{"id":42131,"date":"2020-10-18T13:19:35","date_gmt":"2020-10-18T11:19:35","guid":{"rendered":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=42131"},"modified":"2020-10-18T13:21:23","modified_gmt":"2020-10-18T11:21:23","slug":"qualche-film-della-22ma-edizione-del-festival-des-cinemas-differents-et-experimentaux-de-paris-con-uno-zoom-digitale-sul-lavoro-di-myriam-jacob-allard","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=42131","title":{"rendered":"Qualche film della 22ma edizione del Festival des cin\u00e9mas diff\u00e9rents et experimentaux de Paris con uno \u201czoom digitale\u201d sul lavoro di Myriam Jacob-Allard"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-42136\" src=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/Alpha60-cover.jpg\" alt=\"\" width=\"1112\" height=\"741\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/Alpha60-cover.jpg 1112w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/Alpha60-cover-150x100.jpg 150w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/Alpha60-cover-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/Alpha60-cover-768x512.jpg 768w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/Alpha60-cover-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/Alpha60-cover-436x291.jpg 436w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/Alpha60-cover-673x449.jpg 673w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/Alpha60-cover-950x633.jpg 950w\" sizes=\"auto, (max-width: 1112px) 100vw, 1112px\" \/><\/p>\n<blockquote><p>22\u00e8me \u00e9dition du Festival des cin\u00e9mas diff\u00e9rents et exp\u00e9rimentaux de Paris<br \/>\n<a href=\"https:\/\/edition2020.cjcinema.org\/it\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">sito ufficiale<\/a><\/p><\/blockquote>\n<p>Dev\u2019esser quello che Dorfles defin\u00ec con arguzia in un saggio (<a href=\"https:\/\/amzn.to\/3o34NkA\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>L\u2019intervallo perduto<\/em><\/a>) \u201chorror pleni\u201d cos\u00ec elegantemente filmato nell\u2019ormai lontano <em>Piano Pi_no<\/em> ad aver condotto <strong>Ignazio Fabio Mazzola<\/strong> verso una poetica della rarefazione pi\u00f9 estremista: risuona nell\u2019orecchio il <em>Sehr Bewegt<\/em> weberniano della Sonata per violoncello e pianoforte che in 1&#8242;:45\u201d par distillare in un barattolo sotto vuoto l\u2019irraggiungibile \u201cA lungo canta un uccello sul margine del bosco il tuo declino\u201d trakliano. Con gusto d\u2019un meridione proteso verso i frammenti d\u2019una storia d\u2019avanguardie da inventariare in un Baedeker delle scomparse, Mazzola fonde (\u00e8 il caso di dirlo) un progetto di cancellata per la Facolt\u00e0 di Bari firmato Capogrossi-Sacripanti-Castelli, abbandonato alla triste sorte del declino. Forse per questo la rarefazione temporale di <em>S MMM<\/em> \u00e8 uno sfolgorio, un grido visivo di 30\u201d che vorrebbe scottar la coscienza (\u201ccoscienza\u201d: parola proibita nell\u2019<em>Alphaville<\/em> godardiana, nell\u2019Alphaville contemporanea): \u201cSiamo saliti al sommo di torri \/ Da cui non si vedeva che la notte\u201d (Gide, <a href=\"https:\/\/amzn.to\/31hpBL8\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>I nutrimenti terrestri<\/em><\/a>). La coscienza ci conduce diritti a un\u2019indolenza da <a href=\"https:\/\/amzn.to\/2HcdlF9\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>I fannulloni nella valle fertile<\/em><\/a> d\u2019Albert Cossery, che sembra percorrere la visiva compostezza di <em>Pistacchi<\/em>, cortometraggio di 13&#8242;:45\u201d di <strong>Luca Sorgato<\/strong>: quasi adagiato nell\u2019immobilit\u00e0 di <em>Mendicanti e imbroglioni<\/em> lo sguardo stuporoso e inebetito dal profilo medievale d\u2019un beckettiano mangiatore di pistacchi \u2013 forse consapevole dell\u2019inutilit\u00e0 d\u2019ogni agire \u2013 si congiunge alla voluntas d\u2019un compulsatore