{"id":34447,"date":"2015-05-21T17:07:35","date_gmt":"2015-05-21T15:07:35","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=34447"},"modified":"2016-07-03T16:17:03","modified_gmt":"2016-07-03T14:17:03","slug":"foxcatcher-bennett-miller","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=34447","title":{"rendered":"Foxcatcher > Bennett Miller"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-34448\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_01.jpg\" alt=\"Foxcatcher\" width=\"1112\" height=\"741\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_01.jpg 1112w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_01-150x100.jpg 150w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_01-300x199.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_01-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_01-436x290.jpg 436w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_01-673x449.jpg 673w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_01-950x633.jpg 950w\" sizes=\"auto, (max-width: 1112px) 100vw, 1112px\" \/><br \/>\n<strong>Paradigmatico come la realt\u00e0, unico come un&#8217;opera d&#8217;arte<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>I fratelli Mark e Dave Shultz, campioni olimpici di lotta libera a Los Angeles &#8217;84, vivono le proprie giornate, fatte di stringenti difficolt\u00e0 economiche, allenandosi con dedizione e sempre in coppia. Dave \u00e8 il cervello dei due, l&#8217;allenatore, il preparatore, il mentore e il punto di riferimento di Mark che, dei due, \u00e8 il pi\u00f9 dotato atleticamente, una macchina da combattimento perfetta. Quando a Dave verr\u00e0 offerta la gestione di un centro di allenamento federale, Mark si trover\u00e0 disorientato: perdere il contatto quotidiano con il fratello maggiore \u2013 che l&#8217;ha cresciuto come un padre da quando all&#8217;et\u00e0 di due anni i loro genitori si separarono \u2013 \u00e8 per lui un trauma tormentoso e silenzioso. Spaesato e confuso verr\u00e0 avvicinato dal miliardario John Eleuth\u00e8re du Pont che gli proporr\u00e0 di diventare la punta di diamante del Team Foxcatcher, da lui stesso fondato e diretto nella sua tenuta privata in Pennsylvania, per dedicarsi alla preparazione degli imminenti campionati mondali e olimpiadi sudcoreane. Mark accetter\u00e0 e in breve finir\u00e0 stritolato dall&#8217;instabile e tirannico filantropo, perdendo il proprio gi\u00e0 precario equilibrio e, soprattutto, il suo talento sulla materassina. Quando anche Dave verr\u00e0 comprato da John du Pont, la situazione precipiter\u00e0 velocemente&#8230;<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">* * *<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da quale verso prendere <em>Foxcatcher<\/em>? Da quale parte afferrarne il corpo per provare a metterlo al tappeto, per non essere a nostra volta sconfitti, prostrati faccia a terra, battuti, schienati dalle sue trappole, dai suoi specchietti per le allodole (europee) che siamo. Come evitarsi di leggere ogni film statunitense che racconti <em>working<\/em> o <em>upper class<\/em> come un&#8217;invettiva contro il liberismo o l&#8217;<em>american dream<\/em> e non pi\u00f9 semplicemente come drammi esistenziali assai pi\u00f9 universali? Come, dunque, aggirare i tic della critica europea che scattano automatici non appena si materializzi sullo sfondo una bandiera a stelle e strisce? Come andare oltre abitudini cos\u00ec ideologiche, d&#8217;un pensiero peloso, falso, superficiale, pretestuoso e assai ben oltre ogni anacronismo? Una critica che edifica la propria etica su di un sentito dire ideologico del quale nel quotidiano e nella saggistica varia fatichiamo a trovare una traccia, consistente e concreta, capace di andare oltre il lapalissiano, l&#8217;ovvio e il ridicolo di una cultura del piagnisteo (<em>Culture of Complaint<\/em>) odiosa, frustrante, francamente deprimente, \u00e8 il nemico pi\u00f9 grande e l&#8217;ostacolo pi\u00f9 nocivo che, oggi, la scrittura si trova ad affrontare ogni qual volta provi a misurarsi con la sfida del confronto con un testo filmico. Banalit\u00e0 ed etichette, \u00abTutte etichette! Etichetti tutto!