{"id":41411,"date":"2018-10-31T15:01:11","date_gmt":"2018-10-31T14:01:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=41411"},"modified":"2018-10-31T15:01:11","modified_gmt":"2018-10-31T14:01:11","slug":"leterno-ritorno-lalbero-dei-frutti-selvatici-di-nuri-bilge-ceylan","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=41411","title":{"rendered":"L&#8217;eterno ritorno. \u201cL&#8217;albero dei frutti selvatici\u201d di Nuri Bilge Ceylan"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-41412\" src=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/Ahlat-Agaci_Ceylan-cover.jpg\" alt=\"\" width=\"1112\" height=\"741\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/Ahlat-Agaci_Ceylan-cover.jpg 1112w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/Ahlat-Agaci_Ceylan-cover-150x100.jpg 150w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/Ahlat-Agaci_Ceylan-cover-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/Ahlat-Agaci_Ceylan-cover-768x512.jpg 768w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/Ahlat-Agaci_Ceylan-cover-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/Ahlat-Agaci_Ceylan-cover-436x291.jpg 436w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/Ahlat-Agaci_Ceylan-cover-673x449.jpg 673w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/Ahlat-Agaci_Ceylan-cover-950x633.jpg 950w\" sizes=\"auto, (max-width: 1112px) 100vw, 1112px\" \/><\/p>\n<p>\u00c8 un cinema di colori desaturati e ombre insinuanti, quello di Nuri Bilge Ceylan, di primi piani indagatori, di mezzibusti prolungati, di controcampi differiti, di <em>extreme long shot<\/em> e figure umane isolate nei loro penetrali. Un fenotipo che, con un ricorso al montaggio maggiore rispetto al pregresso (se poi <em>editor<\/em> e <em>director<\/em> coincidono&#8230;), contraddistingue anche <em>L&#8217;albero dei frutti selvatici<\/em>, distribuito, ora, in Italia, dopo la <em>premi\u00e8re<\/em> a Cannes 71, dalla lodevole Parth\u00e9nos. E non vi \u00e8 forse protocollo figurativo pi\u00f9 idoneo a rendere gli aspetti che, da tempo, il regista ottomano va investigando: la vulnerabilit\u00e0 dell&#8217;individuo, la sua fondamentale solitudine, la difficolt\u00e0 di instaurare una dialettica costruttiva. Se, poi, la morale \u00e8 una questione di carrello o viceversa, lo si dica con Moullet o Godard, nei piani sequenza estesi e strenui si misura l&#8217;etica rigorosa di uno sguardo che, senza codardia e senza moine, scruta lo smarrimento dell&#8217;uomo nell&#8217;enormit\u00e0 di un mondo ostico e ostile. Creditore formale e tematico di Ceylan \u00e8, d&#8217;altra parte, Andrej Tarkovskij.<br \/>\nQualcosa, infatti, dei paesaggi romiti e poetici dello <em>Specchio<\/em>, o umidi e desolanti di <em>Nostalghia<\/em> e <em>Sacrificio<\/em>, la si ritrova nei luoghi di Sinan che, da poco laureato e con l&#8217;aspirazione di diventare scrittore, torna nei recessi provinciali della Turchia occidentale, dove abita la famiglia. Non tarder\u00e0 a scoprire (gli baster\u00e0, anzi, scendere dall&#8217;autobus) che il padre Idris, un maestro balzano e sciroccato, ha contratto debiti pesanti per il vizio di scommettere sulle corse dei cavalli, perdendo soldi, onore, dignit\u00e0. Incapace di trovare una soluzione sensata, Idris pare assorbito, soprattutto, dal pozzo che sta alacremente scavando al villaggio natio, convinto che, nel sottosuolo, si celi l&#8217;acqua. Sinan, nel frattempo, indeciso su quale strada imboccare, incappa in una serie di incontri (con un sindaco locale, una disillusa compagna di liceo, un imprenditore volgare, un letterato di fama, due imam, un coetaneo ludopatico) che aumentano il suo sconforto, persuadendolo che la Turchia non \u00e8 un Paese per giovani. Almeno non per giovani come lui.