di riviste alla ricerca d\u2019una chiave di lettura del mondo: in realt\u00e0, mai mutato (se le parole non mutano di significato, tutto \u00e8 stato detto, ci rammenta il calcolatore Alpha 60 di Godard); tutto dipendendo dalla prospettiva da cui si guardi, ci dice un altro personaggio di <em>Pistacchi<\/em>. Con una ricercata fotografia della stanchezza, questo film propone efficacemente l\u2019antico tema dello scetticismo, in una deliberata lentezza dietro la quale ci pare faccia capolino il demone dell\u2019ansia metafisica. Non sempre la compostezza formale, pur nella costruzione d\u2019un gioco semplice e rigoroso come quello dell\u2019oca sar\u00e0 sufficiente a garantire \u2013 non tanto unit\u00e0 \u2013 quanto efficacia complessiva a un progetto filmico ambizioso: <em>Maison Lorraine (en 9 cases)<\/em> d\u2019<strong>Ishrann Silgidjian<\/strong>, cortometraggio di 21&#8242;:20\u201d pare infatti alla ricerca costante di coesione, ma il risultato \u00e8 complessivamente quello d\u2019un bozzettismo visivo ricercatissimo sebbene, per qualit\u00e0 anche solo fotografica, promettente. Vedremo gli sviluppi. Sviluppi che in <em>The flame of the spent hour<\/em> (8\u2019) di <strong>Roger Deutsch<\/strong> pongono dubbi sul senso stesso dell\u2019operazione mnemonica. Citando Pessoa (\u201cConserviamo, nel calore che ricordiamo, \/ la fiamma dell\u2019ora trascorsa\u201d) e operando col found footage, Deutsch costruisce una giostra di struggimento per la scomparsa, laddove una pagina bianca (quella che gli editori sempre temevano potesse giungere da Beckett) potrebbe essere l\u2019ineluttabilit\u00e0 della scomparsa della memoria futura; o della dolorosa scomparsa dello stesso passato. Cancellazione o scrittura? Palinsesto o tabula rasa? L\u2019idea d\u2019una forma strutturale primordiale, rigore dell\u2019asciuttezza illuminista, permea il cortometraggio d\u2019<strong>Olivier Cheval<\/strong> \u2013 visivamente suggestivo, pellicola colorata da un cromatismo settecentista \u2013 <em>Die Urpflanze<\/em> (6&#8242;:40\u201d). Senza Goethe, ma rievocando il fantasma del sommo: nella ricerca sperimentale c\u2019\u00e8 una sottile malvagit\u00e0. Il gusto d\u2019avvilir la natura, di farla cadere dalla sua grandezza; scoprire le sue meschinit\u00e0 e le sue vergogne. Dimostrare che l\u2019amore \u00e8 un ormone che Giulietta ha in comune con la foca; dimostrare che il cuore \u00e8 una pompa idraulica (nella succitata Alphaville godardiana, le idee \u201csublimi\u201d debbon fare spazio all\u2019efficienza tecnica, oggi realizzatasi al sommo grado d\u2019una iniezione collettiva tecnologica sedativa). Certo, il settecentista ama e ricerca la verit\u00e0, ma la forma primigenia si scomporr\u00e0 ineluttabilmente in meraviglie che forse sar\u00e0 meglio non spiegare: o dinanzi alle quali lo stupirsi e basta, infantilmente, potrebbe costituire una soluzione all\u2019angoscia dell\u2019esserci. Ci\u00f2 accade nel non perfetto film <em>Durbaar<\/em> (8&#8242;:50\u201d) di <strong>Gautam Valluri<\/strong>, che ha per\u00f2 la forza di proporre la progressiva scoperta dell\u2019arte partendo dal buio, in un crescendo quasi musicale di sontuosit\u00e0 coloristica. Oppure pu\u00f2 accadere nella scoperta del corpo, al di l\u00e0 delle sue spiegazioni ormonali-meccaniche affette dal rigor mortis logico: ben rende l\u2019idea <em>Special dark glass somewhere<\/em> (4&#8242;:35\u201d) di <strong>Charlotte Clermont<\/strong>, che nella ricerca fin ossessiva della fisicit\u00e0 negata da una vetrificazione, verso la quale andiamo a livello societario sempre pi\u00f9 rapidamente bon gr\u00e9 mal gr\u00e9, fantastica sull\u2019eros che pu\u00f2 disvelarsi dal contatto dei gomiti. Grande scoperta, per chi scrive queste righe, dell\u2019edizione di quest\u2019anno, \u00e8 per\u00f2 l\u2019opera della canadese <strong>Myriam Jacob-Allard<\/strong>, talentuosa filmmaker che nella