\u00bb grida Riggan \u201cBirdman\u201d Thomson, all&#8217;apice d&#8217;un travaso di bile e frustrazione, all&#8217;algida critica teatrale. Si banalizza ed etichetta per pigrizia e flaccidit\u00e0 mentale, si sprofonda nella retorica come riflesso condizionato dal vociare assordante del senso comune e per il timore della non omologazione della propria scrittura all&#8217;interno di una catena bibliografica di citazioni obbligate, si propinano ovviet\u00e0 buonistiche per la paura di dire qualcosa che non si \u00e8 sentito, per la disabitudine a tirar fuori dalla testa un pensiero anche solo sincero o inedito, privo di verifiche, certificazioni e pedigree. La scrittura critica ricorre costantemente a stampelle epistemologiche per sorreggere la propria vacuit\u00e0, cerca riconoscimento e strizza l&#8217;occhio al lettore attraverso una sommatoria di superficialit\u00e0 ideologiche che la condannano alla melassa del politicamente corretto e all&#8217;inutilit\u00e0 per i non iniziati.<br \/>\nAnacronistica, afasica e innocua questo \u00e8 la critica cinematografica oggi, autorelegatasi in un ghetto dentro al quale vince chi \u00e8 pi\u00f9 puro e pi\u00f9 dogmatico e lontano dalla realt\u00e0 del proprio tempo o chi \u00e8 pi\u00f9 sarcastico, ludico, tagliente e cazzone. In mezzo non c&#8217;\u00e8 spazio per molto altro, pur se eccezioni ce ne sono, da leggere sempre con piacere, casi rari di libert\u00e0 di giudizio e pensiero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Avrete letto, lo hanno scritto in molti, <em>Foxcatcher<\/em> mette in scena l&#8217;implosione del mito americano, le sue macerie, la deflagrazione dell&#8217;edonismo reaganiano \u2013 espressione giornalistica assai fortunata che somma tra loro individualismo, liberismo ed egoismo per restituire una legge della giungla aggiornata agli anni &#8217;80 del secolo scorso. Ma questa riflessione condizionata \u00e8 corretta solo in superficie, non regge alcun approfondimento o attivazione di sinapsi, nasce dall&#8217;incremento di salivazione sollecitato dal suono di un campanello. Se cos\u00ec fosse, allora, fine di ogni discorso, abbassiamo la saracinesca del pensiero: il critico si limiti a rintracciare gemmazioni, connessioni e somiglianze con altri film, citazioni, si limiti ad aggettivare le interpretazioni, la regia, la sceneggiatura e l&#8217;\u201cottima fotografia\u201d. Tutto il resto lasciamolo allo spettatore, tutto quello che ovvio non \u00e8 lasciamolo a chi guarda, liberandolo al cogitare qualcosa di sensato. Occupando tutto il pensiero superfluo dell&#8217;ovviet\u00e0 con la scrittura specialistica, dunque onanistica, la critica cinematografica ha scavato la propria trincea dalla quale sparare al mondo senza, da questo, essere nemmeno percepita. E l&#8217;insuccesso \u00e8 conclamato: dai calvari distributivi incontrati da quegli ottimi film osannati dalla critica ma snobbati dal mercato e lontani dagli occhi del pubblico; dalla distanza sesquipedale di giudizio con il mondo dei non iniziati; dalla scomparsa dei critici dalle giurie dei (grandi) festival. Considerati alla stregua di suppellettili fuori moda i critici si barcamenano nell&#8217;autoreferenzialit\u00e0 di giudizi conformisti e conformati, felici di trovarsi come carbonari, in una qualche oscura sala deserta, ad appisolarsi di nascosto l&#8217;uno all&#8217;altro davanti all&#8217;ennesimo e meraviglioso capolavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 dunque un caso che la banalizzazione