{"id":35463,"date":"2015-09-30T14:47:35","date_gmt":"2015-09-30T12:47:35","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=35463"},"modified":"2015-10-23T19:44:29","modified_gmt":"2015-10-23T17:44:29","slug":"habitat-note-personali-emiliano-dante","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=35463","title":{"rendered":"Habitat \u2013 Note personali > Emiliano Dante"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-35464\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_001.jpg\" alt=\"habitat_dante_001\" width=\"1112\" height=\"741\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_001.jpg 1112w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_001-150x100.jpg 150w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_001-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_001-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_001-436x291.jpg 436w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_001-673x449.jpg 673w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_001-950x633.jpg 950w\" sizes=\"auto, (max-width: 1112px) 100vw, 1112px\" \/><br \/>\n<strong>\u2026E la vita non continua.<\/strong><\/p>\n<p>Un anno dopo la prima a <a href=\"http:\/\/www.torinofilmfest.org\/\" target=\"_blank\">Torino<\/a>, <em>Habitat \u2013 Note personali<\/em>\u00a0di Emiliano Dante rivive ad <a href=\"http:\/\/www.annecycinemaitalien.com\/\" target=\"_blank\">Annecy<\/a>, poi a Istanbul (<a href=\"http:\/\/www.archfilmfest.org\/\" target=\"_blank\">International Architecture and Urban Films Festival<\/a>, dal 2 al 9 ottobre prossimi), e ci si augura in altri festival e sale, arricchito di sei preziosi minuti che ne specificano il paesaggio interiore. Giusto una breve aggiunta che arriva dopo i titoli di coda, integri, della prima visione e versione. Un epilogo cupo e \u00abdisfattista\u00bb su come si \u00e8 evoluta (involuta) quella non-storia (proprio nel senso di negazione di storia, oltre che di geografia, riservata ai protagonisti) iniziata il 6 aprile 2009, il fatidico giorno del terremoto aquilano, quello con il numero maggiore di film, diretti e indiretti, fiction e non-fiction, fuori schema e fuori schermo, mai ispirati da e ad un sisma.<\/p>\n<p>Un terremoto-emblema, infatti. Il segno dei tempi. Corrotti, deprivati, privatizzati, terminali. E un segno del non tempo, nuova percezione del vuoto, ad esso incatenato concatenato. L\u2019aggiunta di quei dolorifici minuti estende con naturalezza l\u2019idea di tempo immobile, senza passato n\u00e9 futuro, totalmente annidato nel film, e tuttavia in feroce scorrimento, scivolo angoscioso verso l\u2019insignificante, la morte. \u00abTra le macerie il passato \u00e8 pi\u00f9 passato, simultaneamente pi\u00f9 visibile e pi\u00f9 inservibile. E nei progetti C.A.S.E., questi prefabbricati gi\u00e0 fatiscenti costruiti dopo il terremoto in mezzo al nulla, il presente \u00e8 pi\u00f9 presente: senza uno ieri e senza un domani\u00bb. \u00c9 l\u2019autore a dichiararlo.<\/p>\n<p>Dante si era rivelato con il blues di <em>Into the Blue<\/em> (2009), sullo stesso tema e alla stessa maniera ecceduto. Un film ironico, sincopato, ispirato, dove il terremoto aquilano diveniva il pre-testo per mettere in luce una precaria condizione giovanile fatta a pezzi, mostrata nelle sue purulente interiora, scoperchiata come gli stessi edifici aquilani, tetto ingannatore sgretolatosi fuori e dentro. Opera dolorosamente zen, dove l\u2019autore si esponeva in prima persona, raccontando la sua avventura in tendopoli, il senso del vuoto espresso con altrettanto sentimento svuotato dell\u2019assurdo. Niente a che vedere con i piagnistei carini e ipocriti del cinema italiano giovane (o meno giovane) su giovani (o meno giovani).