<br \/>\nC&#8217;\u00e8 un albero, nel libro che il ragazzo pubblica a sue spese e che nessuno legger\u00e0, se non lo spostato, ma colto, Idris. E non si tratta di un nobile portento vegetale, dell&#8217;Yggdrasill, l&#8217;immane organismo arboreo che, secondo la mitologia norrena, sorregge i nove mondi di cui si compone il cosmo, o dell&#8217;albero dai pomi d&#8217;oro, simboli di fecondit\u00e0, che, per i Greci, cresceva rigoglioso nel giardino delle Esperidi. \u00c8 un pero selvatico. Contorto, scheletrico, irregolare. Metafora dei capricci di cui la natura \u00e8 capace, ogniqualvolta ordina di perpetuare la vita a creature deformi, strane, inette. Come Sinan e suo padre. Perch\u00e9 i due sono molto pi\u00f9 simili di quanto il figlio vorrebbe ammettere. Le affinit\u00e0 si sprecano: nelle inclinazioni estetiche, nella propensione alle cause perse, nell&#8217;assenza di pragmatismo, concretezza, affidabilit\u00e0 (Sinan affronta un concorso pubblico senza aver studiato, Idris si era presentato a un altro senza la carta d&#8217;identit\u00e0). Se il giovane deplora il genitore, se arriva a provarne addirittura avversione, \u00e8, probabilmente, perch\u00e9 in lui scorge la prefigurazione del fallito che gli toccher\u00e0 in sorte di essere. E, non a caso, finir\u00e0 per inabissarsi nello stesso pozzo a cui perfino Idris, a un certo punto, ha rinunciato, a cercare un&#8217;acqua che non si lascia trovare e, forse, non c&#8217;\u00e8. Cos\u00ec come Idris, a sua volta, \u00e8 tornato ai mestieri della campagna, al pari di un patriarca con cui gli screzi non erano mai mancati. Il passato sembra infestare il presente come il punteruolo rosso le palme mediterranee, impedendo lo sviluppo di un futuro altro e migliore. E non solo il passato ontogenetico, ma tutto ci\u00f2 che <em>c&#8217;era una volta in Anatolia<\/em>. Perch\u00e9 l&#8217;occhio di Ceylan non si chiude dinanzi alle controversie della societ\u00e0, ma \u00e8 vigile. E lunghi secoli di autocrazia e clientelismi hanno lasciato un&#8217;eredit\u00e0 in un Vicino Oriente in cui estro creativo e anticonformismo, percepiti come minaccia all&#8217;autorit\u00e0 e all&#8217;ordine, faticano a ottenere spazi. \u00c8 indicativo il disagio con cui l&#8217;imam pi\u00f9 maturo accoglie le considerazioni degli interlocutori sul libero arbitrio e tronca bruscamente qualsiasi provocazione possa scalfire la verit\u00e0 invalsa. Insomma, il cineasta intavola con lo spettatore un discorso allusivo ma quanto mai pregnante, in un momento in cui l&#8217;involuzione antidemocratica di Ankara evoca antichi fantasmi imperiali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-41413\" src=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/lalbero-dei-frutti-selvatici.jpg\" alt=\"\" width=\"800\" height=\"335\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/lalbero-dei-frutti-selvatici.jpg 800w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/lalbero-dei-frutti-selvatici-300x126.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/lalbero-dei-frutti-selvatici-768x322.jpg 768w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/lalbero-dei-frutti-selvatici-436x183.jpg 436w\" sizes=\"auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A conferire veracit\u00e0 al copione sono, senza dubbio, gli apporti autobiografici del co-sceneggiatore esordiente Akin Aksu, docente con velleit\u00e0 da prosatore originario dello stesso lembo di Asia Minore dove il film \u00e8 ambientato e impiegato, nella pellicola, anche come attore, nel ruolo di uno dei due sacerdoti. Ceylan e la moglie Ebru, ancora una volta co-autrice dello script, hanno modo di tornare, dal canto loro, a un tormento che li assilla: il confronto, irenico mai, spesso devastante, tra generazioni. Lo stesso che hanno studiato all&#8217;interno del perimetro coniugale (<em>Il piacere e l&#8217;amore<\/em>, <a href=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=33154\"><em>Il regno d&#8217;inverno<\/em><\/a>). Ma anche tra genitori e figli. Esempio-principe, <em>Le tre scimmie<\/em>. E se la famiglia \u00e8, come si diceva, specchio della societ\u00e0, il consorzio civile e la Storia sono il senato in cui il bene, il male, il destino, la responsabilit\u00e0 personale disputano le loro ragioni.