estrema del distributore italiano non possa fare a meno di produrre, per <em>Foxcatcher<\/em>, una locandina sul cui fondo si stagli il vessillo Stars and Stripes e di includere \u2013 ancora una volta deliberatamente, ancora una volta andando a storpiare l&#8217;idea originale \u2013 il sottotitolo: <em>Una storia americana<\/em>. Non c&#8217;\u00e8 traccia di questo nelle locandine americane o francesi o tedesche e ci\u00f2 segnala, di tutta evidenza e in maniera incontrovertibile, il vizio nazionale della pigrizia interpretativa. La visione semplificante del distributore coincide, questa volta pi\u00f9 che mai, senza stridere, con il gusto della critica, con i suoi tic e con i suoi riflessi condizionati.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div id=\"attachment_34450\" style=\"width: 792px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-34450\" class=\"size-full wp-image-34450\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_locandina.jpg\" alt=\"Le locandina: USA, Italia, Francia, Germania\" width=\"782\" height=\"273\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_locandina.jpg 782w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_locandina-300x104.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_locandina-436x152.jpg 436w\" sizes=\"auto, (max-width: 782px) 100vw, 782px\" \/><p id=\"caption-attachment-34450\" class=\"wp-caption-text\">Le locandine: USA, Italia, Francia, Germania<\/p><\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Foxcatcher<\/em> \u00e8 un (ottimo) film sul potere del denaro ispirato a una storia vera. Un film che racconta l&#8217;essenza dell&#8217;America, scrivono in molti, ma forse ci\u00f2 che accade nel film di Bennett Miller \u00e8 un po&#8217; pi\u00f9 universale di quel che appare. In fondo l&#8217;America \u00e8 sfondo, contesto, location, scenografia: <em>Foxcatcher<\/em> \u00e8 una storia archet\u00ecpica, non escludo che da qualche parte nella Bibbia o in un film con Tot\u00f2 si possano rintracciare racconti simili. Oppure, al fondo del discorso, l&#8217;America \u00e8 da sempre metafora universale. Se al film togliessimo la bandiera a stelle e strisce, sostituendola con una qualsiasi altra fantasia geometrica e cromatica, nulla muterebbe nell&#8217;economia drammatica di una narrazione tessuta sopra ai concetti di fratellanza e follia, denaro e sangue.<br \/>\nE l&#8217;America, a ben guardare (e riguardare), \u00e8 davvero uno specchietto per le allodole. Viene immediatamente nominata da Mark Shultz, nel discorso che terr\u00e0 agli alunni di una scuola elementare con medaglia d&#8217;oro al collo (\u00abMi chiamo Mark Schultz, voglio parlarvi dell&#8217;America e voglio dirvi perch\u00e9 lotto&#8230;\u00bb) e immediatamente evocata da John du Pont, nel primo dialogo faccia a faccia con Mark, durante il quale, con paternalistico patriottismo, lo convincer\u00e0 ad entrare a far parte del team di lotta libera da lui finanziato e diretto. Ma a ben guardare, l&#8217;America \u00e8 solamente un pretesto, un simbolo privo di senso da propagandare per dare un senso alla propria esistenza (Mark) e al proprio delirio (John). Nello sviluppo del testo filmico gli Stati Uniti tenderanno a scomparire, dissolvendosi in una fumosa cortina retorica dalla quale emergeranno le sinistre ombre del disagio psichico dei suoi protagonisti, lasciando spazio a una Pennsylvania virata in Transilvania dentro alla quale si muover\u00e0 un sempre pi\u00f9 spettrale John du Pont assetato del sangue delle sue vittime, nella vana speranza di rimanere in vita, di rigenerarsi, di trovare un senso al non senso dinastico di un impero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;interpretazione stereotipante della critica \u00e8 in parte motivata dalla messa in scena che, in maniera insistita, tende a proporre facili