{"id":34313,"date":"2015-04-10T13:17:31","date_gmt":"2015-04-10T11:17:31","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=34313"},"modified":"2015-04-10T13:17:31","modified_gmt":"2015-04-10T11:17:31","slug":"la-scelta-michele-placido","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=34313","title":{"rendered":"La scelta > Michele Placido"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/lascelta.jpg\" alt=\"lascelta\" width=\"1112\" height=\"741\" class=\"aligncenter size-full wp-image-34314\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/lascelta.jpg 1112w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/lascelta-150x100.jpg 150w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/lascelta-300x199.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/lascelta-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/lascelta-436x290.jpg 436w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/lascelta-673x449.jpg 673w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/lascelta-950x633.jpg 950w\" sizes=\"auto, (max-width: 1112px) 100vw, 1112px\" \/><br \/>\n<strong>Lo stupro riparatore<\/strong><\/p>\n<p>Un sole non ingannatore nel cinema italiano. Mortifica, poi vivifica. Abbaglia protagonista e spettatore, penetrando tra le impalcature di una strada stretta che potrebbe fungere da selva oscura, preludio al cambiamento. Raggi luciferi accompagnati a una conversazione telefonica abortita tra una coppia senza figli che fino a quel momento sembrava essere fin troppo in armonia. Rispondere senza parlare, riattaccare prima di insistere. Uno strano presagio, illuminato dal sole attraverso il buio. Annunciazione <em>dark<\/em> che precipita il film in un budello incognito, inespresso, con schegge di trauma\/<em>traum<\/em>, sogno e perturbante. Da un vicolo infatti spunta una mano e trascina Laura (Ambra\/Ombra Angiolini) in una melma d\u2019orrore fuoricampo, appena dopo le riprese che Pasolini avrebbe definito <em>contronatura<\/em>, infuocate da quel Sole epifanico, una sorta d\u2019occhio di Varuna che copre e scopre.<\/p>\n<p>La mano ama l\u2019anima, con quell\u2019impulso dal basso verso l\u2019alto. Sostituisce un fallo proditorio, il Logos fondatore fecondatore. Appartiene difatti a uno stupratore, la cui radice <em>stup<\/em> \u00e8 la stessa di stupore, <em>stupefacere<\/em>. Siamo di fronte a una violenza stupefacente. Simbolica pi\u00f9 che reale. Onda d\u2019urto scatenante l\u2019altrui censura censurata. Da quel momento, quindi, la donna sar\u00e0 trattata come una creatura cronenberghiana, un purulento <em>work in progress<\/em> di corpo raddoppiato, portatrice di una maternit\u00e0 ributtante. Il cammino insopportabile della complessit\u00e0 dell\u2019esistenza e della natura. A cui, strenua, si oppone la cultura di consorte (Raoul Bova) e familiari, bigotti sbigottiti. Non sentono pi\u00f9 Laura e lei non sente pi\u00f9 loro. La donna vaga e deambula come fosse in un\u2019altra realt\u00e0, oltre i dati di superficie che il film aveva mostrato e continuer\u00e0 a mostrare lisci e levigati, eppur disseminati di porte chiuse (e improvvisamente spalancate), vetrate, sbarre, reticolati umani, isolamenti, spigoli, pur in un\u2019apparente condivisione.<\/p>\n<p>Ecco franare i falsi entusiasmi raccontati a inizio film, quasi da spot. Canti, riti alimentari, urli di gioia, party, foia incontinente. E false tolleranze, come quando si vede la sorella della protagonista (Valeria Solarino) convivere tranquillamente con due uomini (e due figli), altro presagio di corpo molteplice. Qualcuno chiacchiera, ma \u00e8 poca roba: nessuno pi\u00f9 si scandalizza. La false solidariet\u00e0, invece, saranno espresse da quella coppia in strada che mette il dito \u2013 nel cellulare \u2013 tra moglie e marito briganti, minacciando di chiamare la polizia. Sono gi\u00e0 una prefigurazione dello spettatore e del critico <em>politically correct<\/em> pronti a sghignazzare sul film, poi a puntare il dito ideologico accusatore.