{"id":41846,"date":"2020-03-10T01:37:04","date_gmt":"2020-03-10T00:37:04","guid":{"rendered":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=41846"},"modified":"2020-03-10T13:16:04","modified_gmt":"2020-03-10T12:16:04","slug":"il-video-non-sono-io-la-donna-dello-smartphone-di-fabio-del-greco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=41846","title":{"rendered":"Il video (non) sono io. \u201cLa donna dello smartphone\u201d di Fabio Del Greco"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-41848\" src=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/ladonnadellosmartphone-cover.jpg\" alt=\"\" width=\"1112\" height=\"741\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/ladonnadellosmartphone-cover.jpg 1112w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/ladonnadellosmartphone-cover-150x100.jpg 150w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/ladonnadellosmartphone-cover-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/ladonnadellosmartphone-cover-768x512.jpg 768w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/ladonnadellosmartphone-cover-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/ladonnadellosmartphone-cover-436x291.jpg 436w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/ladonnadellosmartphone-cover-673x449.jpg 673w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/ladonnadellosmartphone-cover-950x633.jpg 950w\" sizes=\"auto, (max-width: 1112px) 100vw, 1112px\" \/><\/p>\n<p><em>La donna dello smartphone<\/em> \u00e8 un film doppio, se non triplo, la visione di una visione (di una visione). Lo spettatore, in genere passivo, \u00e8 costretto ad attivarsi, scindere la percezione, sdoppiare lo sguardo, assistere incautamente a una vicenda binaria, fluida quanto accidentata, perdersi in un labirinto ottico dove si perdono pure i personaggi. Un vecchio uomo (Fabrizio Rendina) trova un cellulare e vi guarda dentro la vita della giovane proprietaria (Silvana Porreca), espressa attraverso una serie di filmati. Chi assiste al film guarda lui guardare lei. Consegna di testimone oculare: il vecchio, nella Cabala, \u00e8 la saggezza di pochi. Lo spettatore, da par suo, deve ridimensionarsi, farsi sapiente. Infatti il saggio-fiction fisicamente si dissolve, giusto una cornice a inizio e fine, di lui rimane il solo osservare (fuoricampo), il medesimo di chi \u00e8 davanti allo schermo. La narrazione della donna, in prima persona (io vedente), ripiega pure sulla terza (io visto). \u00c8 un ripiego fino a un certo punto: in effetti, prima che essere vista dal vecchio (e dallo spettatore), lei \u00e8 sotto l\u2019occhio artificiale del telefonino, e di tutto il sistema, altrettanto macchinale, a esso sotteso. Praticamente, in prigione.<\/p>\n<p>Fabio Del Greco, al sesto film, torna all\u2019occh-io vedente del precedente <em>Mistero di un impiegato<\/em> (2019), nel quale il protagonista giocava con vhs e telecamere pensando di riprendere e invece era ripreso. Parimenti all\u2019innaffiatore innaffiato della prima luce osservante, dei primi Lumi\u00e8re. Esiste l\u2019oscuro scrutare di un occhio meccanico diventato pi\u00f9 forte e agente della realt\u00e0 non pi\u00f9 partecipe (Paul Virilio lo diceva sin dagli anni \u201980, agli albori dell\u2019ossessione scopica domestica) e forse per questo Silvana, la protagonista, sembra capitata l\u00ec per caso, nolente, preda passiva degli altri. Giunta a Roma da un paese campano per fare la maestra, immigrata interna, \u00e8 un pesce fuor di visione propria e tuttavia ben dentro quella altrui. Della collettivit\u00e0 (di lavoro, di quartiere, di vicinato, di social) che, taci, ti osserva! E ti giudica, biasima, condanna. Le colleghe docenti la disprezzano, le fanno il mobbing, i maschi sciroccati (epper\u00f2 figli di ministri con casa con vista sulla Domus Aurea) ci provano di brutto. La ragazza ha delle frequentazioni poco critiche, o forse non c\u2019\u00e8 altra scelta: si lascia trascinare nella \u00abSchifosa vita\u00bb, caotica ma non dolce, n\u00e9 felliniana, della Roma decaduta di fasti e feste all\u2019epoca della barbarie sociale, politica, culturale, erotica. I nostri irrimediabili tempi. Il vecchio, malato, che ha trovato il telefono, \u00e8 pure la morte al lavoro, il tempo dissol(u)to, falce e clessidra del <em>video<\/em>. Cio\u00e8 del vedere e del dispositivo di visione.