{"id":34875,"date":"2015-07-29T01:28:07","date_gmt":"2015-07-28T23:28:07","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=34875"},"modified":"2015-07-29T01:28:34","modified_gmt":"2015-07-28T23:28:34","slug":"rapsodie-israeliane-il-jerusalem-film-festival-2015","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=34875","title":{"rendered":"Rapsodie israeliane. Il Jerusalem Film Festival 2015"},"content":{"rendered":"<div id=\"attachment_34876\" style=\"width: 1122px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-34876\" class=\"size-full wp-image-34876\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/Tikkun.jpg\" alt=\"Avishai Sivan, regia di Avishai Sivan (Israele\/2015)\" width=\"1112\" height=\"741\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/Tikkun.jpg 1112w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/Tikkun-150x100.jpg 150w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/Tikkun-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/Tikkun-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/Tikkun-436x291.jpg 436w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/Tikkun-673x449.jpg 673w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/Tikkun-950x633.jpg 950w\" sizes=\"auto, (max-width: 1112px) 100vw, 1112px\" \/><p id=\"caption-attachment-34876\" class=\"wp-caption-text\">Avishai Sivan, regia di Avishai Sivan (Israele\/2015)<\/p><\/div>\n<p><strong>Rapsodie israeliane: il Jerusalem Film Festival 2015 visto da un inviato speciale<\/strong><br \/>\na cura di Roberto Donati<\/p>\n<p>Verso marzo ricevo un&#8217;email da un signore che si presenta come Uri Dromi, presidente del <a href=\"http:\/\/jerusalempressclub.com\/\" target=\"_blank\">Jerusalem Press Club<\/a>. \u00c8 molto gentile e affabile, e insieme, grazie al cielo, per niente formale. Va subito al sodo. Mi chiede se sar\u00f2 disponibile ad andare a coprire, invitato da loro, il <a href=\"http:\/\/www.jff.org.il\/?cl=en\" target=\"_blank\">Jerusalem Film Festival<\/a>, che si terr\u00e0 appunto a Gerusalemme in luglio, dal 9 al 19. Trasecolo. Perch\u00e9 io? L&#8217;imbarazzo dura dieci secondi, tuttavia. In fondo perch\u00e9 no?, mi dico infatti subito dopo.<br \/>\nQuindi rispondo che s\u00ec, ovviamente potr\u00f2.<\/p>\n<p>Come si legge facilmente online, \u00abIl Jerusalem Film Festival \u00e8 un festival cinematografico internazionale che si tiene ogni anno a Gerusalemme, in Israele. Nacque da un&#8217;idea di Lia van Leer (gi\u00e0 fondatrice della <em>Jerusalem Cinematheque<\/em>), che lo inaugur\u00f2 il 17 maggio 1984. Alla rassegna partecipano lungometraggi e documentario provenienti da ogni parte del mondo. Nel 1989 la van Leer convinse il filantropo americano Jack Wolgin a organizzare una competizione cinematografica a suo nome per i migliori film israeliani. Ed \u00e8 cos\u00ec che il Wolgin Prize \u00e8 diventato negli anni il premio cinematografico pi\u00f9 ambito d&#8217;Israele. Oltre al Wolgin Prize, il festival include i seguenti premi: Anat Pirchi Drama Award, Spirit of Freedom Awards, Forum for the Preservation of Audio-Visual Memory in Israel Award for the Creative use of Archival Footage, nonch\u00e9 la sezione FIPRESCI per i registi esordienti\u00bb.