<\/p>\n<p>Michele Placido \u00e8 un autore capace di alternare rotondit\u00e0 narrative (<em>Del perduto amore<\/em>, 1998), <em>coolness<\/em> di scrittura (<em>Un eroe borghese<\/em>, 1995), toni sociali (<em>Le amiche del cuore<\/em>, 1992) e asociali (<em>Un viaggio chiamato amore<\/em>, 2002), cinema di genere (<em>Romanzo criminale<\/em>, 2005) o degenere (<em>Ovunque tu sei<\/em>, 2004), nel segno di un eclettismo ambizioso e coraggioso. Qui ritrova il <em>touch<\/em> astratto e contemporaneamente corporeo delle sue cose pi\u00f9 bizzarre e sperimentali, mettendo costantemente in forse la sua propria messa in scena. Anche Catherine Breillat faceva dubitare del <em>Parfait amour!<\/em> (1996) del suo omonimo titolo, nonostante la coppia del film scopasse alla grande. Salvo poi far rinfacciare da lei a lui scarse capacit\u00e0 amatorie. Stuprando, stupendo gli spettatori.<\/p>\n<p>Oltre che inganno e finzione, il cinema \u00e8 sempre <em>trans<\/em>, <em>motion<\/em> in moto, intensivo ed estensivo. Non bisogna mai prenderlo alla lettera. Le storie sono un elemento al pari di fotografia, inquadratura e cast. Servono a veicolare e violare concetti, concepiti inconcepibili. Un bambino pu\u00f2 anche non essere un bambino, una donna non necessariamente tale e figuriamoci quindi un nascituro. Il figlio in arrivo, che il film anticipa da subito con tutta una serie di bimbi alchemici (ai quali Laura insegna canto), rappresenta la materia prima e contemporaneamente il prodotto finale di un processo interiore che il film si sforza di tradurre in stup(o)ri concettuali, abbattendo i confini tra detto, non detto, campo e fuoricampo, linguaggio e metalinguaggio.<br \/>\nSpezzata, convulsa, confusa la forma del film, proprio come un feto (del S\u00e9). Accennata ma non sviluppata, aperta e tuttavia chiusa dentro una (apparente) confezione ortodossa di musica sottolineatrice e scorci di Bisceglie come dovrebbe piacere all\u2019Apulia Film Commission. I dialoghi sono da Harmony collezione, e per questo li si potrebbe considerare all\u2019altezza di quelli dell\u2019ultimo Michael Mann. Dei tanti personaggi che fanno da contorno non se ne capisce la necessit\u00e0: forse in quanto non l\u2019hanno neanche nella vita interiore dei due protagonisti? o proprio perch\u00e9, in un tale processo, nulla \u00e8 superfluo e da scartare?<\/p>\n<p>Il film osa accumulare senza spiegare, far vedere senza dimostrare. Privo delle consuete scorciatoie narrative, dialogiche, psicologiche e patologiche del cinema per tutti che ci si aspetta. Si confida molto nel visivo, nella diegesi dei segni. Si pensi al pan-focus al contrario, che sfoca un\u2019immagine umana, un dialogo tra sorelle, lasciando ben in evidenza il marchio di un prodotto. Pubblicit\u00e0 occulta svelata. Un clamoroso esempio di meta-<em>product placement<\/em>, onirico e ironico: il colpo di genio che fa di necessit\u00e0 virt\u00f9 autoriflessiva, suggerendo l\u2019idea di esistenze a una sola dimensione mercantilizzata. Cinema compreso.<\/p>\n<p>Le immagini stesse e la sceneggiatura che le anima sembrano vagare catatonici in cerca di un non so che, quasi forzate in una libert\u00e0 di movimento e di montaggio, che alterna con sgraziata grazia primissimi piani e inquadrature vuote, dettagli dettagliatissimi ed ellissi che danno un effetto quasi di cecit\u00e0, spaesamento e subbuglio. Aderiscono in pieno a quel <em>womb-tomb<\/em>, al cancello femminile che conduce al-di-l\u00e0, un grembo\/porta dentro cui \u00e8 facile smarrirsi. Ci sono pure le campane, dal suono sempre atto a condividere il simbolismo della soglia femminile. Consolano, turbano. Gerard Damiano le faceva suonare mentre Linda Lovelace raggiungeva finalmente l\u2019orgasmo, Lars von Trier, misogino cronico, quando Emily Watson crepava, stuprata a morte per volont\u00e0 del marito impotente (poi potente). Placido se ne serve per imbastire uno stupro riparatore, lo stupro\/paradosso che rifonda la verginit\u00e0. Ne verr\u00e0 fuori, in tutti i sensi, un\u2019altra vita.<\/p>\n<p>Il che sconcerta e scontenta, si offre provocatoriamente come bersaglio dei savi e dei progressisti, abortisti e anti-antiabortisti, anche nella scelta di due attori ovviamente ed evidentemente non strepitosi, le cui facce da fiction tv si sanno gi\u00e0 non all\u2019altezza di quel che dovrebbero esprimere. Ma cosa devono esprimere? Un testo pirandelliano di cento anni fa, disossato? O piuttosto un ineffabile psichico della cui natura il film si rende radicalmente partecipe, attraverso simboli e metafore, volti a trascendere l\u2019involucro rassicurante, senza neppure darsi come tali?