{"id":30455,"date":"2013-12-02T19:12:15","date_gmt":"2013-12-02T18:12:15","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=30455"},"modified":"2013-12-02T19:12:15","modified_gmt":"2013-12-02T18:12:15","slug":"mille-soleils-mati-diop","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=30455","title":{"rendered":"Mille Soleils > Mati Diop"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-30447\" title=\"Mille Soleils03\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/12\/Mille-Soleils03.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"436\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/12\/Mille-Soleils03.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/12\/Mille-Soleils03-300x210.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<br \/>\n<strong><span style=\"font-family: Georgia; font-size: 20pt;\">I MILLE SOLI DELL\u2019AVVENIRE<\/span><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%;\"><span style=\"font-family: Georgia; font-size: 10pt;\"> Si chiama <em>Mille Soleils<\/em>, come fosse una teofania esagerata invece che un tornado atomico, ma il sole, unico, tramonta gi\u00e0 prima dei titoli dei testa. Sul mare azzurro, il canale oltre il quale altre terre, un nuovo mondo, ammaliano come sirene. A Dakar, vedere quelle acque risolutrici, scorte dal finestrino di un tass\u00ec in corsa, sa di carne, sangue e pianto, di desiderio e rabbia indomiti. Mati Diop omaggia lo zio Djibril Diop Mamb\u00e9ty (1945-1998), il pi\u00f9 grande cineasta senegalese (o forse africano), proseguendo il formidabile viaggio-trip del suo <em>Touki Bouki<\/em> (1973), storia dolente e ridente, da jena, di un\u2019emigrazione a met\u00e0. La protagonista femminile, Anta, cio\u00e8 Mareme Niang, una delle presenze femminili pi\u00f9 conturbanti e anticipatrici della storia del cinema, riusciva a prendere la nave che l\u2019avrebbe portata in Francia, al contrario del suo ragazzo Mory, Magaye Niang, che arretrava all\u2019ultimo istante. Trattenuto dalla visione vuota del <em>mu<\/em> e quindi preso dal blues mambetiano, cifra stilistica ricorrente. Immagine-disincanto distillata da un plot preparatorio di viaggi ulteriori, verso la morte simbolica, quando non addirittura morte vera: rito esemplificato in <em>Hy\u00e8nes<\/em> (1992), anomalo sequel di quel capolavoro. Da D\u00fcrrenmatt, musica del fratello Wasis Diop, rockstar africana, il pap\u00e0 di Mati. <\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%;\"><span style=\"font-family: Georgia; font-size: 10pt;\"> Che dedica il suo film alla madre francese, svelando l\u2019intimit\u00e0 raccolta e <em>m\u00e9tisse<\/em> del lavoro, gi\u00e0 delineatasi nei precedenti, fulminanti, corti, tutti basati su identit\u00e0 fluttuanti e miste, <em>in between<\/em> persino sessualmente (il quasi autobiografico <em>Snow Canon<\/em>, 2011, bizzarra e semi-inespressa love story di frammenti pop tra lolita francese e baby-sitter americana, con inaspettato e perturbante bacio in bocca finale). La giovane autrice (31 anni) ha saputo assorbire pure la lezione irrequieta e ipnotica di Claire Denis, altra ambasciatrice di <em>liaisons<\/em> miste e forme-cinema sontuose e spiazzanti, davanti alla cui macchina da presa ha esordito come attrice (<em>35 rhums<\/em>, 2008, dove era la figlia di Alex Descas). Dichiara di aver scoperto le radici africane non da parte del padre, troppo distratto dalla Francia, piuttosto dal cinema a strati plurimi e subtestuali dello zio genio, appena conosciuto da piccola. <\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%;\"><span style=\"font-family: Georgia; font-size: 10pt;\"><em> Mille Soleils<\/em>, quindici anni dopo la morte di Mamb\u00e9ty, quaranta dopo <em>Touki Bouki<\/em>, \u00e8 un ingegnoso, ruvido, poetico e sognante documentario finto, un\u2019estensione pi\u00f9 articolata del precedente <em>Atlantiques<\/em> (2009), che zoomava sull\u2019ossessione di emigrare da parte dei senegalesi. Una mania che lo zio considerava abbruttente, un\u2019altra trappola schiavista. Se in tempi di globalizzazione, quel desiderio attanaglia ormai