{"id":29791,"date":"2013-10-09T17:47:18","date_gmt":"2013-10-09T15:47:18","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=29791"},"modified":"2013-10-09T22:13:48","modified_gmt":"2013-10-09T20:13:48","slug":"gravity-alfonso-cuaron","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=29791","title":{"rendered":"Gravity > Alfonso Cuar\u00f3n"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/10\/gravity_02.jpg\" alt=\"\" title=\"Gravity\" width=\"620\" height=\"430\" class=\"aligncenter size-full wp-image-29792\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/10\/gravity_02.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/10\/gravity_02-300x208.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>La gravit\u00e0 della tomba<br \/>\n<\/b><i>Gravity<\/i> di Alfonso Cuar\u00f3n (USA-UK\/2013)<br \/>\nrecensione a cura di Leonardo Persia<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Nello spazio, silente, la macchina da presa si avvicina a noi, allontanandosi ancor pi\u00f9 dall\u2019immagine della Terra, gi\u00e0 remota. Il movimento si identifica con l\u2019orbitante Hubble Space Telescope che procede verso lo spettatore, suo controcampo fuoricampo. Una strana soggettiva rovesciata: \u00e8 la solitudine dello spazio a invaderci. In tal modo, il muoversi danzante di un corpo, fuscello a gravit\u00e0 zero, che poi diventano due e tre corpi, forse quattro con la virtuale voce a distanza di chi controlla la missione spaziale dalla terra, unisce tutti: voci, corpi, spettatori, attori e macchina da presa. Anche quest\u2019ultima fluttuante e ruotante, come in un mare senz\u2019acqua, nel quale i nostri occhi nuotano <i>upside down<\/i>, a seguire i capovolgimenti dei protagonisti, girotondi umani, metafore di uno spazio dove non esiste n\u00e9 sopra n\u00e9 sotto. Visione nitida del tempo abolito e sospeso (anche attraverso il piano-sequenza, lunghissimo, con cui si apre il film), frazione del nulla. La danza dell\u2019assenza di peso unisce e separa i corpi con inaudita facilit\u00e0, abolendo divisioni ma pure stabilit\u00e0, il tutto divenuto nulla. \u00ab\u00c8 da cagarsi sotto quando le cose non sono legate\u00bb.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">La science-fiction contemporanea deve necessariamente fare i conti con un futuro gi\u00e0 arrivato: non l\u2019<i>outer<\/i> del passato avveniristico ma l\u2019<i>inner<\/i> del presente immobile \u00e8 al centro della sua ispirazione visiva e concettuale. La battuta chiave di <i>Gravity<\/i> \u00e8 \u00abIt\u2019s time to go home\u00bb, una sorta di chiusura per assurdo del cerchio di quel remoto, individualistico \u00abE.T. home phone\u00bb che defin\u00ec sin troppo bene gli anni \u201980. Si tratta ancora dell\u2019<i>alien<\/i> in noi, essere solitario <i>lost in space<\/i> alla disperata ricerca di un <i>contact<\/i>, innanzitutto tra me e me, stavolta per\u00f2 per ritrovare l\u2019esterno. Lo spazio del film di Alfonso Cuar\u00f3n, da sempre interessato alla auto-ricostruzione o definizione degli esseri umani (sin dall\u2019esordio di <i>Solo con tu pareja<\/i>, 1991) si rivela quindi un cyber-spazio 2013 tutto alla deriva, un terreno minato di lacerti di un passato dissoltosi nell\u2019irreale simultaneit\u00e0 di un terminale post-moderno. Una <i>casa<\/i> parallela da cui fuggire, per ricostituire quella originaria.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><i>Sci-fi<\/i> da camera, interiorizzata, sia pure nella vastit\u00e0 del cielo che la contiene, esclusivamente basata (dopo poco pi\u00f9 di mezz\u2019ora) sulla performance di un(a) one (wo)man band, la dottoressa Ryan, specialista alla sua prima missione, e da salvare (salvarsi da sola) come l\u2019omonimo soldato emblema di Spielberg. Omaggio alle celebri odissee nello spazio, 2001 e 2002, Kubrick e Douglas Trumbull, ricomprese nell\u2019uso parco del <i>sound<\/i> (lo spazio \u00e8 silenzioso), niente a che fare con la pomposit\u00e0 retorica delle colonne sonore da blockbuster. Nella scarna messa in fabula dove ogni rotondit\u00e0 di narrazione viene schiacciata da una prospettiva sferica corrispondente a una semplicit\u00e0 primordiale, ogni elemento perde spessore (gravit\u00e0) ponendosi come unit\u00e0 non separata. <\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Non a caso, corpi e volti sexy dei due attori-star risultano annullati dalle stelle della volta celeste, un tutto