<\/p>\n<p><em>La scelta<\/em> (anche registica) \u00e8 indeterminata, sfuggente, imprecisabile, indefinibile. Pi\u00f9 di tutto perch\u00e9 concentrata su quel corpo di donna <em>posseduto<\/em> da un nascituro, cos\u00ec vicino cos\u00ec lontano a tutto quanto si possa percepire rispetto alla nuova carne delle neo-famiglie, ai traumi pre e post partum, al corpo trasformato e violato, alla fecondazione eterologa. Persino alla consuetudine abbattuta, in questi tempi cos\u00ec innaturalmente immobili. Temi proposti mediante un ordine simbolico mitologico di streghe e puttane. Qualcosa che al pi\u00f9 viene tollerato solo se declinato al passato. O sotto forma di horror. Dario Argento, per esempio, \u00e8 stato e resta un esperto di mamme scioccanti. Tuttavia anche <em>La terza madre<\/em> (2007), film di analoghi turbamenti e rinascenze, ha avuto un ingiusto pessimo trattamento. Allo stesso modo delle mamme perturbate dell\u2019Alina Marazzi di <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=27549\" target=\"_blank\"><em>Tutto parla di te<\/em><\/a> (2012), horror tenero come un bambolotto.<\/p>\n<p>A proposito di bambolotti. Il film ha un ulteriore scatto nell\u2019alludere che un\u2019altra vita arriva ma non \u00e8 detto che sia per forza <em>altra<\/em>. Tra moglie e marito riconciliati, per interposto flashback, si frappone un forcipe. I bambini numerosi che contornano il film esprimono s\u00ec un simbolo di individualit\u00e0 rinnovata (o sul punto di esserlo), restano per\u00f2, su un piano fotografico oggettivo, bimbi veri. Che vediamo educati, ammaestrati, plasmati, esibiti. Pre-testi. A un certo punto, complice Gioacchino Rossini, su uno sfondo di frustrazioni gentili, si trasformano in micini (come al contrario, oggi pi\u00f9 che mai, micini e altri animali vengono trattati da bambini). Maternit\u00e0 e paternit\u00e0 a ogni costo, per non guastarsi, sanno quindi di nevrosi, ulteriore <em>product<\/em> che asseconda non ostacola l\u2019ordine razionale dominante. Al contrario dei bambini-bambini. Uno(a) di essi chiede perch\u00e9 tutti i grandi compositori classici sono uomini. E un figlio con le cuffie propone al padre (lo stesso Placido) l\u2019ascolto, negato alle orecchie dello spettatore, di <em>Somebody To Love<\/em>. Appunto.\u00a0\u2022<\/p>\n<p><em>Leonardo Persia<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/2Ar76dXfV5g?rel=0&amp;showinfo=0\" width=\"782\" height=\"440\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>LA SCELTA<\/strong><br \/>\n<strong>Regia:<\/strong> Michele Placido\u00a0\u2022\u00a0<strong>Soggetto, sceneggiatura:<\/strong> Michele Placido, Giulia Calenda\u00a0\u2022\u00a0<strong>Fotografia:<\/strong> Arnaldo Catinari\u00a0\u2022\u00a0<strong>Montaggio:<\/strong> Esmeralda Calabria\u00a0\u2022\u00a0<strong>Musiche:<\/strong> Luca D&#8217;Alberto\u00a0\u2022\u00a0<strong>Costumi:<\/strong> Veronica Lopez\u00a0\u2022\u00a0<strong>Scenografia:<\/strong> Sabrina Balestra\u00a0\u2022\u00a0<strong>Suono:<\/strong> Valentino Giann\u00ec (presa diretta)\u00a0\u2022\u00a0<strong>Produttore:<\/strong> Federica Vincenti\u00a0\u2022\u00a0<strong>Interpreti:<\/strong>\u00a0Ambra Angiolini (Laura), Raoul Bova (Giorgio), Valeria Solarino (Francesca), Michele Placido (Emilio Nicotri), Manrico Gammarota (Bennie), Monica Contini (Caterina), Gennaro Diana (Vice Nicotri), Marcello Catalano (Fabrizio), Mejdi El Euchi (Samir), Vito Signorile (Ivan Bonollo), Tina Tempesta (Signora Bonollo), Vito Lopriore (Filippo), Anna Castellaneta (Giulia), Antonello Marini (Giacomino), Greta Amoruso (Viola)\u00a0\u2022\u00a0<strong>Produzione:<\/strong> Goldenart Production, Charlot Cinema; in collaborazione con Rai Cinema, RB Produzioni\u00a0\u2022\u00a0<strong>Distribuzione:<\/strong> Lucky Red\u00a0\u2022\u00a0<strong>Data di uscita:<\/strong> 02\/04\/2015\u00a0\u2022\u00a0<strong>Formato di proiezione:<\/strong> DCP\u00a0\u2022\u00a0<strong>Paese:<\/strong> Italia, Francia\u00a0\u2022\u00a0<strong>Anno:<\/strong> 2015\u00a0\u2022\u00a0<strong>Durata:<\/strong> 86&#8242;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lo stupro riparatore Un sole non ingannatore nel cinema italiano. 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