<\/p>\n<p>Nei mesi che precedono la partenza, l&#8217;organizzazione, affidata al solerte e prezioso Hagay Abramovitz, \u00e8 semplicemente perfetta. Di volta in volta sappiamo, con tempismo e puntualit\u00e0, gli impegni che per noi giornalisti saranno obbligatori, quelli facoltativi ma caldamente suggeriti, quelli soltanto facoltativi; ci fanno compilare un modulo con i nostri dati e le nostre preferenze di qualsiasi genere (dal cibo ai generi cinematografici); ci inviano in anteprima inviti per incontri, party, conferenze. Ci chiedono se vogliamo intervistare quell&#8217;autore o quell&#8217;altro. Piano piano il programma del festival, davvero vasto e sontuoso, ci e mi appare chiaro. Anni prima avevo avuto un&#8217;esperienza simile, almeno e solo in partenza, col Cairo Film Festival: apparentemente una ottima organizzazione, nella pratica un pessimo festival, futile, vago nelle intenzioni e malmesso. Temevo questo effetto qui, e invece&#8230; Del resto, il Jerusalem Film Festival \u00e8 noto per essere, e ora lo posso dire con certezza: \u201c\u00e8\u201d, uno dei festival di cinema internazionale pi\u00f9 prestigiosi di tutto il Medio Oriente. Ben presto vengono emessi i biglietti aerei, anche qui con ampia margine di scelta (di aeroporto, di compagnia, ecc.), e la proposta, il \u201csemplice invito\u201d, si trasforma in realt\u00e0.<\/p>\n<p>Parto da Pisa. \u00c8 il 9 luglio e far\u00f2 scalo a Roma, diretto poi al Ben Gurion di Tel Aviv. Ci arrivo nel primo pomeriggio, con ritardo perch\u00e9 nel cambio degli aerei mi hanno perso la valigia. Si comincia male, penso. In realt\u00e0 il giorno dopo me la recapiteranno in albergo, Eldan Hotel, un quattro stelle che tutto sommato non le vale ma nel cuore di Gerusalemme, appena fuori le mura del Jaffa Gate, in King David Street, a due passi dal celebre King David Hotel e dall&#8217;altrettanto famoso (non fosse che per la salita ascensionale alla torre panoramica) YMCA, nonch\u00e9 molto vicino, a piedi, ai luoghi del festival, ovvero la Cinematheque (splendido posto, moderno e dotato di ogni comfort: quattro sale, sale lettura, wi-fi libera, bar e ristorante, giardino e terrazza panoramcia sulle mura della Citt\u00e0 Vecchia; location ideale per aperitivi, cocktail e serate di gala in seguito generosamente offerte dal festival) e la pi\u00f9 dislocata, ma non troppo, e appartata sala Lev Smadar, una piccola saletta attorniata da un bar-bistrot che fa Gerusalemme di una volta. Molto accogliente e \u201cparticolare\u201d, evocativa, &#8216;bogartiana&#8217; si direbbe.<\/p>\n<p>Con un taxi prenotato dal Press Club andiamo verso Gerusalemme. Dico andiamo perch\u00e9 con me, subito, c&#8217;\u00e8 Claudio Santamaria, l&#8217;attore italiano. Simpatico, alla mano, piacione come te lo aspetteresti. Parliamo del pi\u00f9 e del meno, di come questo festival ha trattato tu giornalista, benissimo, e lui attore, stra-benissimo. Per loro \u00e8 prevista pure un&#8217;escursione a Masada, la fortezza-baluardo simbolico di libert\u00e0 e resistenza, e sul Mar Morto \u2013 che tu farai comunque, ma organizzandotela da solo. Claudio \u00e8 alloggiato in un altro hotel, poco distante, sempre centrale. Il festival, il Press Club, ha davvero pensato a tutto. Addirittura, una volta arrivato a destinazione, a una SIM apposita israeliana per tenerci in stretto contatto, con le persone del festival e fra giornalisti. Scelta, questa, inedita per me (ma anche per tutti gli altri giornalisti e critici cinematografici ben pi\u00f9 adusi di me a essere invitati ai festival di mezzo mondo) e che si \u00e8 rivelata preziosa e utilissima. Ma ben presto scoprir\u00f2 e scopriremo che Hagay, il buon Hagay, ha pensato davvero a tutto \u2013 e non \u00e8 soltanto un modo, eufemistico, di dire. Sar\u00e0 cos\u00ec.