{"id":33985,"date":"2015-03-03T18:01:59","date_gmt":"2015-03-03T17:01:59","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=33985"},"modified":"2015-09-23T01:17:09","modified_gmt":"2015-09-22T23:17:09","slug":"en-duva-satt-pa-en-gren-och-funderade-pa-tillvaron-un-piccione-seduto-su-un-ramo-riflette-sullesistenza-roy-andersson","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=33985","title":{"rendered":"En duva satt p\u00e5 en gren och funderade p\u00e5 tillvaron (Un piccione seduto su un ramo riflette sull\u2019esistenza) > Roy Andersson"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione01.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-35447\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione01.jpg\" alt=\"Un-piccione01\" width=\"1112\" height=\"742\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione01.jpg 1112w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione01-150x100.jpg 150w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione01-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione01-1024x683.jpg 1024w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione01-436x291.jpg 436w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione01-673x449.jpg 673w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione01-950x633.jpg 950w\" sizes=\"auto, (max-width: 1112px) 100vw, 1112px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Immaginiamo per un momento che sia possibile cogliere in un unico atto conoscitivo, in un unico sguardo, la totalit\u00e0 degli eventi, delle relazioni e delle concatenazioni causali che costituiscono l\u2019esistenza umana. Pu\u00f2 il cinema aspirare a rappresentare tale sguardo?<\/p>\n<p>Non vi \u00e8 dubbio che il regista svedese Roy Andersson avesse esattamente questa intenzione, con il suo ultimo lungometraggio <em>Un piccione seduto su un ramo riflette sull\u2019esistenza<\/em>\u00a0(Leone d\u2019stero a Venezia 2014), terzo capitolo della cosiddetta <em>Living Trilogy<\/em>, iniziata con <em>Songs from the second floor<\/em> (2000) e proseguita con <em>You, the living<\/em> (2007). Rappresentare sul grande schermo la totalit\u00e0 dell\u2019esistenza umana, cogliendone gli aspetti e gli elementi essenziali che la caratterizzano. Il punto di vista scelto dal regista \u00e8, metaforicamente, quello di un comune \u201cpiccione\u201d, ossia semplicemente altro rispetto al mondo degli uomini, ma non per questo trascendente. Tale espediente permette di rappresentare l\u2019intero quadro dell\u2019esistenza umana nella sua fragile inutilit\u00e0, nella sua brutalit\u00e0, ma anche in tutta la sua bellezza, da una prospettiva che potremmo definire \u201coggettiva\u201d e non mistificante.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Essenzialit\u00e0 dello sguardo \u2013 forma e contenuto<\/em><\/p>\n<p><em>Un piccione seduto su un ramo riflette sull\u2019esistenza<\/em> \u00e8 in un certo senso, non-cinema, negazione della sostanza cinematografica, che per definizione risiede nella dinamicit\u00e0 del movimento delle immagini. Il film \u00e8 costituito da 39 inquadrature fisse, all\u2019interno delle quali si svolgono azioni in s\u00e9 compiute e separate l\u2019una dall\u2019altra, del tutto autosufficienti, nella totale assenza di movimenti di macchina. Andersson coglie la migliore eredit\u00e0 del cinema bressoniano e kaurism\u00e4kiano, e spoglia di ogni elemento superfluo la gestualit\u00e0 corporea e vocale dei suoi attori, pallidi in volto e simili a mimi su un palcoscenico spoglio e simmetrico, dai colori freddi e opachi. L\u2019essenzialit\u00e0 della forma appare funzionale a un\u2019enfatizzazione estrema del contenuto: ogni movimento, ogni gesto degli attori all\u2019interno dell\u2019inquadratura assume una rilevanza particolare, quasi teatrale, e diviene efficace veicolo di emozioni che si trasmettono allo spettatore. La forza comunicativa ed emozionale della scena ambientata nell\u2019osteria, in cui un vecchio sordo e pieno di acciacchi ricorda la sua giovinezza, in quella stessa osteria nel 1943, risulta amplificata dal contrasto con la freddezza e la staticit\u00e0 delle altre inquadrature. Grazie a questo contrasto espressivo la scena, forse una delle pi\u00f9 riuscite dell\u2019intero film, riesce a comunicare, nel personaggio della giovane oste, la forza di un amore per l\u2019uomo che riesce a superare qualsiasi forma di deprivazione materiale e morale, che in questo caso ha origine negli orrori della guerra.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Il non-senso dell\u2019esistenza<\/em><\/p>\n<p>Andersson mette in scena in modo originale e divertito, ma con una punta di amarezza, la banalit\u00e0 dell\u2019esistenza umana, mettendola subito a confronto con la morte, sin dalla prima scena del film, in cui un uomo di mezza et\u00e0 viene silenziosamente e improvvisamente colto da un attacco cardiaco mentre cerca di stappare una bottiglia di vino, senza che la moglie se ne accorga, impegnata a preparare la cena in cucina. La morte accade e scorre subito via, nell\u2019indifferenza generale, come se l\u2019umanit\u00e0 intera si fosse ormai rassegnata al fatto che non valga davvero la pena di vivere. La vita quotidiana sembra essere colmata da una miriade di occupazioni banali, le quali sembrano avere importanza vitale per i personaggi che appaiono nei vari \u201cquadri\u201d che compongono il film. Non possiamo non cogliere inoltre una nuova declinazione dell\u2019incomunicabilit\u00e0 che paralizza e ossifica i rapporti umani, elemento distintivo del cinema di Antonioni, nelle diverse scene in cui pi\u00f9 personaggi, parlando al telefono, sembrano non poter dire altro che \u201csono contento di sapere che state bene\u201d. Tale affermazione risulta persino paradossale, quando a pronunciarla \u00e8 un uomo evidentemente prossimo al suicidio, solo al centro di una stanza, tenendo la pistola in una mano, e il telefono nell\u2019altra.