{"id":34372,"date":"2015-05-03T23:01:41","date_gmt":"2015-05-03T21:01:41","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=34372"},"modified":"2015-05-05T01:18:47","modified_gmt":"2015-05-04T23:18:47","slug":"mia-madre-nanni-moretti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=34372","title":{"rendered":"Mia madre > Nanni Moretti"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-34373\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/mia-madre.jpg\" alt=\"Mia madre\" width=\"1112\" height=\"741\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/mia-madre.jpg 1112w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/mia-madre-150x100.jpg 150w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/mia-madre-300x199.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/mia-madre-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/mia-madre-436x290.jpg 436w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/mia-madre-673x449.jpg 673w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/mia-madre-950x633.jpg 950w\" sizes=\"auto, (max-width: 1112px) 100vw, 1112px\" \/><br \/>\n<strong>La mia <em>mater \u00e0 penser<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Da piccoli, soli e smarriti, incompleti e curiosi, si chiama la mamma. Se si continua a farlo quando si \u00e8 adulti, secondo la vulgata corrente qualcosa non va. Vi accuseranno di essere nevrotici, dissociati, ritardati, al pi\u00f9 mammoni, un <em>mot juste<\/em> che fa parte del dizionario dei luoghi comuni sugli italiani. Nanni Moretti, nei suoi personaggi <em>alter ego<\/em>, non lo ha mai negato, sin dall\u2019inizio: di essere idiosincratico, immaturo, dipendente. Ed era la messa in scena del proprio io a compensare, registicamente, lucidit\u00e0, maturit\u00e0 (parola orrenda), talento, professionalit\u00e0 (altra parolaccia), indipendenza. Il doppio. Consistente in quest\u2019altra parte di s\u00e9 non allineata all\u2019adultit\u00e0, alla ragione, all\u2019ordine.<\/p>\n<p>Essere doppi come essere completi, scissi pazzi o scissi creativi. Ne era convinto pure Fassbinder, perennemente impietoso con s\u00e9 stesso e i suoi personaggi, eppur tenero, con l\u2019amata\/odiata madre Lilo Pempeit dentro i suoi film (e il film della sua vita). Il confronto, doloroso e necessario, con la propria parte femminile, madre o\/e figlia (figlio). Dovrebbero farlo tutti, non soltanto gli omosessuali. Maschile\/femminile, dicotomia al pari di realt\u00e0\/fiction, perlustrati osservati in un\u2019epoca in cui la barra-confine (mentale) \u00e8 stata in gran parte abbattuta, nonostante il segno contrario del Potere e dell\u2019Ordine, che camuffa\u00a0sempre le sue repressioni in democrazia. O <em>democrazy<\/em>.<\/p>\n<p>Per cui il doppio esiste e viene tollerato, appartenendo per\u00f2 a <em>freaks<\/em> pazzi e scombinati, scoglionati. Deve pur esserci una ragione per cui diversi d\u2019ogni risma vengono esibiti in quanto <em>riconosciuti<\/em>. In tv, e non solo. Come tante Lola Montes dive e fenomeni da baracconi al contempo. Quindi non appare contraddittorio se quella mamma morettiana, cos\u00ec criticata, simbolo di ripiego depoliticizzato, peraltro in un momento come questo, venga a rappresentare l\u2019ordine, la razionalit\u00e0, la narrazione, la passione e la com-passione. Un <em>ordinario<\/em> negato esattamente come il <em>finto<\/em> straordinario, anche se esibiti. Contrapposti a un mondo tutto finto che, ammantandosi di continuo di tali parole, le nega e le ostacola costantemente.<\/p>\n<p>Quella madre costituisce una fede, soprattutto politica, negata e combattuta da fedi e politiche d\u2019altri segni, bigotti e conservatori, mistificatori e manipolatori. Eppur liberi(sti). E, certo, \u00e8 anche il cinema, <em>mater \u00e0 penser<\/em> controcorrente, regina di morti e immortali, <em>mater<\/em>(ia) di cui sono fatti i sogni. A Nanni Moretti interessa mettere in lotta questa contrapposizione, questa divisione tra verit\u00e0 e menzogna. Non soltanto la contraddizione sin troppo insi(sti)ta anche in lui, la contraddizione che rimane una possibile conseguenza del doppio. E che si svela nella militanza PD, partito, specchio dell\u2019ex PDL, in larga misura responsabile della catastrofe che il film mostra (afasia, impotenza, scoramento, senso di inutilit\u00e0 e incapacit\u00e0 di qualsivoglia narrazione, politica sociale estetica). E ancora incredibilmente seguito da tanti uomini e donne. Sia pure dall\u2019uomo\/donna, e forse anche dal cineasta, Moretti.