{"id":36096,"date":"2016-03-11T08:26:58","date_gmt":"2016-03-11T07:26:58","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=36096"},"modified":"2016-03-11T08:28:18","modified_gmt":"2016-03-11T07:28:18","slug":"fuocoammare-gianfranco-rosi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=36096","title":{"rendered":"Fuocoammare > Gianfranco Rosi"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/Fuocoammare01.jpg\" alt=\"Fuocoammare01\" width=\"1300\" height=\"731\" class=\"aligncenter size-full wp-image-36100\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/Fuocoammare01.jpg 1300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/Fuocoammare01-300x169.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/Fuocoammare01-1024x576.jpg 1024w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/Fuocoammare01-436x245.jpg 436w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/Fuocoammare01-1112x625.jpg 1112w\" sizes=\"auto, (max-width: 1300px) 100vw, 1300px\" \/><\/p>\n<p>Partono dalle coste africane per raggiungere la speranza di una nuova vita. A separare la partenza dall\u2019arrivo c\u2019\u00e8 un tratto di mare, che sa essere spietato e cinico come solo le onde sanno essere quando decidono di opporsi alla volont\u00e0 umana.<br \/>\nArrivano su un lembo di terra, un fazzolettino fatto di scogli e libert\u00e0, dove i ragazzini giocano con la fionda e il tempo sembra essersi fermato sulle onde corte delle radio locali che trasmettono le richieste delle anziane signore del posto.<\/p>\n<p>Siamo a Lampedusa, croce e delizia di due interi continenti. Punto d\u2019incontro di un mondo che cambia, muta, naviga, naufraga e prega. Terra bruciata dal sole, dove Verga incontra il futuro incerto e incauto di migliaia di disperati, che arrivano, il cui unico scopo era andarsene da dov\u2019erano, poco importa dove andranno a finire.<\/p>\n<p>Gianfranco Rosi, sorprendente Leone d\u2019oro tre anni fa a Venezia con <em>Sacro Gra<\/em>, mette a segno un altro colpo eccezionale, che si \u00e8 perso nel marasma mediatico, tra l\u2019oscar a Di Caprio, le scelte alimentari di Berlusconi e il baraccone degli omicidi nazional popolari che per la loro modalit\u00e0 sembrano diventati folcloristici. Con <em>Fuocoammare<\/em> il regista italiano si aggiudica l\u2019Orso d\u2019oro, il primo premio della Berlinale che, di fatto, \u00e8 il pi\u00f9 importante festival di cinema politico e impegnato nel mondo. Nel 2012 erano stati i Taviani col bellissimo <em>Cesare deve morire<\/em> a farci commuovere e inorgoglire grazie a un\u2019operazione cinematografica che tiene alto l\u2019umore e l\u2019onore del cinema italiano impegnato.<\/p>\n<p>Non che la vittoria di un premio decreti per forza la qualit\u00e0 di un film, ma quello di Rosi \u00e8 un caleidoscopio di emozioni che merita la giusta risonanza in campo internazionale e politico\/europeo. Per nulla scostante rispetto allo stile di <em>Sacro Gra<\/em>, anche <em>Fuocoammare<\/em> si affida a inquadrature fisse, a lunghi silenzi, indugiando su azioni di normale quotidianit\u00e0. Si affida alle immagini di un radar che si muove nella notte, una nave della marina militare che solca le acque, il paesaggio brullo dominato da muretti a secco e fichi d\u2019India, mentre un dj accoglie e programma le richieste che le anziane signore gli fanno al telefono. <\/p>\n<p>Il grande e robusto pino marittimo delle prime inquadrature \u00e8 l\u2019emblema di come scorre il tempo da quelle parti. Un albero che cresce con rami incurvati, che si allungano in base al corso dei venti, ma che \u00e8 immobile nella sua staticit\u00e0, ancorato alle sue radici, le stesse del ragazzino che gioca con la fionda e poi accompagna il padre nelle uscite di pesca con la lenza. Un albero che sembra immobile, ma che si muove nel tempo, proprio come i continenti fecero e faranno nel corso della loro storia geologica. Ma ora il movimento \u00e8 antropologico, storico, e il lavoro di rosi \u00e8 una presa d\u2019atto.