sul campo che implica una comunit\u00e0, il suo consenso, la sua collaborazione, la sua approvazione.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><iframe loading=\"lazy\" width=\"620\" height=\"465\" src=\"http:\/\/www.youtube.com\/embed\/QiXkFveWkMA\" frameborder=\"0\" allowfullscreen><\/iframe><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Per Ford il lavoro non \u00e8 mai volgare e in <i>The Long Grey Line<\/i> (1953) esalta il lavoro dell\u2019uomo quotidiano in una rappresentazione poetica e creativa. Il lavoro dell\u2019addestratore Tyrone Power trasforma sia la soggettivit\u00e0 che l\u2019ambiente circostante, la terra che diventa l\u2019oggetto generale del lavoro. Un lavoro-valore, un principio di allargamento a favore del singolo e del collettivo, un lavoro intenso ed esteso che trasforma lo <i>Umgebung<\/i> (lo spazio oggettivo, ostile o potenzialmente ostile) nella sua <i>Umwelt<\/i> (il mondo-ambiente), costituita da <i>Bedeutungstr\u00e4ger<\/i> (elementi portatori di significato) e <i>Merkmaltr\u00e4ger<\/i> (marche), innervando l\u2019inumano di umano, umanizzando la natura istituzionale dell\u2019Accademia militare. Se in <i>The Whole Town\u2019s Talking<\/i> critica il valore della forza-lavoro o il lavoro ridotto solo al suo valore di merce e di scambio, in <i>Drums Along the Mohawk<\/i> (1939) rappresenta il respiro del lavoro libero e in comune. Mentre nel dittico terribile, nero ed espressionista, di <i>The Grapes of Wrath<\/i> (1940) e <i>Tobacco Road<\/i> (1941), Ford mostra l\u2019indistinzione di lavoro e dopolavoro, la spoliazione del lavoro e la sua vulcanizzazione.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">La rivista riserva uno spazio speciale a due film. <i>Pour m\u00e9moire<\/i> (1978-81) di Jean-Daniel Pollet e <i>Workingman\u2019s Dead<\/i> (2005) di Michael Glawogger.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Il film di Pollet, girato in una fonderia francese, oscilla fra passato e presente, b\/n e colore, fissit\u00e0 e movimento, disgiunzione e congiungimento, luce e oscurit\u00e0, indagando i rapporti fra l\u2019uomo e il suo lavoro e sulla qualit\u00e0 di questo lavoro. I gesti degli uomini, gli sguardi, \u00e8 ci\u00f2 che capta <i>Pour m\u00e9moire<\/i>, lavorando la disgiunzione di immagine e suono, come sempre in Pollet. Attraverso questa disgiunzione Pollet mette in scena la congiunzione operata proprio dal lavoro fra singolare e plurale, in un chiaroscuro che richiama Caravaggio e ha la forza espressiva di un La Tour. Il lavoro \u00e8 la dimostrazione che ciascuno dipende dagli altri. \u00c8 la lezione di <i>Ratatouille<\/i>: artigianato d\u2019eccellenza, creazione di mezzi spettacolari, collettivo ben collaudato sotto la guida di uno <i>chef<\/i>, forse il regista. L\u2019arte di cucinare \u2013 un lavoro \u2013 \u00e8 come l\u2019arte del cinema \u2013 un lavoro. Uno <i>chef<\/i> ha i suoi assistenti, i suoi committenti, i suoi clienti\/utenti\/fruitori, come il regista.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Il film misconosciuto di Glawooger incorpora nella fatica e nella brutalit\u00e0 del lavoro, la musica e la pittura, che entrano nella composizione del film non come commento accidentale o accompagnamento esteriore. Il film \u00e8 una partizione complessa, sonora e visuale, di relazioni sensuali e sensibili, silenzi e immobilit\u00e0, variazioni e ripetizioni, provocando nello spettatore, senza drammaturgia, un\u2019intensit\u00e0 forte, una forte emozione, una risonanza. La visione del regista cattura l\u2019intensit\u00e0 della vita di questi uomini al lavoro che sfidano la morte, la condizione estrema della durata e della condizione in cui il coraggio affrontano la negazione della vita e la resistenza allo sforzo del lavoro umano. Anche in <i>Manpower<\/i> (1941), noir fulminante di Raoul Walsh con Marlene, Edward G. Robinson e George Raft, gli operai elettrici sfidano la furia della natura opponendo la loro forza, solo la loro forza, poich\u00e9 l\u2019Impianto della Tecnica, sotto l\u2019attacco dello scatenamento degli elementi naturali, cede.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Infine, c\u2019\u00e8 l\u2019altro lato, quello della protesta contro il lavoro, contro la costituzione della forza in lavoro che regola i movimenti: \u00e8 l\u2019elogio del dispendio di <i>Pat Garrett &amp; Billy the Kid<\/i> (1973) di Sam Peckinpah, dove il corpo bighellone di Billy disapplicandosi dal lavoro minaccia il dominio dei padroni del lavoro. Il lavoro \u00e8 l\u2019essenza concreta dell\u2019uomo? \u00c8 il residuo hegeliano di Marx? \u00abIl lavoro non \u00e8 l&#8217;essenza concreta dell&#8217;uomo. Se l&#8217;uomo lavora, se il corpo umano \u00e8 forza produttiva, \u00e8 perch\u00e9 l&#8217;uomo \u00e8 obbligato a lavorare. Ed \u00e8 obbligato perch\u00e9 \u00e8 investito da forze politiche, \u00e8 preso all&#8217;interno di meccanismi di potere\u00bb, (Michel Foucault). Foucault \u00e8 ineccepibile, e Marx sarebbe stato d&#8217;accordo. Nel Libro terzo del <i>Capitale<\/i>, distingue infatti tra finalit\u00e0 esterna (lavoro) delle attivit\u00e0 umane e lo sviluppo delle capacit\u00e0 umane che \u00e8 fine a se stesso (?), fra regno della necessit\u00e0 e regno della libert\u00e0. Dove \u201c?\u201d non sta per licenza poetica, ma per l&#8217;imprevedibile, il nuovo, la libert\u00e0 che l&#8217;oltre della produzione materiale pu\u00f2 necessariamente aprire.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><i>Bref.<\/i> Lo scriveva bene Marx in una lettera a Engels: l\u2019asservimento al lavoro salariato \u00e8 una <i>merda<\/i>. \u2022<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><i>Toni D&#8217;Angela<\/i><br \/>\noriginariamente pubblicato in <b><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=13409\">Rapporto Confidenziale 33 \u2013 giugno 2011<\/a><\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/Karl-Marx.jpg\" alt=\"\" title=\"Karl Marx\" width=\"620\" height=\"465\" class=\"aligncenter size-full wp-image-28423\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/Karl-Marx.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/Karl-Marx-300x225.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>R\u00e9inventer le travail \u00e8 il titolo, magnifico, del n\u00b070-71 (2011) di \u00abL\u2019art du cin\u00e9ma\u00bb, fondata da Alain Badiou e Denis L\u00e9vy, una rivista irregolare che attorno a temi fondamentali convoca film di tutte le epoche valutandoli come opere d\u2019arte: forme di pensiero autonomo e singolare. 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