{"id":31480,"date":"2014-05-25T16:14:04","date_gmt":"2014-05-25T14:14:04","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=31480"},"modified":"2014-05-25T16:14:04","modified_gmt":"2014-05-25T14:14:04","slug":"perche-nymphomaniac-e-una-trappola","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=31480","title":{"rendered":"Perch\u00e9 Nymphomaniac \u00e8 una trappola"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/nympho_01.jpg\" alt=\"\" title=\"nympho_01\" width=\"620\" height=\"450\" class=\"aligncenter size-full wp-image-31481\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/nympho_01.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/nympho_01-300x217.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Perch\u00e9 Nymphomaniac \u00e8 una trappola<\/b><br \/>\na cura di Giulia Belloni<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Ogni volta che esce un nuovo film di Lars von Trier, sar\u00e0 per via dello stillicidio mediatico fatto di anticipazioni e provocazioni che lo precede per mesi, la frase pi\u00f9 ricorrente \u00e8: \u00ab[&#8230;] per\u00f2 \u00e8 il suo lavoro pi\u00f9 onesto e viscerale\u00bb. Che il film sia bello, brutto, o oscilli senza soluzione di continuit\u00e0 tra il lirico e il grottesco lasciando turbati, invece di riflettere su quanto assorbito durante la visione, sembra preferibile avvolgersi in contorti voli pindarici, nella ricerca potenzialmente infinita di paragoni, nella spesso inappropriata evocazione del Dogma &#8217;95, nell&#8217;inseguimento senza fine delle citazioni. Si tralascia un&#8217;analisi oggettiva in favore della temperatura del proprio sentimento e, poich\u00e9 non si pu\u00f2 essere sinceri, pena l&#8217;accusa di iconoclastia, ci si abbandona all&#8217;apologia dell&#8217;onest\u00e0, virt\u00f9 che ogni macchia \u00e8 in grado di cancellare \u2013 a riprova di quanto fosse nel giusto la Arendt quando scriveva, parafrasando Kant, che una comunit\u00e0 politica \u00e8 sempre gi\u00e0 una comunit\u00e0 estetica.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Per fare una critica occorrono molte cose: partecipazione, comprensione e la capacit\u00e0 di autoimporsi la distanza che sola consente alla ragione un esercizio tanto disciplinato quanto coraggioso.<br \/>\nNon avere paura delle parole e del giudizio, in questo caso specifico, significa sentire il dovere morale di ammettere candidamente che <i>Nymphomaniac<\/i> \u00e8 un film brutto, superficiale e kitch. Ma \u00e8 anche un test: nella sua maliziosa genialit\u00e0 il dispositivo filmico \u00e8 una vera e propria trappola, in grado di segnalare ancora una volta che, mentre il nostro mondo sta andando in pezzi, critica e pubblico non fanno che sguazzare beatamente in quella pozza di ignavia lasciata dalla trasformazione del dibattito in arena indifferente di opinioni trascinabili a caso.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">\u00c8 stato pi\u00f9 volte evidenziato come il film presenti una struttura chiaramente metacinematografica. Ma siamo sicuri che sia unicamente l&#8217;ennesimo film sulla primordiale necessit\u00e0 antropologica di categorizzazione del caos esperienziale attraverso l&#8217;imposizione di un ordine sensato tramite figure che si servono ambivalentemente di parole e immagini? Se si trattasse solo di questo, il film sarebbe condannabile senza appello. Non solo la storia di Joe \u00e8 triste, ma \u00e8 anestetica ai limiti del noioso. Non c&#8217;\u00e8 avventura del desiderio, al di l\u00e0 dello sfregamento di organi umidicci; manca del tutto <i>il c&#8217;\u00e8<\/i> del rapporto sessuale. Non erotismo, non attesa, nessuna tensione, solo una stolida fame del corpo, insaziabile perch\u00e9 non mediata, non pensata, non agita, solo soddisfatta fino all&#8217;annientamento nervoso del supporto fisiologico che pu\u00f2 portare al raggiungimento biologico del piacere (utilizzo questi giri di parole unicamente per contrastare la tendenza di molti a abusare di termini quali \u201ccazzo\u201d, \u201cfica\u201d, \u201cscopata\u201d, per ammantare il proprio ragionamento conservatore di quel pizzico di trasgressione che pu\u00f2 rendere spendibile un articolo on-line) o alla risoluzione della repressione totale del proprio bisogno, in spregio alla statistica.