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Artisti-eroi<\/em><\/p>\n<p>Indubbiamente tuttavia, due personaggi, all\u2019interno del pi\u00f9 ampio affresco \u201ccorale\u201d del film, emergono come indiscussi protagonisti. Sono due signori di mezza et\u00e0, in abito grigio, che girano con una valigetta che contiene scherzi di carnevale: canini da vampiro (disponibili anche con canini extra-lunghi), sacchetto con risata, e maschere di zio dentone (un nuovo articolo su cui puntano molto). \u201cVogliamo aiutare la gente a divertirsi\u201d, ripetono a tutti coloro che li interrogano sulla loro occupazione. La trascinata cadenza nel parlare, la gestualit\u00e0 lenta, i loro volti tristi e inespressivi creano un paradossale contrasto con la loro \u201cmissione\u201d, ma al tempo stesso donano ai due personaggi una statura eroica. In un mondo in cui ogni individuo pare condannato autisticamente a un continuo isolamento dai suoi simili, completamente immerso in una realt\u00e0 interiore indecifrabile che rende ogni sua azione esteriore fuori luogo e quasi comica, questa strana coppia di individui tenta, senza successo, di portare qualche sorriso in questo solitario e straniato universo. Si \u00e8 inevitabilmente tentati di concepire i due personaggi come una rappresentazione metaforica del cinema in quanto forma d\u2019arte. In fondo, che cos\u2019era il cinema delle origini se non una grande \u201cmaschera di zio dentone\u201d, una semplice forma di intrattenimento, capace di stupire lo spettatore catturandone l\u2019immaginazione? Forse \u00e8 per questo che non possiamo fare a meno di sentirci vicini a questi due insoliti eroi, e di commuoverci per la tragicomicit\u00e0 di ogni loro gesto, nonch\u00e9 per il viscerale sentimento di amicizia che li lega. E l\u2019incredibile dedizione alla loro missione ci riporta alla mente uno dei personaggi dell\u2019universo felliniano, l\u2019ingenua e dolce Gelsomina de La strada, che decide di dedicare tutta la sua vita e le sue energie al servizio del brutale e violento saltimbanco Zampan\u00f2, convinta di poterlo cambiare in un uomo buono.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>\u201cHomo Sapiens\u201d<\/em><\/p>\n<p>Ma in fondo, che cosa pu\u00f2 l\u2019arte innanzi alla cieca barbarie dell\u2019uomo nei confronti di esseri ritenuti inferiori a s\u00e9, ossia animali e uomini di \u201crazze inferiori\u201d? Andersson, in una sezione del film espressamente dedicata a questo tema, e non a caso intitolata \u201cHomo Sapiens\u201d, mostra in modo crudo e spietato prima le atroci sofferenze di esseri viventi costretti a subire la dis-umanit\u00e0 dei propri simili. Prima una piccola scimmia costretta a subire continui elettroshock a scopo di ricerca scientifica, sullo sfondo una ricercatrice al telefono, \u201csono contenta di sapere che state bene\u201d, indifferente ai lamenti dell\u2019animale. Poi il dramma della schiavit\u00f9 e del colonialismo, rappresentato all\u2019interno di una dimensione del tutto surreale: decine di uomini bruciati vivi all\u2019interno di uno strano, enorme strumento musicale, per allietare una schiera di vecchi aristocratici infermi, i loro lamenti e le loro urla trasformati in una melodia leggera, sublime. L\u2019impotenza dell\u2019arte si riflette tristemente nelle lacrime disperate di uno dei due venditori ambulanti.<\/p>\n<p><em>&#8211; Lorenzo Livraghi<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-35448\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione02.jpg\" alt=\"Un-piccione02\" width=\"782\" height=\"440\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione02.jpg 782w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione02-300x169.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione02-436x245.jpg 436w\" sizes=\"auto, (max-width: 782px) 100vw, 782px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>En duva satt p\u00e5 en gren och funderade p\u00e5 tillvaron<\/strong><br \/>\n(titolo italiano: <em>Un piccione seduto su un ramo riflette sull\u2019esistenza<\/em>. Svezia-Germania-Norvegia-Francia\/2014)<br \/>\nRegia: Roy Andersson<br \/>\nSceneggiatura: Roy Andersson<br \/>\nFotografia: Istv\u00e1n Borb\u00e1s, Gergely P\u00e1los<br \/>\nMontaggio: Alexandra Strauss<br \/>\nColonna sonora: Hani Jazzar, Gorm Sundberg<br \/>\nCostumi: Julia Tegstr\u00f6m<br \/>\nProduzione: Johan Carlsson, Linn Kirken\u00e6r, Pernilla Sandstr\u00f6m, H\u00e5kon \u00d8ver\u00e5s<br \/>\nInterpreti: Holger Andersson, Nils Westblom, Viktor Gyllenberg, Lotti T\u00f6rnros, Jonas Gerholm, Ola Stensson, Oscar Salomonsson, Roger Olsen Livkern<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-35449\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione03.jpg\" alt=\"Un-piccione03\" width=\"782\" height=\"440\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione03.jpg 782w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione03-300x169.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/Un-piccione03-436x245.jpg 436w\" sizes=\"auto, (max-width: 782px) 100vw, 782px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/kk1SSnS9tK0?rel=0\" width=\"853\" height=\"480\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Immaginiamo per un momento che sia possibile cogliere in un unico atto conoscitivo, in un unico sguardo, la totalit\u00e0 degli eventi, delle relazioni e delle concatenazioni causali che costituiscono l\u2019esistenza umana. 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