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/Su_8ht454k0?rel=0\" width=\"782\" height=\"440\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Habitat<\/em> \u00e8 il funereo e risentito \u00abCinque anni dopo\u00bb di <em>Into the Blue<\/em>. Invano policentrico, perch\u00e9 ormai ognuno \u00absi chiude nel proprio guscio\u00bb. Resta un sestetto di voci e di esseri che cercano di restare uniti oltre che umani. I tre ex compagni di tenda pi\u00f9 le consorti. Non pi\u00f9 giovani(ssimi), non pi\u00f9 colti di sorpresa, immersi nelle rovine di un \u00ablimbo\u00bb che sa pi\u00f9 di <em>waste land<\/em> eliotiana (anche all\u2019Aquila, \u00abaprile \u00e8 il mese pi\u00f9 crudele\u00bb) popolata da personaggi beckettiani. L\u2019autore si autodefinisce un Krapp tra i nastri. Che si ostina a disegnare, enumerare, sezionare, indagare, toccare. Sono quelle immagini su cui pone di continuo frecce direzionali, <em>lyrics<\/em> di canzoni, scritte, schizzi, linee, conti alla rovescia, e che miniaturizza nel monitor del computer, smontandole nel momento stesso in cui stanno <em>avvenendo<\/em>: tempo nel tempo, tempo del tempo.<\/p>\n<p>Un paradosso ribadire la natura cinematografica, tecnica, di un documentario, ci\u00f2 che per statuto (rimesso in discussione) si offre come spaccato di realt\u00e0. Pi\u00f9 che straniamenti o meta-cinema, sono tentativi di rendere meno astratta la superficie del vedere. Quasi a voler riscrivere il corso del (non) tempo che bagna, mai due volte, l\u2019intero film. Lo schermo diventa una <em>tabula<\/em> concreta, il <em>journal<\/em> dell\u2019invisibile a cui dar forma. Per rendere il virtuale (non del film: delle nostre esistenze) ancora <em>corpo<\/em>; e nel tentativo di (ri)dare all\u2019e(s)terno presente (dello spettacolo-vita) un passato e un futuro rimossi. Un esempio moderno di film come oggetto concreto. Da scolpire, materia tattile da rimodellare, esperienza dell\u2019esperienza, film del film, immagine-habitat, che lo accomuna all\u2019altro <em><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=30580\" target=\"_blank\">Habitat [Piavoli]<\/a><\/em> (2013) di Claudio Casazza e Luca Ferri e ad <em>Ananake<\/em> (2015) di Claudio Romano, ulteriori opere-casa scolpite nel\/dal tempo. Ognuno <em>d\u00e9tour(nement)<\/em> di un nuovo antico sentire in movimento, capace di dare forma (habitat?) alla mente, al puro <em>cogito<\/em>.<\/p>\n<p>Il design registico di <em>Habitat<\/em> \u00e8 elegantissimo, lo contraddistingue un <em>touch<\/em> architettonico, l\u2019occhio allenato, mai alienato, alla storia dell\u2019arte, mobilissimo ma fermo, luogo d\u2019incontro tra tristezza e bellezza, forme annientate e forme (ri)edificate, disegno grafico come interiorit\u00e0 ulteriore. Tra quel passato e quel futuro che la storia (in tutti i sensi) nega. Sottraendosi agli estetismi facili come ai carrelli di <em>Kap\u00f2<\/em>. Bench\u00e9 non manchino bianchi abbacinanti (luce, neve, sfondi) e buio post-atomico (reso ancor pi\u00f9 buio dalla luce), con corredo di camera-car, jump-cut, accelerazioni, inserimenti, dissolvenze, sovrimpressioni, immagini-cuscino alla Ozu, foto fisse, giochi di specchio e la musica extradiegetica che diventa diegetica, quando l\u2019immagine si ridimensiona nel computer di Emiliano che monta il film. Anche un\u2019<em>intermission<\/em> e una metamorfosi in cartoon, disegno di un\u2019alienazione in agguato. Il volto umano risponde per\u00f2 intenso allo sguardo profondo di chi lo riprende.<\/p>\n<p>Con lucido dolore e uno sguardo non riconciliato neppure con s\u00e9 stesso, l\u2019autore rivela sin dall\u2019incipit la propria intenzione di scendere agli inferi. Da quelle immagini in negativo degli edifici sventrati, preludio all\u2019Ade, tremolanti come lo fu la terra aquilana, si accede, effetto Nosferatu, a un altro mondo. Il cane psicopompo \u00e8 l\u00ec, guardiano tra l\u2019aldil\u00e0 e l\u2019al-di-qua, dio ferino e ferita, animale epilettico (lo sapremo pi\u00f9 in l\u00e0). Lo troviamo nell\u2019appartamento dell\u2019autore (un \u00abregalo\u00bb di Berlusconi), dopo che lo si \u00e8 visto in strada, messaggero dei morti, custode della distruzione. Scodinzola e fa festa al suo padrone, che accetta volentieri l\u2019intercessione dei cani guida (nel film ce ne sono altri due, entrambi privi di una zampa). La depressione, il fallimento, l\u2019impermanenza delle cose (a fronte della permanenza apodittica dell\u2019immagine ufficiale), gli attaccamenti, l\u2019amore pi\u00f9 freddo della morte, e persino un po\u2019 di masochismo, popolano i giorni\/gironi senza scampo di questo nuovo Inferno di (Emiliano) Dante.<\/p>\n<p>Il carattere onirico e visionario del film \u00e8 ribadito da quel <em>Perch\u00e9 fai questi sogni, Emiliano?