<\/p>\n<p>Quindi la protagonista muore un po\u2019 mentre crede di agire vedendo o filmando. Fa evaporare la realt\u00e0 propria insieme a quella intorno. Per esempio quando, complicit\u00e0 di un\u2019amica (Chiara Pavoni) tutta vita (o morte), riprende le sbruffonerie di un cinico gigol\u00f2 (Riccardo Giampieri) che brinda all\u2019Italia \u00abcon la merda fino al collo\u00bb, ruba aperitivi alle feste del cinema di Roma capitale e si compiace pasciuto della propria stronzaggine. Anche in quel caso, a svolgere il ruolo di primo piano, sia pure, e in tutti i sensi, <em>apparente<\/em>, \u00e8 lui, non lei. Guardare senza sguardo, o con il monocolo dello <em>smart<\/em>, esprime soltanto passivit\u00e0. Altroch\u00e9. Riguarda un\u2019intera societ\u00e0. Non solo romana, non solo italica.<\/p>\n<p>E allora la tapina, afflitta da incubi dove \u00e8 perseguitata dagli antichi Romani che fanno contorno al Colosseo, e sempre pi\u00f9 <em>lost<\/em> nella <em>translation<\/em> di un <em>mondo folle<\/em>, intraducibile, senza reali effetti e tantomeno affetti (i personaggi vanno e vengono senza lasciar traccia, bolle di vita e di sceneggiatura), si confida, sempre via <em>phone<\/em>, con il fidanzato Fabio (\u00abnome da sfigato\u00bb), cio\u00e8 lo stesso Fabio Del Greco, ancora una volta attore di un suo film. Attore proprio nel senso di persona che agisce, che interviene. Escludendo <em>plot<\/em> e raccordi. A soccorrere la ragazza sperduta, vittima dell\u2019odio quasi da <em>cartoon<\/em> di una collega (che per\u00f2 fa male sul serio). Si trova in montagna, \u00e8 il sole <em>yang<\/em>. Lei, a valle, \u00e8 l\u2019ombra <em>yin<\/em>. Sar\u00e0 un maschile simbolico, la forza <em>Animus<\/em> del femminile sopraffatto? Certo, si sdoppia pure lui. In regista che, mentre pedina la carnefice del suo amore, per punirla, contemporaneamente gira un film pure di pedinamenti, in bianco e nero, sul degrado non pi\u00f9 borghese, medio o alto, ma proletario pi\u00f9 o meno griffato di borgata, con spacciatori e delinquenti armati, autoctoni ed extra. A questo punto il film (sociale) nel film (astratto), che gi\u00e0 \u00e8 il vedere di un vedere, s\u2019intorcina e s\u2019incarta. Naufraga insieme allo spettatore, perduto a prescindere. Non per ritrovarsi e far ritrovare. Di fatto, non si vede pi\u00f9 niente.<\/p>\n<p>Fabio Del Greco \u00e8 un autore indipendente oltre ogni corrente concezione. Gira come vuole, snobba mode e modi, scansa la <em>maniera<\/em> del cinema indipendente, compresi i suoi acclusi clich\u00e9, a volte pi\u00f9 noioso di quello dipendente. Fraziona lo sguardo dei suoi film, a tutela del suo, sempre moralmente integerrimo e dolcemente incazzato. Quello sguardo, anche ottuso (nel senso barthesiano), che rendeva <a href=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=40887\"><em>Io sono nulla<\/em> (2015)<\/a> e <em>Altin in citt\u00e0<\/em> (2017) due splendenti film anti-professionali, aborriti dalla critica ufficiale, eppure vivi, <em>altri<\/em>, pieni di ruvidezze scuotenti e salubremente scostanti. Espressione sincera di un altro cinema. Senza coperture statali, la spada standard di Damocle di produttori e distributori: anarchico e autarchico. Decisamente anti-sistemico. Diversamente politico. Privo dello starnazzare sociale da bar ormai anestetizzato del cinema d\u2019autore da multisala. Si pu\u00f2 dire lo stesso de <em>La donna dello smartphone<\/em>?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-41850\" src=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/ladonnadellosmartphone-001.jpg\" alt=\"\" width=\"782\" height=\"440\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/ladonnadellosmartphone-001.jpg 782w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/ladonnadellosmartphone-001-300x169.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/ladonnadellosmartphone-001-768x432.jpg 768w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/ladonnadellosmartphone-001-436x245.jpg 436w\" sizes=\"auto, (max-width: 782px) 100vw, 782px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Anche nei film precedenti le visioni si ramificavano, i personaggi si facevano in due, tre, quattro, si animalizzavano deleuzianamente, riunificavano le proprie met\u00e0 separate e resesi autonome. La societ\u00e0 dello spettacolo \u00e8 il motore di queste vicende, che, per risolversi, approdano alla complessa semplicit\u00e0 degli elementi: aria, acqua, fuoco, terra. E alberi, nuvole, gabbiani e asinelli, Nulla e Vuoto zen. Stavolta, interviene un glorioso e storico passato (l\u2019Impero romano) all\u2019unisono con la gentilezza (e forza) del passato umano di quel vecchio. Eppure la scissione sembra anche spaccare il film, separandolo al suo interno. Lo fraziona, lo isola, lo elide. E, salvo alcuni momenti, lo vanifica.