indistinguibile. Sandra Bullock (Ryan) e George Clooney (il comandante Matthew, all\u2019ultima <i>mission<\/i> prima della pensione) sono altres\u00ec anonimizzati dalle tute spaziali, il loro costituisce un vagare indistinto da quello del terzo corpo di Shariff (Phaldut Sharma) di cui per un attimo ascoltiamo la voce. Udiamo parlare (almeno nella versione originale) pure Ed Harris (Houston), il quarto uomo dalla Terra, epitome dell\u2019era, senza pi\u00f9 identit\u00e0 e persona (corpo), detta dal film. Quando, insieme a Ryan, vedremo Shariff in faccia, sia pure protetto dal casco che nega la viseit\u00e0, tranne che nei primi piani, pure agli altri due, il volto non lo ha pi\u00f9, trafitto dalle scaglie di detriti di una stazione spaziale russa distrutta, che a sua volta distrugge shuttle e satelliti a cui sono attaccati, come a un cordone ombelicale, gli eroi leggeri del film. Resta una foto di famiglia, lui con moglie e figlio, amarcord dalla Terra. <\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/10\/gravity_03.jpg\" alt=\"\" title=\"Gravity\" width=\"620\" height=\"411\" class=\"aligncenter size-full wp-image-29793\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/10\/gravity_03.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/10\/gravity_03-300x198.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">E dal pianeta pi\u00f9 arrogante, con lo stesso metodo de-composto, autentica drammaturgia \u201cmagra\u201d di un\u2019esplosione interiore avvenuta, sono riconoscibili, tra gli interni o gli esterni delle stazioni spaziali (americana, russa o cinese, tre mondi senza distinzione), l\u2019icona di Budda e Ges\u00f9, un fotogramma del <i>Voyage sur la lune<\/i> (1902) di M\u00e9li\u00e8s (ricordato pure nel tuffo finale), pezzi di scacchiera (per giocare con la Morte?) e racchetta e pallina da ping pong. Anche (siamo in casa Warner) Marvin il marziano, <i>looney tune<\/i> spazzata via dalle meteoriti. Cartoni animati e corpi, sport e religioni, fiction e realt\u00e0, tutto omologato.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Sembrano cartoline decontestualizzate eppur eloquenti di un social network (citato Facebook quando il satellite finisce in pezzi) e, piuttosto che una conversazione, o un rapporto, quello tra Matt e Ryan, si direbbe una chattata. Non sanno niente l\u2019uno dell\u2019altra, lui fa il piacione, chiede della vita di lei, che racconta di s\u00e9 come probabilmente in nessun altro, reale, contesto. Le albe sulla Terra diventano un ricordo, una testimonianza a distanza (virtuale). Proprio al pari di un contatto da web, il nome da uomo di Ryan nasconde una donna, si parla (tutti e due) di occhi azzurri che invece sono marroni, il racconto delle proprie tragedie personali comincia ad affiorare, intimit\u00e0 della distanza. Seguendo quest\u2019ottica, anche il cognome di Matt, Kowalski, potrebbe essere un <i>nickname<\/i> (in onore a Marlon Brando o Tennessee Williams). Ryan si chiama cos\u00ec, invece, perch\u00e9 il padre voleva un maschio, non ha compagno che l\u2019aspetti sulla Terra, \u00e8 rimasta irrigidita e pietrificata (Stone il cognome) dopo la morte della figlia di quattro anni. Ecco che il termine <i>gravity<\/i> chiama a s\u00e9 <i>grave<\/i>, la tomba. Ed \u00e8 impossibile non pensare alla gravit\u00e0 (pesantezza) della nostra condizione umana, oltre a quella di Ryan, rimasta improvvisamente sola nello spazio.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">La sua solitudine \u00e8 la chiave di volta del racconto. Paradossale, perch\u00e9 la donna ha perso il proprio peso (specifico) proprio per essere divenuta greve, per essersi fatta pietra. Quella figlia morta \u00e8 un rovescio simbolico della sua condizione di non nata. Il personaggio di Matt \u00e8 (ugualmente in senso psicanalitico, junghiano) l\u2019uomo da s\u00e9 estirpato, conferma una condizione di mutilazione. L\u2019altro paradosso sta nel fatto che, proprio quando il maschio sparisce, Ryan lo ritrovi in s\u00e9, sotto forma di visione e slancio, puro fuoco interiore. James Cameron (che difatti ha elogiato molto il film) non \u00e8 tanto lontano, sia nella progressiva virilizzazione dell\u2019eroina che nelle implicazioni avatariane della rete. Soprattutto per la duplicit\u00e0, tipica dei simboli, delle situazioni. L\u2019ululato da cane di Ryan, per esempio, \u00e8 un ulteriore sprofondare nell\u2019annullamento, ultimo gradino prima della resurrezione, oppure il<i> divenire-intenso<\/i>, <i>divenire-animale<\/i>, <i>divenire-impercettibile<\/i> di cui parlava Deleuze?