<\/em>, titolo del prologo. Il sogno, l\u2019incubo, \u00e8 sempre il terremoto, improvviso dopo il bacio da una donna, contrapposto segno vitale. Le tre storie d\u2019amore del film sono una risposta al dolore e al morire. Alessio e Gemma, Paolo e Roberta, Emiliano e Valentina. Tutti loro rivivono in sogno il crollo. Ci si chiede se qualche storia, <em>in progress<\/em> con il film, sarebbe sbocciata cos\u00ec rapidamente se non ci fossero state le scosse fatali. E chiss\u00e0, se senza di esse, si sarebbe altrettanto rapidamente conclusa. Qui nascere diventa meno forte che morire. La vita di Paolo cambia pi\u00f9 per la morte della madre, che non per la condizione di neo-pap\u00e0.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-35466\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_003.jpg\" alt=\"habitat_dante_003\" width=\"782\" height=\"439\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_003.jpg 782w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_003-300x168.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_003-436x245.jpg 436w\" sizes=\"auto, (max-width: 782px) 100vw, 782px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nell\u2019epilogo, Emiliano confessa di non sognare pi\u00f9 il terremoto, da quando <em>Habitat<\/em> \u00e8 stato presentato al TFF. Il suo film-parete era (\u00e8) proprio una rielaborazione <em>scritta<\/em> del lutto, un agire in immagini, una dura e pervicace resistenza. <em>In memoria di Noemi. Ancora<\/em>. Ragazza vittima del terremoto, che Emiliano teme di dimenticare poco a poco. \u00abAppena dimentichiamo, la nostra storia diventa pi\u00f9 insignificante\u00bb. Constatando come, altrettanto lentamente, l\u2019Aquila e gli aquilani siano divenuti parte del fondale, non pi\u00f9 centro. Sostituiti, in quelle case di C.A.S.E., da un <em>avatar<\/em> d\u2019imposta normalit\u00e0, in quanto \u00abper essere dignitoso non devi sembrare quello che sei\u00bb, cio\u00e8 un terremotato: status da dissimulare come \u00abl\u2019et\u00e0 e la calvizie\u00bb. Eliminare i container per edulcorare il dramma, restyling della catastrofe. Com\u2019\u00e8 noto, e non solo per via di Sabina Guzzanti, il post-terremoto \u00e8 stato soprattutto un evento mediatico. Lo si ammette esplicitamente: \u00ab\u00c8 stato come vedere le cose in TV\u00bb.<\/p>\n<p>La vera catastrofe del sisma \u00e8 stato di accadere in un momento di grande dimenticanza collettiva e di spettacolo come unica forma di realt\u00e0. Ecco perch\u00e9 il film finisce per diventare (anche) <em>altro<\/em>, le note personali sulla Terra mutata, oltre che sui terremotati. Il padre di Emiliano, lo storico Umberto Dante, parla dei secoli che passano in un attimo, in situazioni come questa. \u00abLa vita umana \u00e8 qualcosa di effimero, \u00e8 poca cosa quando ci si imbatte nel tempo\u00bb. Ed \u00e8 chiaro che potrebbe riferirsi anche alla nostra epoca a-storica (sappiamo che di dopostoria parlava infatti Pasolini, pi\u00f9 di 40 anni fa). Periferizzati nei fragili appartamenti berlusconiani, a 14 km dalla citt\u00e0 vera e propria, i non abitanti si recano al centro commerciale, non-luogo di una non-citt\u00e0, reinventato come piazza principale, il posto \u00abdove si incontra altra gente, dove si incrociano gli sguardi\u00bb: \u00abnon per comprare qualcosa, ma per vedere qualcuno, per semplice solitudine\u00bb. \u00c8 il caso di aggiungere che avviene lo stesso anche dove il terremoto non c\u2019\u00e8 stato? Idem quando si parla di quadri realizzati (da Paolo) e non venduti, di professioni surreali (di Alessio) da inventarsi per necessit\u00e0, di fughe e rientri per senso di colpa. Oppure perch\u00e9 \u00abaveva pi\u00f9 senso stare male a L\u2019Aquila che a Terni\u00bb. Estensione del movimento tellurico.<\/p>\n<p>Siamo davvero soltanto all\u2019Aquila? O nell\u2019Italia intera? Nel mondo? In quella Bruxelles, simbolo e fortezza dell\u2019Impero d\u2019Europa, dove Antonio vive anche lui in un appartamento semidiroccato? Il terremoto \u00e8 uno stato dell\u2019essere. Del non essere, <em>hic et nunc<\/em>. Tutto \u00e8 ormai parziale e incompleto: aggettivi con i quali Dante ammette di voler rappresentare il capoluogo abruzzese. Quel rituale collettivo della fiaccolata, popolata da ectoplasmi, diventa una sconsolata metafora di cosa significhi adesso non voler stare al gioco. E svela con disperazione angosciata i fantasmatici tentativi di (r)esistere e protestare oggi.