<\/p>\n<p>Il metodo resta quello: <em>op-segno<\/em> magmatico e finestre aperte. Che lascino entrare la realt\u00e0 abbandonata, da far scorrere accanto alla scrittura (un reale che, nel finale di <em>Altin in citt\u00e0<\/em>, diveniva splendida surrealt\u00e0, <em>avant-garde<\/em> pulsante). Del Greco d\u00e0 il meglio nei momenti dove vero e finto si mescolano. O, meglio, si ricongiungono. Le riprese, sui titoli di testa, dove la protagonista commenta Roma, poi il suo girovagare in metro, sul balcone di casa a indicare le abitazioni vicine, nei bar, la vita di paese, in auto, nelle manifestazioni del Colosseo, nella palestra della scuola, tra le proteste di quartiere, sulla spiaggia di Ostia. La sequenza con il gigol\u00f2 alla festa del cinema esprime assai bene il senso di decadente <em>romanit\u00e0<\/em>, il fluttuare vano degli eventi culturali, arte, musica, parate non soltanto gay. Gi\u00e0 cos\u00ec, il film racconta, descrive, rende manifesto il suo <em>senso<\/em>. Non altrettanto quando intende canonicamente riferire: significando, spiegando. Per mezzo dei dialoghi e delle situazioni <em>narrate<\/em>. Quando Fabio segue la terribile virago in Suv, meditando e attuando vendetta nei suoi confronti, non ci sono i tempi giusti n\u00e9 le giuste osservazioni. Ci si dilata in lungaggini inespressive, in un <em>entr\u2019acte<\/em> ripetitivo che, invece di aggiungere, sottrae (non gli orpelli: la situazione ottica pura). Ugualmente gli attori, se invece di <em>essere<\/em>, provano a recitare, mandano all\u2019aria la spontaneit\u00e0. Silvana Porreca, che pure collabora a soggetto e sceneggiatura, \u00e8 coraggiosamente <em>qualunque<\/em>, un personaggio della strada mai riavvolto con un manto di scena. E tuttavia lo smarrimento del personaggio confina pericolosamente con lo smarrimento d\u2019attrice. L\u2019estraneit\u00e0 a ci\u00f2 che attraversa, o da cui \u00e8 attraversata, finisce per denunciare indifferenza e assenza. Un vero peccato.<\/p>\n<p><em>La donna dello smartphone<\/em> ha potenzialit\u00e0 di sguardo, di cinema partecipe e pertinente quanto assente e impertinente nella forma, <em>home movie<\/em> familiare non familiare e perturbante. Risulta purtroppo inibito dalle sue stesse potenze, sempre contrapposte e non integrate all\u2019atto, all\u2019<em>acting<\/em> (di recitazione e di esecuzione \u00abrecitata\u00bb). Tanto audaci al punto di disintegrare lo stesso \u00abvedere\u00bb del film. Probabilmente, non \u00e8 neppure un paradosso. Lo sguardo disgiunto di Silvana combacia completamente con l\u2019opera che lo contiene. E il finale, dove il vecchio parla, a favore di un nuovo significato, proprio della vecchiaia, la sua e di un mondo incanutito, svela forse perch\u00e9. \u2022<\/p>\n<p><em>Leonardo Persia<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span class=\"embed-youtube\" style=\"text-align:center; display: block;\"><iframe loading=\"lazy\" class=\"youtube-player\" width=\"1112\" height=\"626\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/aRglzfB9QqU?version=3&#038;rel=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;fs=1&#038;hl=it-IT&#038;autohide=2&#038;wmode=transparent\" allowfullscreen=\"true\" style=\"border:0;\" sandbox=\"allow-scripts allow-same-origin allow-popups allow-presentation allow-popups-to-escape-sandbox\"><\/iframe><\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>LA DONNA DELLO SMARTPHONE<\/strong><br \/>\n<strong>Regia:<\/strong> Fabio Del Greco \u2022 <strong>Soggetto e sceneggiatura:<\/strong> Fabio Del Greco (con la collaborazione di Massimiliano Perrotta, Silvana Porreca) \u2022 <strong>Musiche:<\/strong> Stefano Agnini, Giancarlo Mici \u2022 <strong>Montaggio:<\/strong> Fabio Del Greco (con la collaborazione di Massimiliano Perrotta) \u2022 <strong>Produzione:<\/strong> Fabio Del Greco (Monitore Film) \u2022 <strong>Interpreti:<\/strong> Silvana Porreca, Chiara Pavoni, Fabio Del Greco, Riccardo Giampiero, Fabrizio Rendina, Mariagrazia Casagrande, Hanad Sheik \u2022 <strong>Anno:<\/strong> 2020 \u2022 <strong>Durata:<\/strong> 87 minuti<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La donna dello smartphone \u00e8 un film doppio, se non triplo, la visione di una visione (di una visione). 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