<\/p>\n<p>Qui si entra nello specifico del suo cinema. La sua risposta in merito a quel che descrive \u00e8 coerentemente incoerente, espressa attraverso un sociale scisso, un pubblico parlato principalmente attraverso il privato, l\u2019intimo, persino ohib\u00f2 ombelicale (proprio in senso letterale). Questo tipo di regia, o perlomeno di forma cinematografica (in)espressa nella sua totalit\u00e0, rincorre una deriva, una fuga, un baratro di follia, incarnato non esclusivamente dal personaggio dell\u2019attore Barry \/ John Turturro (si veda la scena, genialmente gratuita, in cui balla con la troupe del film nel film: un momento che ripete altri momenti-movimenti gratuiti e altrettanto geniali dei suoi film precedenti). Gratuito appare anche l\u2019episodio dalla mamma in fuga dall\u2019ospedale: una scena che non sappiamo se reale o immaginata, sognata. Cosa importa? Tutto il film, ogni film, non soltanto di Nanni Moretti, \u00e8 reale immaginato sognato. Il vero \u00e8 falso, il falso \u00e8 vero. <em>Take me back to reality!<\/em><\/p>\n<p>Si cerca (invano?) di incartare tutto questo \u00absfuggente\u00bb, questa ineffabile fuga continua, con un ordine di scrittura e di linearit\u00e0 narrativa. A dispetto dei flashback, gli andirivieni mnemonici, gli squarci onirici, il metalinguaggio. Non solo \u00e8 impossibile la lotta, ma anche la descrizione della lotta. Lotta lutto. Nondimeno Guy Debord introduceva i suoi <em>Commentari sulla societ\u00e0 dello spettacolo<\/em> (1988) citando Sun-Tzu: \u00abPer quanto critiche possano essere la situazione e le circostanze in cui vi trovate, non disperate; \u00e8 proprio nelle occasioni in cui c\u2019\u00e8 tutto da temere che non bisogna temere niente; \u00e8 quando siamo circondati da pericoli di ogni tipo che non dobbiamo avere paura; \u00e8 quando siamo senza risorse che dobbiamo contare su tutte; \u00e8 quando siamo sorpresi che dobbiamo sorprendere il nemico\u00bb. \u00c8 quando ci ritroviamo a invocare, verso il cielo, la mamma e la manna. Non poter (pi\u00f9) legare l\u2019immagine alla cosa, la copia all\u2019originale, direbbe Feuerbach, sempre per via Debord, \u00e8 il dramma di Moretti, di questa sua <em>Mia madre<\/em>. Nel dativo possessivo latino, menzionato in uno dei momenti chiave, infatti, il soggetto non \u00e8 pi\u00f9 il possessore, lo \u00e8 la cosa (<em>la cosa!<\/em>).<\/p>\n<p>\u00c8 giusto ricordare che durante i &#8217;60 e &#8217;70, la <em>mamma<\/em> veniva resa all\u2019opposto, negata nel ruolo mitico e mitopoietico di <em>myrionymus<\/em> nutrice. Sepolta nella sabbia (Jodorowsky), uccisa (insieme a tutta la famiglia: Bellocchio), archetipizzata e giustificata come mostro terzomondista (la Medea del Pasolini <em>semper<\/em> devoto alla mamma), spostata su un piano horror di <em>bad mamas<\/em> (il Dario Argento delle tre madri, e non soltanto quello, l\u2019ultima delle quali, giunta agli anni 2000, si scindeva nuovamente, come qui, in una madre amorevole che cerca di dar forza a una figlia precipitata in un caos pubblico e personale). Negli anni &#8217;80, quando <em>la messa era finita<\/em> (si era appena agli inizi della fine), alla madre (suicida) si chiedeva per quale ragione fosse giunta a tanto, smettendo di colpo la narrazione (quel libro che non aveva finito di leggere). Adesso un\u2019intera parete di libri, di fedi costanti, si dice qui, finir\u00e0 dove?<\/p>\n<p>In <em>Mia madre<\/em>, Nanni Moretti sembra fuggire ancora. Oppure no. Eppure no. La scissione, si \u00e8 detto, consiste anche in questa radicale contraddittoriet\u00e0 in un mondo che proclama feticci di unit\u00e0 e coerenza. Il suo papa (pap\u00e0?) incarnava una dimissione dall\u2019impegno (politico? un piddino sottrattosi alla responsabilit\u00e0?). Adesso confessa, con la consueta serie di travestimenti di racconto (non \u00e8 questo il ruolo del narratore? stare <em>accanto<\/em> e non con il personaggio, persino con la storia?), la propria sconfitta, la propria ammissione di colpa. In un rifugio apparentemente tutto privato, gi\u00e0 in parte ammesso nell\u2019insincero e insicuro <em>La stanza del figlio<\/em> (2001).