<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Quello spazio virtuale e critico risulta asettico e fertile allo stesso tempo. I detriti da satellite colpito da missile richiamano alla mente molesti spermatozoi che penetrano nella vita frigida della protagonista e non mancano neppure i parti metaforici, l\u2019entrare e uscire da pertugi simbolici, come altrettanto presenti sono le riparazioni\/operazioni chirurgiche (Ryan \u00e8 in primis un medico), con tanto di cordoni ombelicali (satellitari) recisi e sacchi di placenta ambulanti. Se dal 3D si passa al 4D, tutto diventa chiaro. Si capisce il preludio alla riconquista, didascalica e in stile Shyamalan, dei quattro elementi naturali. Quando la donna risale su, scendendo gi\u00f9 (alla lettera), una rana nuotante rappresenta l\u2019umido della vita contrapposto all\u2019arido del morire (o del vivere senza vivere, condizione assai comune). Lo spazio anfibio ritrovato.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Ryan recupera l\u2019aria (dopo essersi tolta l\u2019uniforme e ri-postasi in posizione fetale) e, appunto, il fuoco (reale e metaforico) e l\u2019acqua (anche per via di una lacrima che sfoca tutto lo sfondo e riempie lo schermo, come definitissima particella di saggezza ritrovata, di scioglimento necessario). Infine la Terra, approdo inevitabile, con il contatto non pi\u00f9 virtuale, segnato da quella mano che penetra nella sabbia. \u00abLa vita nello spazio \u00e8 impossibile\u00bb recita la didascalia iniziale. Per questo, era ora di tornare a casa. Adesso lo sguardo \u00e8 smarrito, impaurito, umano. La sorpresa di ritrovarsi viva. Con fatica, la vediamo rimettersi in piedi e andare avanti. Ci guarda e guarda, di nuovo si crea una soggettiva inversa e plurima che implica lo sguardo dello spettatore e lo chiama di nuovo in causa. Lei \u00e8 nata di nuovo. E noi? \u2022<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><i>Leonardo Persia<\/i><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/10\/gravity_04.jpg\" alt=\"\" title=\"Gravity\" width=\"620\" height=\"430\" class=\"aligncenter size-full wp-image-29794\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/10\/gravity_04.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/10\/gravity_04-300x208.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\"><b>Gravity<\/b><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Regia: <\/b>Alfonso Cuar\u00f3n<br \/>\n<b>Soggetto, sceneggiatura: <\/b>Alfonso Cuar\u00f3n, Jon\u00e1s Cuar\u00f3n<br \/>\n<b>Fotografia: <\/b>Emmanuel Lubezki<br \/>\n<b>Montaggio: <\/b>Alfonso Cuar\u00f3n, Mark Sanger<br \/>\n<b>Effetti speciali: <\/b>Jonathan Bickerdike, Luke Marcel, Matt Wood<br \/>\n<b>Musiche: <\/b>Steven Price<br \/>\n<b>Scenografie: <\/b>Andy Nocholson<br \/>\n<b>Costumi: <\/b>Jany Temime<br \/>\n<b>Trucco: <\/b>Ann Fenton<br \/>\n<b>Fondali: <\/b>Rosie Goodwin<br \/>\n<b>Produttori: <\/b>Alfonso Cuar\u00f3n, David Heyman<br \/>\n<b>Produttori esecutivi: <\/b>Stephen Jones, Nikki Penny, Gabriela Rodriguez, Christopher DeFaria<br \/>\n<b>Interpreti principali: <\/b>Sandra Bullock (Ryan Stone), George Clooney (Matt Kowalsky), Ed Harris (Mission Control &#8211; voce), Orto Ignatiussen (Aningaaq &#8211; voce), Paul Sharma (Shariff &#8211; voce), Amy Warren (Capitano &#8211; voce), Basher Savage (Capitano stazione spaziale Russia &#8211; voce)<br \/>\n<b>Produzione: <\/b>Warner Bros., Heyday Films, Reality Media<br \/>\n<b>Souno: <\/b>Datasat, Dolby Digital, Dolby Atmos<br \/>\n<b>Rapporto: <\/b>2.35:1<br \/>\n<b>Camera: <\/b>Arri Alexa (Zeiss Master Prime Lenses)<br \/>\n<b>Negativo: <\/b>Codex<br \/>\n<b>Processo fotografico: <\/b>ARRIRAW &#8211; 2.8K (source), Digital Intermediate &#8211; 2K (master)<br \/>\n<b>Formato di proiezione: <\/b>35 mm (anamorfico), D-Cinema (versione 3D)<br \/>\n<b>Paese: <\/b>USA, UK<br \/>\n<b>Anno: <\/b>2013<br \/>\n<b>Durata: <\/b>90&#8242;<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La gravit\u00e0 della tomba Gravity di Alfonso Cuar\u00f3n (USA-UK\/2013) recensione a cura di Leonardo Persia &nbsp; Nello spazio, silente, la macchina da presa si avvicina a noi, allontanandosi ancor pi\u00f9 dall\u2019immagine della Terra, gi\u00e0 remota. 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