ciascun abitante del pianeta, ognuno desideroso di fuggire dal mondo, il mediometraggio (45 minuti) della Diop perlustra e rivive, a molteplici livelli di lettura, un sogno perduto (nei \u201970) che oggi si rivela dappertutto ancor pi\u00f9 disilluso. Colpisce che il concetto lacerante venga espresso senza alcuna rassegnazione. Ogni immagine trasuda furia e lucidit\u00e0, mai soffocate dallo stupore di chi sembra filmare le cose per la prima volta. \u00c8 un\u2019opera che incanta e ipnotizza, senza comunque sedurre per sedurre. <\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%;\"><span style=\"font-family: Georgia; font-size: 10pt;\"> Apre con gli zeb\u00f9 di <em>Touki Bouki<\/em>, mentre attraversano il paesaggio urbano, come le pecore milanesi de <em>L\u2019ultimo pastore<\/em> (2012) di Marco Bonfanti. La nostalgia di un mondo perduto \u00e8 ricompresa all\u2019interno di un contesto <em>bigger than life<\/em>. Lo attesta la musica di Dimitri Tiomkin, <em>The Ballad of High Noon<\/em>, la passione di Djibril, il cui sogno era un impossibile remake africano di <em>Mezzogiorno di fuoco<\/em> (1952). Presente qualcosa del western in tutti i suoi film, a cominciare dalle cavalcate baby di <em>Badou Boy<\/em> (1970) o della scena d\u2019apertura di <em>Touki Bouki<\/em>, con il pastorello Mory sullo zeb\u00f9. Animale divenuto, qualche fotogramma dopo, splendente moto-appendice-cyborg, prefigurazione dei futuri innesti uomo\/macchina, di <em>Vroom Vroom Vroom<\/em> (1995) di Melvin van Peebles e, soprattutto, delle proprie, successive eroine claudicanti e <em>metal<\/em>: la cyborg vendicatrice Ramatou di <em>Hy\u00e8nes<\/em> e <em>La petite vendeuse de soleil<\/em> (1999). <\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-30448\" title=\"Mille Soleils01\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/12\/Mille-Soleils01.png\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"333\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/12\/Mille-Soleils01.png 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/12\/Mille-Soleils01-300x161.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%;\"><span style=\"font-family: Georgia; font-size: 10pt;\"> Mory, o Magaye Niang (abbattuta la distinzione fiction\/realt\u00e0, si presuppone siano un unico personaggio), rimasto pastore, \u00e8 invecchiato, ingrigito, pur mantenendo il bel fisico asciutto di quando sognava di scappare da Dakar per andare nella luccicante <em>Paris Paris Paris<\/em> evocata da Josephine Baker. Subito gli \u00e8 contrapposta una scena di macellazione, la stessa che, nel film del 1973, accedeva scura e violenta, opposta alla luminosit\u00e0 bucolica delle prime immagini. Una specie di corrispettivo estetico del taglio da circoncisione o infibulazione, pi\u00f9 vicina a Fassbinder che non a Franju. Fa irrompere la brutalit\u00e0 dell\u2019esistere, svelando lo status permanente di vittima a cui gli esseri umani sono condannati. Il sogno, il cinema, la rivolta ne sono l\u2019antidoto. Subito dopo, alle immagini <em>en plein air<\/em> relative alla preparazione della proiezione-evento di <em>Touki Bouki<\/em> quarant\u2019anni dopo, tra check-out del microfono, schermo da sistemare e pulitura delle sedie, segue un interno di casa Niang, tutt\u2019altro che da <em>red carpet<\/em>. La moglie stira gli abiti a Mory e si preoccupa di farlo vestire decentemente. Gli rimprovera la trasandatezza (\u00abCredi di essere Johnny Halliday?\u00bb), lui si vede che non \u00e8 una star, le chiede persino i soldi per prendere il tass\u00ec. Su una parete di quel povero appartamento, la locandina del film che lo ha reso famoso la si vede affissa al rovescio, come riflessa da uno specchio. Il sogno \u00e8 capovolto. Stavolta Mory viaggia <em>through the looking glass<\/em>, oltre lo specchio della bruta realt\u00e0.