<br \/>\n<em>Alhat Agaci<\/em> \u00e8 un&#8217;opera che non teme ambagi, interludi contemplativi, silenzi pensosi, ma che, per maest\u00e0 della concezione, affetto per i personaggi, drammatica ironia, abbatte a colpi di scimitarra lo spauracchio sfollagente di tre ore e otto minuti di durata. Attraversati, a mo&#8217; di <em>leitmotiv<\/em>, dalla passacaglia (e fuga) in do minore di Bach e dal fruscio delle foglie accarezzate dal vento. E costellati d&#8217;immagini maestrevoli. Una su tutte, il neonato lasciato, durante la mietitura, in bal\u00eca delle formiche, come fu per Idris bambino. Segno che poco \u00e8 cambiato, da allora. Anche se il piccolo nella culla appesa al ramo potrebbe essere un sogno. Pi\u00f9 vero del vero, tuttavia. Questo \u00e8 Ceylan. \u2022<\/p>\n<p><em>Dario Gigante<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span class=\"embed-youtube\" style=\"text-align:center; display: block;\"><iframe loading=\"lazy\" class=\"youtube-player\" width=\"1112\" height=\"626\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/dBoknn1-QvE?version=3&#038;rel=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;fs=1&#038;hl=it-IT&#038;autohide=2&#038;wmode=transparent\" allowfullscreen=\"true\" style=\"border:0;\" sandbox=\"allow-scripts allow-same-origin allow-popups allow-presentation allow-popups-to-escape-sandbox\"><\/iframe><\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>L&#8217;ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI (Ahlat Agaci)<br \/>\n<\/strong><strong>Regia:<\/strong> Nuri Bilge Ceylan \u2022 <strong>Sceneggiatura:<\/strong> Akin Aksu, Ebru Ceylan, Nuri Bilge Ceylan \u2022 <strong>Fotografia:<\/strong> G\u00f6khan Tiryaki \u2022 <strong>Montaggio:<\/strong> Nuri Bilge Ceylan \u2022 <strong>Casting:<\/strong> Erkut Emre Sungur \u2022 <strong>Scenografie:<\/strong> Meral Aktan \u2022 <strong>Costumi:<\/strong> Demet Kadizade \u2022 <strong>Musiche:<\/strong> Mirza Tahirovic \u2022 <strong>Produttori:<\/strong> Zeynep Ozbatur Atakan, Urte Amelie Fink \u2022 <strong>Coproduttori:<\/strong> Fabian Gasmia, Stefan Kitanov, Alexandre Mallet-Guy, Labina Mitevska, Anthony Muir, Olivier P\u00e8re \u2022 <strong>Interpreti principali:<\/strong> Dogu Demirkol (Sinan), Murat Cemcir (Idris), Bennu Yildirimlar (Asuman), Hazar Erg\u00fc\u00e7l\u00fc (Hatice), Serkan Keskin (Suleyman), Tamer Levent (Recep), Erc\u00fcment Balakoglu (Ramazan), \u00d6zay Fecht (Hayriye), Akin Aksu (l&#8217;imam Veysel), \u00d6ner Erkan (l&#8217;imam Nazmi), Ahmet Rifat Sungar (Ali), Sencar Sagdic (Nevzat), Asena Keskinci (Yasemin), Kadir \u00c7ermik (Adnan) \u2022 <strong>Produzione: <\/strong>Dilfilm, Film i V\u00e4st, Memento Films Production, RFF International, Sister and Brother Mitevski, Zeynofilm \u2022 <strong>Rapporto:<\/strong> 2.39:1 \u2022 <strong>Camera:<\/strong> 4K DJI Osmo X5R, Red Weapon 6K \u2022 <strong>Negativo:<\/strong> 35 mm \u2022 <strong>Formato di proiezione:<\/strong> DCP \u2022 <strong>Paese:<\/strong> Turchia\/ Macedonia, Francia, Germania, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Svezia \u2022 <strong>Anno:<\/strong> 2018 \u2022 <strong>Durata:<\/strong> 188&#8242;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 un cinema di colori desaturati e ombre insinuanti, quello di Nuri Bilge Ceylan, di primi piani indagatori, di mezzibusti prolungati, di controcampi differiti, di extreme long shot e figure umane isolate nei loro penetrali. 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