equazioni banalizzanti assai pi\u00f9 superficiali di quanto la scrittura lasci presumere. La bandiera a stelle e strisce presente con sovrabbondanza all&#8217;interno di troppe inquadrature, la figura del figlio degenere di una stirpe in via d&#8217;estinzione che ha fondato le proprie fortune sul sangue, la sua impotenza (sessuale e scopica) raffigurata attraverso l&#8217;insana passione per enormi e falliche armi da guerra \u2013 degne d&#8217;una invasione di terra in Medio Oriente pi\u00f9 che di un giardino di casa (per quanto sconfinato) \u2013 e la sua omosessualit\u00e0 nemmeno troppo troppo latente e pudicamente allusa e confinata ai margini del racconto, paiono scelte un po&#8217; scontate seppur efficaci. Anche la scrittura incappa in questi vizi di forma, in automatismi didascalici che lasciano spazio a poche sfumature, banalizzando un po&#8217; i tipi psicologici messi in scena e il loro disagio. La comparsa della cocaina, ad esempio, precipita Mark in pochissime inquadrature fuori dai binari della propria identit\u00e0 in un territorio inesplorato da attraversare con capello meshato: Mark va in frantumi mentre John Eleuth\u00e8re \u00e8 gi\u00e0 un prolasso d&#8217;essere umano, sformato, sfasciato, psicopatico, pronto a insidiare, anche sessualmente, il giovane talento della lotta libera. Molto in <em>Foxcatcher<\/em> \u00e8 manicheo seppur appena accennato e il tonto rimarr\u00e0 tonto, l&#8217;idiota rimarr\u00e0 idiota, l&#8217;assennato rimarr\u00e0 assennato. Il film parte come finisce, l&#8217;esplorazione delle psicologie sulla scena \u00e8 lasciata a superficiali abbozzi e concrete ed efficacissime immagini. Ed \u00e8 per questo che il film funziona, perch\u00e9 prima di tutto \u00e8 cinema, una macchina generante senso in grado di produrre immagini potenti e di orchestrare interpretazioni sbalorditive basate sulla copia estrema del realt\u00e0 evocata, lasciando quel margine vitale allo spettatore per un gran numero di possibili letture che eccedono lo spazio della messa in scena e della scrittura. Funziona anche perch\u00e9 in grado di orchestrare musicalmente pause, silenzi e stasi, di dilatare la durata delle scene, strutturando il suo ritmo interno in maniera non dissimile a due dei brani pi\u00f9 efficaci dell&#8217;efficacissima colonna sonora: <em>F\u00fcr<\/em> Alina di Arvo P\u00e4rt e Alexander Malter e <em>Home Movies<\/em> di Rob Simonsen (brano composto appositamente per il film dal musicista che ne firma la colonna sonora originale).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div class=\"ctsc-column ctsc-col2\">\n<p><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/YxbZQEqhWKI?rel=0\" width=\"380\" height=\"214\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/p>\n<\/div><div class=\"ctsc-column ctsc-col2 ctsc-col-last\">\n<p><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/fnrB1fMHLZc\" width=\"380\" height=\"214\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/p>\n<\/div><div class=\"col-divide\"><\/div><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Channing Tatum (Mark Schultz), Mark Ruffalo (Dave Schultz) e Steve Carell (John Eleuth\u00e8re du Pont) somigliano, in tutto e per tutto, alle persone reali che mettono in scena, sono sosia impressionanti sopra ai quali la produzione ha levigato ogni singolo dettaglio. Tatum e Ruffalo paiono cresciuti in una palestra di lotta libera, padroneggiano tecnica e postura dentro e fuori la materassina delimitata da un cerchio rosso. La forza tragica del film risiede nel rapporto di fratellanza che unisce Mark e Dave, nell&#8217;amore e nell&#8217;odio che li tiene uniti: il loro legame profondo, fatto di dipendenza e voglia di libert\u00e0, giunge sullo schermo muto, depurato dai dialoghi, grazie a due grandi interpretazioni fondate sulla fisicit\u00e0. Si pensi alla prima scena, all&#8217;allenamento nella modesta palestra, alla lotta violenta tra i due sospesa tra esplosione di aggressivit\u00e0 e amore e si pensi a quando uno zampillo di sangue irrompe nel quadro e sul volto di Dave, come monito di quel che sar\u00e0 e immagine emblematica di un rapporto complesso e viscerale, malato come ogni forma d&#8217;amore che scorre nelle vene.