{"id":41522,"date":"2019-01-14T17:04:04","date_gmt":"2019-01-14T16:04:04","guid":{"rendered":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=41522"},"modified":"2019-01-14T17:04:04","modified_gmt":"2019-01-14T16:04:04","slug":"la-materia-con-la-quale-si-fan-le-tenebre-lhorror-e-il-cinema-muto-americano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=41522","title":{"rendered":"La materia con la quale si fan le tenebre. L\u2019horror e il cinema muto americano"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-41523\" src=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/the-unknown-tod-browning-cover.jpg\" alt=\"\" width=\"1112\" height=\"741\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/the-unknown-tod-browning-cover.jpg 1112w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/the-unknown-tod-browning-cover-150x100.jpg 150w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/the-unknown-tod-browning-cover-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/the-unknown-tod-browning-cover-768x512.jpg 768w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/the-unknown-tod-browning-cover-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/the-unknown-tod-browning-cover-436x291.jpg 436w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/the-unknown-tod-browning-cover-673x449.jpg 673w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/the-unknown-tod-browning-cover-950x633.jpg 950w\" sizes=\"auto, (max-width: 1112px) 100vw, 1112px\" \/><\/p>\n<p>Tra le pellicole americane, l\u2019orrore si insinua teoricamente a partire dal 1914, anno di uscita di <em>The Avenging Conscience<\/em> di David W. Griffith. Dico teoricamente perch\u00e9 ci sono naturalmente dei precedenti: ci\u00f2 che per\u00f2 arriva prima di questo film \u00e8 in realt\u00e0 quasi inconsistente, in quanto il cinema \u00e8 un mezzo ancora poco capace di sfruttare completamente tutte le sue potenzialit\u00e0 (o meglio, lo sono gli autori statunitensi, preoccupati in quel periodo a dare pi\u00f9 spessore alle grammatiche e al linguaggio che alle pure suggestioni) e l\u2019opera di Griffith sembra quindi essere l\u2019unico oggetto in grado di sviluppare le giuste tensioni e i primi reali sbilanciamenti verso una forma che verr\u00e0 successivamente riconosciuta come pienamente horror. Il lavoro del regista americano, dunque, pone le sue fondamenta sul Poe di <em>The Tell-Tale Heart<\/em>, provando a miscelare una serie di sparute visioni e incubi fino al raggiungimento di un climax che sfocia attraverso il risveglio del protagonista. Griffith \u00e8 intelligente nel capire dove posizionare i cambi di prospettiva e nel dare pi\u00f9 o meno risalto allo scontro tra l\u2019elemento onirico e quello verista, facendo fin da subito comprendere che il primo intento \u00e8 quello di non abbandonare, comunque sia, la sua personale idea dell\u2019arte e del mondo.<\/p>\n<p>Lo squarcio aperto da Griffith permette ad altri di seguire la prima, effettiva scia di un genere che \u00e8 ancora, come ho gi\u00e0 accennato, in formazione: dal <em>Trilby<\/em> (1915) di Maurice Torneur al <em>Dr. Jekyll and Mr. Hyde<\/em> (1920) di John S. Robertson, dall\u2019intrigante <em>A Blind Bargain<\/em> (1922) di Wallace Worsley fino al <em>The Hunchback of Notre Dame<\/em> (1923) sempre di Worsley \u2013 con uno straordinario Lon Chaney nella parte del gobbo \u2013 in molti iniziano a credere sempre di pi\u00f9 nei formalismi del terrore.<\/p>\n<p>E proprio il personaggio di Quasimodo fa di Lon Chaney una star, permettendogli di essere scelto come protagonista del <em>The Phantom of the Opera<\/em> (1925) di Rupert Julian. \u00c8 infatti lui il fulcro di questo primo grande tassello di horror puro e definitivamente classico, un corpo che si immola per lo spettacolo, che fa della sofferenza (il trucco a cui si sottoponeva era, non solo dispendioso, ma anche faticoso ed estremamente fastidioso da subire) il motore principale della recitazione. Ma \u00e8 anche un film fatto di architettoniche trovate, di spazi scenici accuratamente studiati e di momenti decisivi e scioccanti (la comparsa della morte rossa al ballo \u00e8 la situazione esteticamente pi\u00f9 alta e intensa del film). In coppia con questo capolavoro va quello che \u00e8 forse da considerare uno dei primi esempi di body horror: <em>The Unknown<\/em> (1927) di Tod Browning. Di nuovo appunto il corpo, di nuovo Chaney che d\u00e0 mostra della sua incredibile abilit\u00e0 nell\u2019interpretare una figura che finge di non avere le braccia, ma che poi \u00e8 costretta, per inseguire l\u2019amore, a perderle realmente e definitivamente. Un corpo che si mutila e che cela il bisogno di instaurare una lotta quasi surreale tra la propria parte materica e i propri sentimenti, tra l\u2019espressione reale di una risata isterica e la forza liberatoria di uno spaventoso urlo.