<\/p>\n<p><em>Fuocoammare<\/em> \u00e8 un film liquido, non soltanto per i panorami e le distese d\u2019acqua che popolano le inquadrature della perfetta fotografia dello stesso Rosi, ma anche perch\u00e9 \u00e8 un film che muove anima e corpo, scuote la coscienza, commuove e sbatte lo spettatore di fronte alla tragedia umana senza filtri ideologici e senza tramiti. Se vogliamo, <em>Fuocoammare<\/em> eredita gli stessi pregi di <em>Sacro Gra<\/em>, pregi che portano a una regia assolutamente priva di qualsiasi protagonismo, che affida tutto il decorso della narrazione alla incredibile potenza delle immagini. Rosi abbandona totalmente il concetto di documentario come inchiesta giornalistica, stile che comunque ha fatto la fortuna di film altrettanto importanti, e abbandona anche il veltroniano vizio di frapporre la presenza del regista tra l\u2019immagine e la macchina da presa. Rosi riesce perfettamente a far entrare lo spettatore nelle immagini, fino al punto di farci credere che il medico, che sta eseguendo un\u2019ecografia su una donna nera incinta di due gemelli, stia parlando direttamente a noi. <\/p>\n<p>Ma Rosi non sfonda soltanto la quarta parete sonora. Lo fa anche con quella visiva. E trattandosi di un documentario, trattandosi di immagini colte \u201cqua e l\u00e0\u201d senza l\u2019impianto schematico di una sceneggiatura di finzione, l\u2019effetto \u00e8 ancora pi\u00f9 devastante. Lo sguardo in camera di un nero, che invece dovrebbe guardare la macchina fotografica per l\u2019identificazione, \u00e8 lo spartiacque che divide il film in due. Ci\u00f2 che fino a quel momento era \u201cdocumento\u201d, testimonianza, ora diventa appello, disperata domanda di aiuto, richiamo. Diventa una richiesta a non limitarsi a prendere atto, ma a costruirsi (e costruire) una coscienza attorno al fenomeno.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 da dire che in questi anni siamo stati sommersi da immagini, reportage, testimonianze, ma soprattutto da tanta retorica riguardo alla situazione di Lampedusa. Personalmente, mai come vedendo il lavoro di Rosi mi sono sentito fisicamente a disagio. Lo stile asciutto \u00e8 fintamente cinico, in realt\u00e0 Rosi prende a cuore ogni singolo fotogramma. Ne esce uno splendido ritratto di un\u2019isola dove c\u2019\u00e8 chi pratica la pesca subacquea in apnea senza bombole, dove i ragazzini giocano con la natura brulla mentre le nonne cucinano il sugo di calamari pescati con il metodo della lenza. Tutto questo mentre sullo stesso lembo di terra immerso nel Mediterraneo i migranti muoiono o sopravvivono, e quelli che arrivano a terra ringraziano Dio per essere arrivati, lo stesso Dio che chiss\u00e0 dove stava guardando mentre gli altri affogavano. <\/p>\n<p>A Lampedusa il tempo \u00e8 immobile. Anzi no, scorre, ma l\u2019isola sembra essere immersa in una condizione di a-temporalit\u00e0 dove la gente del posto esce a pesca con i remi o cucina melanzane ascoltando radio locali che alternano le notizie dei naufragi agli avvisi di interruzione elettrica. Lampedusa sembra essere totalmente indifferente, nella sua dimensione gattopardesca, a tutto ci\u00f2 che la sta investendo, mentre su di essa migliaia di persone si muovono come alieni-fantasmi, indossando degli assurdi impermeabili-coperte che li fanno sembrare delle enormi uova di Pasqua ambulanti. Lampedusa \u00e8 quell\u2019enorme pino marino, ricurvo, immobile, attorno al quale il ragazzino gioca nei primi fotogrammi. Ma \u00e8 solo apparenza, perch\u00e9 come la linfa scorre nel pino, un cuore batte in Lampedusa.<\/p>\n<p>E dal Gattopardo \u00e8 facile saltare sulla barca dei Malavoglia, perch\u00e9 il tratto stilistico di Rosi, che nei suoi lavori sembra voler fare proprio il concetto di \u201ccamera stylo\u201d, \u00e8 quello zoliano e verghiano del verismo, del ritratto naturalista, delle immagini che ci mostrano una realt\u00e0 immodificata e immodificabile.<br \/>\nNemmeno quando il medico racconta la propria esperienza, rivolgendosi al regista-spettatore, sembra volersi rompere l\u2019incantesimo che ci fa dimenticare la presenza di un regista che comunque sceglie, taglia e monta il film, perch\u00e9 la brama di empatia \u00e8 qui dominante e trascinante verso un bisogno di redenzione e (auto)assoluzione che per lo spettatore non arriver\u00e0 mai.<\/p>\n<p>Fuocoammare \u00e8 una vecchia canzone Siciliana che zia Maria richiede a dj Pippo come rito propiziatorio per le battute di pesca del nipote. Ma \u201cfuoco a mare\u201d \u00e8 anche un modo per descrivere ci\u00f2 che le navi da guerra scatenavano nell\u2019immaginario dei lampedusani durante la seconda guerra mondiale. Quelle navi che sparavano, bombardavano e seminavano morte nel Mediterraneo oggi sono sostituite da decrepiti barconi, unico tramite per collegare i migranti in fuga dalle coste della Libia con un\u2019illusoria idea di libert\u00e0. L\u2019idea che il pericolo sia NEL mare \u00e8 insita nel gioco di parole del titolo del film, confermando l\u2019idea di una \u201cirreversibile a-temporalit\u00e0\u201d nella storia della piccola isola.