<\/p>\n<p>In <em>Habemus papam<\/em> (2011), Moretti descriveva, giocosamente pungendo, quanto la nostra Italia fosse individualmente anarchica e collettivamente legata alla forma e all&#8217;autorit\u00e0 (alla mamma?). <em>Todo cambia<\/em> e nulla cambia, storia vecchia. Allo stesso tempo, l&#8217;ossessione per il potere risultava rovesciata in una paura dello stesso riletto alla luce di un punto di vista cechoviano, alla maniera dello scrittore pi\u00f9 politicamente privato di sempre. Interno e intorno alla frustrazione, al comico tragico, all&#8217;impossibilit\u00e0 di via d&#8217;uscita, al <em>deficit<\/em> di accudimento. Il lieto fine di quel film era sdoppiato ulteriormente in una tragica fine. Liberatoria, certo. Ma imprigionante perch\u00e9 neppure utopica, semplicemente a-topica. Senza luogo, territorio, paese, politica a cui fare riferimento. In cui appoggiarsi. Nuvola da cui non arriva(va) alcuna pioggia.<\/p>\n<p>Per questa via adesso si evoca, o forse soltanto si rievoca, un <em>logos<\/em>, perduto come il latino, la militanza. L\u2019alunna della madre insegnante invita Margherita a non essere gelosa, sua madre era pi\u00f9 \u00abnostra\u00bb che \u00abmia\u00bb, una pedina del <em>Noi siamo qui<\/em>, film nel film. Eppure \u00abmio\u00bb era il Lenin dei tre canti vertoviani, \u00abmia\u00bb la <em>Mat<\/em> di Pudovkin. Cio\u00e8 la speranza nel domani. Un domani che, nel finale, si legge nell\u2019espressione abbattuta e \u00abvuota\u00bb di Margherita\/ Buy. Quel domani non c\u2019\u00e8 pi\u00f9: goodbye, good Buy.<\/p>\n<p>Forse \u00e8 un addio, una resa dei conti. Tutto quanto precedentemente, direttamente vissuto \u00e8 diventato ormai solo una rappresentazione. Ma cosa succede se la rappresentazione stessa diventa irrappresentabile? Se il <em>primum mobile<\/em>, cio\u00e8 la madre, \u00e8 venuto a mancare? Per questo, bisogna confidare nel Moretti\/mondo che verr\u00e0 dopo, la prova del nove. La <em>Tellus Mater<\/em>, proprio un terremoto, necessariamente abbatte, distrugge, fa <em>tabula rasa<\/em>. Poi (ri)porta i minerali, il nascituro, il nuovo. <em>Mater Matuta<\/em>, \u00e8 (sar\u00e0) la madre di un nuovo avvenire. Dopo la <em>Mater Tenebrarum<\/em>, una <em>Mater Claritatum<\/em>. Avremo un altro Moretti bambino, discolo e anarchico.<\/p>\n<p><em>Leonardo Persia<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/llKu2_nI0qw?rel=0\" width=\"782\" height=\"440\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>MIA MADRE<\/strong><\/p>\n<p><strong>Regia:<\/strong> Nanni Moretti<br \/>\n<strong>Soggetto:<\/strong> Gaia Manzini, Nanni Moretti, Valia Santella, Chiara Valerio<br \/>\n<strong>Sceneggiatura:<\/strong> Nanni Moretti, Francesco Piccolo, Valia Santella<br \/>\n<strong>Montaggio:<\/strong> Clelio Benevento<br \/>\n<strong>Fotografia:<\/strong> Arnaldo Catinari<br \/>\n<strong>Suono in presa diretta:<\/strong> Alessandro Zanon<br \/>\n<strong>Costumi:<\/strong> Valentina Taviani<br \/>\n<strong>Scenografia:<\/strong> Paola Bizzarri<br \/>\n<strong>Produttori:<\/strong> Nanni Moretti, Domenico Procacci<br \/>\n<strong>Interpreti:<\/strong> Margherita Buy (Margherita), John Turturro (Barry Huggins), Giulia Lazzarini (Ada), Nanni Moretti (Giovanni), Beatrice Mancini (Livia), Enrico Ianniello (Vittorio), Pietro Ragusa (Bruno), Tony Laudadio (produttore), Stefano Abbati (Federico), Anna Bellato (attrice), Davide Iacopini (impiegato Elgi), Lorenzo Gioielli (interprete), Tatiana Lepore (segretaria di edizione), Domenico Diele (Giorgio), Renato Scarpa (Luciano)<br \/>\n<strong>Produzione:<\/strong> Sacher Film, Fandango, Rai Cinema, La Pacte, Arte France Cin\u00e9ma<br \/>\n<strong>Distribuzione:<\/strong> 01 Distribution<br \/>\n<strong>Paese:<\/strong> Italia, Francia<br \/>\n<strong>Anno:<\/strong> 2015<br \/>\n<strong>Durata:<\/strong> 106&#8242;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/9aRKZFR5imM?rel=0\" width=\"782\" height=\"587\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La mia mater \u00e0 penser Da piccoli, soli e smarriti, incompleti e curiosi, si chiama la mamma. 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