consapevolezza deleuziana (della quale abbiam parlato in corrispondenza: <em>De la ritournelle<\/em> di Deleuze-Guattari, dall\u2019autrice letto mentre lavorava a questo film) realizza il gioiello <em>Les quatre r\u00e9cits d\u2019Alice<\/em> (5&#8242;:45\u201d). Lavoro permeato da sottile ironia visiva e verbale, proposto anche in forma d\u2019installazione con libro dal titolo <em>T\u2019envoler<\/em>, mette in scena \u2013 su d\u2019uno schermo diviso verticalmente \u2013 la narrazione d\u2019un vecchio racconto famigliare della nonna legato al terrore per i fortunali che potevano in un contesto rurale \u2013 con la loro forza indomabile \u2013 far volare via tutto. La stessa autrice, sul fondo verde, narra attraverso le parole della nonna (in un doppiaggio d\u2019effetto surreale, preciso e straniante) ci\u00f2 che il materiale found footage (trascelto con chirurgia fascinosa) suggerisce visivamente nell\u2019altra met\u00e0, aderendo e insieme ri-significando il narrato; quasi un volo chagalliano. Partendo dal tema famigliare e patrio, indagato con un\u2019attenzione profonda di prossimit\u00e0 a cominciare da primi film piuttosto caustici come <em>Les princesses qui pissent<\/em> (2008, 7&#8242;, con la collega Esther Splett) e <em>Fleurs d\u2019artifice<\/em> (2009, 3&#8242;:30\u201d, ancora con la sodale), attente riflessioni linguistiche sul lessico volgare ed esplicito proibito alle ragazze per bene, la Jacob-Allard lavora sempre pi\u00f9 a fondo sulla figura femminile da lei incarnata, messa in relazione da un lato con un mondo patriarcale criticato con affettuoso umorismo, dall\u2019altro con una serie di ruoli e azioni legati alla musica country del suo Qu\u00e9bec. Cos\u00ec nei film <em>Willie Lamothe: devenir et \u00eatre le heros<\/em> (2009, 6&#8242;:30\u201d) e <em>Soldat Lebrun: devenir et \u00eatre le heros<\/em> (2010, 3&#8242;:50\u201d \u2013 6&#8242;:50\u201d) l\u2019autrice-attrice-musicista personifica, come donna, due celebrit\u00e0 canore maschili: \u201ceroi\u201d della musica country ed eroi per la sua famiglia, appunto i popolari Willie Lamothe e Soldat Lebrun. Decostruendo, con la forma della ripetizione che \u201cappartiene sempre all\u2019ironia\u201d (Deleuze, <a href=\"https:\/\/amzn.to\/3lZSROq\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Differenza e ripetizione<\/em><\/a>), il mito maschile dell\u2019icona trasportandolo nella quotidianit\u00e0, fino a far la spesa al supermercato. Nel cortometraggio presentato a quest\u2019edizione del festival, la ricorsivit\u00e0 del verde, sorta di <em>Hintergrund<\/em> o filo conduttore \u2013 riteniamo \u2013 della poetica visiva della filmmaker, simbolo delle vaste foreste dov\u2019\u00e8 nata, suggella un\u2019opera che anzitutto lavora sul linguaggio, sulla memoria orale, sull\u2019iterazione: in un contrappunto musica-parola-immagine dolce e satirico al tempo stesso. Ci riproponiamo di pubblicare una futura intervista in francese all\u2019autrice.<\/p>\n<p><em>Dario Agazzi<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<blockquote><p>22\u00e8me \u00e9dition du Festival des cin\u00e9mas diff\u00e9rents et exp\u00e9rimentaux de Paris<br \/>\n<a href=\"https:\/\/edition2020.cjcinema.org\/it\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">sito ufficiale<\/a><\/p><\/blockquote>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>22\u00e8me \u00e9dition du Festival des cin\u00e9mas diff\u00e9rents et exp\u00e9rimentaux de Paris sito ufficiale Dev\u2019esser quello che Dorfles defin\u00ec con arguzia in un saggio (L\u2019intervallo perduto) \u201chorror pleni\u201d cos\u00ec elegantemente filmato nell\u2019ormai lontano Piano Pi_no ad aver condotto Ignazio Fabio Mazzola verso una poetica della rarefazione pi\u00f9 estremista: risuona nell\u2019orecchio il Sehr Bewegt weberniano della Sonata per violoncello e pianoforte 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