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%;\"><span style=\"font-family: Georgia; font-size: 10pt;\"> Infatti anche fuori si respira un\u2019aria caotica, precaria e violenta, un mood in genere tenuto a bada nel cinema senegalese, pungente eppur disteso. Il tassista, giovanissimo, ascolta il rap. Mory cerca di contrattare il prezzo e dentro l\u2019auto avviene lo scontro generazionale. \u00abAbbassa il tuo hip-hop, mi fa male alle orecchie\u00bb implora l\u2019anziano. Il ragazzo gli rinfaccia invece di non aver saputo cambiare il mondo. \u00abUn sistema segue l\u2019altro e nulla cambia\u2026 Il vostro movimento era aria fritta!\u00bb. L\u2019uomo si fa accompagnare a casa di amici, per potersi sbronzare con loro in uno stanzone spoglio dove fanno il nido colorati uccelli svolazzanti. Mati Diop innesta spunti lirici in contesti crudi, evitando il tono contemplativo. Ogni potenziale svolazzo viene ricondotto subito a terra e non c\u2019\u00e8 momento neorealistico che non apra una porta all\u2019oltre incantato. La scena di Mory ubriaco, per strada, con il traffico che non nasconde la desolazione di una citt\u00e0 che cade a pezzi, si alterna agli sguardi di giovani e bambini rapiti dallo schermo dove, in tutta la sua magnificenza di colore, suono e ritmo visivo, risplende <em>Touki Bouki<\/em>. Quando lui arriva, barcollante, dice orgoglioso ai bimbi \u00abQuello sono io!\u00bb e loro ovviamente reagiscono scettici: \u00abSvegliati! Stai sognando. Non sei tu! \u00bb. <\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%;\"><span style=\"font-family: Georgia; font-size: 10pt;\"> Conclusa la proiezione, dinanzi al pubblico, Wasis Diop inizia a commentare l\u2019opera del fratello. Mory viene prelevato con la forza da qualcuno e portato sotto lo schermo. Gli spettatori ridono quando si parla della bellezza (perduta) dell\u2019attore. La luce blu del videoproiettore lo inonda, facendo risaltare ancor di pi\u00f9 il volto invecchiato e stanco. Per\u00f2 il blu \u00e8 anche il colore della fedelt\u00e0 della costanza, delle potenze del cielo. Abbiamo davanti l\u2019uomo che ha rinunciato a partire, al contrario di (quasi) tutti, confidando forse in una lotta in loco purtroppo mancata. Adesso, terminato l\u2019incontro col pubblico, \u00e8 il blu del mare, in un rigurgito di nostalgia e rimpianto, a chiamarlo di nuovo, mentre gli amici lo trattengono dall\u2019andare verso la spiaggia, canzonandolo crudelmente. \u00abDjibril voleva che tu andassi a Hollywood, con John Wayne e gli altri\u00bb. Gli ricordano che in wolof <em>touki<\/em> significa viaggio e invece lui \u00e8 \u00absur place\u00bb. Anche la jena lo \u00e8, pronta a far vittime. <em>Touki Bouki<\/em>, ovvero <em>Il viaggio della iena<\/em>, era infatti un film statico e mosso, barocco e minimale, ottimista e pessimista insieme. \u00ab<em>Touki Bouki<\/em> \u00e8 la mia storia. Non volevo partire e non sono partito\u00bb si difende Mory. Tuttavia gli altri insistono: \u00abQuando Anta parte, avresti dovuto seguirla\u00bb. Contro la mestizia, esplodono i fuochi d\u2019artificio per l\u2019evento, gli stessi che, in Hy\u00e8nes, rappresentavano il carnevale incosciente e occidentalizzato d\u2019Africa e che Mati aveva ripreso nell\u2019<em>exp\u00e9dition<\/em> giapponese di <em>\u00cele artificielle<\/em> (2009). A proposito di vuoto zen.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-30449\" title=\"Mille Soleils02\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/12\/Mille-Soleils02.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"465\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/12\/Mille-Soleils02.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/12\/Mille-Soleils02-300x225.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%;\"><span style=\"font-family: Georgia; font-size: 10pt;\"> Trasferito in un night tutto in stile europeo, dove una donna sta facendo le pulizie, Mory sembra un griot estirpato dal suo mondo, quando giustifica la propria sorte ad altre due donne. \u00abRacconto la mia storia, il mio primo amore: Anta. Cosa andavo a fare in Francia? Lei \u00e8 partita. Io son rimasto\u00bb. Una delle ragazze trova triste la vicenda, l\u2019altra, romantica. Chiedono perch\u00e9 abbia mai rinunciato a seguirla e se lei sia ancora in vita. L\u2019immagine del mare, ben pi\u00f9 minaccioso che