<\/p>\n<p>Ristoratomi dal viaggio, scendo nella hall dell&#8217;albergo e faccio la conoscenza degli altri colleghi giornalisti invitati come me: Ernesto dal Messico, Melis dalla Turchia, il tedesco-francese Wolfgang, Pavlina dalla Bulgaria, Gonzalo da Madrid, Carmen dalla Nuova Zelanda&#8230; Siamo tanti, pi\u00f9 di 20, 25 circa ma forse qualcuno non \u00e8 venuto e non verr\u00e0 mai, e molti di loro si conoscono gi\u00e0 attraverso altri festival, o altre giurie; io ne conosco solo alcuni, ma pochi, tuttavia l&#8217;atmosfera \u00e8 immediatamente rilassata e piacevole. Si parla di cinema ma non solo. Ci si presenta, si fa conoscenza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-34877\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/jff.jpg\" alt=\"jff\" width=\"782\" height=\"289\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/jff.jpg 782w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/jff-300x111.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/jff-436x161.jpg 436w\" sizes=\"auto, (max-width: 782px) 100vw, 782px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il primo impegno per noi obbligatorio \u00e8 la cerimonia di apertura, il cocktail di benvenuto e la proiezione, all&#8217;aperto (nella Sultan&#8217;s Pool, un&#8217;arena moderna ma altrettanto magnifica, sotto la Cinematheque e verso le mura antiche), di <em><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=34372\" target=\"_blank\">Mia madre<\/a><\/em> (2015) di Nanni Moretti, alla presenza dell&#8217;attore John Turturro. L&#8217;atmosfera, al solito, \u00e8 delle migliori: informale, semplice, gradevole. Il venticello e l&#8217;aria tersa che regalano a Gerusalemme, lo scoprirai soltanto durante, notti fresche e piacevoli allietano ulteriormente la serata. Il cocktail \u00e8 nel giardino della Cinematheque, animato da buffet, intermezzi cantati, \u201cgood people\u201d. Fai la conoscenza, fra gli altri, di Emanuele Nespeca, produttore italiano di Solaria Film, che il giorno dopo avr\u00e0 un importante pitch al Jerusalem Film Lab (notevole invenzione all&#8217;interno del festival, dedicata allo sviluppo dei progetti) insieme al regista, Adriano Valerio, brillante milanese di stanza a Parigi, del futuro lungometraggio. Ceni con lui, a seguire la proiezione, e ti spiega un po&#8217; come funziona, dal punto di vista \u201cinterno\u201d, la dinamica dei festival e dei Film Lab. Il giorno dopo, del resto, \u00e8 impegno imperativo, seguirai un bel po&#8217; dei pitch in questione, tutti molto stimolanti e interessanti, oltre che \u201cdensamente popolati\u201d e attesi nel loro spazio dedicato.<\/p>\n<p>Il giorno dopo, 10 luglio, \u00e8 prevista una piccola conferenza introduttiva sul Film Lab tenuta da Renen Schorr, regista, docente e talent-scout di fama internazionale. Ci vengono esposte le ragioni, le metodologie e i requisiti del \u201claboratorio\u201d e la grande valenza economica, a livello internazionale, dei progetti selezionati. Spendibilit\u00e0 \u00e8 la parola chiave, tutto per\u00f2 condotto senza pompa magna ma, anzi, in silenzio e discrezione. Discrezione sar\u00e0 un&#8217;altra parola chiave, durante il nostro soggiorno a Gerusalemme. Il festival \u00e8 discreto, sobrio, non ha bisogno di lustrini od orpelli per richiamare attenzione locale (il pubblico tradizionale sar\u00e0 sempre molto presente durante proiezioni e conferenze aperte a tutti) e attenzione dei media internazionali. Siamo qui anche per questo, in fondo.