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Non si tratta di una resa gioiosa alla sensazione, fino all&#8217;auto-dissolvimento nel tutto universale o qualcosa del genere, ma di una caduta verticale sul bisogno animale, sorretta da una completa mancanza di disciplina, che sarebbe anche giustificabile se non fosse martellata da un socialmente condizionato senso di colpa che, come nella pi\u00f9 classica diagnosi freudiana, incastra in una coercizione a ripetere che altalena tra l&#8217;auto esaltazione e l&#8217;umiliazione punitiva. Tutto questo, pur nella sua banalit\u00e0, sarebbe ancora accettabile se non ci trovassimo davanti a una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti: invenzioni narrative deboli si accompagnano a dialoghi estratti da un romanzo femminile d&#8217;appendice; le fantasie pi\u00f9 convenzionali, tipiche del maschio bianco medioborghese, ci vengono snocciolate davanti in una narrazione paratattica che, nonostante l&#8217;impianto fortemente scandito &#8211; tipico del regista &#8211; manca di ritmo e, pure nei momenti che dovrebbero risultare pi\u00f9 emotivamente caricati (come la morte del padre di Joe) si mantiene al livello di efficacia pari a quello di una soap opera. E della serialit\u00e0 che non si cura di mimare la frammentariet\u00e0 dell&#8217;esistenza &#8211; in particolare della sit-com americana &#8211; ritroviamo anche l&#8217;impianto visivo: zoomate a schiaffo si concatenano in un montaggio didascalico che non lascia nulla alla capacit\u00e0 immaginativa dello spettatore. Il tutto \u00e8 punteggiato da riprese in bianco e nero o riquadri dalla qualit\u00e0 video-artistica, che, nella loro formale raffinatezza, mostrano una natura del tutto priva di oscurit\u00e0 e perfettamente indagabile dall&#8217;occhio macchinico. Sarebbe facile rincorrere la sequela di maestri e ispiratori, ma \u00e8 importante sottolineare come le varie tecniche vengano impastate tra loro formando un complesso altamente post-moderno e ammorbidito, privo della causticit\u00e0 della sperimentazione tecnica originale.<br \/>\n\u00c8 del tutto assente ogni tipo di ricerca estetica e musicale, caratteristica principe dei due capolavori precedenti \u2013 <i>Antichrist<\/i> e <i>Melancholia<\/i> \u2013, colpevolmente sottovalutati dalla critica, non amati dal pubblico. E proprio per la felicit\u00e0 di quei critici che avevano accusato von Trier di essere troppo criptico e intellettualistico, ecco che ci viene lanciata un&#8217;esca adornata di riferimenti pi\u00f9 o meno colti, tutti diligentemente introdotti e sviluppati, che conferiscono all&#8217;opera il tono saccentemente superficiale di quelle tesine che tanto compiacciono i professori universitari. \u00c8 tutto l&#8217;apparato metaforico, evidentemente superfluo, ornamentale e privo di sostanza, che spinge a interrogarsi sul valore metacinematografico del film: a partire proprio dall&#8217;<i>esca<\/i> \u2013 che \u00e8 l&#8217;alfa e l&#8217;omega delle metafore che strutturalmente avvolgono il racconto. Joe \u00e8 un&#8217;esca, la sua storia \u00e8 un&#8217;esca. Il film \u00e8 una <i>sciarada<\/i> con i critici, pi\u00f9 che una riflessione sul racconto e il suo illusionismo.