<\/p>\n<p>L\u2019orrore nel cinema americano \u00e8 per\u00f2 \u2013 a partire dalla met\u00e0 degli anni Venti \u2013 anche un gioco di visioni e allucinazioni; inizia dunque una fase in cui si comincia ad assimilare molto dai rimasugli di ci\u00f2 che \u00e8 filtrato attraverso l\u2019insegnamento dei maestri del cinema espressionista tedesco. In <em>The Magician<\/em> (1926) di Rex Ingram, ad esempio, la presenza di Paul Wegener che interpreta il folle Haddo sta l\u00ec a testimoniarlo e il film \u00e8 tutto basato sullo scontro con l\u2019impossibilit\u00e0 di comprendere l\u2019elemento stregonesco da parte di una societ\u00e0 che crede di essere scientificamente perfetta: da l\u00ec scaturisce il motivo per cui i momenti nei quali si mostrano le discese immaginarie agli inferi risultino di grande impatto. Il fatto che l\u2019omuncolo al quale Haddo spera e crede di poter donare la vita non sia mai mostrato, pone un elemento fuori campo che d\u00e0 ancora pi\u00f9 impulsi alla stimolazione delle capacit\u00e0 del singolo spettatore di spronare la propria immaginazione. L\u2019importanza di <em>The Magician<\/em> sta anche nell\u2019anticipare alcune importanti, future idee: l\u2019immaginario creato da Whale per i suoi primi due capitoli dedicati a Frankenstein, ad esempio, deve molto al lavoro svolto da Ingram sull\u2019ambientazione e la messa in scena del laboratorio-castello di Haddo e non \u00e8 impossibile intravedere, nel timore suscitato negli abitanti del villaggio sottostante, suggestioni presenti anche nel Dracula di Tod Browning.<\/p>\n<p>L\u2019incrocio per\u00f2 definitivo tra Germania e Stati Uniti, il film che chiude una stagione e permette probabilmente a un\u2019altra (quella che apparterr\u00e0 in tutto e per tutto ai mostri Universal) di affermarsi \u00e8 senza dubbio <em>The Cat and the Canary<\/em> (1927) di Paul Leni. Tutto si condensa in quella spaventosa mano che minaccia l\u2019eredit\u00e0 della protagonista Annabelle West: una parte di corpo che identifica appunto il mostruoso, ma che allo stesso tempo, per come \u00e8 messa in scena e inserita nell\u2019azione ogni volta attraverso un\u2019attenzione quasi iperbolica, assume i connotati di un elemento grottesco e a tratti comico. Infatti, se volessi essere estremamente puntuale nell\u2019osservare l\u2019apparato formale della narrazione del film di Leni dovrei a tutti i costi notare che l\u2019incontro tra Germania e Stati Uniti avviene proprio sui piani inclinati dell\u2019espressionismo e della commedia: \u00e8 quasi un modo di accentuare i tratti spaventosamente ridicoli del cinema tedesco a far cos\u00ec detonare la miscela esplosiva di questo connubio. Detto questo, l\u2019opera \u00e8 solida e decisamente voluminosa nel mostrare tratti stilistici in parte anche nuovi: le soggettive in movimento e le sovrimpressioni, che servono a impostare i primissimi discorsi metaforici all\u2019inizio del film, sono senza dubbio gli elementi pi\u00f9 importanti nel dare il via a una sorta di scissione con le modalit\u00e0 dell\u2019orrore per la maggior parte bidimensionale che il cinema americano aveva sempre tentato di utilizzare prima della met\u00e0 degli anni Venti.<\/p>\n<p>Insomma, fu una storia fatta di luci, ombre e figure introverse, quella del cinema horror americano negli anni del muto. Una storia che prov\u00f2 a spaventare in silenzio, raccontando di corpi mutilati, sguardi inquietanti e pene d\u2019amore. Una storia gi\u00e0 piena e ricca di elementi che sarebbero stati, in futuro, la linfa vitale per fare definitivamente delle tenebre la materia di cui sono fatti i sogni.<\/p>\n<p><em>Gabriele Baldaccini<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tra le pellicole americane, l\u2019orrore si insinua teoricamente a partire dal 1914, anno di uscita di The Avenging Conscience di David W. Griffith. 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