<\/p>\n<p>Uri Dromi si presenta come una perfetta \u201cguida\u201d, e non solo una delle anime del Press Club, che ha sede prestigiosa nel primo quartiere ebraico sorto fuori dalle mure, lo Yemen Moshe o \u201cquartiere Montefiori\u201d, dal nome del suo ideatore Moshe Montefiori. Ci illustra il passato, il presente e, fin dove lo pu\u00f2 intuire, il futuro di questa citt\u00e0, di alcuni suoi quartieri, di alcune sue segrete bellezze, certamente della Cinematheque con e per cui si trova a collaborare. E&#8217; un uomo umile, solare, di una bellezza antica e quasi scomparsa; ha svolto moltissimi lavori, ha fatto la guerra, ma \u00e8 rimasto saldo e ancorato alla realt\u00e0, alla sua realt\u00e0, anche familiare. \u00c8, a suo modo, un monolite kubrickiano.<\/p>\n<p>Nei vari giorni, proiezioni, incontri, cocktail, o pranzi o cene, si susseguono senza sosta. Vediamo soprattutto film della competizione israeliana, almeno personalmente sono curioso di scoprire una cinematografia altrimenti poco conosciuta se non inedita, almeno nelle sue uscite pi\u00f9 recenti. Vediamo film mediocri (<em>JeruZalem<\/em>, un horror ambientato nella Citt\u00e0 Vecchia che pesca a piene mani da tutti i film con gli zombi, da <em>Hostel<\/em>, da tanto altro ancora; ha un&#8217;idea valida nella prima mezz&#8217;ora ma poi si perde inesorabilmente ma continua a compiacersi di luoghi comuni, recitazioni pedestri, trovate trite e ritrite tirate con la corda fino allo spasimo), film medi (<em>AKA Nadia<\/em>, storia d&#8217;amore e thriller insieme sulla difficile convivenza, storica ma anche se non soprattutto sentimentale, che regna in questo Paese), film buoni e ottimi (<em>Tikkun<\/em>, che non a caso si aggiudicher\u00e0 alla fine i premi pi\u00f9 sontuosi), film classici restaurati e riscoperti (uno su tutti: <em>Three Days and A Child<\/em>, di Uri Zohar, un tempo famoso commediante, una sorta di Woody Allen locale, e oggi rabbino ultra-ortodosso che ha lasciato il cinema e il mondo dello spettacolo e dei lustrini. Il film, nello stile post-Nouvelle Vague degli anni Sessanta, non a caso \u00e8 del 1967, \u00e8 una ricognizione ondivaga, qua comica l\u00e0 pi\u00f9 tragica, di una condizione esistenziale di nuovo costantemente scissa, separata, diaframmatica. Un uomo, ancora innamorato di una donna che lo ha lasciato e si \u00e8 risposata con prole, accetta di condividere tre giorni proprio col bambino dell&#8217;amata, credendo cos\u00ec di poterla riconquistare. La commedia leggera della prima parte lascia, piano piano ma inesorabilmente, spazio al dramma interiore, sentimentale di un uomo e di un&#8217;intera nazione. Davvero notevole e, a tratti, in anticipo sul <em>Kikujiro<\/em> di Kitano).<\/p>\n<p>Ma il Jerusalem Film Festival non \u00e8 solo un&#8217;occasione per scoprire film e autori altrimenti inaccessibili; \u00e8 anche un modo per recuperare film passati o premiati in altri festival (giustamente da qualche collega \u00e8 stato chiamato \u201cil festival dei festival\u201d), oppure film di \u201cmaestri\u201d del cinema (sezione &#8216;Masters&#8217;: Terrence Malick, Apichatpong Weerasathakul, Hou Hsiao-hsien, Philippe Garrel, ecc.), oppure film di provenienze lontane. Dietro tanta dispersione e tanta analisi