{"id":41402,"date":"2018-10-30T23:38:47","date_gmt":"2018-10-30T22:38:47","guid":{"rendered":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=41402"},"modified":"2018-10-31T00:08:19","modified_gmt":"2018-10-30T23:08:19","slug":"le-molte-ombre-e-le-poche-luci-del-toronto-international-film-festival-2018","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=41402","title":{"rendered":"Le molte ombre e le poche luci del Toronto International Film Festival 2018"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-41403\" src=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/What-You-Gonna-Do-When-the-Worlds-on-Fire-Minervini-cover.jpg\" alt=\"\" width=\"1112\" height=\"741\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/What-You-Gonna-Do-When-the-Worlds-on-Fire-Minervini-cover.jpg 1112w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/What-You-Gonna-Do-When-the-Worlds-on-Fire-Minervini-cover-150x100.jpg 150w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/What-You-Gonna-Do-When-the-Worlds-on-Fire-Minervini-cover-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/What-You-Gonna-Do-When-the-Worlds-on-Fire-Minervini-cover-768x512.jpg 768w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/What-You-Gonna-Do-When-the-Worlds-on-Fire-Minervini-cover-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/What-You-Gonna-Do-When-the-Worlds-on-Fire-Minervini-cover-436x291.jpg 436w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/What-You-Gonna-Do-When-the-Worlds-on-Fire-Minervini-cover-673x449.jpg 673w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/What-You-Gonna-Do-When-the-Worlds-on-Fire-Minervini-cover-950x633.jpg 950w\" sizes=\"auto, (max-width: 1112px) 100vw, 1112px\" \/><\/p>\n<blockquote><p>\u201cIo sono, come vi ho detto, il fine dicitore, e tutto ci\u00f2 che dico, \u00e8 veramente profondo. Io non ci tengo n\u00e9 ci tesi ma, per\u00f2 fate attenzione a questo mio soliloquio cos\u00ec denso di pensiero. Non fermarsi alla superficie, ascoltare bene quello che c&#8217;\u00e8 dentro, quello che c&#8217;\u00e8 sotto. \u00c8 il mio motto: sempre pi\u00f9 dentro, sempre pi\u00f9 sotto. Se l&#8217;ipotefosi del sentimento personale prostergando i prologomeni della sub-coscienza, fosse capace di rintegrare il proprio subietivismo alla genesi delle concominanze, allora io rappresenterei l&#8217;auto-frasi della sintomatica contemporanea che non sarebbe altro che la trasmificazione esopolomaniaca.<br \/>\nChe ve ne pare, eh? Che bel talento, eh?<br \/>\nMa io non ci tengo n\u00e9 ci tesi mai.\u201d<br \/>\n\u2013 Ettore Petrolini<\/p><\/blockquote>\n<p>Narcisismo. L&#8217;accusa che circola, in modo smaccato o sottocutaneo, durante i festival del cinema, \u00e8 destinata a quegli autori che si riflettono, troppo a dire dei critici, nei propri film. Ed in fondo \u00e8 comprensibile che siano proprio i critici a desiderare un cinema sempre pi\u00f9 distaccato dalla pelle dei registi, di \u201ctematica\u201d, anzich\u00e9 di \u201cvisione\u201d, da quando le agendine sono divenute \u201cagende\u201d. E cos\u00ec la programmazione del Toronto Film Festival 2018 (in acronimo TIFF \u2013 5-15 settembre) si riempie di circa 300 titoli dove scorrono discriminazione di razza, alcolismo, crisi degli oppiacei, fake news, gender equality e documentari che stanno talmente \u201csul pezzo\u201d che ci si aspetta di trovarvi una data di scadenza. Dalle prime quattro ore di <strong>Women Making Films: A New Road Movie Through Cinema<\/strong> di Marc Cousins (gi\u00e0 autore del voluminoso <em>The Story of Film: An Odyssey<\/em>) che diverranno sedici (in barba a chi pensa che di donne autrici, nella storia del cinema, se ne contino sulle dita d&#8217;una mano) al ritratto-intervista di Steven K. Bannon a cura del veterano Errol Morris, passando per la caduta del mogul di Fox News Roger Ailes giustiziato dal movimento #MeToo e raccontato dalla filmmaker Alexis Bloom in <strong>Divide and Conquer: The Story of Roger Ailes<\/strong>. Per arrivare a <strong>Fahrenheit 11\/9<\/strong> dove l&#8217;ex reporter d&#8217;assalto Michael Moore sottolinea la data fatidica delle elezioni Midterm per ergersi a Tiresia versus amministrazione Trumpiana, come nel 2004, quando con <em>Fahrenheit 9\/11<\/em> mise alla berlina la \u201cguerra al terrore\u201d di George W. Bush. \u00c8 impossibile non notare come il documentario si stia distaccando dalla propria natura di cinema che entra nelle fenditure sociali per raccontarne storie intime, storie che sappiano evocare l&#8217;attualit\u00e0 