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La prova di Steve Carell \u00e8 sbalorditiva perch\u00e9, in un sol colpo, riesce a far convergere su di s\u00e9 un gran numero di eccezionalit\u00e0. Copia conforme del reale du Pont, Carell fornisce un&#8217;interpretazione drammatica assolutamente convincente pur mantenendo intatta la sua naturale propensione al comico che, in <em>Foxcatcher<\/em>, scorre sotterranea \u2013 ma non certo invisibile \u2013 traslata in disturbante grottesco. Egli si dimostra in grado di sovrapporre i due registri (comico\/grottesco e tragico) alla figura del miliardario \u00abOrnitologo, filatelico, filantropo\u00bb (fortissima \u00e8 la somiglianza con il demenziale\/demente Brick Tamland interpretato da Carrell nei due <em>Anchorman<\/em> con Will Farrell), caratterizzando il personaggio attraverso una poderosa carica psicotica via via sempre pi\u00f9 inquietante. E viene alla mente la sequenza in elicottero in cui, strafatto di cocaina, blatera a Mark parole prive di senso agghiacciato in una risata isterica. John du Pont \u00e8 un babbeo frantumato da una piramide di psicosi al cui vertice siede una madre anaffettiva, dispotica e tirannica (Vanessa Redgrave), che detesta ogni sua scelta e non comprende questa sua smodata e sconclusionata passione per la lotta libera. La scelta da parte della produzione d&#8217;un attore come Carell \u00e8 una sentenza sul personaggio e sull&#8217;originale e cos\u00ec, i dolori cervicali e la contrazione muscolare e il nasone posticcio, rendono monumentale e lombrosiana la natura patologica di questo sinistro filantropo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La realt\u00e0 \u00e8 sempre pi\u00f9 stupefacente di qualsiasi finzione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/D4WOqUkJmFQ?rel=0\" width=\"782\" height=\"587\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nei testi scritti che ricadono sotto il nome di critica cinematografica per lo pi\u00f9 troverete richiami a film di recenti: <em>The Master<\/em> (2012), <em>The Wrestler<\/em> (2008), <em>The Wolf of Wall Street<\/em> (2012), <em>Maps to the Stars<\/em> (2014), <em>Gone Girl<\/em> (2014)\u2026 come se la memoria del critico non regga oltre qualche manciata di stagioni di stagioni cinematografiche&#8230; certo <em>The Wrestler<\/em> \u00e8 del 2008 e parla di lotta libera, ma sai che sforzo mentale andarlo a pescare!&#8230; E sempre tra film recenti, allora, ci sarebbe pure l&#8217;interessante <em>La plaga<\/em> del catalano Neus Ball\u00fas (2013), che porta in scena, all&#8217;interno di un film corale a molti personaggi, un lottatore della medesima disciplina del film di Miller, ed anche in questo caso \u00e8, indubbiamente, il denaro a funzionare da motore del dramma. Lotta come condizione esistenziale, materassina o ring come spazi per la conquista di una propria collocazione nel mondo, riscatto sociale e campo di battaglia dentro al quale provare a raggiungere dignit\u00e0 e identit\u00e0 altrimenti negate: sono centinaia i film sul pugilato o le arti marziali, o lo sport pi\u00f9 in generale, che portano sul grande schermo corpi della <em>working class<\/em> che divengono terreni di conquiste per mentori privi di scrupoli, agnelli sacrificali sull&#8217;altare dello spettacolo da innalzare e divorare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Foxcatcher<\/em> \u00e8 anche, e indubbiamente, un film sul condizionamento e sulla