di fonti, c&#8217;\u00e8 per\u00f2, ne siamo certi, una sintesi chiarissima: fare del Jerusalem Film Festival un riflesso, uno specchio della citt\u00e0, e forse di Israele tutta. Cos\u00ec come nella citt\u00e0, e soprattutto nella Citt\u00e0 Vecchia, convivono, pi\u00f9 o meno pacificamente, culture, religioni, arti e istanze tanto diverse quanto problematiche, allo stesso modo il festival si \u00e8 premurato di accogliere spicchi e lampi di cinema vario e contrastante, laddove il conflitto e la contraddizione producano per\u00f2 linfa vitale, terreno fertile, vita. Vita artistica e vita umana. Questo il segreto sottinteso del festival, della sua longevit\u00e0, della sua intima ma profonda bellezza \u2013 che molti altri festival di cinema nel mondo, anche forse pi\u00f9 blasonati, hanno perso, smarrito, reso pi\u00f9 opaco, o a volte mai nemmeno avuto.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda la fertile ricchezza, ma anche la sottile inquietudine, che la citt\u00e0 di Gerusalemme, vecchia e moderna insieme, riescono a trasmetterti, ne ho gi\u00e0 scritto su <a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/fontina.boy\" target=\"_blank\">Facebook<\/a> e mi ripeto, riportando un aneddoto occorsomi il quarto giorno del mio soggiornare l\u00e0. Ecco quanto:<\/p>\n<p>Lo aspettavo. Nessuna fretta n\u00e9 garanzie assolute, ma lo aspettavo. Lo aspetto sempre, senza sperarlo o senza cercarlo apposta, altrimenti non vale. Se viaggi da solo e sei disponibile all&#8217;imprevedibile, prima o poi arriva quel giorno in cui il tuo programma, per quanto lucido e pianificato, prende una piega inaspettata che lo trasforma in qualcosa di altro, di unico, nel bene o nel male. Scatta quel &#8221;clic&#8221;, spesso inafferrabile e surreale perch\u00e9 attinente alla sfera umana, per cui quel viaggio avr\u00e0 per te un valore aggiunto e indipendente dalla meta scelta o dal viaggio stesso. Per quel che mi riguarda, ormai lo chiamo &#8221;il momento Donati&#8221;. L&#8217;anno scorso, a Siracusa, mi successe incontrando, per puro caso, un veterano della guerra del Vietnam. A me, cos\u00ec appassionato di quel periodo storico, di quella America l\u00ec, splendida perch\u00e9 fragile, e di tutto quel cinema che la racconta e critica ora con ferocia ora con commossa compassione, sembr\u00f2 un autentico miracolo. Oggi \u00e8 stato quel giorno e, sempre per puro caso, \u00e8 andata di nuovo cos\u00ec. Epifanie. Ti svegli molto presto e a colazione, in hotel, ti ritrovi un intero commando di militari. Hanno la bandiera israeliana sulla divisa ma sono di diverse nazionalit\u00e0, se non hai capito male. Tengono il fucile sui tavolini. A un tratto uno di loro, dallo sguardo buono, forse perch\u00e9 il tuo, di sguardo, ci si \u00e8 soffermato qualche secondo di troppo, ti guarda e ammicca al fucile. &#8220;Wanna touch?&#8221;. Ci metti qualche secondo a capire che lo sta dicendo davvero, e per giunta proprio a te. Boh, che ti devo dire, let&#8217;s touch, sempre meglio una storia in pi\u00f9 da raccontare che una in meno. Lo pensi ma non lo dici; e sfiori l&#8217;arma, con lui che ti sorride. Poi ti incammini fuori e attraversi la Citt\u00e0 Vecchia di Gerusalemme che non sono ancora le 7.30 e in giro non c&#8217;\u00e8 un&#8217;anima, nemmeno nei mercati centrali musulmani che invece anche di notte, di solito, sono frequentatissimi e schiamazzanti. Le pietre giallognole del Muro Occidentale sembrano parlarti, nel silenzio. Oltrepassi tutto, comunque, e sali su al Monte degli Ulivi. Passa qualche macchina, c&#8217;\u00e8 un barbone che ha passato la notte accanto alla Tomba di Maria, un gatto sonnolento ti si struscia alle gambe. Tu entri nell&#8217;Orto del Getsemani, hanno appena aperto il cancello e sei solo. Ti sembra di sentire Zeffirelli incitare il &#8221;Ciak! Motore! Azione!