<\/p>\n<p>In <em>Habitat<\/em> lo sguardo sul terremoto contempla di continuo la non epoca in cui \u00e8 inserita la tragedia. Il suo non essere pi\u00f9 tempo. Un \u00abdramma urbano pi\u00f9 che naturale\u00bb. I colori bellissimi e sereni della natura indifferente, l\u2019azzurro del cielo, il verde delle piante, i frutti e un insetto li si vede un attimo soltanto. Un film cos\u00ec deve per forza essere in bianco e nero: sono quelli i non colori adeguati per la giungla d\u2019asfalto, lo diceva pure Fritz Lang. Grigi e bianchi a sfidare la produzione e gli enti locali, che vorrebbero un film di speranza: \u00abla parola preferita dai politici di mestiere, perch\u00e9 nella sua vaghezza neutralizza ogni discorso e lo rende poco pi\u00f9 che un cerimoniale\u00bb.<\/p>\n<p>Prima di chiudere, Dante li inganna in quel colore e quella serenit\u00e0 ritrovati, ancora per un istante, nel giardino della basilica di Collemaggio. Atmosfera rilassata, un pallone, gente che sembra in pace con s\u00e9 stessa. Ma ecco l\u2019indicazione che appare sull\u2019edificio, e una scritta (in inglese), a dirci che il tetto non c\u2019\u00e8 pi\u00f9, non c\u2019\u00e8 ancora. Ironia feroce. Comprendiamo che quelle cifre esibite per tutto il film \u2013 non solo i minuti scanditi a ritroso della sua durata, ma pure i 14 chilometri di distanza, il riferimento ai 70.000 decentrati, i 15 minuti di vita della piccola Laura, i 5 anni dopo, i 6 minuti ancora \u2013 sono una replica senza sconti al trionfalismo definitivo delle versioni ufficiali, della societ\u00e0 dei dati-spettacolo. Uno schiaffo all\u2019ottimismo democratico.<\/p>\n<p>Nessuna tele-visione trasformerebbe la ricostruzione, espressa da una gru, in drago alato, ossia nella rivelazione del caos; n\u00e9 avrebbe il coraggio tetro di alludere, nell\u2019ultimissima immagine del film (versione estesa), a qualcosa di innominabile pi\u00f9 volte evocato. Esprimendo pienamente il sentimento apocalittico di una <em>new land<\/em> di \u00abmorti in anticipo\u00bb. Figuriamoci se osasse poi mostrarci, all\u2019inizio di una storia d\u2019amore, quella vissuta in tempo reale dallo stesso regista, la luce nullificante verso cui la nuova coppia si dirige. \u00c8 il chiarore saturo dell\u2019entropia. La casa-habitat che non ci attende. Quel che \u00e8 avvenuto dopo, Valentina lo dir\u00e0 nell\u2019epilogo 2015. \u2022<\/p>\n<p><em>Leonardo Persia<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-35465\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_002.jpg\" alt=\"habitat_dante_002\" width=\"782\" height=\"440\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_002.jpg 782w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_002-300x169.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/habitat_dante_002-436x245.jpg 436w\" sizes=\"auto, (max-width: 782px) 100vw, 782px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Habitat \u2013 Note personali<\/strong><\/p>\n<p><strong>Regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio, musiche, disegni e animazioni:<\/strong> Emiliano Dante<br \/>\n<strong>Produttore esecutivo:<\/strong> Valentina Soccorsi<br \/>\n<strong>Additional cameramen:<\/strong> Paolo De Felice, Valentina Soccorsi<br \/>\n<strong>Cantante solista:<\/strong> Valentina Soccorsi<br \/>\n<strong>Cast (come se stessi):<\/strong> Alessio Di Giannantonio, Paolo De Felice, Emiliano Dante, Gemma Giuliani, Roberta Lucrezi, Valentina Soccorsi (e Antonio Sforna, Sabrina Bologna, Antonello Ciccozzi, Suor Oliva Lombardi, Umberto Dante, Odoardo Tomassi)<br \/>\n<strong>Produzione:<\/strong> Dans Acro &#8211; Digital Artisans, C.U.M.<br \/>\n<strong>Formato di ripresa e proiezione:<\/strong> Full HD<br \/>\n<strong>Colore:<\/strong> B\/N e Colore<br \/>\n<strong>Paese:<\/strong> Italia<br \/>\n<strong>Anno:<\/strong> 2014<br \/>\n<strong>Durata:<\/strong> 55&#8242; \/ 61&#8242;<\/p>\n<p>\/\/\/\u00a0<a href=\"http:\/\/www.dansacro.org\/\">dansacro.org<\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u2026E la vita non continua. 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