per inseguire gli instant movies, a cavallo tra approfondimento giornalistico e orientamento d&#8217;opinione. In nome d&#8217;una urgenza del presente. Ma urgente per chi? Il passaggio dall&#8217;urgenza dell&#8217;autore a quella dei distributori non \u00e8 cosa di poco conto, e non \u00e8 casualit\u00e0 che testate dell&#8217;industria quali Variety, Hollywood Reporter, Deadline, IndieWire riportino nel loro primo blocco di recensioni la valutazione distributiva del prodotto. \u00c8 un processo che, nel tempo, ha virato, ruotato e compromesso la rotta degli autori, dagli sceneggiatori ai registi, sempre pi\u00f9 spinti verso produzioni che guardano agli hot topics, dimenticando, in parte, quel che brucia nel petto. Altrove invece ci trasporta Frederick Wiseman, dove, in <strong>Monrovia, Indiana<\/strong>, entra sin dentro le pieghe del paese del Midwest di 1063 abitanti, dove il 76% ha votato per l&#8217;attuale presidente americano. La sua \u00e8 una narrazione che non rincorre l&#8217;attualit\u00e0 (il nome di Trump \u00e8 tenuto fuori da tutto, mai nominato) ma, nell&#8217;osservare il presente, lascia risuonare ferite, contraddizioni della realt\u00e0, non contaminata dal pregiudizio e dalla furia di ottenere risposte a domande preordinate. \u00c8 un esempio, etico e morale, prima che artistico, seguito anche da <a href=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=34821\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Roberto Minervini<\/a> con <strong>What You Gonna Do When the World\u2019s on Fire?<\/strong>. Film tacciato, tra le righe, di narcisismo estetico o, pi\u00f9 in generale, di mancanza di mordente, \u00e8 invece un&#8217;opera di grande rigore poetico e di profonda sensibilit\u00e0 umanista che sfugge alla violenza dell&#8217;immagine ma lascia che questa emerga attraverso una tessitura di storie ai margini di New Orleans. L&#8217;adesione sentimentale di Minervini al racconto della questione razziale in America, la capacit\u00e0 di illuminare le differenti identit\u00e0 della comunit\u00e0 afro-americana, la disperazione, la solitudine, il desiderio di vincere sui limiti propri e sociali dei personaggi, emergono forti in un racconto che si dilata solo apparentemente \u201csenza forma\u201d. Perch\u00e9, come Wiseman (o come nel cinema altmaniano), Minervini percorre tracce, lascia aperte delle porte, non insegue una chiosa, o ancora peggio una sintesi che dichiari una morale, crede nello sguardo e non nella finalit\u00e0 assertiva. Di film a forte tematica attuale, mirati a convincere (o convertire) lo spettatore delle proprie opinioni, d&#8217;altronde ne \u00e8 pieno il programma del TIFF. E son tutti prodotti rispettabili, come si diceva una volta in certe famiglie borghesi; comp\u00ecti, impegnati e sapienti nel dosare torti e ragioni, sempre dalla parte \u201cgiusta\u201d della barricata ed abili nel conservare una fattura indie pur nei canoni appetibili ad un audience mainstream. \u00c8 il cosiddetto crossover cinema che mira, potenzialmente, ad incassare i favori di una fetta di pubblico il pi\u00f9 ampio possibile uscendo con fierezza dalle nicchie di mercato sempre pi\u00f9 scarne rispetto agli anni Ottanta e Novanta. Il pubblico che chiedeva al cinema indie di farsi antagonista dei Big Studios, e una forza capace di mettere a \u201csoqquadro\u201d lo spettatore, oggi, pretende di essere assecondato nei propri gusti, costumi, idee. Ed ecco un cinema <em>a la carte<\/em> ben rappresentato dalla prima trasposizione per lo schermo di un romanzo dello scrittore e critico afroamericano James Baldwin, <strong>If Beale Street Could Talk<\/strong>, diretto da Barry Jenkins, che ci dovrebbe trasportare nel quartiere di Harlem dove, nel &#8217;74, si ambienta la storia di una giovane coppia innamorata e di una gravidanza che, anzich\u00e9 coronare l&#8217;idillio, diviene sofferenza perch\u00e9 il protagonista maschile \u00e8 accusato, ingiustamente, di stupro da una portoricana, e incarcerato senza che la giustizia segua il suo (equo) corso. \u201cEvery black person born in America was born on Beale Street\u201d scrive Baldwin nel romanzo, frase sottolineata all&#8217;inizio del film di Jenkins, un luogo \u2013 Beale Street \u2013 che lo scrittore racconta come discarica di New York City, dove i neri sono sofferenti, sconcertati, intrappolati senza neppure il beneficio psicologico del Black Power od altri movimenti radicali a sostenerli, stando a quanto scriveva la giornalista del New York Times, Joyce Carol Oates, in una recensione