&#8221;, ma per fortuna \u00e8 solo un tuo incubo infantile che per un attimo si riaffaccia sgradito. Prosegui ancora verso l&#8217;alto, dove \u00e8 tutta una serie di chiese, chiesette, cappelle, spesso russo-ortodosse. Non ne trovi una in particolare, che la guida ti segnala come la pi\u00f9 bella ma pure la pi\u00f9 impervia da scovare. E qui ti soccorre per ben due volte, prima segnalandotela poi, quando hai capito che in pantaloncini corti non ti faranno mai entrare, coprendoti con il suo velo per il capo, quello che poco dopo, quando comincer\u00e0 a parlarti senza sosta invitandoti nel frattempo a casa sua per mangiare e bere, si riveler\u00e0 essere un Ambasciatore di Pace famoso nel mondo, con dozzine di articoli, vari documentari, interviste, fotografie con tutti i capi religiosi e politici, e tanto altro. Tu ascolti e basta, per qualche ora: per esempio che nel passaporto lo danno nato a Israele nel 1942 quando lo Stato di Israele invece non era ancora nato, o che lo danno come cittadino giordano ma che la Giordania lo ha disconosciuto. Allora chi \u00e8, un semplice apolide o un fantasma? Si chiama Ibrahim, tu fino all&#8217;ultimo non riuscirai a fidarti completamente e pensi che prima o poi esiger\u00e0 la sua tassa mediorientale; invece quello ti regala il suo velo. Allora torni gi\u00f9, trovi due rabbini di stanza a New York ma in visita qui che ti illustrano la Tomba dei Profeti, scendi ancora e scivoli via, leggero e bellissimo, di fronte alla folla che adesso occupa fino a met\u00e0 la strada davanti all&#8217;Orto del Getsemani. Torni in hotel e sei quello di prima, non credi in niente e non ti sei messo a professare alcuna religione; solo che adesso ti senti un Tutankhamon dei viaggi. Ma soprattutto sai che potrai portare con te fino alla fine dei tuoi giorni l&#8217;ultimo sublime consiglio di Ibrahim, un messaggio di pace e di speranza come pochi: Don&#8217;t trust anybody, my friend. They are all thieves. Il surreale, si diceva. \u2022<\/p>\n<p><em>Roberto Donati<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/D7FQmwhDPRg?rel=0\" width=\"782\" height=\"440\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Sitografia di riferimento:<\/strong><br \/>\n<strong>\u2022 <a href=\"http:\/\/jerusalempressclub.com\/\" target=\"_blank\">Jerusalm Press Club<\/a><\/strong><br \/>\n<strong>\u2022 <a href=\"http:\/\/www.jff.org.il\/?cl=en\" target=\"_blank\">Jerusalem Film Festival<\/a><\/strong><br \/>\n<strong>\u2022 <a href=\"https:\/\/www.flickr.com\/photos\/jpressclub\/sets\/72157655929305026\/with\/19747940626\/\" target=\"_blank\">JPC&#8217;s Special Program (Flickr)<\/a><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Rapsodie israeliane: il Jerusalem Film Festival 2015 visto da un inviato speciale a cura di Roberto Donati Verso marzo ricevo un&#8217;email da un signore che si presenta come Uri Dromi, presidente del Jerusalem Press Club. \u00c8 molto gentile e affabile, e insieme, grazie al cielo, per niente formale. 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