in <em>Touki Bouki<\/em>, fa quasi straripare lo schermo. Un\u2019eco nostalgica proviene dalla voce di Mado Robin, alle prese con la malinconica romanza di Martini, <em>Plaisir d\u2019amour<\/em> (1785), che scandiva le tappe oscure dell\u2019altro film, contrapposta all\u2019allegria della canzonetta di Josephine Baker. <\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%;\"><span style=\"font-family: Georgia; font-size: 10pt;\"> Mory trova il coraggio di chiamare Anta, dentro uno scuro bazar con servizio di telefonia internazionale. La vecchia fidanzata non lo riconosce, chiede quasi seccata come abbia avuto il suo numero telefonico. Adesso fa l\u2019agente di sicurezza in un\u2019azienda petrolifera in Alaska. \u00abDove ci sono gli esquimesi?\u00bb chiede lui, consapevole della distanza. E in pochi minuti di cinema astratto, stilizzato e onirico, si sente, fortissima, tutta la dura realt\u00e0 dell\u2019emigrazione forzata e di quella non realizzata o andata a male. Spunta il medesimo, magico, <em>touch<\/em> ossimorico di Djibril, e anche la sua visionariet\u00e0, quando lui, da quel buco nero, scorge la luce della mitica moto di <em>Touki Bouki<\/em>, cavalcata da un suo doppio giovane, la testa avvolta dal turbante rosso. La camera avanza lentamente verso la luce, il sogno, la fiction pi\u00f9 vera del deserto del reale, sintetizzato da quel gestore scontroso che fa cadere la linea e scaccia Mory, reo di essersi trattenuto al telefono pi\u00f9 di quanto consentisse il suo credito. Sono brevi pennellate di grande cinema, dove la Diop mostra un talento ruggente. Da una scena come questa, impensabile nelle opere dello zio (dolci anche quando dure), viene fuori, con completezza maggiore che in tanti lungometraggi, l\u2019incarognimento del Senegal, del mondo. Basta un istante per capire che la iena ha vinto.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%;\"><span style=\"font-family: Georgia; font-size: 10pt;\">Gli occhi di Mory, in primo piano, incrociano quelli del motociclista. Qualcosa di magico sta per accadere. Ed eccolo tra le nevi dell\u2019Alaska, a cercare Anta. La quale appare come una dea. Nuda, distante, quasi incorporea. E la domanda che sorge dalle labbra (\u00abPerch\u00e9 non sei tornata a casa?\u00bb) ha il tono mesto di una preghiera inaudita. Terminato il sogno ad occhi aperti, lo sguardo dell\u2019uomo riempie di nuovo lo schermo. Siamo tornati in Senegal, la musica di <em>High Noon<\/em> ci accoglie di nuovo, per congedarci. Lo spettatore avverte molta tristezza, un oceano di frustrazione. Eppure il gelo si \u00e8 sciolto, siamo ancora inondati dalla luce. Anche stavolta, come in <em>Touki Bouki<\/em>, la fine riavvolge l\u2019inizio. Per ripeterci che la partita non \u00e8 chiusa, n\u00e9 la Storia \u00e8 terminata. Quando un sole annega, altri 999 restano.<br \/>\n<\/span><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%;\"><span style=\"font-family: Georgia; font-size: 10pt;\"> Leonardo Persia<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%;\"><span style=\"font-family: Georgia; font-size: 10pt;\"><strong>Mille soleils<\/strong><br \/>\n(Francia, 2013)<br \/>\nRegia, fotografia: Mati Diop, H\u00e9l\u00e8ne Louvart<br \/>\nMontaggio: Nicolas Milteau<br \/>\nSuono: Bruno Ehlinger, Alexandre Lesbats, Alloune MBow<br \/>\nProduzione: Anna Sanders Films<br \/>\nCon: Magaye Niang<br \/>\nLingua: Wolof<br \/>\n35mm \/ 45&#8242;<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-30451\" title=\"Mille Soleils04\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/12\/Mille-Soleils04.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"414\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/12\/Mille-Soleils04.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2013\/12\/Mille-Soleils04-300x200.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; I MILLE SOLI DELL\u2019AVVENIRE &nbsp; Si chiama Mille Soleils, come fosse una teofania esagerata invece che un tornado atomico, ma il sole, unico, tramonta gi\u00e0 prima dei titoli dei testa. 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