al libro del &#8217;74. E questo contesto, nel film di Jenkins, diviene invece la copia americana della Spaccanapoli vista da Dolce e Gabbana. Con grande fanfara di riconoscimenti da parte della stampa. Dopo aver ammansito il ghetto Liberty City di Miami e reso casto l&#8217;amore gay con <em>Moonlight<\/em>, il regista risana la discarica e i volti dei protagonisti, confezionando un prodotto talmente patinato nel ricreare l&#8217;epoca e il contesto storico da lasciare allibiti ed oltraggiati. Realizzato da un nero, all&#8217;opera non si rimprovera l&#8217;appropriazione culturale, termine assai in voga in questo momento storico, e la contraffazione si trasforma in <em>merda d&#8217;artista<\/em>. Su d&#8217;una linea mediana scorrono invece due film che vedono protagonista Lucas Hedges, volto intenso, capace di sfumature e di \u201ccontropiede\u201d nelle scelte, capace di stratificare i personaggi anche al di l\u00e0 di sceneggiature canoniche: <strong>Ben is Back<\/strong> di Peter Hedges e <strong>Boy Erased<\/strong> di Joel Edgerton. Ambedue i film toccano il tema del recupero terapeutico, il primo dalla droga, il secondo dall&#8217;omosessualit\u00e0, ed ambedue si focalizzano, ed \u00e8 il loro punto di forza, su come ci\u00f2 riverberi sui legami familiari. Julia Roberts, madre indomita, sorta di Virna Lisi meno lacrimosa dello sceneggiato anni &#8217;80 <em>Se un giorno busserai alla mia porta<\/em>, accompagna il figlio, Hedges, alla vigilia di Natale, in un percorso a ritroso per luoghi e persone della vita pre-rehab del ragazzo. Nicole Kidman, madre remissiva e moglie del pastore battista Russell Crowe, che acc\u00e8tta di arruolare il figlio, sempre Hedges, in un centro che pratica la conversione terapeutica. Il primo \u00e8 una storia di creazione, il secondo \u00e8 tratto dal m\u00e9moire omonimo di Garrard Conley. Se messi a confronto, \u00e8 interessante notare come le figure delle madri sono quelle che superano i confini sociali, morali, etici, si fanno paladine per i propri figli, mentre i padri faticano a comprendere, rispettano i codici, della comunit\u00e0 o della Bibbia; poco importa, quando le due vanno sotto braccio nella periferia metropolitana. Sono figli traditi dalla societ\u00e0 stessa e sono le figure femminili a salvarne la pelle. Non \u00e8 un caso che le figure maschili, altre da quella paterna, siano altrettanto carnefici. \u00c8 in linea con la corrente culturale che sta portando le donne a lottare sulle identit\u00e0; dove l&#8217;uomo, anche quando non castratore, \u00e8 fondamentalmente rigido od ottuso. Di nuance neppure l&#8217;ombra in questo cinema emozionale, capace anche di sfuggire a (qualche) convenzione, ma sempre di propaganda. Guardando alla nuova generazione di autori \u00e8 curioso notare come, pur restando ancorati a tematiche attuali o casi di cronaca, trovino chiavi narrative meno prevedibili e mostrino la capacit\u00e0 di andare fino al fondo delle proprie scelte. Da <strong>Diamantino<\/strong> di <a href=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=31312\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Gabriel Abrantes<\/a> e Daniel Schmidt a <strong>Rafiki<\/strong> di Wanuri Kahiu, <strong>Girl<\/strong> di Lukas Dhont sino a <strong>El Angel<\/strong> di Luis Ortega e <strong>Firecrackers<\/strong> di Jasmin Mozaffari, \u00e8 un continuo meravigliarsi di come i registi abbiano abbattuto i confini di genere e conquistato una padronanza formale, unita a forza drammatica, gi\u00e0 in opere cos\u00ec giovani e libere. Elemento curioso \u00e8 che tutti questi lavori mettono in scena identit\u00e0 fluide e societ\u00e0 dove maschi e femmine non sono necessariamente dai lati opposti della barricata, dove i padri, naturali o surrogati, possono essere estremamente pi\u00f9 accoglienti delle figure materne, dove alla violenza si pu\u00f2 rispondere senza relegarsi ai canoni di vittima-carnefice, dove le strutture sociali pi\u00f9 progredite possono essere altrettanto sorde di una periferia di Nairobi e gli adolescenti di un paese sviluppato ed inclusivo altrettanto violenti di quelli di un villaggio depresso e deteriorato del Canada, dove persino un killer sociopatico pu\u00f2 divenire una figura pura, rispetto ad un paese intriso di sangue e colpi di stato armati.\u00a0\u2022<\/p>\n<p><em>Roberto Nisi<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cIo sono, come vi ho detto, il fine dicitore, e tutto ci\u00f2 che dico, \u00e8 veramente profondo. 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