<br \/>\nAltrimenti non trovano spiegazione le innumerevoli giustificazioni che il regista ha sapientemente sparso nel testo: \u201cla mia storia sar\u00e0 lunga e avr\u00e0 una morale\u201d; \u201cnon \u00e8 femmineo, come minimo \u00e8 borghese\u201d; \u201c\u00e8 terribile che tutto debba essere cos\u00ec banale\u201d; \u201csimile a un clich\u00e9 del nostro tempo\u201d. Von Trier ha abilmente chiuso tutte le strade a una critica in grado di argomentare le pecche del suo testo: questo film \u00e8 brutto, cos\u00ec volle che fosse. \u00c8 anche impossibile non accorgersi dei vari indizi \u2013 un po&#8217; passivo-aggressivi, va detto \u2013 che rimandano alla polemica che escluse il regista dal festival di Cannes: da Seligman che allude alle sue origini ebraiche, distinguendo tra antisemitismo e antisionismo, a Joe che si spende in un apologo ai pedofili repressi.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/nympho_02.jpg\" alt=\"\" title=\"nympho_02\" width=\"620\" height=\"349\" class=\"aligncenter size-full wp-image-31482\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/nympho_02.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/nympho_02-300x168.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">Joe \u00e8, come altri protagonisti disegnati dal regista, perseguitata dalle proprie ossessioni e, come il regista stesso, alla disperata ricerca di un contatto umano, sempre frustrato, umiliato, sfruttato. L&#8217;unico insegnamento tratto dall&#8217;esperienza mediata dalla ricerca di significato \u00e8 che l&#8217;umanit\u00e0 nel complesso non \u00e8 buona, n\u00e9 grande. \u00c8 solo umana, come umane sono le sue mostruose bassezze.<br \/>\nMa questo non \u00e8 tutto, non ci obbliga a rassegnarci alla condanna della nostra biologica imperfezione, si pu\u00f2 sempre fare qualcosa che ci avvicini a un imperfetto analogo della giustizia trascendente. \u00c8 forse questo il nocciolo del problema teologico che come basso continuo scandisce la filmografia di Lars von Trier: il rapporto mai risolto tra teodicea, grazia e apocalisse che, per problematicit\u00e0 e complessit\u00e0, trova il suo apice elaborativo in <i>Antichrist<\/i>, in cui una moderna coppia primordiale torna nel paradiso che, essendo terrestre, \u00e8 popolato da fantasmi e visioni di sciagura, fino alla dissoluzione. Le citazioni che rimandano alle stragi dell&#8217;Inquisizione restituiscono un&#8217;evocativa testimonianza della tragicit\u00e0 della dimensione umana, stretta tra una natura volubile e matrigna, feroce, e una storia scritta da vincitori che, grondando sangue, ci chiede ragione di cosa ontologicamente siamo diventati. Il senso universale del film \u2013 svilito da una critica troppo avvinta dal facile psicologismo e dalla mitologia del cosiddetto \u201cfemminino\u201d per lasciarsi mettere sulla giusta pista dalla dedica a Tarkovskij \u2013 trovava nuova declinazione in <i>Melancholia<\/i> in cui il d\u00e9tournement di alcuni classici della cultura romantica europea sfumavano emotivamente il senso politico del film: il progetto di civilizzazione, linearmente improntato al progresso, ha fallito; la distruzione \u00e8 meritata e necessaria &#8211; per lo meno seguendo lo sguardo follemente lucido della nuova melancolica Cassandra. Questo anche il senso di una delle scene tacciate di mero estetismo: il candido corpo di Justine giace lungo il ruscello, investito dalla luce blu del pianeta portatore di morte. Una ruota di pavone per attirare l&#8217;apocalisse: Eros e Thanatos uniti in un ultimo giro di danza, dal senso inedito. La chiusura del film, con quella disperata capanna, che racchiude l&#8217;ultimo rassegnato tentativo di dare l&#8217;uomo all&#8217;uomo, \u00e8 un atto di accusa e un appello: perch\u00e9 fino a quando la catastrofe non \u00e8 compiuta, ogni giorno si deve costruire una casa nel mondo, perch\u00e9 nonostante il crollo dell&#8217;esperienza ci sia lo spazio per lo sviluppo di un possibile altro.