manipolazione, sulla figura del padre, la sua assenza e i surrogati, come tutto il cinema di P. T. Anderson \u2013 dal bellissimo e poco visto <em>Hard Eight<\/em> (<em>Sydney<\/em>, 1996), fino a, ovviamente, <em>The Master<\/em>. \u00c8 un film che ricorda, per messa in scena e regia (premiata a Cannes 2014 con la Palma d&#8217;oro), molto del cinema americano degli anni &#8217;70; penso soprattutto a film come <em>The Deer Hunter<\/em> di Michael Cimino (<em>Il cacciatore<\/em>, 1978) e ancor di pi\u00f9 a <em>Dog Day Afternoon<\/em> di Sidney Lumet (<em>Quel pomeriggio di un giorno da cani<\/em>, 1975). Miller, come Lumet, \u00e8 consapevole del fatto che la realt\u00e0 sia molto pi\u00f9 strana di ogni finzione e su questa sua particolare predilezione ha saputo costruire una misurata filmografia che da <em>Capote<\/em> (2005), passando per <em>Moneyball<\/em> (2011), si distingue per coerenza e abilit\u00e0 cinematografiche, per una meticolosa attenzione all&#8217;invenzione della trasposizione di un qualcosa di imprendibile come la realt\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma scavando un po&#8217; di pi\u00f9 si potrebbero rintracciare connessioni con film inaspettati. <em>Foxcatcher<\/em> si apre con una serie di immagini documentarie di scene di caccia alla volpe; ovvero: messa in scena per aristocratici milionari che prevede la morte rituale di un essere vivente. Ed \u00e8 proprio questo che il film andr\u00e0 a illustrarci nel suo svolgimento, portando alla luce, in maniera sintetica, il substrato culturale dal quale fuoriesce la dinastia du Pont \u2013 una delle pi\u00f9 facoltose degli Stati Uniti, attiva in ambito militare dall&#8217;epoca della prima guerra di secessione e poi nella chimica. Ed \u00e8 proprio la sequenza dei titoli di testa l&#8217;estrema sintesi dell&#8217;intero film, l&#8217;allegor\u00eca che lo racchiude. La caccia alla volpe come rituale simbolico dell&#8217;aristocrazia prima e della borghesia poi, che al cinema \u00e8 stata messa in scena abbondantemente, (quasi) sempre con intento metaforico\/allegor\u00ecco della brutalit\u00e0 di ceto o come condizione esistenziale dell&#8217;uomo. Mark e Dave come due piccole volpi lasciate correre a perdifiato nella tenuta du Pont sotto tiro del proprietario, prima attraverso la loro dipendenza economica e poi sotto minaccia della vita stessa. La caccia aristocratica dunque, all&#8217;interno delle proprie tenute sterminate, riecheggia l&#8217;illustre esempio de <em>La R\u00e8gle du jeu<\/em> di Jean Renoir (<em>La regola del gioco<\/em>, 1939), altro film all&#8217;interno del quale sono le regole non scritte che tengono insieme la societ\u00e0 ad essere portate al centro della narrazione. La classe dominante e quella subalterna e i limiti invalicabili ai quali l&#8217;individuo \u00e8 chiamato e conformarsi, e cos\u00ec Dave, in <em>Foxcatcher<\/em>, probabilmente perder\u00e0 la vita proprio perch\u00e9 dimostratosi superiore, nei fatti, a colui che superiore lo era per ceto e dinastia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Foxcatcher<\/em> \u00e8 un film sulle endorfine che si attivano nel nostro cervello in prossimit\u00e0 di una qualche persona ricca, potente, nota, milionaria, miliardaria, in possesso di ci\u00f2 che riteniamo ci manchi, della ciotola che possa placare la nostra fame di schiavi. Miller riesce a mettere in scena questa esatta adrenalinica emozione, cogliendo il moto di entusiasmo che attraversa Mark mentre si specchia nei bagni di un aeroporto, di ritorno dal primo incontro con du Pont, durante il quale gli sono stati promessi 25&#8217;000 dollari all&#8217;anno. La sua \u00e8 un&#8217;espressione di gioia e un&#8217;esplosione di rabbia, un senso di rivincita, la concreta sensazione di avercela fatta, di avere finalmente svoltato, di poter smettere il