<\/p>\n<p>Ci si commuove col medico, si pensa alla propria nonna mentre quella ripresa da Rosi sistema il letto sotto gli occhi del marito defunto ritratto nella foto. E si sorride, molto, con Samuele, ragazzino che gioca con la fionda, che passa i suoi pomeriggi immerso nella splendida e selvaggia natura lampedusana, che sembra dotato di una tempra da adulto ma che tradisce il suo bisogno di certezze e di sicurezza subissando il padre di domande.<\/p>\n<p>Ma gli apici giungono nei momenti in cui Rosi affida tutto all\u2019onest\u00e0 dell\u2019immagine. Un rilevamento radar, un contatto radio dove un\u2019imbarcazione di 250 persone chiede aiuto, poi il silenzio. Poi un notiziario dove si annuncia il naufragio di 250 migranti. I soccorsi prestati in mare, quelli prestati a terra, dove i fantasmi-alieni sono perquisiti da uomini della Marina e dai carabinieri. Dove le mascherine dei soccorritori proteggono il loro apparato respiratorio, ma non il loro morale.<br \/>\nGli apici e le vette di questo splendido documento filmico sono quei momenti in cui nessuno parla, ma a farlo sono i corpi dei feriti e dei morti, ammucchiati, abbandonati nelle stive dei rottami usati per trasportarli, mentre a bordo delle navi da soccorso si cerca di salvare il salvabile, mentre i soccorritori, nelle loro tute bianche, guardano nel vuoto, in un punto imprecisato tra i sacchi dei cadaveri e l\u2019immenso e azzurro mare dove i loro colleghi stanno recuperando altri morti.<\/p>\n<p>Rosi rifiuta totalmente l\u2019uso della camera a mano, non intende assolutamente pedinare i soggetti nel loro movimento, ma si affida all\u2019occhio fermo dell\u2019inquadratura fissa, lasciando trasparire chiaramente il rapporto che intercorre tra spazio e tempo, tra fissit\u00e0 dello sguardo e stravolgimento storico-sociale. Non insegue, ma indugia. Non indaga, ma mostra. E produce un mosaico d\u2019immagini totalmente repellenti al concetto di indifferenza. In qualche modo occorre reagire, confrontarsi col presente, guardare al futuro.<\/p>\n<p>Quello di Rosi \u00e8 un film che alterna schiaffi e carezze, allo stesso modo in cui contrappone le immagini del mare in burrasca con le bellissime panoramiche di un placido specchio d\u2019acqua. Non v\u2019\u00e8 nulla che possa addurre accuse di vario titolo, non c\u2019\u00e8 nulla di ruffiano, di retorico o di accusatorio. C\u2019\u00e8 solo la tremenda e dolce sequenza di immagini e di situazioni che mostrano il bello della vita e il brutto della morte, che scottano come il sole riesce incredibilmente a fare su pelli gi\u00e0 nere, che bruciano come la nafta mischiata all\u2019acqua salata che ustiona la pelle dei disperati.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un che di falsamente liberatorio nei momenti in cui si scuote la testa o si trattengono le lacrime, perch\u00e9 la piet\u00e0 \u00e8 un sentimento tanto necessario quanto brutto. Perch\u00e9 a noi tocca il gravoso compito di vedere ci\u00f2 che \u00e8 gi\u00e0 successo e quindi irreversibile. E in questo Rosi \u00e8 bravissimo. Ci mostra la quotidianit\u00e0 del piccolo Samuele che deve curare l\u2019occhio sinistro. \u00c8 un \u201cocchio pigro\u201d e quindi deve farlo lavorare di pi\u00f9 per far s\u00ec che possa vedere meglio. E la quotidianit\u00e0 di Samuele \u00e8 contrapposta a quella di un\u2019isola che versa in una situazione causata (anche) dalla miopia di chi dovrebbe provvedere. L\u2019occhio pigro di Samuele \u00e8 uno specchio, per lo spettatore, di quello che \u00e8 il grande occhio pigro dell\u2019Europa. Che dovrebbe lavorare di pi\u00f9. Che dovrebbe vedere meglio.<\/p>\n<p>Nicola \u2018nimi\u2019 Cargnoni<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/Fuocoammare02.jpg\" alt=\"Fuocoammare02\" width=\"800\" height=\"450\" class=\"aligncenter size-full wp-image-36101\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/Fuocoammare02.jpg 800w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/Fuocoammare02-300x169.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/Fuocoammare02-436x245.jpg 436w\" sizes=\"auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/p>\n<p><strong><br \/>\nFuocoammare<\/strong><br \/>\n(Italia\/Francia)2016)<br \/>\nRegia, fotografia: Gianfranco Rosi<br \/>\nProduzione: R\u00e9mi Burah, Donatella Palermo, Olivier P\u00e8re, Gianfranco Rosi<br \/>\nMontaggio: Jacopo Quadri<br \/>\n108&#8242;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Partono dalle coste africane per raggiungere la speranza di una nuova vita. 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