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\">I temi capitali sono ridotti in <i>Nynmphomaniac<\/i> a banale dicotomia di genere e generica blasfemia. Alcune sequenze ripropongono <i>Antichrist<\/i> in una versione adatta ad essere digerita dal pubblico, perch\u00e9 semplicemente oscena e passibile di una lettura semplicistica per cui, alla fine, va bene tutto e va tutto bene. Anche a livello formale non ci resta che una macchina da presa ubriaca di movimento, scevra della visione incrinata e straniante dei film precedenti; anche in grado di fare sfoggio di un virtuosismo sterile al limite del manierismo \u2013 le panoramiche di mattonelle del vicolo del piano sequenza iniziale ricordano la vuota \u201cbellezza\u201d del prologo dell&#8217;ultimo lavoro di Sorrentino.<br \/>\nIl sesso, che il regista ha sempre usato non in quanto tema, ma in quanto ferita d&#8217;accesso a quel magma pre-logico in cui totalit\u00e0 di senso e totalit\u00e0 del non-senso coincidono paradossalmente, punto archedimico di ogni processo creativo, \u00e8 illustrato in banali dicotomie fino all&#8217;esaurimento, alla voluta anestesia che, come previsto, appaga e compiace una societ\u00e0 compiutamente anestetizzata.<br \/>\nDietro la sequenza di peni a tutto schermo o quella in cui vagine si trasformano in occhi (tradizionalmente specchio della cosiddetta anima), \u00e8 facile immaginare Lars von Trier che se la ride, che sfrutta quel <i>voyeurismo<\/i> senza passione, funzionale al nuovo paradigma del vivere bene, per cui conta di pi\u00f9 la quantit\u00e0 della qualit\u00e0, fino allo sfinimento, perch\u00e9 sfinita \u00e8 la nostra epoca.<br \/>\nIn caso la mia analisi fosse corretta, a maggior ragione se non lo fosse, non posso non rimpiangere il regista che, attraverso le sue composizioni, ci faceva guardare le ghiande che come perle cadevano sul tetto della baita in Eden: allegorie potenti di una natura tanto indifferente verso la ragione umana quanto vendicativa nella sua ferinit\u00e0, che con braccio maligno avvolge chi \u00e8 obbligato a vedervi lo scandalo della morte e della putrefazione, invalicabile limite dell&#8217;umano. Per sovrabbondanza metaforica quelle ghiande, oggi, non sono altro che ghiande. Lanciate a porci.<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><i>Giulia Belloni<\/i><\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/nympho_03.jpg\" alt=\"\" title=\"nympho_03\" width=\"620\" height=\"450\" class=\"aligncenter size-full wp-image-31483\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/nympho_03.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/nympho_03-300x217.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Nymphomaniac: Vol. I<\/b><br \/>\nregia, sceneggiatura: Lars von Trier \u2022 fotografia: Manuel Alberto Claro \u2022 montaggio: Morten H\u00f8jbjerg, Molly Marlene Stensgaard \u2022 interpreti: Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsg\u00e5rd, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Christian Slater, Uma Thurman, Sophie Kennedy Clark, Connie Nielsen, Ronja Rissmann, Maja Arsovic, Sofie Kasten, Ananya Berg, Anders Hove \u2022 paese: Danimarca, Germania, Francia, Belgio, UK \u2022 anno: 2013 \u2022 durata: 110&#8242;<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\"><font face=\"Georgia\" size=\"2\"><b>Nymphomaniac: Vol. II<\/b><br \/>\nregia, sceneggiatura: Lars von Trier \u2022 fotografia: Manuel Alberto Claro \u2022 montaggio: Molly Marlene Stensgaard \u2022 interpreti: Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsg\u00e5rd, Stacy Martin, Willem Dafoe, Mia Goth, Michael Pas, Jean-Marc Barr, Jamie Bell, Ananya Berg, Peter Gilbert Cotton, Shia LaBeouf, Connie Nielsen, Uma Thurman \u2022 paese: Danimarca, Germania, Francia, Belgio, UK \u2022 anno: 2013 \u2022 durata: 123&#8242;<\/font><\/p>\n<p style=\"line-height: 150%\">&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Perch\u00e9 Nymphomaniac \u00e8 una trappola a cura di Giulia Belloni Ogni volta che esce un nuovo film di Lars von Trier, sar\u00e0 per via dello stillicidio mediatico fatto di anticipazioni e provocazioni che lo precede per mesi, la frase pi\u00f9 ricorrente \u00e8: \u00ab[&#8230;] per\u00f2 \u00e8 il suo lavoro pi\u00f9 onesto e viscerale\u00bb. 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