patimento devastante della condizione di povert\u00e0. Un&#8217;immagine raggelata, spaventosa, pi\u00f9 ancora della morte, un sentimento con il quale tutti ci troviamo a specchiarci, ogni giorno, in questo affanno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Foxcatcher<\/em> \u00e8 un film ricco di letture possibili, tratto da un fatto di cronaca, paradigmatico come la realt\u00e0, unico come un&#8217;opera d&#8217;arte. \u2022<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Alessio Galbiati<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-34449\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_02.jpg\" alt=\"Foxcatcher\" width=\"782\" height=\"521\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_02.jpg 782w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_02-150x100.jpg 150w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_02-300x199.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_02-436x290.jpg 436w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/foxcatcher_02-673x449.jpg 673w\" sizes=\"auto, (max-width: 782px) 100vw, 782px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>FOXCATCHER<\/strong><br \/>\n<strong>Regia:<\/strong> Bennett Miller \u2022 <strong>Sceneggiatura:<\/strong> Dan Futterman, E. Max Frye dall&#8217;autobiografia di Mark Schultz <em>Foxcatcher: The True Story of My Brother&#8217;s Murder, John du Pont&#8217;s Madness, and the Quest for Olympic Gold \u2022 <\/em><strong>Fotografia:<\/strong> Greig Fraser \u2022 <strong>Montaggio:<\/strong> Stuart Levy, Conor O&#8217;Neill, Jay Cassidy \u2022 <strong>Colonna sonora originale:<\/strong> Rob Simonsen \u2022 <strong>Casting:<\/strong> Jeanne McCarthy \u2022 <strong>Art Direction:<\/strong> Jess Gonchor \u2022 <strong>Scenografie:<\/strong> Brad Ricker, Kathy Lucas \u2022 <strong>Costumi:<\/strong> Kasia Walicka-Maimone \u2022 <strong>Produttori:<\/strong> Anthony Bregman, Megan Ellison, Jon Kilik, Bennett Miller \u2022 <strong>Coproduttore:<\/strong> Scott Robertson \u2022 <strong>Produttori esecutivi:<\/strong> Mark Bakshi, Chelsea Barnard, Michael Coleman, John P. Giura, Tom Heller, Ron Schmidt \u2022 <strong>Produttori associati:<\/strong> Hank Bedford, Kristin Gore, Mark Schultz \u2022 <strong>Interpreti:<\/strong> Steve Carell, Channing Tatum, Mark Ruffalo, Sienna Miller, Vanessa Redgrave, Anthony Michael Hall, Guy Boyd, Brett Rice, Jackson Frazer, Samara Lee, Francis J. Murphy III, Jane Mowder, David &#8216;Doc&#8217; Bennett, Lee Perkins, Robert Haramia \u2022 <strong>Produzione:<\/strong> Annapurna Pictures, Likely Story, Media Rights Capital \u2022 <strong>Rapporto:<\/strong> 1,85:1 \u2022 <strong>Suono:<\/strong> Datasat, Dolby Digital \u2022 <strong>Macchine da presa:<\/strong> Arriflex 235 (Panavision Primo e lenti Ultra Speed MKII), Panavision Panaflex Millennium XL2 (Panavision Primo e lenti Ultra Speed MKII) \u2022 <strong>Laboratori:<\/strong> Company 3 Los Angeles, Company 3 New York (digital intermediate), DeLuxe Hollywood (processing) \u2022 <strong>Negativo:<\/strong> 35 mm (Kodak Vision3 50D 5203, Vision3 250D 5207, 500T 5230) \u2022 <strong>Processo fotografico digitale:<\/strong> 2K (master format) \u2022 <strong>Processo fotografico negativo:<\/strong> Super 35 (3-perf) \u2022 <strong>Formati di proiezione:<\/strong> 35 mm (sferico), D-Cinema \u2022 <strong>Paese:<\/strong> USA \u2022 <strong>Anno:<\/strong> 2014 \u2022 <strong>Durata:<\/strong> 134&#8242;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Paradigmatico come la realt\u00e0, unico come un&#8217;opera d&#8217;arte I fratelli Mark e Dave Shultz, campioni olimpici di lotta libera a Los Angeles &#8217;84, vivono le proprie giornate, fatte di stringenti difficolt\u00e0 economiche, allenandosi con dedizione e sempre in coppia. 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